
Angelo Forgione – Il 15 giugno 1926, il Governo Mussolini, con il Regio Decreto n. 1195, approvava la convenzione che riconosceva alla Banca d’Italia l’esclusiva sul servizio di emissione delle banconote. Fino ad allora, e dal 1866, erano state legalmente autorizzate anche il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia.
La Società delle Nazioni, per fronteggiare il caos monetario del dopoguerra, aveva obbligato gli Stati Europei ad istituire le Banche Centrali. In Italia, la situazione necessitava di riordino di alcuni istituti di emissione in difficoltà, in conseguenza all’incontrollato finanziamento dell’industria e dell’impresa settentrionali, e al conseguente scandalo della Banca Romana. Nel 1893 nacque la Banca d’Italia, fondendo la Banca Nazionale del Regno d’Italia e due banche toscane. Il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia, invece, superarono la crisi brillantemente e continuarono la loro attività autonomamente.
In seguito al decreto del 1926, dunque, il Banco di Napoli perse la possibilità di stampare cartamoneta, in quel momento la più bella tra tutte le banconote in lire che il Banco di Napoli, in sessant’anni, aveva emesso, nonché le più curate e apprezzabili tra quelle delle cinque banche autorizzate, poi diventate tre.
Veramente ammirevoli quelle della serie “Uomini Illustri di Napoli”, una delle più accurate che la storia della cartamoneta possa vantare, emessa dal Banco dal 1909, una volta constatato che i biglietti emessi in precedenza, benché anch’essi pregevoli sotto il profilo estetico, erano stati fatti oggetto di numerose falsificazioni.
Mentre le emissioni degli altri istituti raffiguravano regnanti e uomini politici, quelle del Banco di Napoli presentavano artisti, scrittori ed intellettuali partenopei di rilievo mitteleuropeo (Salvator Rosa, Torquato Tasso, Gaetano Filangieri e Giovan Battista Vico), inaugurando un criterio estetico che venne poi ricalcato, oltre mezzo secolo più tardi, della Banca d’Italia, durante gli anni della Repubblica. Sia sul fronte che sul retro, alcuni soggetti mitologici, riferimenti alla città natale dell’archeologia moderna.
I biglietti, anzi bigliettoni, da 50, 100, 500 o 1000 lire, rappresentarono al meglio la capacità tecnica e artistica della scuola grafica napoletana. Furono realizzati dalle Officine di Stampa Carte Valori Richter & C. di Napoli, che riprodussero su pregiata carta in fibra di cotone i ricercatissimi disegni realizzati da Giovanni Maria Mataloni, improntati a uno sviluppo avanzato dei canoni Liberty del tempo. Innovativa anche la sovrapposizione di tre tecniche di stampa: tipografica, calcografica e flessografica. La stampa calcografica, con matrici ad incavo, venne ripresa dalla Banca d’Italia a partire dal 1919.
Il 1.000 lire era stampato su carta bianca con un fondo policromo, grigio violaceo, e recava sul fronte l’immagine di Giovan Battista Vico nel medaglione di sinistra e la testa allegorica di Ercole (in filigrana non visibile nell’immagine) nel medaglione di destra. Il retro, su un ornato verde oliva, recava la testa di Psiche nel medaglione di destra.

Il 500 lire era stampato su carta rosa-beige e recava sul fronte l’immagine di Gaetano Filangieri a sinistra e la testa di Apollo (in filigrana non visibile nell’immagine) a destra. Il retro, su un or- nato color nocciola, recava l’immagine della testa della Medusa Rondanini.

Il 100 lire era stampato su carta azzurro chiaro e recava sul fronte l’immagine di Torquato Tasso a sinistra e la testa di Proserpina (in filigrana non visibile nell’immagine) a destra. Il retro, su un ornato rossastro, recava l’immagine di un busto virile in bronzo antico rinvenuto nella Villa dei papiri di Ercolano.

Il 50 lire era stampato su carta avorio e recava sul fronte l’immagine di Salvator Rosa sulla sinistra e la testa della ninfa Partenope (in filigrana non visibile nell’immagine) a destra. Il retro, su un ornato bluastro, l’effigie della testa di Minerva.

Con l’esclusiva di emissione alla Banca d’Italia non fu più possibile produrre i pregevoli biglietti del Banco di Napoli, che restarono utilizzabili per i pagamenti fino al 30 giugno 1927 e convertibili in biglietti della Banca d’Italia fino al 30 dicembre 1930.
Il Banco continuò comunque a emettere le fedi di credito, una cartamoneta ante litteram introdotta nel 1569 dagli antichi banchi pubblici napoletani. Si trattava di un documento cartaceo cui era riconosciuto valore di moneta, che poteva essere emesso se vi era il corrispettivo in moneta metallica, e poteva essere girato con indicazioni in merito alla causale del pagamento. Servì a combattere la diminuzione dei contanti, causata dalla falsificazione delle monete d’argento e dalla “tosatura”, ossia l’asportazione di metallo prezioso dal loro bordo, oltre al costante trasferimento di danari napoletani a Madrid.
L’attività degli otto banchi pubblici napoletani proseguì fino al 1794, allorché Ferdinando di Borbone li riunì nel Banco Nazionale di Napoli, poi ribattezzato Banco delle Due Sicilie nel 1808 da Gioacchino Murat, infine suddiviso da Ferdinando II, alla metà dell’Ottocento, in Real Banco di Napoli o dei dominî di qua dal Faro e Real Banco di Sicilia o dei dominî di là dal Faro. Con l’Unità d’Italia, i due banchi gemelli furono semplificati in Banco di Napoli e Banco di Sicilia.
I due istituti, dopo il 1861, dovettero adeguarsi al sistema monetario sabaudo. Con la legge Pepoli del 1862 la lira piemontese fu estesa a tutto il nuovo Regno d’Italia, ma le banche di Napoli e di Sicilia ottennero il privilegio di emettere banconote nel 1866, continuando a produrre le sue storiche fedi di credito, che inizialmente si differenziarono dalle banconote (con l’immagine dell’Italia turrita) per la stampa a bella posta del cavallo sfrenato, il simbolo di Napoli, sullo sfondo del Vesuvio fumante e del Golfo . Per l’incisione ci si affidò a una tra le più qualificate ditte dell’epoca, la Bradbury Wilkinson & Co. di Londra, e ne vennero fuori biglietti di alto gusto estetico (un esempio è la fede di credito da 50 lire, misure 168×98 cm, in foto).

Le fedi di credito furono emesse addirittura fino agli inizi del 2000, quando il glorioso e antico istituto napoletano, travolto dal progressivo impoverimento novecentesco del Mezzogiorno, fu assorbito dall’Istituto Sanpaolo-Imi di Torino.
Resta comunque conservata nell’Archivio Storico del Banco di Napoli e in diversi musei di settore la memoria delle banconote napoletane e di quella che per quattro secoli è stata la colonna portante del solido sistema monetario meridionale, così avanzato da attribuire a Napoli il primato in tema di conti bancari.
















