L’assassinio di Umberto I, il re dell’Italia affamata

Angelo Forgione – Il 29 luglio del 1900, a Monza, Umberto I di Savoia, dopo anni di sofferenze del popolo italiano, veniva colpito a morte da tre colpi di rivoltella sparati da Gaetano Bresci, un giovane anarchico, emigrato per necessità di lavoro in America e sorteggiato per tornare appositamente per assassinare il Re d’Italia, il quale di attentati falliti ne aveva superati indenne già tre, anche se la storiografia ne conta solo due. Il primo, il meno noto, era avvenuto a Foggia il 16 novembre 1878, quando l’internazionalista Alberigo Altieri aveva tentato di lanciarvisi contro, braccato in tempo. Il giorno seguente, un nuovo attentato a Napoli: Giovanni Passannante, anarchico repubblicano di provenienza lucana, si era scagliato verso la carrozza reale con un piccolo temperino in pugno. Il Re era riuscito a sottrarsi al fendente e aveva fatto arrestare l’aspirante regicida. Passannante, soggetto ad interrogatorio, aveva dichiarato che con il suo gesto aveva provato a riscattare lo stato di disgrazia in cui era stato ridotto il Mezzogiorno dai liberali che, a suo dire, avevano tradito gli ideali risorgimentali per ricoprire ruoli importanti ed arricchirsi.
Umberto I di Savoia, dopo richieste di grazia, aveva poi commutato la pena in ergastolo ma imposto il cambio del nome della cittadina di Passannate, da Salvia a Savoia di Lucania, come ancora si chiama, e sottoposto il condannato a un’aspra ed esemplare vendetta, delle più tremende: reclusione in isolamento nella torre costiera di Portoferraio d’Elba, letteralmente sepolto vivo in una umida e lugubre cella di un metro e cinquanta centimetri di altezza posta sotto il livello del mare, zavorrato a una corta catena, pesante una ventina di chilogrammi. Così, intombato, era rimasto per due interminabili anni, fino alla malattia fisica e mentale. Altri otto, a seguire, li aveva trascorsi recluso sopra il livello marino, nella stessa torre, in precarie condizioni di salute e di igiene, fino al manicomio e alla morte, alla soglia dei 61 anni. Questo spettava a chiunque avesse espresso la rabbia per la miseria e le tasse al Sud, e per chi avesse rimarcato il crescente disagio sociale dell’Italia da poco unita.
Il 22 aprile 1897, il sovrano aveva subito un terzo attentato, stavolta a Roma, nel cuore politico della nazione. Come Passannante, l’anarchico laziale Pietro Acciarito si era mescolato tra la folla all’ippodromo delle Capannelle e si era lanciato verso la carrozza reale, armato di coltello. Ancora una volta, il Re aveva schivato l’offensiva e ne era uscito illeso. Anche per Acciarito una rigida pena all’ergastolo con gravi conseguenze per la salute mentale dell’aspirante regicida.
Poco più di tre anni e toccò dunque a Gaetano Bresci. E se nei primi tre attentati le lame non erano andate a segno, i colpi di rivoltella al polmone e al cuore de Re non lasciarono scampo. Umberto I pagò con la vita il conferimento della Croce di Grand’Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia e la carica di senatore al generale Fiorenzo Bava Beccaris, il cosiddetto “macellaio di Milano”. La crisi sociale in cui era piombata l’Italia dei Savoia non era più esclusività del Sud ma aveva sfiorato persino la rampante Milano, anche se non in maniera paragonabile a Napoli, ove il pane costava anche 60 centesimi al chilo, mentre negli spacci lombardi toccava quota 35. E così, a maggio del 1898 era scoppiata la protesta popolare all’ombra del Duomo, la “rivolta dello stomaco”, spenta con durezza dall’assedio delle forze armate. Uno scontro impari, affogato nel sangue di centinaia di cittadini dai cannoni di Bava Beccaris, il quale, per la sanguinaria repressione, ebbe le cariche istituzionali in nome del “grande servizio reso alle istituzioni e alla civiltà”.
Gaetano Bresci, non appena ucciso il Re, dichiarò di aver voluto vendicare le vittime delle repressioni e l’offesa della decorazione al generale Bava Beccaris. Qualche mese dopo fu trovato impiccato alla grate della sua cella al carcere di Santo Stefano.

(per approfondimenti: Napoli Capitale Morale (Magenes, 2017)

Una petizione per il Belcanto e l’Opera lirica patrimonio immateriale Unesco

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Angelo Forgione – Parte la petizione mondiale per il Belcanto e l’Opera lirica patrimonio immateriale dell’umanità Unesco, iniziativa della fondazione Univerde di Alfonso Pecoraro Scanio, già artefice del riconoscimento per l’Arte dei pizzaiuoli napoletani.
La terza firma in assoluto è la mia, e pure la grafica ufficiale dell’iniziativa, che girerà il mondo con il Real Teatro di San Carlo sullo sfondo. Perché si tratta del gran teatro che, ricalcando la pianta del più piccolo Teatro Nuovo di Napoli, ha fatto da modello alla Scala di Milano, aprendo la strada a tutti i teatri a ferro di cavallo nel mondo; perché sono in Italia i più importanti teatri lirici del mondo e a Napoli quello più antico; perché tutti i più noti cantanti lirici conoscono le arie più famose italiane, ma anche canzoni napoletane come ‘O Sole mio, eseguite in tutti i repertori del mondo; perché gli istituti di formazione musicali nel mondo prendono da Napoli il nome di “Conservatorio”.

Per firmare la petizione online clicca qui

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La storia del Teatro, dell’Opera, della Musica Sacra e della Canzone, di cui Napoli è protagonista, la leggete su Made in Naples (2013) e su Napoli Capitale Morale (2017)

Un museo della pizza a Napoli?

Angelo Forgione – Annunciato un “museo della pizza” a New York che – si legge nel comunicato – “consentirà ai visitatori di conoscere la storia della pizza ricostruendone l’origine e la diffusione in tutto il mondo”.
Nulla contro, ma sono davvero curioso di sapere se i newyorchesi, che spesso si affannano a rivendicare la paternità della pizza, racconteranno che la pizza non è un simbolo del capitalismo americano ma prodotto del socialismo napoletano, e che diventa a Napoli, e nel Settecento, quel che è oggi. Lo diranno loro come si chiamava il primo pomodoro che finì sul disco di pasta, rendendolo rosso? E da dove nasceva, visto che quello che portarono i conquistadores spagnoli era ben diverso? E lo diranno loro quando nasce la pizza delle pizze, cioè la “margherita”, come non fanno neanche gli stessi napoletani? E ancora, racconteranno che la prima pizzeria al mondo è Port’Alba, nel 1738? Sicuramente divulgheranno che la loro prima pizzeria, Lombardi’s, del 1905, nella Little Italy di Manhattan, era dell’emigrante napoletano Gennaro Lombardi.
Confido nella conoscenza della storia della pizza da parte degli storici americani, e ritengo necessario un museo della pizza anche nella città della pizza, Napoli, soprattutto alla luce della crescita del turismo, sia straniero che italiano, nel capoluogo campano.
Qualcosa pare muoversi, ma c’è bisogno che gli artisti pizzaiuoli napoletani, insigniti del riconoscimento Unesco, facciano squadra. È arrivato il momento di raccontare davvero la pizza, perché fin qui non è stato fatto per bene e i napoletani stessi gustano la loro pietanza tipica senza sapere bene cosa si porta dietro.

Juventus-Napoli, chi è obbligato a vincere?

Allegri e Sarri. Chi è davvero ossessionato dallo scudetto? Chi scarica le pressioni su chi? Ne ho parlato nel salotto della trasmissione sportiva In Casa #Napoli (Piuenne) per chiarire il perché, nel duello scudetto, la pressione è, in realtà, tutta sulle spalle della Juventus. Bianconeri per il dovere, azzurri per il colpo di stato. E l’allenatore del Napoli, con la sua risposta serena al suo collega, ha fatto intendere proprio che l’ossessione è di chi deve vincere per forza anche il settimo tricolore, non di chi sogna di strapparglielo.

Addio a Giuseppe Galasso, grande storico ma non acuto meridionalista

Scompare Giuseppe Galasso. Napoli e l’Italia perdono un grande storico, figura d’alto profilo del mondo intellettuale nazionale. Tuttavia, della sua lezione non tutto è da promuovere. La sua visione della Questione meridionale, poco moderna, soffriva di una visione liberale di retaggio risorgimentale. Del resto, da Presidente della Società di Storia Patria, non poteva che essere uno schierato risorgimentalista.

Il ricordo a La Radiazza (Radio Marte).

 

Napoli Capitale Morale a Mattina 9

Due chiacchiere con Claudio Dominech su Napoli Capitale Morale e, più in generale, su Napoli, il Sud e l’Italia a ‘Mattina 9’ (Canale 9 Napoli).