Il primato dei vini delle Due Sicilie

Angelo Forgione Nel dicembre 1858 Rivista contemporanea pubblicò la tabella degli ettolitri di vino prodotti ed esportati dagli stati preunitari stilata dal prestigioso statistico milanese Pietro Maestri, che nel 1861 avrebbe coordinato il primo censimento del Regno d’Italia. Alla vigilia dell’Unità d’Italia risultavano 7,150,000 ettolitri prodotti nel Regno delle Due Sicilie, di cui 5,200,000 nelle province peninsulari e 1,950,000 in Sicilia, per un valore economico superiore anche a quello del maggior produttore di quel momento, lo Stato Pontificio, comprendente le tante vigne laziali, umbre, marchigiane, emiliane e romagnole.

Alcuni vini siciliani, calabresi e campani, particolarmente quelli di Napoli e di Terra di Lavoro, erano considerati tra i migliori dell’intera Penisola, come si evince dal valore in franchi. Tra i più famosi figuravano il Lacryma Christi, i vini di Capri e Ischia e il Marsala di Sicilia.
In Piemonte, la principale produzione vinicola era stata fino a un decennio prima quella del liquoroso Vermouth. Il Barolo era nato da qualche anno mentre il Chianti di Toscana neanche esisteva.
Gli stati che esportavano qualcosa in più delle Due Sicilie, in realtà, non portavano significative quantità in altri stati europei ma avevano come sbocco gli altri territori italiani, dacché a quel tempo le quantità prodotte in Italia non superavano la domanda e il consumo interno. Difatti, Pietro Maestri chiariva: “gli ettolitri 652,462 […] recati da noi nella bilancia del commercio di esportazione, debbono essere considerati piuttosto come un articolo richiesto e smerciato tra le stesse provincie italiane, che come un oggetto di cambio internazionale”. E infatti il prodotto di Sardegna andava in buona parte ai genovesi, mentre i vini piemontesi, quelli veneti e gli emiliani erano esportati soprattutto in Lombardia, che non produceva a sufficienza per il suo fabbisogno, così come la Toscana, che si approvvigionava dalle Marche e dall’Umbria. Nei più ampi territori del Regno di Napoli, portare un vino calabrese negli Abruzzi non era esportazione.

Il primato dei vini campani e siciliani era dovuto a una vivacità testimoniata dalla nascita a Napoli, nel 1833, della Compagnia Enologica Industriale, la primissima azienda enologica d’Italia, istituita privatamente con sovrana approvazione borbonica per il miglioramento della vinificazione dell’intero Regno e per favorire il commercio interno e l’esportazione, così da emancipare le Due Sicilie dalla passività straniera.I giornali italiani e stranieri, compresi quelli dei maestri di Francia, ne annunciarono i cimenti e ne riportarono i grandi successi ottenuti in poco tempo. Alcuni vini delle Due Sicilie riuscirono a fare una minima concorrenza a quelli francesi, e furono i primi d’Italia a riuscirvi.
Dopo cinque anni, nel 1838, l’esperienza napoletana fu replicata a Milano con la costituzione della Società Enologica Lombardo-Veneta. Nell’introduzione all’atto costitutivo si leggeva:
“[…] a’ premurosi inviti di molti distinti proprietari e industriali di fondare una Ditta enologica sulle basi della Compagnia delle Due Sicilie […], ove l’industria vinaria ha fatto tali progressi, di aver potuto emancipare quel regno dalla passività estera, e metterlo in grado di far concorrenza colla Francia nella esportazione”.

Dopo l’Unità, le vicende del settore vitivinicolo nazionale seguirono quelle più generali dell’agricoltura italiana, con le aree economicamente avvantaggiate del Nord investite da importanti trasformazioni tecniche e organizzative, tradotte nella creazione di un divario tra aree avanzate verso una viticoltura moderna e altre rimaste indietro. Le attività enologiche di Camillo Benso di Cavour in Piemonte e di Bettino Ricasoli in Toscana furono fondamentali per la crescita dei vini delle due regioni, che iniziarono a farsi onore insieme a quelli della Campania, in particolar modo della provincia di Napoli, e della Sicilia all’Esposizione Universale di Parigi del 1867 e a quella di Vienna del 1873.
Da contraltare allo sviluppo industriale dell’enologia piemontese e toscana della seconda metà dell’Ottocento fecero gli effetti della repressione del brigantaggio al Sud, per la quale nel primo decennio del Regno d’Italia risultavano interdette e saccheggiate le case coloniche di campagna ritenute possibili rifugi per i ricercati, con incarcerazioni e processi sommari a danno dei proprietari. E poi la requisizione dei siti reali e delle antiche proprietà borboniche, polmoni di uve importanti lasciate all’abbandono.

Pur nella decadenza sociale e politica del Mezzogiorno, la sola Campania, tra le prime regioni produttrici, significava ancora un decimo abbondante del vino italiano prima della Grande guerra del ’15-’18. I meridionali, tagliati fuori dallo sviluppo industriale e relegati all’agricoltura, svuotarono ancor più massivamente le campagne per il reclutamento militare al fronte con lo scoppio del conflitto bellico.
Pure alla vigilia della Seconda guerra mondiale la Campania eccelleva per quantità media complessiva prodotta, insieme a Puglia, Sicilia, Piemonte, Toscana ed Emilia Romagna. La provincia di Napoli, allargata fino al Garigliano per riforma fascista, risultò addirittura in testa alla produzione vinicola nell’annata 1938.Dopo il conflitto mondiale, durante il ventennio Cinquanta-Sessanta, l’abbandono delle terre coltivate al Sud proseguì con l’ingrossamento dei flussi migratori dei meridionali in direzioni delle ricostruite industrie del Nord. Le regioni meridionali si ridussero alla fornitura di vino da taglio da destinare al Nord per irrobustire alcuni vini settentrionali e la Campania andò via via scivolando fuori dall’élite produttiva.

Solo nell’ultimo decennio del Novecento una nuova politica di valorizzazione del vino italiano ridestò la sete delle tantissime uve autoctone regionali e prese corpo anche la tardiva valorizzazione dei vitigni meridionali.
Oggi gli italiani bevono meno rispetto al secolo scorso, ma bevono assai meglio e con consapevolezza, orientandosi sempre più verso la qualità dei vini autoctoni. Piemonte, Veneto e Toscana sono in assoluto le regioni con più incidenza di denominazioni di origine controllata e garantita, le DOCG, ma un significativo progresso qualitativo ha interessato la lavorazione dei vini del Meridione, riducendo la supremazia di quelli nordici. I vini ottenuti dai vitigni autoctoni di Sicilia, Puglia, Campania, Calabria, Basilicata, Abruzzo, Lazio e Sardegna hanno guadagnato gradimento all’estero, certificato dalla crescente esportazione delle bottiglie del Sud Italia.
Quanto narrato è solo un compendio assai sintetico di uno dei capitoli del mio prossimo libro, ricco di documenti e ricostruzioni storiche relative a diverse eccellenze. Relativamente a quella vitivinicola, le aree produttive del Sud e del Centro pagano ancora una certa percezione di inferiorità, un pregiudizio e un ostracismo di radice commerciale esercitato da alcuni produttori settentrionali, come denunciato dal produttore siciliano Lucio Tasca d’Almerita, ospite nel febbraio del 2018 della rubrica Tg2diVino della Rai.

A Napoli è tempo di Manfredi

Angelo Forgione Con l’elezione del nuovo sindaco, i napoletani giocano con uno tra i piatti più conosciuti della cucina campana, i “Manfredi” con la ricotta, che in città li conoscono tutti, ma se metti piede fuori l’area metropolitana già la faccenda inizia a diventare misteriosa, perché quelle fettuccine con i bordi arricciati intitolati inizialmente al re Manfredi di Sicilia sono state ribattezzate “Mafalde” a inizio Novecento in onore della principessa Mafalda di Savoia, e così gli italiani di oggi le conoscono (anche “mafaldine” o “reginette”), tranne i napoletani, che continuano a chiamarle in modo tradizionale. Al Nord, poi, neanche si è a conoscenza di questo formato di pasta perché la richiesta è scarsissima e la distribuzione si adegua.
A la Radiazza (Radio Marte) abbiamo sentito un pastificio di Caserta, una salumeria di Forcella a Napoli e lo speaker radiofonico Luca Viscardi da Bergamo…

L’anello di Carlo di Borbone

Angelo Forgione Era il 7 ottobre del 1759, Domenica, ed enorme fu la commozione dei cittadini napoletani, accorsi a salutare il re che aveva saputo dare a Napoli molto di più che un governo. Carlo di Borbone, alle 13 in punto, salpava dal porto di Napoli per navigare verso Barcellona, da dove avrebbe raggiunto Madrid per diventare Carlo III di Spagna. Amava così tanto Napoli che se fosse dipeso dalla sua volontà non l’avrebbe mai salutata. Ai napoletani lasciò una politica sociale ed economica in grande crescita, palazzi e teatri unici, delle inestimabili opere d’arte, a partire dalla parte emiliana della Collezione Farnese, e una nuova linfa, quella archeologica, che avrebbe permesso alla città di poter vivere per secoli di quelle scoperte che ancora oggi richiamano il mondo intero.
Prima di abbandonare Napoli volle visitare per l’ultima volta tutti i siti reali e le principali realizzazioni da lui promosse. Al Museo di Portici, dove erano raccolte le antichità rinvenute negli scavi archeologici, si sfilò un anello ritrovato personalmente a Pompei fatto con un cammeo rappresentante una maschera comica barbuta. Da qual momento lo aveva sempre portato al dito, ma in procinto di partire lo ripose tra i cammei e gli anelli del museo e disse: «Appartiene a Napoli. È patrimonio dello Stato».
In verità a Madrid portò con sè architetti, funzionari e vassalli napoletani fidati da affiancare agli spagnoli, e pare anche un po’ di sangue di san Gennaro, di cui era devotissimo.
Carlo non tornò mai più all’ombra del Vesuvio ma trascorse il resto della sua vita con la nostalgia della città che davvero amò di più.

Anello di Carlo di Borbone (MANN) / Dipinto di Antonio Joli (Prado)

Igiene, sempre!

Angelo Forgione Premiata fabbrica napoletana di cessi Vincenzo Coccoli, con quella enne speculata. Cessi ottocenteschi comodi e inodori, fabbricati in terracotta e porcellana decorata nella zona di Sant’Anna alle paludi, l’attuale stazione centrale.
Sì, propriamente detti cessi, che non è affatto parola volgare ma neutra poiché derivante dal latino cessus, cioè cedere, inteso come ritirarsi e appartarsi nel luogo di re-cesso.
E poi lui, il bidet, non quello settecentesco di Maria Carolina alla Reggia di Caserta ma un modello in legno e ottone da appartamento, tanto per zittire chi dice che non era roba per il popolo.
Testimonianza dei tanti primati di Napoli, questo di natura igienica. E tantissimi altri, in ogni campo, li potete conoscere non solo leggendo i miei libri ma anche visitando la Collezione Bonelli, il Museo di Napoli, presso la Casa dello Scugnizzo nel popolare rione Materdei. Farete un viaggio nella Storia di una città unica e sempre all’avanguardia, checché se ne dica

I 100 anni di Sergio Bruni

Angelo Forgione Era l’estate del 2002, 19 anni fa, e sull’isola di Hvar conobbi un giovane ragazzo croato. Quando, stringendo conoscenza, gli dissi di venire da Napoli lui non disse “pizza”, non disse “spaghetti”, non disse “Vesuvio”, non disse “mandolino”, e neanche “Maradona”. Sgranò gli occhi e disse “Sergio Bruni”. Sgranai gli occhi anch’io.

Tra i maggiori protagonisti della scena musicale napoletana dal dopoguerra al secondo Novecento, insieme a Roberto Murolo e Renato Carosone, era detto “La voce di Napoli” quando si diceva che Napoli fosse il suo fraterno amico Eduardo. E allora il grande drammaturgo gli dedicò una significativa poesia.

A ggente sà che dice?
Ca tu sì ‘a Voc’ ‘e Napule.
E sà che dice pure?
Ca Napule songh’ io!
Si tu si ‘a voce ‘e Napule
e Napule songh’ io;
chesto che vven’ ‘a ddicere?
ca tu si ‘a vocia mia!

La foto con Maradona è del 1990, e testimonia dell’incontro a Villaricca tra D10S e ‘a voce ‘e Napule, voluto del calciatore, che amava particolarmente l’intramontabile Carmela.

Buon Compleanno, burbero Maestro.

La più feroce malattia della storia? Sconfitta con la vaccinazone alla napoletana

Angelo Forgione Il discusso Green Pass, senza girarci troppo intorno, è il nuovo motore per convincere al trattamento vaccinico gli incerti che non vogliano essere colpiti da forti limitazioni, cioè il modo per introdurre surrettiziamente un obbligo vaccinale virtuale.
È sempre accaduto, nella storia delle vaccinazioni, che si utilizzassero metodi alternativi per spingere le persone a sottoporvisi, partendo dall’Ottocento, in epoca di prime inoculazioni della storia, quelle contro il terribile vaiolo, quando le paure erano ben più diffuse di quanto non lo siano oggi. A quel tempo, il nemico da combattere era la malattia infettiva più feroce di sempre, decisamente più contagiosa e letale del Covid. Prima della scoperta assoluta del metodo di immunizzazione si contavano ogni anno 400.000 morti da virus “variola”, soprattutto fanciulli. Ne moriva uno su tre di quelli contagiati, e solo negli stati italiani ne risultavano colpiti sei giovani su dieci. Chi si salvava, restava comunque sfigurato, e spesso cieco.L’epocale scoperta fu fatta in una campagna inglese, inoculando in un bambino di otto anni del pus estratto dalle pustole sviluppate da una mungitrice di vacca che aveva contratto il vaiolo bovino, più blando di quello umano. Il ragazzino non sviluppò il vaiolo in forma grave, quella umana, ma contrasse l’assai meno pericoloso “variola vaccinae”. Da qui il nome che arriva fino a noi, un aggettivo divenuto sostantivo, con cui si procedette alle prime inoculazioni anche nei territori italiani.

Partendo da un’epidemia scoppiata nel 1801 a Palermo e contrastata da alcuni medici inglesi, il primo programma di vaccinazione di massa della Penisola italiana fu avviato nel più grande e popoloso stato preunitario, il Regno di Napoli e Sicilia, dove il re, Ferdinando di Borbone, per inoculare bambini, orfanelli e trovatelli, istituì nel 1802 una “Direzione vaccinica” nel Real Albergo dei Poveri di Napoli, con succursali nelle altre province del Sud. E però, in un periodo di arretratezza culturale della popolazione, la paura per quel nuovo metodo che immetteva nel braccio un virus di origine bovina non era inferiore a quella per il vaiolo. Il metodo, per la commistione tra animale e uomo, veniva considerato un insulto alla natura dagli ambienti più conservatori, che diffondevano enormi timori con la previsione di apocalittiche conseguenze per le persone appena inoculate con il vaiolo bovino, dai cui corpi sarebbero dovute spuntare intere teste di mucca o anche solo corna, code e zoccoli. Nulla di tutto questo si verificò, ovviamente, ma per le paure di eventuali conseguenze mortali, per l’avversione di certi ambienti religiosi per i quali infettare volontariamente le persone sane significava andare contro la volontà di Dio e anche per la divisione dei medici sull’opportunità dell’inoculazione, nei primi due decenni dell’Ottocento non si fece vaccinare che il quindici percento della popolazione napoletana.E allora, nonostante le problematiche che l’inoculazione poteva comportare, Ferdinando di Borbone decise di imprimere una svolta, stabilendo cioè nel 1821, per la prima volta nei territori italiani, che la vaccinazione fosse obbligatoria, almeno per i bambini, i più esposti al rischio. La legge prevedeva la misura di interdizione dalla pubblica amministrazione dei cittadini disertori, che così non avrebbero potuto richiede alcunché ai ministeri e avrebbero perso il posto in graduatoria se avevano già chiesto sussidi. Sempre per legge, toccava ai parroci, fin lì restii a diffondere la pratica vaccinica, di imbonire e convincere i fedeli, dovendo “incolpare” i genitori più riluttanti a sottoporre i loro figli alla vaccinazione. C’era poi l’incentivo economico di una sorta di lotteria di Capodanno per ogni distretto, affidata agli stessi parroci, che alla fine di ogni anno dovevano provvedere ad estrarre a sorte un nome ogni cento vaccinati, vincitore di un premio in denaro.Il decreto numero 141 del 6 novembre 1821 riguardante la “inoculazione del vajuolo vaccino” era chiarissimo:

“Abbiamo risoluto di decretare, e decretiamo quanto segue.Art. 1. Tutti coloro i quali han tenuto la riprensibile condotta di trascurare la vaccinazione onde preservare la propria prole, o gl’individui della famiglia ch’essi governano, non potranno godere di alcun tratto della nostra sovrana munificenza, sotto qualunque titolo. Le loro petizioni non avranno corso ne’ nostri reali ministeri, né saranno accolte in qualsivoglia amministrazione, se non sieno accompagnate dal documento, che il petizionario è stato vaccinato, e che convive in famiglia i di cui individui o sono stati vaccinati, o hanno sofferto il vajuolo naturale prima del presente decreto.
[…]
Art. 7. I parrochi e tutti coloro che preseggono alla istruzione morale del popolo, dovranno inculcare l’uso del vajuolo vaccinico, e far rilevare nelle istruzioni catechistiche ed omelie qual grave colpa commettasi da’ genitori che lasciano esposta la vita de’ figliuoli al pericolo del vajuolo umano.”

L’obbligo di vaccinazione produsse evidenti effetti. Un rapporto riguardo l’attività vaccinica nel 1822, riportato nel settimo volume della Biblioteca vaccinica del 1823, diede conto di 103.079 vaccinazioni nelle varie province del Regno, quasi il triplo rispetto alle circa 40.000 degli anni precedenti. L’andamento restò crescente nei decenni a seguire, diversamente dal vicino Stato Pontificio, dove l’obbligo, imposto nel 1822, fu ritirato nel 1824.
A quel tempo il metodo di vaccinazione internazionale era quello scoperto in Inghilterra, ovvero la vaccinazione umanizzata, consistente nell’inoculare più persone con la linfa vaccinica recuperata dalle pustole del braccio di un uomo affetto dal vaiolo più blando di origine bovina. Ma a Napoli, nel 1801, era stato inventato un metodo alternativo, la vaccinazione animale, per la quale l’inoculazione avveniva con la linfa vaccinica recuperata direttamente dalle pustole sulle mammelle bovine.
L’esistenza di due metodi, anche se uno conosciuto solo a Napoli, equivaleva a dire che esistevano due vaccini diversi, e quello napoletano era non solo più efficace ma anche più sicuro. Con la vaccinazione umanizzata all’inglese le proprietà immunizzanti della linfa vaccinica si affievolivano dopo numerosi passaggi da uomo a uomo, e la pratica provocava facilmente l’insorgenza di sifilide, epatite e tubercolosi. Con la vaccinazione animale alla napoletana, invece, la linfa vaccinica assicurava l’immunizzazione e, non essendo contaminata da germi umani, eliminava il problema della trasmissione di malattie veneree.

Il metodo napoletano della vaccinazione animale fu reso noto alla comunità scientifica internazionale solo nel 1864, durante un convegno in Francia, quando l’Italia venne indicata come la terra della sifilide da vaccino, più di altre nazioni, per via delle epidemie verificatesi al Nord, soprattutto in Piemonte. Lì, come in Lombardia e Liguria, la vaccinazione dei bambini contro il vaiolo era stata imposta per legge solo nel dicembre del 1859, trentotto anni dopo l’obbligo di inoculazione infantile emanato a Napoli. Con quella legge, i bambini non avrebbero potuto frequentare le scuole, misura estesa a tutto il nuovo Regno d’Italia nel 1861.

Dopo il convegno francese, il vaccino animale ideato a Napoli iniziò a trovare applicazione in Francia, in Inghilterra, Germania, Belgio, Russia e poi in altri paesi, soppiantando lentamente il vaccino umanizzato, messo in forte dubbio durante lo stesso convegno. La superiorità della vaccinazione animale rispetto a quella umanizzata, in termini di efficacia e di sicurezza, si fece sempre più evidente, ma il metodo fu adottato con lentezza nello stesso Regno d’Italia, se è vero che alla vigilia della legge del 1888, con cui la vaccinazione antivaiolo fu riorganizzata in modo più organico e resa obbligatoria per tutti i nuovi nati, la vaccinazione animale risultava ancora estesa soprattutto nell’Italia meridionale. Secondo notizie raccolte dalla Reale Società Italiana d’Igiene, ai primi posti per numero di comuni in cui si praticava l’innesto di linfa vaccinica ricavata dai bovini vi erano Calabria, Campania e Puglie, in proporzione pressoché doppia rispetto a Lombardia e Veneto e quadrupla rispetto ai fanalini di coda Piemonte e Sardegna.La vaccinazione umanizzata fu definitivamente abbandonata a inizio Novecento per procedere esclusivamente con la vaccinazione sicura ed efficace, quella animale made in Naples, con cui l’umanità si avviò alla trionfale vittoria contro il vaiolo. L’aggiunta di glicerina, introdotta negli anni Cinquanta per diminuire ulteriormente la carica batterica, unitamente ai progressi della microscopia e della metodologia di conservazione degli antidoti, contribuì sostanzialmente alla campagna avviata nel 1966 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’eradicazione definitiva della malattia, ufficialmente decretata nel 1980, a tre anni dall’ultimo caso diagnosticato in Somalia. Un anno più tardi, l’Italia revocò l’obbligo di vaccinazione contro il non più terrificante vaiolo, ormai sconfitto. Un risultato straordinario se si considera che si trattava, e si tratta tuttora, della più diffusa e devastante tra le malattie dell’uomo, capace di uccidere e far soffrire miliardi di persone, e attualmente l’unica debellata. Un risultato reso possibile dal prezioso contributo della medicina napoletana, modello di un’attenta politica di vaccinazione nell’Europa dell’Ottocento.Scommetto che non ne avevate mai sentito parlare, vero?

Quanto evidenziato è solo la sintesi di uno degli argomenti del mio prossimo libro.
Leggerete, se vorrete.

Promozione Estate

È proprio d’estate che oltre un italiano su due ha intenzione di leggere almeno un libro. Un dato confortante, più alto rispetto alla media di lettura nel corso dell’anno. C’è più tempo a disposizione per sé, e la lettura favorisce il relax.Io, a chi ancora non ha letto qualche mio titolo, faccio invito di approfittare della promozione estiva, prima che arrivi in libreria la mia quinta fatica. Perché la lettura non teme il caldo.

info: staff_angelo_forgione@email.it

(offerta non valida in libreria)

Ferdinando di Borbone, protettore della cultura d’Europa

il Ferdinando di Canova al MANN

Angelo Forgione Ancora oggi Ferdinando di Borbone viene definito “il Re lazzarone”. Quando lo si dipinge come un rozzo sovrano, solo perché profondamente napoletano e capitato sul trono nell’epoca dei Lumi e delle rivoluzioni, e perché così la tradizione patriottica ce l’ha presentato. E invece, pur mancandogli l’approfondimento dello studio, non gli fece affatto difetto l’intuito per ingrandire la dimensione culturale di Napoli, portandovi la parte marmorea della Collezione Farnese da Roma, rendendo pubbliche tutte le raccolte artistiche private di famiglia, istituendo il primo museo dell’Europa continentale e stimolando la crescita artistica di Napoli.
Gli incoraggiamenti all’arte concessi dal “Re lazzarone” furono tanti e incontrarono convinti elogi nei vari territori italiani, tra cui quello del letterato lombardo Carlo Castone della Torre di Rezzonico, che in una corrispondenza di fine Settecento commentò la realizzazione della scultura “Adone e Venere” di Canova per il marchese napoletano Francesco Berio, per la quale Ferdinando concesse l’esenzione del dazio doganale per l’importazione dell’opera dallo Stato Pontificio, e riconobbe alla capitale borbonica un insuperabile patrimonio classico, accresciuto negli ultimi anni:

“[…] non vi sarà discaro […] il sapere in qual pregio tengasi dall’illuminato governo un’opera sì bella, e quali facilità si concedano, e laudi, ed incoraggiamento a facoltosi personaggi, che con illustri monumenti cospirano a volgere quella deliziosissima capitale in un’Atene novella, avvegnacchè per quelli dell’antichità possa di già entrare in contesa coll’istessa Roma.”

Canova scolpì lo stesso Ferdinando in un’enorme statua per accogliere i visitatori del Museo borbonico, e lo rappresentò proprio nelle vesti di Minerva, protettrice delle arti con l’elmo della saggezza in capo, allegoria in onore di un sovrano che, raggruppando le collezioni di Antichità, aveva lanciato l’immagine neoclassica di Napoli, veicolando il messaggio borbonico di protezione delle arti e della tutela dell’antico in una cornice, quale quella del prestigioso museo, che rappresentava il contributo decisivo di Napoli e dei Borbone, Carlo e Ferdinando, per la formazione della cultura classica in Europa e oltre. L’uno stimolò l’archeologia e l’altro la raccolta artistica, assicurando gran prestigio internazionale alla Città. Al padre, ben più magnificato del figlio, il merito enorme dei musei a cielo aperto, le città antiche riportate alla luce. Al figlio, quello di aver compiuto l’atto più colto nell’Europa di fine Settecento con la volontà di assegnare ai napoletani le collezioni di famiglia e di creare un museo che è ancora oggi il massimo riferimento culturale dell’antica capitale, l’esposizione di arte classica più bella e importante del mondo.
E cosa fecero i veri zotici, quelli del regno dei Savoia, quando conquistarono Napoli? Rimossero la colossale scultura dalla nicchia che la ospitava sullo scalone del Museo e la nascosero in un ambiente secondario, facendo uno sgarbo enorme anche alla memoria di Canova. Sulle pareti della scalinata fecero apporre delle epigrafi, alcune proprio contro colui che aveva voluto il museo stesso e altre di esaltazione di Giuseppe Bonaparte, Murat, Garibaldi e Vittorio Emanuele II.
Il ritorno della preziosa statua al suo posto è avvenuto solo nel 1997, per volontà di un impavido sovrintendente ai beni archeologici, Stefano De Caro, deciso a rendere giustizia tanto all’artista più celebrato tra fine Settecento e primo Ottocento, che a Napoli scoprì la devozione per l’Antico e così divenne il più grande scultore neoclassico, quanto all’artefice iniziale del più grande e più importante contenitore di arte classica d’Occidente. E lo chiamano ancore “lazzarone”.

L’inganno Nazionale

Angelo Forgione L’Italia di Mancini entusiasma agli Europei dopo le vacche magre della gestione Ventura, e i tifosi si appassionano tutti, da Nord a Sud. Persino Matteo Salvini, da sempre tifoso contro, è magicamente diventato tifoso degli Azzurri, anche se non casualmente indossa la maglia in versione verde.Effetto Nazionale, che nei percorsi vincenti genera euforia e crea un inganno, quello dell’unione del Paese, nascondendo le divisioni economiche e le cattive pulsioni territoriali, ma anche tutti i guasti dello stesso movimento calcistico italiano, vedi Calciopoli 2006.
È una forma di incoerente patriottismo a corrente alternata che si manifesta quando si svolgono le grandi competizioni internazionali per nazioni, in tutti gli sport. Un falso patriottismo a tempo che, quando si tratta di pallone, dura 90 minuti più recupero ed eventuali supplementari e rigori. Poi l’euforia e l’inganno si spengono e tutto torna alla realtà, almeno fino al prossima partita, sperando che non interrompa il campionato. Con buona pace dei meridionali, figli di quella parte marginalizzata ma non marginale della Penisola, la fu Magna Graecia dove è nata la civiltà italica e dalla quale proviene il nome Italia, che in tempi antichi fu la parte meridionale della Calabria.
E non venitemi a dire che le differenze territoriali si annullano quando gioca l’Italia. Non provate a sostenere che l’incultura discriminatoria, esistente in Italia, riguardi solo il tifo sportivo, perché altrimenti Riccardo Muti, salito giovane e sconosciuto da Napoli a Milano negli anni Sessanta, non sarebbe stato chiamato “il terrone” negli anni trascorsi tra le mura di un istituto culturale qual è un conservatorio, nella fattispecie meneghino.
No, non chiedetemi di slegare lo sport dal contesto sociale di cui è espressione solo perché l’Italia di Mancini vi sta facendo divertire dopo tante restrizioni pandemiche. L’oppio calcistico non lo fumo più dai tempi dell’indignazione nazionale per le porcherie di Calciopoli spenta dalla vittoria della Nazionale di Lippi, e lucidamente vi risponderei in terza persona citando un passaggio della prefazione scritta per il mio Dov’è la Vittoria dal maestro Oliviero Beha, uno che non slegava lo sport dal contesto sociale di cui è espressione:

“Lo “screanzato” Forgione ha fatto benissimo a osare. È un libro che ha diritto di cittadinanza tra quelli che finora raramente sono stati capaci di intrecciare il Calcio con la società che lo contiene e di cui è espressione macroscopica. Mi sarà e vi sarà utile prima come lettura e poi come consultazione, tra le molte cose che si dimenticano e quelle che si ignorano. Perché in realtà al centro del libro e della realtà che dispiega non c’è la palla, bensì noi stessi”.


interventi tratti dalla rubrica “Punto Nuovo Sport Show” (Radio Punto Nuovo)