Libero si eccita per l’impennata di contagi in Campania

Angelo Forgione Renato Farina, co-fondatore insieme a Vittorio Feltri del quotidiano Libero, sullo stesso quotidiano ha detto la sua sul contagio da Covid-19 in Campania e sciorinato ipocrita altruismo in un articolo che mistifica e piuttosto semina astio, in perfetto stile Libero, appunto. Lo so, si tratta dell’ineffabile Libero, ma devo purtroppo occuparmene perché vengo ancora una volta chiamato in causa da Farina, (che evidentemente deve aver davvero apprezzato il mio Napoli Capitale Morale) unitamente a De Luca, De Magistris e Saviano.

“La ruota gira”, recita l’occhiello del suo pezzo sul cartaceo, rispolverando il canovaccio recitato la scorsa primavera del Sud razzista verso il Nord. Nella versione online, invece, si legge di “lezione a De Luca dopo mesi di sfottò”.

L’occasione per mostrare falsa solidarietà è la disponibilità offerta dal governatore Attilio Fontana a concedere il nuovo ospedale Covid della Fiera di Milano ai malati napoletani, fatto oggettivamente apprezzabile quanto lo è stato l’aiuto delle strutture del Sud, nei limiti delle proprie possibilità, ai malati del Nord quando questo era in ginocchio. Magari si capisse che è il tendersi la mano a vicenda che unisce, ma è chimera in un Paese diviso da sempre.

Farina, per togliersi qualche sassolino dalle scarpe, scrive: “Angelo Forgione, già autore di Napoli Capitale Morale, teorizzò la faccenda: «Il focolaio del Covid-19 ha avuto origine in Lombardia, causa le negligenze sanitarie, le pressioni del mondo dell’industria e l’inquinamento atmosferico. Ma il Coronavirus non ha sfondato al Sud…»”.

Sì, scrissi esattamente “il Coronavirus non ha sfondato al Sud…” e continuai così:

“… nonostante i timori, le cassandre e pure le invidie di qualche giornalaccio che a inizio marzo già esultava precocemente per il “Virus alla conquista del Sud” e per l’unità d’Italia, sperando nella presunta indisciplina dei meridionali che poi si è rivelata il solito stereotipo”.

Ma Farina si è guardato bene dal trascrivere completamente il mio periodo, perché sapeva che per cassandre e giornalacci intendevo proprio i Farina, i Feltri, i Senaldi e Libero tutto, autori di titoli e articoli intrisi di astio. Altro che solidarietà. Per quel titolaccio, il Comitato esecutivo dell’Ordine dei Giornalisti deferì Libero esprimendo “dissenso per una reiterata scelta redazionale su temi di grande rilevanza sociale”.

Ne seguirono tante altre di nefandezze scritte, finché lo stesso Feltri, furbo settantasettenne direttore editoriale della testata, in odor di espulsione dall’Ordine, non scelse di liberarsi prima di subire il provvedimento, dimettendosi e stracciando il suo tesserino così da poter continuare ad esprimere le sue opinioni in tutta libertà.

Rassicuro Farina, comunque, perché in Campania il Covid-19 sta sfondando, per così dire, con un numero di tamponi enormemente superiore a quello fatto registrare fino ad Agosto e con una carica virale molto bassa, sicuramente insignificante rispetto a quella catastrofica virulenza che al principio si abbatté sul Nord. Certo, vi è una crescita di ricoveri nella regione governata da De Luca, ma la stragrande maggioranza dei positivi è asintomatica. Su 100 persone infette solo 2 mostrano chiari sintomi Covid, questa è la media al momento. In pochi casi si ci deve confrontare con conseguenze serie o addirittura letali, e speriamo davvero che l’emergenza continui ad avere questi connotati.

Cosa voglio dire? Che purtroppo migliaia di famiglie lombarde hanno dovuto patire dolorosissimi lutti e anche solo enormi sofferenze a lieto fine a causa – lo ribadisco con forza – delle negligenze sanitarie, delle pressioni del mondo dell’industria e anche dell’inquinamento atmosferico del territorio. È una verità che conoscono anche i più onesti lombardi, cui non è mancata la solidarietà autentica dei meridionali per le sofferenze subite a causa di errori amministrativi locali. Circa 17mila vittime lombarde fin qui (in Campania meno di 500) e di tutto questo dolore ho profondo rispetto io e lo hanno avuto tutte le persone citate da Farina. Rispetto che non ha avuto Libero quando, ai principi di marzo, ha gioito per i primi contagi al Sud inneggiando anzitempo all’unità del contagio d’Italia, che solo nel corso dell’estate s’è fatta, e s’è fatta dopo gli spostamenti nelle località balneari del Centro-Sud dei meridionali e dei settentrionali in ferie, che si sono mischiati sotto il Garigliano e nelle Isole. Sarebbe stato più prudente blindare i confini regionali alla riapertura dopo il lockdown, come aveva ipotizzato Solinas, il governatore della Sardegna, suscitando l’ira del sindaco di Milano Sala, pronto a proclamare il boicottaggio lombardo dell’Isola Covid-free che è poi diventata la terra dei contagi di Ferragosto; c’era però tutta un’economia da salvare, non solo quella industriale del Nord ma anche quella turistica del Sud. 543 positivi su 1230 registrati in Campania negli ultimi sette giorni di Agosto erano persone che avevano fatto rientro in regione dopo le vacanze in Sardegna (288) e all’estero (255). Considerando poi i contagiati che ne erano entrati a contatto, si può stimare che oltre i due terzi dei positivi erano riconducibili ai viaggi fuori regione. E poi i tanti settentrionali accolti in Campania che era più facile ascoltare in giro accento nordico piuttosto che partenopeo. Così è iniziata l’impennata dei contagi anche nel territorio con più alta densità popolativa del Paese.


Che poi Farina voglia fare il Farina non mi stupisce. E pur sempre colui che, da vicedirettore di Libero, collaborò con i Servizi Segreti e pubblicò per essi notizie false in cambio di danaro, patteggiando la pena e commutando la reclusione in multa. Un giornalista deontologicamente retto come lui, sospeso dall’Ordine nel 2006, radiato e poi riammesso all’esercizio della professione nel 2014, è perfetta espressione del quotidiano che ha contribuito a fondare e sul quale esprime di fatto soddisfazione per il riscatto lombardo sotto forma di contagi in Campania. Ma quale riscatto? Qui non vi è alcuna contesa tra regioni. Qui vi è una crisi sanitaria ed economica planetaria di fronte alla quale una redazione giornalistica specula miseramente per seminare rancori e per dividere.


https://www.liberoquotidiano.it/news/commenti-e-opinioni/24805415/coronavirus-campania-focolaio-lombardia-apre-ospedali-lezione-vincenzo-de-luca-dopo-mesi-sfotto.html

Il recupero dell’Economia come pensata a Napoli nel ‘700

Angelo Forgione Torna a Firenze il Festival Nazionale dell’Economia Civile, seconda edizione di una manifestazione che si propone di ragionare seriamente sulla necessità del recupero del paradigma economico formulato a Napoli da Antonio Genovesi, titolare della prima cattedra di Economia al mondo dal 1753, che nel 1765 teorizzò in Lezioni di Economia Civile come il fine ultimo dell’economia fosse il conseguimento del bene comune, mettendo al centro il cittadino con la sua felicità, e non la politica.
Ad ospitare la manifestazione non è la patria dell’Economia Civile, Napoli, sede naturale di un evento che è invece appannaggio di Firenze e che conferma quanto ho scritto in Made in Naples nel capitolo “L’Economia Civile”, in cui già nel 2013 affermavo la bontà del paradigma settecentesco napoletano e la necessità di recuperare il Pensiero economico di Genovesi in luogo dell’Economia Politica di matrice britannica (Adam Smith):

(…) “civilizzazione” e “umanizzazione” dell’Economia, che, se fosse stata regolata come indicato e fatto nella Napoli dei Lumi, avrebbe creato reciprocità e fraternità, ispirato la vita relazionale delle persone e generato la “pubblica felicità”. Basterebbe riprendere la strada indicata da Napoli per salvare l’Italia, e non solo l’Italia; il segreto è tutto lì, e invece…

Un’economia, quella Civile, che affonda le radici nell’Illuminismo napoletano, che non è esattamente italiano. Un’economia di cui ormai parla apertamente e spesso anche Papa Francesco, fondata com’è sui principi di reciprocità, fraternità ed equità, non incivile come l’Economia Politica purtroppo imperante e tipicamente capitalista. Un’economia da riaffermare per rimettere al centro l’uomo, il bene comune, la sostenibilità e l’inclusione sociale. Un’economia che considera il profitto come mezzo e non come fine, che vuole offrire soluzioni concrete al problema occupazionale e che vuole ridurre le disuguaglianze.

160 anni fa Napoli non più capitale

Angelo Forgione 7 Settembre 1860, 7 settembre 2020. 160 anni esatti sono trascorsi dall’ingresso di Giuseppe Garibaldi a Napoli. 160 anni, cioè, da quando la Capitale, sostanzialmente, non è più tale.
In quel venerdì settembrino, a Napoli, è in pieno svolgimento la festa di Piedigrotta, la grande festa nota in tutt’Europa da quando Carlo di Borbone, nel 1744, l’ha resa festa nazionale delle Due Sicilie per celebrare la vittoria di Velletri contro gli Austriaci e ha introdotto una parata militare oltre alla sfilata dei carri allegorici. I viaggiatori del Grand Tour l’hanno vissuta e raccontata con entusiasmo. Stavolta, però, c’è distrazione e tensione. Garibaldi è salito sul treno borbonico a Salerno e viaggia verso Napoli mentre Re Francesco II di Borbone la sta lasciando per evitare sofferenze al suo popolo e sta navigando verso Gaeta, laddove organizzerà l’ultima difesa del Regno.

Garibaldi arriva in città e si autoproclama “Dittatore delle Due Sicilie”. Ad accompagnarlo c’è anche fra Giovanni Pantaleo da Castelvetrano, cappellano siciliano unitosi alla spedizione dei Mille e utilissimo per legittimare, attraverso la predicazione, l’impresa garibaldina presso le classi popolari e per favorire la coscrizione di volontari. Eppure il nizzardo è un massone, un rigidissimo anticlericale, e odia preti e uomini di Chiesa di ogni ordine e grado. Di spontaneo c’è poco di fronte ai grandi interessi enormi che lo travolgono nella sua incursione nel cattolico regno borbonico, e ben lo sanno i malviventi napoletani e siciliani di cui l’Eroe si serve per portarla a compimento. Sono proprio gli uomini della Bella Società Riformata, i modesti delinquentucoli in carriera della Napoli conquistata, a garantirne la sicurezza. Le rampanti canaglie, investite di poteri polizieschi dall’opportunista prefetto Liborio Romano, in cambio di un totale colpo di spugna dei casellari giudiziali e di lauti vitalizi, impongono la legge del più violento per sottomettere tutti i nemici dello spirito liberale e, al gran completo, accolgono Garibaldi alla strada dei Fossi, dove sorge la stazione ferroviaria. Loro a terra e i britannici nel Golfo sul legno Intrepid, di scorta al Generale sin dalla Sicilia e piazzatosi per mesi davanti al litorale di Santa Lucia, mentre il dittatore elargisce compensi e prebende ai malavitosi e promette cariche parlamentari a Don Liborio. In testa al corteo che segue la carrozza del “dittatore” figura proprio il questore capintesta “Tore ‘e Criscienzo”. Via Marina, Maschio Angioino, Largo di Palazzo (Plebiscito) con breve discorso. Poi su per la strada di Toledo fino a Palazzo Doria D’Angri allo Spirito Santo, dal quale si affaccia e ne prende possesso come dimora.
Il giorno seguente, il Generale che detesta il Papa e che ha chiamato Pionòno (Pio IX) il suo asino vuole che si verifichi il prodigio settembrino di san Gennaro in sua presenza, perché ben sa che i favori del Patrono possono assicurargli quelli del popolo partenopeo. È già accaduto sessant’anni prima, con i militari francesi a “vigilare” sul compimento dello scioglimento del sangue.
Garibaldi e i suoi trovano la Cappella del Tesoro sbarrata. Niente da fare. E allora, in serata, accompagnato dal “doppia faccia” Liborio Romano e da tutti i camorristi di guardia, incrocia la processione della Madonna di Piedigrotta e, pur di ingraziarsi i cattolicissimi napoletani, si reca al Santuario di Piedigrotta attraversando in parata la Riviera di Chiaia. Per volontà divina vengono sorpresi da un tremendo temporale che inzuppa il corteo. Quando arriva, il nizzardo si scappella davanti a tutti di fronte all’immagine della Vergine.
Tocca aspettare il 19 settembre, giorno del Santo patrono, per timbrare di rosso garibaldino il prodigio. «Il sangue deve liquefarsi e si liquefarà – urlano i predicatori garibaldini in largo di Palazzo – altrimenti a farlo liquefare ci penserà Garibaldi». E così è!

Quella dell’anno seguente è l’ultima Piedigrotta, organizzata dal luogotenente Generale Enrico Cialdini. I Savoia la cancellano nel 1862 dopo aver decretato nel Febbraio di quell’anno la soppressione di tutti i conventi e la confisca dei beni mobili e immobili della chiesa. È coinvolto ovviamente anche il santuario di Piedigrotta, i cui canonici vengono liquidati con un piccolo vitalizio.

7 Settembre 1860, 7 settembre 2020. 160 anni sono trascorsi dall’ingresso di Giuseppe Garibaldi a Napoli. 160 anni, cioè, da quando la Capitale non è più tale.
In quel venerdì settembrino, a Napoli, è in pieno svolgimento la festa di Piedigrotta, la grande festa nota in tutt’Europa da quando Carlo di Borbone, nel 1744, l’ha resa festa nazionale delle Due Sicilie per celebrare la vittoria di Velletri contro gli Austriaci e ha introdotto una parata militare oltre alla sfilata dei carri allegorici. I viaggiatori del Grand Tour l’hanno vissuta e raccontata con entusiasmo. Stavolta, però, c’è distrazione e tensione. Garibaldi è salito sul treno borbonico a Salerno e viaggia verso Napoli mentre Re Francesco II di Borbone la sta lasciando per evitare sofferenze al suo popolo e sta navigando verso Gaeta, laddove organizzerà l’ultima difesa del Regno.

[…] Ebbene, esse [le popolazioni meridionali] maledicono oggi coloro, che li sottrassero dal giogo di un dispotismo, che almeno non li condannava all’inedia per rigettarli sopra un dispotismo più orrido assai, più degradante e che li spinge a morire di fame.
Ho la coscienza di non aver fatto male; nonostante, non rifarei oggi la via dell’Italia Meridionale, temendo di esservi preso a sassate da popoli che mi tengono complice della spregevole genìa che disgraziatamente regge l’Italia e che seminò l’odio e lo squallore là dove noi avevamo gettato le fondamenta di un avvenire italiano, sognato dai buoni di tutte le generazioni e miracolosamente iniziato. […]

Il 7 settembre del 1878, diciotto anni dopo il suo ingresso dittatoriale a Napoli, Garibaldi, usato e messo da parte da Vittorio Emanuele II, scrive una lettera alla patriota milanese Adelaide Cairoli, motivandole le dimissioni dalla carica di deputato al Parla­mento e mostrandosi pentito del suo apporto alla causa piemontese-lombarda in alcuni significativi passaggi:

[…] Ebbene, esse [le popolazioni meridionali] maledicono oggi coloro, che li sottrassero dal giogo di un dispotismo, che almeno non li condannava all’inedia per rigettarli sopra un dispotismo più orrido assai, più degradante e che li spinge a morire di fame.
Ho la coscienza di non aver fatto male; nonostante, non rifarei oggi la via dell’Italia Meridionale, temendo di esservi preso a sassate da popoli che mi tengono complice della spregevole genìa che disgraziatamente regge l’Italia e che seminò l’odio e lo squallore là dove noi avevamo gettato le fondamenta di un avvenire italiano, sognato dai buoni di tutte le generazioni e miracolosamente iniziato. […]

per approfondimenti:
Napoli Capitale Morale
Made in Naples

Franceschini tra il dire e il fare

Angelo Forgione Dario Franceschini, che va dicendo che «non c’è regione al mondo che abbia lo stesso potenziale culturale della Campania» e che «Napoli, se investe in cultura, è destinata a tornare una delle capitali mondiali del turismo, con tutto il patrimonio che ha», ci spiega che senso hanno gli interventi nazionali e comunitari di coesione (PON e FSC), utili a promuovere lo sviluppo e l’adeguamento strutturale delle regioni del Mezzogiorno in ritardo, se poi con il Piano Strategico “Grandi Progetti Beni Culturali del Ministero dei Beni Culturali si è creato un intervento di investimenti statali concentrati al Centro-Nord?
Da poco approvati 11 progetti per la nascita di nuove realtà culturali e al consolidamento di altre esistenti. Complessivi 103 milioni e rotti, di cui solo 3 al Sud (Parco e Museo Archeologico a Sibari), a fronte degli oltre 100 per il Centro/Nord. Per quanto riguarda il circuito della grandi città d’arte, 51 milioni a Roma, 20 a Venezia, 16.5 a Firenze e 0 spaccato a Napoli.
Ma quale gap vogliamo colmare se da un parte si mette e da un’altra si leva?

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Beirut come Napoli nel 1943

Angelo Forgione Vedo e rivedo l’enorme deflagrazione nel porto di #Beirut, roba da film che è purtroppo realtà. Tutto polverizzato nel raggio di centinaia di metri e decine di disgraziate vittime. Ma che triste destino per una bellissima capitale di cultura qual è Beirut.
Si è ripetuto in qualche modo quanto accaduto al porto di Bari il 9 aprile 1945 per l’esplosione della nave “Charles Henderson”, ma soprattutto a Napoli il 28 marzo del 1943, giorno tragico dell’esplosione della motonave “Caterina Costa”, attraccata nel porto con ben 800 tonnellate di carburante, 1700 di munizioni e decine di carri armati a bordo destinati a rifornire le forze armate italiane in Tunisia. Prima l’incendio, chissà se provocato dolosamente, e poi, improvvisa, la terribile deflagrazione che fece sprofondare il molo e rase al suolo tutti gli edifici del quartiere attorno lo scalo marittimo, spezzando improvvisamente la vita a ben 600 persone e ferendone altre 3000. Un fungo altissimo verso il cielo e lo spostamento d’aria fecero piombare lamiere e detriti vari in tutta la città, oltre le colline del Vomero, Posillipo e Capodimonte. Dopo mesi si contarono altre centinaia di morti, molti dei quali per complicazioni polmonari dovute all’inquinamento atmosferico.
Insomma, un incubo ad occhi aperti, proprio come a Beirut, città in qualche modo sorella alla quale, senza retorica, va il mio pensiero.

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Quel giorno d’agosto di 94 anni fa in piazza Carità

stemmi_calcio_napoliAngelo Forgione Sì, lo so, ci risiamo. Al primo giorno d’agosto io continuo ad avvertire che il Calcio Napoli è nato nell’agosto del 1922 e il mondo azzurro continua ovviamente a festeggiare la data convenzionale del 1 agosto 1926. Siamo alle 94 candeline, ufficialmente, ma in realtà gli anni sono 98.
Club nato come Internazionale Naples Foot-Ball Club 1922, abbreviato in Internaples, e poi semplicemente ridenominato Associazione Calcio Napoli nell’agosto del 1926 per compiacere il regime fascista con una gradita italianizzazione. Nel giugno del 1964 il cambio in Società Sportiva Calcio Napoli.
D’altronde, con la Carta di Viareggio emanata il 2 agosto 1926, fu l’Internaples ad essere ammesso dal Coni fascista alla Divisione Nazionale. Se l’A.C. Napoli fosse stata fondata “ex novo”, non avrebbe potuto partecipare al massimo campionato ma sarebbe partita dalla Terza Divisione Campana.
Il facoltoso Giorgio Ascarelli era già presidente dall’agosto del 1925, quando la precaria situazione finanziaria dell’Internaples aveva convinto Emilio Reale, primo presidente, a cedergli il club così da garantire più sicurezza economica al club.

ascarelli

piazza_carita_acnapoliChe poi, il cambio di denominazione non avvenne neanche in quel primo giorno d’agosto ma nel venticinquesimo, come testimonia un articolo de Il Mezzogiorno del 26-27 agosto 1926, dove si informava che l’assemblea dei soci del 25 agosto aveva formalizzato un cambio di nome: da Internaples Foot-Ball Club, appunto, ad Associazione Calcio Napoli.
Quella riunione non si tenne nemmeno al ristorante D’Angelo, come qualcuno narra, ma nella sede sociale di piazza Carità, presso il palazzo Mastelloni. L’insegna dell’Associazione Calcio Napoli è ben visibile in una foto d’epoca dello slargo, in cui si trovava il monumento a Carlo Poerio poi spostato nel 1939 in piazza San Pasquale a Chiaia.

Non si comprende da dove sia venuta fuori la data del 1 agosto, riferendosi peraltro a una fondazione che non fu. Facile che qualche storico/giornalista abbia commesso per primo l’errore, e tutti gli siano andati dietro acriticamente.
Il fatto è che una narrazione imprecisa, ripetuta continuamente, diventa ufficiale, come dimostra la falsa datazione della nascita della pizza margherita.

Ma voi non date troppo conto alle mie ricostruzioni e fate gli auguri alla SSC Napoli, che sempre in agosto fu. L’importante, alla fine, è che il club scalci come il Corsiero del Sole, il suo primo simbolo, che poi è quello della città sin dal XIII secolo: il nobilissimo cavallo imbizzarrito significante l’indomito e sfrenato popolo napoletano.

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per approfondimenti: Dov’è la Vittoria, A. Forgione (Magenes)

SOS Centro storico di Napoli patrimonio Unesco

Angelo Forgione Il Centro Storico di Napoli, patrimonio UNESCO, è un unicum di valore inestimabile per significati e per ricchezza monumentale ed edilizia, ma si sta sgretolando nella sostanziale indifferenza generale.
Con Antonio Pariante del Comitato Civico di Portosalvo e la restauratrice Isabella Fiorentino, ho accettato l’invito di Maria Muscarà, consigliera regionale del M5S, a denunciare i ritardi degli interventi del Grande Progetto UNESCO, 27 interventi complessivi nel perimetro dell’antico insediamento greco-romano di Neapolis, che avanzano – si fa per dire – con spesa rendicontata dal Comune di Napoli al 18 aprile 2019 di circa 15 milioni, pari al 15% del totale delle risorse disponibili.
Consiglio di prestare attenzione al video. Questa è la nostra denuncia, non senza proposta: un garante civico per il controllo dei fondi e dell’esecuzione dei lavori per il restauro delle opere architettoniche ed artistiche di Napoli e della Campania.

 

L’eterna impalcatura senza lavori dove sei anni fa moriva Salvatore Giordano

galleria_ingresso_toledo_1Angelo Forgione Sono trascorsi sei anni dalla tragedia che ha travolto Salvatore Giordano, il quattordicenne napoletano colpito da un grosso frammento staccatosi dal frontone della monumentale Galleria Umberto I di Napoli, sul lato di via Toledo. Una tragedia annunciata dalle tante segnalazioni di crolli che si erano ripetute per anni prima dell’evento luttuoso ma sottovalutate da Comune e condomini. Il fatto è che la Galleria è privata e frammentata in più amministrazioni condominiali, che avrebbero dovuto osservare l’atto di riparto datato 1890 e provvedere periodicamente alla manutenzione interna ed esterna. Secondo l’articolo 24 del suddetto atto, il Municipio ha la facoltà di richiedere l’adempimento e, in caso di inadempienza, di eseguire i lavori in danno. Ma il Comune di Napoli era (ed è) alla canna del gas e allora nessuno mise mano alla tasca per sistemare quella porzione di Galleria.

galleria_ingresso_toledo_2È inaccettabile che i genitori di Salvatore attendano ancora giustizia, con il timore della prescrizione delle responsabilità. Tutto bloccato nell’accertamento delle colpe, così come nel ripristino del decoro di quella facciata della Galleria Umberto I, che versa esattamente nelle medesime condizioni di quel triste 5 luglio di sei anni fa. Nulla è stato fatto, a parte le impalcature che da allora furono innalzate. I napoletani, ormai, si sono abituati all’indecente catafalco, e i turisti credono magari che si tratti di una situazione momentanea, ma la realtà è che i lavori, lì, non sono mai davvero partiti per un contenzioso tra Comune e condomini. Ognuno dice che i lavori spettano all’altro, e di operai non se ne vedono. In ogni caso, così come prima del 2014, ancora oggi l’ente municipale non opera i lavori in danno, e l’ingresso resta indegnamente ingabbiato, mostrando il peggior volto dell’immobile e incurante popolo napoletano.
Nel frattempo altri pezzi si sono staccati, fortunatamente senza conseguenze solo perché rimasti “intrappolati” nell’eterne lamiere arrugginite. Ad oggi, il timpano superiore è ancora in condizioni di degrado preoccupante, come si evince dalla fotografie scattate lateralmente.

galleria_ingresso_toledo_3Stiamo parlando di un bene monumentale che dovrebbe stare a cuore a tutti, e invece resta tristemente impresentabile, anche considerando lo scempio del restauro parziale e inorganico operato all’interno. Squallida fotografia di una città che non spende neanche i fondi per il grande progetto Unesco, che prevede dal 2007 una serie di restauri e ristrutturazioni di monumenti e strade nel perimetro dell’antico insediamento greco-romano di Neapolis conosciuto come centro antico. Si tratta di un programma di iniziali 400 milioni poi ridotti a soli 100, già troppo pochi per un centro storico come quello di Napoli. Dopo più di dieci anni dall’avvio, la spesa rendicontata dal Comune di Napoli al 18 aprile 2019 aveva raggiunto circa 15 milioni, pari al 15% del totale delle risorse disponibili.
Inammissibili situazioni che umiliano la bellezza di una città unica (lo hanno sancito l’Unesco e l’Icomos) e offendono la memoria delle vittime dell’incuria.

La piazza più grande d’Italia? È a Caserta

piazza_reggia_caserta

Angelo Forgione 130mila metri quadri di prato con tre viali che verticalizzano sul portico/cannocchiale ottico della Reggia di Caserta. È l’antica piazza d’armi, oggi piazza Carlo di Borbone, un’ellisse progettata da Luigi Vanvitelli nella seconda metà del Settecento come piazza totalmente recintata per le parate e sistemata dal figlio Carlo nel primo Ottocento.
È la piazza più grande d’Italia, a prescindere dalla funzione pubblica che ricopre. Dietro, tre piazze di Milano, ovvero piazza Castello (95mila mq), largo Marinai d’Italia (78mila mq) e piazza della Repubblica (73mila mq), inframezzate dalla terza piazza più ampia della Penisola: Prato la Valle a Padova (88mila mq). Chiude la top 6 il largo più grande di Napoli, che non è il noto Plebiscito bensì la piazza Garibaldi (70mila mq). L’antico Largo di Palazzo, infatti, è sì il più bello e famoso dell’ex capitale partenopea ma solo il quarto spazio cittadino per estensione. “Soli” 25mila mq, circa un quinto dell’immenso piazzale casertano, costruito per volontà sovrana dei Borbone di Napoli quando Caserta, sostanzialmente, non c’era. Sorse disordinatamente a sud della Reggia senza seguire i dettami urbanistici che lo stesso Vanvitelli aveva pensato e disegnato nel progetto generale. E state certi che sarebbe stata bellissima.

Piazze italiane oltre i 20mila mq di estensione
1) Piazza Carlo di Borbone – Caserta (130.000 mq)
2) Piazza Castello – Milano (95.000 mq)
3) Piazza Prato la Valle – Padova (88.600 mq)
4) Largo Marinai d’Italia – Milano (78.500 mq)
5) Piazza della Repubblica – Milano (73.500 mq)
6) Piazza Garibaldi – Napoli (70.000 mq)
7) Piazza del Campo del Palio – Asti (66.000 mq)
8) Spianata del Foro Italico – Palermo (62.500 mq)
9) Piazza Dante – Livorno (59.000 mq)
10) PIazza Vittorio Emanuele II – Roma (55.000 mq)
11) Piazza del Colosseo – Roma (45.500 mq)
12) Piazza dei Cinquecento – Roma (45.000 mq)
13) Piazza del Municipio – Napoli (42.000 mq)
14) Piazza Castello – Torino (35.000 mq)
15) Piazza san Giavanni in Laterano – Roma (33.000 mq)
16) Piazza Mercatale – Prato (33.000 mq)
17) Piazza Vittorio Veneto – Torino (31.000 mq)
18) Piazza d’Azeglio – Firenze (30.000 mq)
19) Piazza Duomo – Milano (28.500 mq)
20) Piazza Mercato – Napoli (28.000 mq)
21) Piazza Libertà – Salerno (27.000 mq)
22) Piazza del Plebiscito – Napoli (25.500 mq)
23) Piazza Bra – Verona (25.000 mq)
24) Piazza Duccio Galimberti – Cuneo (24.000 mq)
25) Piazza della Magione – Palermo (22.200 mq)

 

Sciagurati tifosi in sciagurata politica

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Angelo Forgione Il Napoli vince la Coppa Italia della “rinascita” ma scoppiano le sterili polemiche per i festeggiamenti dei tifosi nelle strade del capoluogo campano. Strumentali quelle di Matteo  Salvini, che tuona dopo aver portato migliaia di persone in piazza a Roma per la sua propaganda di centrodestra, per non parlare dei gilet arancioni di Pappalardo a Milano e senza dimenticare gli assembramenti per le celebrazioni repubblicane del 2 giugno, per l’inaugurazione del ponte di Genova, per l’arrivo a Ciampino di Silvia Romano e via discorrendo. E ora ce la vogliamo prendere con una folla di tifosi festanti? Le folle sono veementi, indisciplinate, e non si arginano (se non con l’Esercito e la Polizia antisommossa), semmai si prevengono, magari con appelli ripetuti. Non ne è stato fatto alcuno prima della finalissima di Roma. Nessuno, nei quattro giorni che hanno preceduto il match, ha sensibilizzato gli juventini d’Italia e i napoletani di Napoli a festeggiare in casa la vittoria, e non veniteci a dire che era implicito. Non lo era, perché il lockdown è finito da un pezzo.
In tempo di strette misure del calcio anticovid, nel quale nessuno può accedere agli spalti degli stadi, il ministro dello sport Spadafora ha suggerito che, prima di riprendere il campionato, si ripartisse con la Coppa Italia in palio per le quattro squadre più tifate d’Italia, così da creare audience televisiva e interesse mediatico. La competizione della ripresa ha così assunto il valore di un torneo post Covid d’élite, pronto a far esplodere l’eccitazione sopita dei tifosi. Nessuno ha pensato alla conseguenza di far disputare subito la finale della Coppa Italia, che invece, per evitare il rischio di affollamenti in tempo di verifica della contagiosità del virus, sarebbe stato opportuno posticipare il più possibile. Anzi, per non correre rischi del genere, oggi o tra un mese e mezzo, non si sarebbe dovuto proprio riprendere. Si è ripreso per salvare capra e cavoli del calcio sul lastrico? Bene. Il destino ha voluto che vincesse il Napoli, i cui tifosi non sono certo freddi e nordici, e vivono nel Sud a basso contagio, in una città che l’emergenza la vive solo di riflesso e che paga pesantemente gli errori altrui. Ed ecco che è venuta fuori la prevedibile festa-sfogo, perché quella dei napoletani era esattamente probabile, e sono saltate pericolosamente tutte le norme di distanziamento sociale. Era meglio evitarlo in qualche modo, ma da lassù si è pensato solo a tamponare le perdite del calcio e agli ascolti televisivi, “colorando” gli spalti tristi dell’Olimpico di tifosi virtuali ma ignorando che esistono i tifosi in carne e ossa, senza i quali non esiste il calcio. Magari qualcuno pensava di risolvere il problema riempiendo anche le strade di Napoli di scintillanti e algidi pixel.