Angelo Forgione – È la Giornata internazionale del Caffè, quel brodo nero detto “bevanda del diavolo” quando fece la sua comparsa in Europa, a cavallo tra il XVI e il XVII secolo. Pregiudicato nella reputazione dell’influenza del clero che, preoccupato per il colore e per i suoi effetti eccitanti, sfruttò la forte superstizione e le conseguenti paure verso il malocchio di cui la bevanda nera si diceva fosse portatrice.

Napoli, oggi luogo del caffè per costume di popolo, la città italiana in cui se ne consuma di più, quella in cui si può parlare di vera e propria passione collettiva, cominciò a conoscerlo molto tardi. Il primo napoletano a sapere dell’esistenza della bevanda di chicchi di qahwa, cioè di arabo caffè, fu il medico Mario Schipano, che ne apprese da una lettera scrittagli nel 1614 dall’amico Pietro Della Valle, musicologo romano trapiantato a Napoli, in quel momento in viaggio in Turchia, Persia e India. Questi, da Costantinopoli, scrisse:
“Hanno i Turchi un’altra bevanda di colore nero; e la state si fa rinfrescata, e l’inverno al contrario: però è sempre la stessa; e si beve calda che scotti, succhiandola a poco a poco, non a pasto, ma fuor di pasto, per delizia e per trattenimento quando si sta in conversazione […] e con questa bevanda che chiamano Cahve, si va passando il tempo in ogni conversatione; […]”.
I mercanti veneziani portarono i chicchi di qahwa arabo nella popolosissima città all’ombra del Vesuvio, dove trafficavano proficuamente, e subito si avvertì la fortissima influenza ostracista del clero, che ne ostacolò l’uso per il colore e per le proprietà eccitanti. Al massimo fu utilizzato quale rimedio per i malati in convalescenza, come accennato da Antonio Latini nel trattato di cucina Lo scalco alla moderna del 1694.
Ancora nella seconda metà del Settecento, Napoli importava una quantità di caffè notevolmente inferioriore al cacao, preferendo di gran lunga la cioccolata, come si evince dal Bilancio del Commercio esterno del Regno di Napoli, fatto d’ordine del Re relativo all’anno 1771.
Nell’ultimo quarto del secolo, con la diffusione dell’Illuminismo, che dell’infuso stimolante ne fece bevanda simbolo, e del costume viennese dettato dall’austriaca regina Maria Carolina, il consumo di caffè aumentò. La laica sovrana, a dispetto degli anatemi clericali, lo fece immediatamente preparare nei palazzi reali in occasione di feste ed eventi diplomatici, come testimoniò la scrittrice inglese Anne Miller, in viaggio a Napoli, nel suo diario Letters from Italy:
“Dopo una cena servita alla Reggia di Caserta nel gennaio del 1771, la nobildonna britannica restò stupita nel vedere una sala da caffè in cui l’infuso nero veniva preparato e servito dietro alcune tavole da servitori in livrea bianca con berretti in testa.”
Fu l’economista Giuseppe Maria Galanti, nella Breve descrizione della città di Napoli e del suo contorno del 1792, ad avvisare di una nuova abitudine: “il bere caffè è divenuto un uso generale, e si va sempre più diffondendo nella plebe”. Meno superstizione, più caffè.
Il crollo definitivo del muro della paura attorno al caffè avvenne esattamente nel 1794, grazie al gastronomo Vincenzo Corrado, che pubblicò La manovra della cioccolata e del caffè, in cui celebrò la bevanda di origine etiope con una Canzonetta in difesa del caffè scritta appositamente da Nicola Valletta. Chi era costui? Un illuminista napoletano la cui grande notorietà in città era dovuta alla pubblicazione del saggio Cicalata sul fascino volgarmente detto jettatura con cui aveva spiegato la superstizione in termini razionali e bandito l’occultismo. Un esperto di malocchio e seccia, insomma. E se cotanto esperto beveva il caffè, e ne parlava favorevolmente, beh, allora il caffè non poteva mai portare male. Facendolo difendere da una tale eminenza in materia, il sagace Corrado riuscì perfettamente nell’operazione di sfatare per sempre la cattiva nomea del nero e jettator caffè, e da allora i napoletani abbandonarono le superstizioni che lo avevano accompagnato e se ne innamorano tutti, facendo poi dilagare l’invenzione della caffettiera per la preparazione casalinga, anno 1819, cui fu dato il nome di cuccumella, più comunemente detta “la napoletana”. Il resto è ffessaria ‘e cafè… si fa per dire.

per approfondimenti: Napoli svelata (Angelo Forgione – Magenes, 2022)
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