V.A.N.T.O.


«Baciata da Dio, stuprata dall’uomo.
Ho fondato il “Movimento VANTO” nel 2008
perchè non ce la facevo più ad assistere allo stupro di Napoli»

 

1) LO SVILIMENTO DELLA NAPOLETANITA’

a) Napoli, città senza autoconsapevolezza, amministrata male e vissuta peggio

Napoli, Capitale europea tra il Settecento e l’Ottocento, e poi in discesa libera.
Città traumatizzata nel 1860, quando era la terza città d’Europa dopo Londra e Parigi, riconosciuta Capitale culturale del continente insieme alla stessa Parigi. L’Unità d’Italia, ovvero l’invasione piemontese, ha privato la città di questo importante ruolo, relegandola al ruolo di semplice capoluogo regionale. Il saccheggio operato dagli invasori che trasferirono tutte le ricchezze al nord ha messo in ginocchio Napoli e l’intero sud, avviando quella che è oggi chiamata “questione meridionale”.
Purtroppo il regime dell’epoca consentì che le verità fossero sepolte e oggi i cosiddetti “padri della patria” passano per eroi dopo aver avviato la denigrazione, la spoliazione e la repressione dei meridionali. Ciò che fu dell’antico Regno delle Due Sicilie e della sua Capitale è dimenticato nei libri di storia e questo ha portato ad una perdita di orgoglio da parte dei cittadini partenopei che non conoscono la propria storia e il proprio blasone.

Tutto ciò si traduce oggi nel disamore di grande parte dei napoletani nei confronti della città, al quale si aggiunge il malgoverno locale, il Governo centrale sempre più lontano dall’impegnarsi nella risoluzione della “questione meridionale” e la campagna di denigrazione anti-napoletana sempre di tendenza nella nazione avviata proprio 150 anni fa e mai arrestata. Un mix che ha minato sempre più negli anni l’orgoglio d’esser napoletani.

Gli amministratori cittadini hanno fatto sprofondare la città in un baratro dal quale appare difficile uscire. Basta scendere per strada e toccare con mano cosa significhi avere alle spalle un’amministrazione che non sappia porre rimedio alla deriva delle condizioni minime di vita sociale in cui versa la città.

La manutenzione della “cosa pubblica”, da ordinaria si è trasformata in straordinaria, e di ordinario ci ritorna il pericolo. Il discorso scivola inevitabilmente sul degrado del patrimonio artistico e architettonico della città. Monumenti, chiese, palazzi storici, musei, strade e piazze sempre più abbandonate a se stesse, senza un minimo di intervento che ne assicuri il decoro e la salvaguardia. Un centro storico, patrimonio dell’umanità, nel mirino degli ispettori dell’UNESCO che tengono d’occhio lo stato indecente in cui versa.

I pochi interventi disposti vengono eseguiti con materiali di compromesso e lavorazioni non a regola d’arte.

I cittadini, dal canto loro, non sentono più amore per la città e assecondano ormai l’atavica tendenza all’anarchia; il senso civico è ormai rarissimo e i tanti comportamenti incivili, altrove stigmatizzati, sono ormai normalità impunita. I napoletani, in sostanza, otre ad essere i principali artefici del degrado in cui vivono, sono divenuti principali colpevoli del proprio declassamento sociale.

b) Conseguenze

E’ inconfutabile che, a causa della grossa eco che Napoli profonde, sia in atto in Italia un’emarginazione e una ghettizzazione del popolo napoletano a tutti i livelli sociali. Se oggi un napoletano mette piede fuori i confini territoriali porta dentro di se una sensazione di soffocamento del proprio modo di essere, della propria napoletanità più autentica che non è vista più come un valore ma come una colpa a prescindere.

Tutto questo, però, è anche frutto di una campagna di denigrazione politico-sociale partita 150 anni fa e mai arrestata. Oggi l’informazione é spesso deviata, quando non semplicemente amplificata, perché il nome Napoli fa “rumore”. I telegiornali riempiono i palinsesti dei mali di Napoli come fosse una moda, una tendenza. L’intero sud è colpevolmente e consapevolemente dimenticato, e nascosto dietro la questione napoletana che assorbe artificiosamente tutte le attenzioni.
Le responsabilità di tutto questo sono da attribuire a:

•  la politica nazionale sempre pronta a cavalcare il “mostro-Napoli” per nascondere i reali problemi del paese;

•  i politici locali che non hanno gli attributi per rappresentarci e per difendere il nostro buon nome e la nostra cultura unica;

•  i napoletani stessi che in grandissima parte rovinano l’immagine della propria città.

Tutto questo ha portato ad un’assuefazione al fenomeno e il napoletano stesso pare avere perso la propria dignità e il proprio orgoglio.

Questa amara denuncia è stata commentata sul quotidiano “ROMA” dal bolognese d.o.c. Italo Cucci che ne ha riscontrato un fondo di verità.

2) LA NAPOLETANITA’ INTESA COME PREGIO E VALORE DA RIAFFERMARE

Senza volersi issare a depositari della verità assoluta, si può tranquillamente affermare che il concetto di “napoletanità” va sanato da contaminazioni virulente che filtrano tanto dall’esterno quanto dall’interno stesso.

La napoletanità, quella autentica e pura, è un valore altissimo e prestigioso intriso di cultura, storia, arti, scienze e conoscenze. Non si può accettare di veder svilito questo patrimonio da attacchi alieni che ne infangano il prestigio.

La Napoli borbonica del 700-800 sviluppò l’economia e il benessere economico con molteplici primati in ogni campo invidiati in Europa e nel mondo intero. L’attuale questione meridionale è un problema generato dall’Italia repubblicana che, una volta fatta, ha trasferito quella ricchezza e quel patrimonio al nord abbandonando l’intero Sud a se stesso. Per cui non si può accettare che si parli oggi del meridione come palla al piede della Nazione. I fenomeni malavitosi che incancreniscono l’economia meridionale sono conseguenza delle sacche di povertà generate da quell’abbandono che ancora oggi è nascosto dietro le solite e inconcludenti chiacchiere.

3) I VALORI UNICI DELLA NAPOLETANITA’

La storia di Napoli è ricca e complessa come poche e parla di una città antichissima ambita da sempre per la sua posizione geografica. Le molte dominazioni hanno lasciato tracce importanti tanto che il Bureau du Comité patrimoine mondial dell’Unesco ha inserito il centro storico della città nell’elenco dei Patrimoni Mondiali dell’Umanità proprio per tale ricchezza di avvenimenti che conferiscono al sito “un valore universale senza uguali capace di esercitare una profonda influenza su gran parte dell’Europa e al di là dei confini di questa”.

Qui si sono avviati i trasporti su ferro, incentivati i commerci via mare, avviate industrie e create produzioni di prestigio; è stata sostenuta ogni forma d’arte e promossa la cultura.

Sempre capace di creare nuovi corsi in ogni campo, Napoli è culla di letteratura, filosofia, così come della ricerca medica e di quella scientifica nonché fucina di prestigio della classe forense e di quella giornalistica. Non si può non riconoscere il ruolo e l’apporto dei napoletani all’antica e alla moderna “intellighenzia” italiana.

Nel campo delle arti, la città ha sfornato filoni e artisti; quella di Posillipo in pittura, quella di Capodimonte in ceramica ma anche l’arte presepiale sono solo alcune tra le più importanti scuole di fama mondiale.

La canzone napoletana del 900 ha posto le basi della melodia italiana e si è spinta in tutto il mondo come nessun filone nazionale sia mai riuscito a fare; non può oggi essere confusa con una sottocultura musicale “usa e getta”, più comunemente detta dei neomelodici, che va considerata per quella che è, ma che finisce per essere assimilata altrove e non solo come moderna cultura musicale partenopea.

Il Teatro e il cinema “made in Naples” hanno sfornato artisti di prim’ordine, contribuendo in maniera corposa e decisiva a quella che è la “commedia all’italiana” che ha segnato il costume dell’Italia dello scorso secolo.

La bellezza dei luoghi è unica e incommensurabile; una terra tridimensionale sospesa tra aria, acqua e fuoco. Il vulcano, i monti, le colline, il mare, la magia dei campi flegrei cosi suoi crateri e i suoi laghi, le isole, le scogliere e le costiere, i mille panorami tutti diversi fra loro fanno del napoletano un comprensorio unico che gli antichi romani scelsero come terra di piacere, definendola “Campania Felix”. Non si può accettare che un territorio unico come questo, quantunque offeso da anni di incuria e male offerto, sia apostrofato e denigrato dai prevenuti buontemponi di turno.

Napoli e la Campania vantano una rinomata tradizione culinaria e basti ricordare che da questa terra è stato esporto in tutto il mondo quella che il simbolo della globalizzazione per antonomasia (e non simbolo oleografico), la pizza.

In campo sportivo, nonostante l’atavica mancanza di strutture sportive di supporto, Napoli ha sempre sfornato atleti di livello mondiale, contribuendo sempre in maniera cospicua all’arricchimento dei medaglieri olimpici nazionali e prestando spesso figli della sua terra alle nazionali delle varie discipline sportive di squadra e non.

Tutto questo è solo parte di uno spettro complesso che porta ad affermare che la napoletanità autentica, quella che sprizza valori artistici e culturali di ogni tipo, è un valore da tutelare e da difendere dagli attacchi di chi fa di tutto per infangare e offendere, a prescindere e per partito preso, una cultura unica che non ha niente da invidiare a qualsiasi altra al mondo.

4) OBIETTIVI

L’obiettivo è quello di restituire ai napoletani e alla città di Napoli la dignità altissima che merita. I pregiudizi dilaganti dovuti a mistificazioni e travisamenti, a pittoresche descrizioni del mondo partenopeo, e all’oltraggiosa confusione tra cultura e sottocultura napoletana, hanno proiettato un’immagine distorta della città e dei suoi figli.

I napoletani veri, quelli che ancora oggi continuano a dare lustro alla tradizione partenopea attraverso il loro operato, a piccoli o grandi livelli, devono unirsi in una causa comune e fare “network” per affermare l’autentica napoletanità, quella più colta e dotta, a dispetto di quella più degradante che tanto piace all’ignorante che ci osserva dall’esterno.

Bisogna che i napoletani tutti capiscano cosa significhi esserlo e che ne riscoprano l’orgoglio e la fierezza, camminando in ogni dove con la schiena dritta e a testa alta. Tutto questo onorando ogni giorno il concetto altissimo di “napoletanità”.

Solo così si potrà recuperare il senso civico e il prestigio di essere napoletani, cosa di cui doversi vantare.

 

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Alle origini della ‘Parmigiana di melanzane’


parmigiana

Angelo Forgione – Sono pochi coloro cui non piace una ricca ‘Parmigiana di melanzane‘, ma tantissimi sono quelli che non ne conoscono l‘origine. Alcuni sostengono che sia siciliana, magari rifacendosi a una teoria forzata per la quale il nome “Parmigiana” deriverebbe dalla parola siciliana parmiciana, con cui si indica dialettalmente un’imposta per finestre. Altri azzardano l’origine parmigiana, traditi dal nome stesso della pietanza, che però non indica la provenienza della ricetta ma la maniera di prepararla.
L’Enciclopedia universale Rizzoli Larousse del 1969 indica per cucina alla parmigiana “una preparazione abbondantemente arricchita di formaggio grana o parmigiano, donde il nome: Melanzane alla parmigiana (specialità campana, nonostante il nome)”, e sostanzialmente questo indicano gli attuali vocabolari Devoto-Oli, Garzanti e Hoepli. Era infatti noto già nel Settecento un modo di cucinare “alla parmeggiana”, che faceva riferimento ai territori del Ducato di Parma e Piacenza: ortaggi affettati, talvolta infarinati e fritti, accomodati con formaggio Parmigiano e poi messi in cottura. Questo modo era ben conosciuto dai cuochi che prestavano servizio a Napoli, la capitale del Regno di Carlo di Borbone, figlio della parmigiana Elisabetta Farnese, già Duca di Parma e Piacenza, che da questo territorio si era slanciato alla conquista del trono napoletano. E fu proprio a Napoli che le melanzane si iniziarono a preparare “alla parmigiana”. In Emilia, in quel periodo, la melanzana era sostanzialmente assente delle coltivazioni orticole. Al contrario, il formaggio Parmigiano era già abbondantemente usato nel Napoletano e nel Casertano, e si rese pure disponibile un surrogato, testimoniato da un avviso pubblicato sul Giornale del Regno delle Due Sicilie del 10 gennaio 1826, in cui si informava che dalle vacche svizzere del Real Sito di Carditello, così come da una serie di piccole fabbriche casearie, venivano fuori sufficienti quantità di latte “pel formaggio ad uso parmeggiano”.

Il percorso verso il consolidamento della ricetta delle ‘Melenzane alla parmigiana’ partì dalle indicazioni del pugliese Vincenzo Corrado, capocuoco al servizio presso il palazzo Cellamare di Napoli, che consigliò ne Il Cuoco Galante del 1773 di prepararle come comunemente già usavano fare i napoletani per le zucchine, e ancora si usa fare. Nella ricetta delle Zucche lunghe alla Parmegiana, ricetta ante litteram della tradizionale ‘Parmigiana di zucchine’, non era previsto ancora l’uso del pomodoro e dei latticini ma si procedeva con la salatura, la spremitura, l’infarinatura e la frittura delle zucchine nello strutto, poi tramezzate di parmigiano e burro, e ricoperte di tuorli d’uovo e ancora burro da rapprendere in forno.

Dopo il Corrado toccò al napoletano Ippolito Cavalcanti proseguire verso il consolidamento della ricetta delle melanzane “alla parmigiana”, di pari passo con l’invasione del pomodoro a bacca lunga di recente diffusione in tantissime pietanze partenopee. E fu nell’appendice dedicata alla cucina casareccia napoletana della prima edizione della Cucina teorico-pratica, quella del 1837, che spuntò la preparazione delle ormai rosse Molignane a la Parmisciana, tradotta in italiano sette anni dopo, nella quarta edizione del trattato, quella del 1844. Milinsane alla parmegiana, si leggeva, ed ecco spuntare anche l’uso dei latticini:

Prendi una decina di buone milinsane, le scorzerai, le fetterai, le porrai in sale sotto un peso, onde ne sgoccioli tutto l’amaro, quindi le netterai e poi le friggerai; l’accomoderai nel piatto proprio framezzandole di parmegiano grattugiato, del trito di basilico, e salsa di pomidoro; se ti piace potrai framezzarci ancora delle fettoline di mozzarella; porrai il piatto sopra di una calda fornella, e sopra il fornello con carboni accesi; fatto il brulè le servirai, nettando il bordo del piatto.

La pietanza napoletana fu adottata anche dai siciliani, giacché i due regni di Napoli e di Sicilia risultavano entrambi sotto l’egida dei Borbone. Nei territori di Palermo, Ferdinando aveva trascorso una decina d’anni, durante il breve periodo della Repubblica Napolitana e la ben più lunga occupazione napoleonica del Sud peninsulare di inizio Ottocento, e lì i cuochi di corte napoletani al seguito del Re erano venuti a contatto con quelli siciliani reclutati sul posto, influenzando la cucina isolana, altrettanto ricca di sapori, e venendone a loro volta influenzati.

La storia si proietta nel presente, in cui la ‘Parmigiana di melanzane’, o ‘Melanzane alla parmigiana’ che dir si voglia, è specialità elencata nelle liste dei prodotti agroalimentari tradizionali della Campania e della Sicilia, stilate dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali. Nel territorio compreso tra Campania e Sicilia, la Calabria, se ne fa una versione arricchita di uova sode e ingredienti più impegnativi. Di ‘Parmigiana’, nelle liste dei prodotti agroalimentari tradizionali dell’Emilia Romagna, non c’è alcuna traccia.
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Per approndimenti: Il Re di Napoli (A. Forgione, ed. Magenes, 2019)

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