In Mediolanum stat virus

sala_milanononsifermaAngelo Forgione Via libera allo spostamento tra regioni dal 3 giugno, ma già sono alte le proeccupazioni di chi, nella stagione estiva, dovrà affrontare gli arrivi dei vacanzieri provenienti dalla Lombardia, che ancora oggi fa segnare tre quarti dei casi italiani di Covid-19, evidenza che tiene tutti gli italiani al bando dalla Grecia, almeno fino a luglio. I governatori della Sardegna e della Sicilia chiedono garanzie da chi dovesse arrivare dai territori maggiormente colpiti dalla pandemia, e allora il sindaco di Milano, Beppe Sala, si schiera contro:

«Vorrà dire che mi ricorderò di chi ce lo ha chiesta quando andrò in vacanza», tuona il primo cittadino milanese, che dovrebbe piuttosto ricordarsi di quando, in piena esplosione dei contagi in Lombardia, lanciava l’hashtag #milanononsiferma e faceva simbolici apertivi, salvo poi lanciare strali contro la sua gente tra navigli e triangolo della moda.

Siamo a un bis moderato del consigliere comunale di Pavia, lo sconosciuto Niccolò Fraschini, che al principio di tutto avvisò il ripristino dello status quo con termini di stampo razzista. E poi c’è pure Roberto Vecchioni, già famoso per le offese alla Sicilia («Isola di m…»), che ha dato sfogo al suo orgoglio milanese dalle pagine de Il Sole 24 Ore: «Senza Milano l’Italia muore, perché è l’unica città d’Italia, mentre le altre sono paesoni». È vero nella misura in cui è vero pure il contrario, e cioè che senza le forze che Milano assorbe da tutta l’Italia il capoluogo lombardo muore.
Sono proprio questi atteggiamenti spocchiosi e supponenti a creare una certa antipatia verso i politici di Milano e della Lombardia, e Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, lo ha ammesso serenamente: «La Lombardia ha tanti primati e vanno riconosciuti, ma ce la siamo anche un po’ tirata e questo ha forse costituito le premesse per un sentimento non proprio di simpatia nei nostri confronti».

Sala, intanto, prima di andare in conflitto con gli altri italiani, dovrebbe guardarsi dai lombardi stessi. Per esempio, qualche giorno fa, ad Angera‬, sul Lago Maggiore, Alessandro Paladini Molgora si era detto pronto ad alzare i muri attorno alla sua cittadina per bloccare gli eventuali afflussi dei vacanzieri da ‪Milano‬ e da tutta la Lombardia‬.

Milano dei milanesi, per una volta con il coltello dalla parte della lama, dovrebbe imparare l’umiltà da questa emergenza che l’ha travolta e capire che la Lombardia ha una dimensione del problema sanitario che le Isole e altre regioni non hanno.
Milano dei milanesi dovrebbe ricordare a cosa furono costretti i napoletani, i baresi, i cagliaritani e i palermitani che nel settembre del 1973 si recavano al Nord.
Milano dei milanesi dovrebbe ricordare le torbide vicende giudiziarie attorno all’organizzazione dell’Expo del 2015 dello stesso Sala, e un’immagine ripulita d’urgenza dalla neonata e appositamente creata Associazione Nazionale Anticorruzione con a capo un magistrato napoletano, un’energica spazzata con cui si andarono a nascondere sotto al tappeto tutti gli scandali della vigilia che avevano confermato la più dinamica città italiana come una delle capitali della corruzione e del malaffare.
Milano dei milanesi dovrebbe ricordare pure che la Tangentopoli italiana di inizio anni Novanta è nata in una città capitale immorale dello sviluppo italiano, e che per ripulire l’immagine dell’Italia si ricorse alle bellezze allora dimenticate di Napoli, incaricata di mostrare il suo rango di antica capitale – altro che paesone! – e un volto diverso del Paese con l’efficienza dei lavori “low-cost” per la preparazione della città al G7 del 1994.

Si potrebbe andare anche più indietro, perché Milano è pur sempre la città in cui è nato il fascismo, il cui primo nome fu “sansepolcrismo” dalla piazza (San Sepolcro) in cui Benito Mussolini proclamò la fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento. E fu, Milano, la città governata da Massimo d’Azeglio, che all’atto dell’invasione piemontese d’Italia demandata alla camicie rosse di Garibaldi, in gran parte bergamasche, scrisse: “la fusione coi Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!”.

Sala se la prenda con Formigoni, Maroni, Fontana, e poi Gallera, i vertici di Confindustria lombarda e magari anche con se stesso per gli oltre sedicimila decessi che hanno distribuito lutto e sofferenza ai lombardi, vittime degli errori dei vertici regionali. E tolleri, il sindaco di Milano, qualche esagerazione del governatore Solinas, ricordandosi che la Sardegna è l’isola che fa la felicità di uno degli uomini più ricchi d’Italia, il milanese Massimo Moratti, la cui azienda petrolchimica distribuisce dividendi da capogiro che finiscono a Milano. Certo, la Saras di Sarroch paga le tasse sull’Isola, ma incide sul prodotto interno lordo sardo senza alcun beneficio diretto sul territorio, inquinandolo abbondantemente. Stessa storia in dimensione minore per il milanese Tommaso Giulini, proprietario del Cagliari Calcio, che con la sua Fluorsid sfrutta una materia prima locale, la fluorite di Silius. E dunque, se il territorio sardo garantisce ricchezza a quello milanese, si può tollerare anche un governatore che chiede sicurezza in tempo di virus, e di certo non vuole respingere nessuno, sapendo che la Sardegna campa di turismo… e di industria petrolchimica milanese.

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