‘Napoli Capitale Morale’ presentato a La Feltrinelli di Napoli

Affollata presentazione di Napoli Capitale Morale al megastore la Feltrinelli di Napoli. Il dibattito sui temi della storia e del presente, animato dall’autore, da Pino Aprile e da Agnese Palumbo, è stato moderato dallo speaker radiofonico Gianni Simioli. Angelo Forgione ha attraversato alcuni temi del saggio, stimolato dalle riflessioni e dalle domande di Agnese Palumbo, che ha sottolineato la grande completezza di informazioni e di racconto incontrate nella lettura, così come Pino Aprile, il quale ha sottolineato l’importanza di riconoscere come Napoli, fino al momento dell’Unità d’Italia, abbia fatto prima e meglio degli altri, compresa Milano, la capitale morale dell’Italia unita che viviamo. «Possibile che si lasci che il Real Teatro di San Carlo e la Galleria Umberto di Napoli si presentino nelle condizioni disastrose in cui versano ormai da anni, mentre la Scala e la Galleria Vittorio Emanuele II di Milano sono il simbolo dell’ineccepibile decoro milanese?». Lo ha “domandato” Forgione in uno dei momenti di grande coinvolgimento della platea, della quale hanno fatto parte anche Maria e Domenico Barbaja, discendenti di quel Domenico Barbaja, il più napoletano dei milanesi, che fece le fortune del Real Teatro di San Carlo nel primo Ottocento, uno dei tanti profili delineati in un libro che analizza nei dettagli il “ribaltamento nazionale” tra Napoli e Milano.

 

intervista di Davide Schiavon per NapoliToday

Presentazione ‘Napoli Capitale Morale’ a laFeltrinelli Chiaia

Dopo l’immediato successo estivo, appuntamento con la primissima presentazione di Napoli Capitale Morale per l’11 settembre, ore 18, al megastore La Feltrinelli di via Santa Caterina a Chiaia n. 23 (ang. piazza dei Martiri) a Napoli. Con l’autore, Angelo Forgione, saranno presenti gli scrittori Pino Aprile e Agnese Palumbo, e lo speaker radiofonico Gianni Simioli.

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L’illuminato di Baviera che fece scoppiare il 1799 di Napoli

Angelo Forgione Nel mio recente libro Napoli Capitale Morale (Magenes, 2017) grande attenzione ho prestato all’incidenza della Massoneria nei destini di Napoli, di Milano e dell’Italia unita. A prescindere dalla lettura del libro, mi preme evidenziare ai lettori del mio blog la figura di un uomo decisivo nelle sorti evolutive della Libera Muratoria italiana e negli eventi della cosiddetta “rivoluzione napoletana” del 1799, un personaggio di cui nessuno storico ha mai parlato, e così si è incancrenito un aspro dibattito tra due ideologie, quella filo-legittimista e quella filo-repubblicana.

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Sono trascorsi 217 anni da quei fatti che chiusero il triennio giacobino, ovvero il periodo che rese il territorio italiano quello di maggior radicamento delle ideologie patriottiche di Francia, e aprirono una lacerazione storica ancora aperta a distanza di più di due secoli, dividendo ideologicamente filo-giacobini e filo-borbonici del ventunesimo secolo. È però inaccettabile che in questo aspro dibattito, non solo napoletano, manchino ancora gli strumenti di lettura dei fatti, che non possono essere ridotti a un conflitto tra repubblicani e monarchici. Fu prima di tutto un conflitto animato dallo scontro tra Massoneria e Chiesa, se è vero che l’élite repubblicana napoletana fu ispirata in larghissima parte da certi ideali massonici, mentre il popolo, per ripristinare lo status quo monarchico, costituì l’Esercito della Santa Fede guidato dall’impavido cardinale calabrese Fabrizio Ruffo.
L’attivissima Massoneria napoletana del secondo Settecento, la più folta e attiva d’Italia, recitò un ruolo principale nella vicenda del Regno sotto Ferdinando di Borbone, ereditato dal padre nel 1759. Il giovane sovrano sposò Maria Carolina d’Asburgo-Lorena nel 1768, proprio mentre i Fratelli napoletani iniziavano a tradire lo scopo della locale Massoneria cristiana e legittimista, quella di Raimondo de’ Sangro, e cioè il miglioramento dell’individuo, e deviavano verso il miglioramento del governo, impicciandosi di politica e dando vita a un laboratorio di idee per modernizzare l’apparato statale rifacendosi ai sistemi massonici stranieri di Francia, Gran Bretagna e Olanda. Alcuni di loro, tra cui Gaetano Filangieri, Francesco Mario Pagano e Francescantonio Grimaldi, si legarono alle diverse logge nascenti, come pure la giovane Regina, che si circondò di uomini di Massoneria per sganciarli dalle dipendenze di altri paesi e promuovere la formazione di un partito di corte filo-austriaco, in modo da sottrarre il controllo politico al primo ministro Bernardo Tanucci, in frequente contatto con Carlo di Borbone a Madrid. Maria Carolina concesse il suo favore a Francesco d’Aquino, gran calibro tra gli iniziati napoletani, il quale convinse gran parte dei Fratelli partenopei che un’attività latomistica dipendente dai centri stranieri fosse dannosa per la libera nazione napolitana e, godendo dell’appoggio della regnante, costituì nel 1773 la Gran Loggia Nazionale di Napoli, autonoma e cattolica, filoasburgica e antispagnola in fatto di politica estera e legittimista in quella interna. Si trattava chiaramente di una lotta ingaggiata tra logge nazionali di Francia, Inghilterra, Olanda e Austria per l’egemonia nel Mediterraneo, e Napoli era proprio lì, nel cuore dell’interesse geopolitico.
La situazione interna divenne esplosiva con la nascita dell’erede al trono Carlo Tito, nel gennaio 1775, evento con cui, secondo i trattati matrimoniali, si consentiva a Maria Carolina di partecipare al Consiglio di Stato con potere decisionale. Il Primo Ministro, a quel punto, s’impegnò in una feroce persecuzione della Massoneria per indebolire la viennese, che rispose fecendolo pensionare, così guadagnando di fatto la leadership politica.
L’alleanza fra Maria Carolina e i riformisti massoni non durò troppo e si incrinò per i favoritismi della Regina, sottratti a Francesco d’Aquino per offrirli al britannico John Acton, chiamato a Napoli nell’estate del 1778 per riordinare la deficitaria Real Marina. La presenza a corte dello straniero, sempre più ingombrante e potente, entrò in contrasto con quella del napoletano, aprendo una crepa in cui si infilò con grande opportunismo un uomo deputato ad amplificare i dissidi. Si trattava del teologo luterano Friederich Münter, massone danese di origine tedesca, appartenente all’Ordine degli Illuminati, una società occulta nata nel 1776 in Baviera. Si trattava di un’organizzazione paramassonica filo-rivoluzionaria, proibita per le sue idee politico-sociali estremiste e promotrice di un vasto piano eversivo internazionale finalizzato a rovesciare i governi monarchici e le religioni, con l’obiettivo di instaurare un nuovo ordine internazionale. Münter fu incaricato di viaggiare tra il Regno di Napoli e la Sicilia, strategici territori perché governati dalla monarchia borbonica e dalla Chiesa cattolica, con la missione di turbare la Fratellanza napoletana e reclutare i massoni del sud della Penisola. Giunto a Napoli nel settembre del 1785 in veste di vero e proprio agente segreto, Münter incontrò diverse personalità di spicco vicine alla corte, tra cui Gaetano Filangieri e Francesco Mario Pagano, ma anche Domenico Cirillo ed Eleonora de Fonseca Pimentel, rispettivamente medico personale e bibliotecaria della Regina. Approfittando dei malumori sorti, il danese esortò tutti a coinvolgere altri Fratelli partenopei nell’istituzione di un ramo locale degli Illuminati di Baviera, e dovette essere convincente, visto che nel 1786 fu fondata La Philantropia, il primo nucleo di illuminatismo napoletano, una loggia eversiva filo-bavarese che iniziò a seminare le idee repubblicane a Napoli. In una lettera datata 28 giugno 1786, riportata dallo storico massone tedesco Georg Kloss nello scritto Freimaurerey in Italien di metà ottocento, quattro Fratelli napoletani, tra cui proprio il Maestro Venerabile Francesco Mario Pagano, chiesero di essere inseriti nel sistema degli Illuminati perché, spiegavano, dopo aver conosciuto Münter, gli altri sistemi non potevano più soddisfare i loro ideali.
Percorreva l’Italia anche Wolfgang Goethe, anch’egli vicino all’Illuminatismo bavarese. Nei suoi appunti di viaggio, il 20 dicembre 1786, l’intellettuale tedesco scrisse: Trovasi qui il dottore Münter di ritorno dal suo viaggio di Sicilia, ma io ignoro quale sia il suo scopo”. In realtà, un legame profondo univa Goethe e Münter, che erano stati iniziati nello stesso luogo, a Weimar, e nello stesso anno, nel 1783. Si può quindi ragionevolmente pensare che Goethe, interessato allo studio più che alla politica, conoscesse bene gli scopi di Münter, ma che si sia guardato bene da farne accenno per non svelare gli obiettivi della segreta missione. Il teologo rientrò a Copenaghen nel luglio del 1787 e da lì continuò ad auspicare una nuova riforma massonica partenopea, continuando a scambiare lettere con i napolitani, in una delle quali Gaetano Filangieri gli esternò la propria avversione al favoritismo di Maria Carolina per l’influente inglese John Acton.
Partito il Münter, nel 1788 approdò a Napoli un altro illuminato, il triestino Domenico Piatti, banchiere e industriale serico. Si impegnò anch’egli a influenzare i Fratelli napoletani, aprendo un salotto di conversazione per intellettuali, un importante circolo rivoluzionario a via Nardones, nel centro della Capitale. I frutti della semina di Münter erano pronti al raccolto. La sua azione a Napoli diede una più decisa impronta politico-eversiva alla massoneria napoletana, rendendola razionalista e in crescente contrasto con l’orientamento legittimista dei Fratelli più fedeli ai loro sovrani e alla cristianità. Sotto la sua azione, le logge napoletane divennero sette cospirative, e presero a modello la struttura interna, le aspirazioni e le pratiche rituali degli Illuminati di Baviera. Molti di coloro che aderirono alla loggia napoletana filo-bavarese erano proprio coloro che erano stati accolti a corte, a stretto contatto con Maria Carolina, o che avevano sostenuto la politica di Bernardo Tanucci, prima di abbandonare, con il passare del tempo, le posizioni monarchiche e sposare le idee repubblicane. Tra questi anche l’abate vibonese Antonio Jeròcades, massone e agitatore delle logge calabresi, e sostenitore della Regina prima di entrare in stretto contatto con Münter e di iniziare a diffondere gli ideali anti-borbonici.
Proprio nel momento in cui si innescavano le prime avvisaglie della Rivoluzione Francese, l’ostilità dei vicini massoni verso la monarchia borbonica crebbe in modo evidente. Furono proprio le logge calabresi, ispirate da Jeròcades, a fornire il primo nucleo di rivoluzionari. Poco bastò a Maria Carolina per accorgersi che i suoi collaboratori della prima ora costituivano ormai una seria minaccia. Una volta avvedutasi delle nuove e avverse tendenze politiche degli uomini a lei vicina, la viennese mutò il suo atteggiamento verso i circoli liberali e spinse Ferdinando ad opporvisi con un nuovo restrittivo editto anti-massonico, con cui furono chiuse di fatto le porte ai traditori di corte.
Con l’assimilazione degli intenti repubblicani, fu automatica la trasformazione delle logge napoletane in centri di aggregazione di uomini prontissimi ad abbracciare i principi politici del Giacobinismo rivoluzionario francese e a mettersi in corrispondenza con le società patriottiche di Francia. Jeròcades, insieme allo scienziato Carlo Lauberg, fondò nel 1793 la Società Patriottica Napoletana, il primo club giacobino della Penisola, di chiara ispirazione filo-francese e di netto orientamento repubblicano. Il movimento partenopeo aprì nel 1794 la fase italiana del giacobinismo insurrezionale, ma venne scoperto e represso duramente con tre condanne a morte. Crebbero in Maria Carolina timori e risentimenti, e la frattura tra monarchia ed élite intellettuale si indirizzò agli eventi del 1799. L’arrivo delle terribili milizie parigine costrinse Ferdinando e Maria Carolina a mettersi in salvo a Palermo, mentre a Napoli il primo ad entrare in contatto coi vertici militari transalpini fu proprio Domenico Piatti, subito impiegato nella Tesoreria della costituita Repubblica Napoletana, deputato a ricevere soldi e oggetti preziosi da girare alle autorità francesi insieme alle opere d’arte e ai reperti archeologici di cui la città degli scavi era piena.
Quando cessò la protezione francese ai giacobini napoletani, garantita fino alla fine dalle scorribande napoleoniche in Alta Italia, l’esperienza della Repubblica terminò, senza aver prodotto alcuna riforma durante i cinque mesi di governo slegato dal basso ceto e dall’identità locale. Con la riconquista della città da parte dei sanfedisti del cardinale Fabrizio Ruffo, la resa dei conti fu repentina, e pure violenta, perché il salvacondotto inizialmente concesso fu cancellato dall’ammiraglio inglese Horatio Nelson, celebre vincitore delle battaglia navale di Abukir contro Napoleoneche agì in un’ottica molto precisa, ovvero quella di innescare una vantaggiosa reazione d’odio tra Napoli e la Francia attraverso la condanna a morte di centodiciannove repubblicani giacobini tra i più estremisti, compreso Domenico Piatti, Francesco Mario Pagano, Domenico Cirillo e Eleonora de Fonseca Pimentel. E così, la coppia reale borbonica, che fin lì avevano modernizzato il Regno e proseguito il lavoro di Carlo di Borbone, passarono alla storia per la crudeltà dimostrata. Indubbiamente, parte della rappresentanza di una classe intellettuale partenopea apprezzata in Europa e oltre fu spazzata via, ma non si trattò di totale azzeramento. Tanti, infatti, furono gli uomini graziati che si recarono in altre città settentrionali ed estere, alcuni dei quali tennero in vita un sostrato massonico da rigenerare in seguito. Molti esuli napoletani rientrarono all’indomani della riconquista italiana di Napoleone, con il loro carico di odio più o meno latente verso i Borbone pronto ad esplodere e a far crollare il restaurato ma sempre pericolante Regno delle Due Sicilie.
Friederich Münter morì nel 1830, in pieno periodo di Carboneria italiana, dopo aver assistito alle evoluzioni della Massoneria napoleonica e alla Restaurazione. Qualche anno fa, lo studioso napoletano Ruggiero Ferrara di Castiglione, docente universitario legato al Grande Oriente, ha donato al Servizio Biblioteca del GOI l’intera corrispondenza di Münter con i massoni del Sud Italia, sostenuta dal 1786 al 1820. Lì sono conservati tutti i particolari di una mutazione genetica e ideologica della Massoneria napoletana, delle cui origini cristiane e legittimiste e dei cui scopi di miglioramento individuale resta solo quel fantastico testamento di pietra che è la Cappella di Sansevero nel cuore di Neapolis.

Dettagli e approfondimenti su Napoli Capitale Morale.

‘Napoli Capitale Morale’ protagonista sulle spiagge italiane

TG1 Economia di Ferragosto si è occupato dei libri cartacei che tornano in auge e della campagna sociale di liberiamo.it per comunicare la loro presenza nelle nostre vacanze estive, soprattutto sulle spiagge con un hastag per suggerire i libri di maggior interesse su Instagram, e per stimolarne la lettura. E Napoli Capitale Morale, dopo essere risultato la migliore novità di luglio della categoria “Storia sociale e culturale” e aver scalato immediatamente le classifiche di vendita, si è fatto trovare puntuale all’appuntamento con le telecamere Rai sulle spiagge italiane.
Non vi resta che scattare una foto del libro e caricarla su Instagram, associandola all’hastag #BooksontheBeach.

L’euforia tricolore di Napoli raccontata alle Americhe da ESPN

Angelo Forgione Fuera de Juego è un programma televisivo prodotto per la catena ESPN che da quindici anni si occupa di storie di calcio, ed è trasmesso in tutto il continente latinoamericano e negli Stati Uniti. Lo scorso 11 agosto, la fortunata trasmissione ha dedicato uno speciale al primo scudetto del Napoli del 1987, a 30 anni dallo storico traguardo, con ampio dibattito in studio sui risvolti di quel periodo vincente del club partenopeo, compresi quelli sociali legati alla contrapposizione Nord-Sud. A indirizzare il tema è stato il giornalista argentino Daniel Martínez, corrispondente di ESPN, anche sulla scorta della condivisione del mio Dov’è la Vittoria (Magenes). Martinez ha confezionato a Napoli un racconto di quegl’indimenticabili momenti con le voci di Corrado Ferlaino, Giuseppe Bruscolotti, Salvatore Carmando, José Alberti, Antonio Corbo, Romolo Acampora, Gianfranco Coppola e, appunto, il sottoscritto. La mia “riflessione” a 8:18 utile a capire perché un club marginale come quel Napoli potè avere in dote dalla politica il più grande calciatore del mondo.

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Quattro libri da leggere per capire Napoli

Una selezione di quattro libri per capire Napoli nelle sue varie epoche. La Napoli recente, la Napoli dei bombardamenti, la Napoli del grande Settecento e la Napoli di Masaniello. Ovviamente, dopo aver letto Made in Naples e Napoli Capitale Morale.

Esclusiva DailyNews24 – Angelo Forgione: «Sui roghi c’è una spirale criminale perversa, il Sun si è qualificato per il giornale che è»

intervista di Raffaele Zanfardino per DailyNers24.it

Abbiamo avuto il piacere di intervistare in esclusiva Angelo Forgione, scrittore e giornalista napoletano che è molto attento alle vicende partenopee. Autore di diversi libri, ha contributo a fornire un nuovo punto di vista sull’Unità d’Italia e sul ruolo che ha avuto Napoli nella storia.

Partiamo dal tema più strettamente d’attualità: ci dica il Suo punto di vista sui roghi che stanno devastando la Campania.
Credo che si sia trattato di una spirale perversa, ovviamente criminale, in cui sono confluite varie concause. Da chi ha interesse al rimboschimento a chi vuole bruciare rifiuti tossici. Da chi teme la valorizzazione di un modello di sviluppo virtuoso del Parco Nazionale del Vesuvio fino ai semplici piromani, che hanno approfittato del caos. Tutti ne hanno approfittato, se vogliamo. Specialmente sul Vesuvio, l’economia legata al turismo e all’agricoltura sta togliendo spazio all’illegalità, e perciò si è trattato di vero e proprio attentato criminale, un attacco che andava contrastato con forze maggiori. In Italia siamo vulnerabilissimi a questi fenomeni, e laddove si attiva la criminalità è facile che si verifichino certi disastri. Abbiamo perso migliaia di ettari di bosco ma anche coltivazioni autoctone. Il danno è davvero enorme.

Lei ha parlato anche di possibili frane in autunno: può spiegarsi meglio?
È naturale. Il disboscamento è una delle principali cause dell’amplificazione dei danni da alluvioni. Le radici compattano il terreno rendendolo più forte e, una volta recise, cedono alla violenza degli eventi atmosferici, provocando frane e allagamenti. In Campania abbiamo già il monito del 1988, quando il monte Pizzo d’Alvano, vittima di disboscamento contino negli anni, vomitò fango su Sarno, Episcopio, Quindici e Bracigliano, provocando 160 morti e migliaia di feriti. Tutto questo scempio è frutto dei tempi moderni. Mi preme ricordare che il governo del territorio, nel Sud Italia, era una priorità prima dell’Unità d’Italia, cioè prima dell’estensione a tutto il territorio della legislazione piemontese che non prevedeva adeguate misure di contrasto alle calamità naturali. Sul Vesuvio, per esempio, a inizio Ottocento, fu creato un ingegnoso sistema basato su alvei e vasche, ma anche di reticoli in pietra lavica per il contenimento delle acque piovane, le cosiddette “briglie borboniche”, che ancora oggi sono modello cui si ispirano le “grate vesuviane” in legno, disseminate sulle pareti montuose del Parco Nazionale. Magari sono andate in fiamme anche queste, chissà. Ora si dovrà stare attenti alle forti piogge autunnali che verranno, perché le conseguenze di questi incendi potrebbero essere di particolare gravità.

Cosa ne pensa, invece, della Terra dei Fuochi?
Ogni parola, ormai, è superflua. Tra spietati imprenditori di ogni zona d’Italia, criminalità organizzata e massoneria deviata, il cocktail esplosivo ha prodotto aria malsana nelle campagne tra Napoli e Caserta. Il paradosso è che si respiri aria meno pericolosa a Napoli, cioè in città, piuttosto che nei paesi dell’hinterland. Il problema è l’aria, certamente, e con questo vorrei paradossalmente invitare a moderare gli allarmismi sull’agricoltura locale. Non sono un agronomo, ma mi sono informato presso gli esperti. Il fatto è che una pianta non assorbe tutto quello che si trova nel terreno e possiede un’azione autodepurativa. Cioè, i frutti della terra assorbono in modo selettivo e tendono a rifiutare sostanze inquinanti. Una prodotto della terra, se è inquinato, non cresce e non matura, e quindi se vediamo un prodotto della terra finito vuol dire che quel prodotto è sano. Possiamo mangiare senza fobie. Il problema può semmai esserci nelle acque, o nella filiera del latte, ma i controlli nel settore sono tanti. Ad ogni modo, quello che si sta facendo a questa terra è un delitto, e la terra domina sull’uomo, non il contrario. Siamo e saremo noi a pagarne le conseguenze, e questo per l’arricchimento di “pochi” criminali spietati.

Cosa pensa del quotidiano The Sun che ha tolto Napoli tra le città più pericolose?
Si è qualificato per la reputazione di cui gode, cioè giornale per nulla autorevole. Quell’articolo è stato scritto per “sensazione”, sull’eco dei racconti delle più tetre fiction recenti. Bastava leggere il fantasioso detto “va fa Napoli” che si direbbe in Italia per dire “va all’inferno” per capire che Guy Birchall aveva lavorato di immaginazione. Napoli è una città problematica, molto problematica, forse la più problematica d’Europa, ma la problematicità non corrisponde necessariamente alla pericolosità. A Napoli c’è la camorra che spara nei quartieri popolari, e il numero di morti per omicidio è costantemente alto, più alto che altrove, e però si tratta di guerra tra clan che bersagli selezionati, anche se qualche volta capita che ci vadano di mezzo persone innocenti. Poi, se controllassimo anche le statistiche delle morti per incidenti stradali e quelle per suicidio ci accorgeremmo che Napoli è ben al di sotto delle medie in queste voci, che contribuiscono a dare un quadro esatto della pericolosità di un luogo. In definitiva, Napoli non può dirsi città sicura ma neanche tra le 11 più pericolose del mondo. Descriverla come un far-west è decisamente troppo. Napoli è piena di vita, di giorno e di notte, e questo significa che i napoletani non percepiscono alcun tipo di problema particolare.

Da qualche anno, la narrazione di Napoli (e dell’unità d’Italia) sembra cambiata: a cosa è dovuto?
Non credo che sia cambiata. Napoli continua ad essere considerata per ciò che è, una città bellissima e malata. È cambiata semmai in una parte di opinione pubblica una certa visione delle cause della sua malattia. C’è ancora chi continua a considerarla causa dei suoi mali, e c’è chi invece ha capito che la radice dei suoi problemi sta nella malfatta unità d’Italia, di cui Napoli fu protagonista con Torino e Milano. C’è chi ha capito che non era solo il Sud ad essere arretrato rispetto alle più importanti economie europee ma anche il Nord, che il Settentrione è poi cresciuto in rapporto diretto con l’impoverimento meridionale, e che l’Unità fu imposta per affermare l’egemonia colonialistica del Nord sul Sud. Così è nato il “triangolo industriale” e così è decaduta Napoli, con tutta la sua reputazione, demolita prima dai liberali e dagli stessi esuli napoletani durante il Risorgimento e poi dall’antropologia positivista, che sostenne una genetica inferiorità meridionale. Napoli è crollata definitivamente dopo la Guerra, uscendone distrutta nel tessuto urbano, industriale e nello spirito. Oggi tutto quest’ottica sta diventando più nitida, e sempre più persone si appassionano alla lettura di libri come quelli che scrivo io e altri appassionati indagatori della questione meridionale per restituire consapevolezza e per drenare gli annacquati racconti patriottici. Attenzione però ad addossare solo agli altri e al passato le responsabilità dei problemi che Napoli vive. C’è oggi una gran quantità di napoletani privi di senso civico e ai quali fa piacere sguazzare nelle permissive condizioni in cui vivono.

Lei ha appunto pubblicato recentemente il suo ultimo libro, dal titolo “Napoli capitale morale. Dal Vesuvio a Milano. Storia di un ribaltamento nazionale tra politica, massoneria e Chiesa”: ci può illustrare nel dettaglio di cosa parla?
Parla proprio del percorso parallelo delle due città-faro del Sud e del Nord, delle due capitali morali d’Italia, quella pre-unitaria e quella post-unitaria. Napoli era indubbiamente la città più importante d’Italia al 1860, la vera capitale dello Stivale frammentato, l’unica di rango davvero europeo della Penisola, cioè quello che è oggi Milano. Dialogava con Vienna e San Pietroburgo, e con Parigi e Londra almeno fino al 1856, quando si concluse la Guerra di Crimea. Il gran fulgore della capitale borbonica rendeva persino più ampia che altrove la differenza tra l’elevata qualità di vita urbana e il basso tenore nell’entroterra delle campagne, impoverite al Sud esattamente come i contadi settentrionali. Milano aveva la metà degli abitanti di Napoli, e il suo sviluppo era partito lentamente nel secondo Settecento con Maria Teresa d’Asburgo, che portò la cultura viennese e quella napoletana nella città lombarda. Nel mio libro si legge dei rapporti culturali tra Napoli e Vienna di cui beneficiò anche Milano, dei rapporti tra Luigi Vanvitelli e il suo allievo Giuseppe Piermarini, ovvero l’architetto che tirò su il Teatro alla Scala e un po’ tutta la Milano neoclassica che guardava a Napoli. Si legge di storia e di storie, dal Rinascimento a oggi. Si legge di come, dall’Unità in poi, siano stati interrotti i rapporti tra le due città, di come Napoli sia decaduta in rapporto diretto alla crescita di Milano, fino a collassare completamente con la Seconda guerra mondiale. Si legge si cosa è accaduto con la seconda Italia, quella repubblicana, praticamente fallace come la prima monarchica, fino ad arrivare ai giorni nostri, analizzando il momento e provando a proiettarsi nel futuro. Si legge di influenza della Massoneria in questo ribaltamento italiano, senza mai dimenticare che le forze che l’hanno realizzato sono anche napoletane.

Ultima domanda, passiamo al calcio: è l’anno buono per lo Scudetto del Napoli?
Non lo si può prevedere. Certamente la squadra è motivata e concentrata sul preliminare di Champions League, per il quale anche i nazionali hanno rinunciato alle ferie, recandosi subito all’appuntamento di Dimaro. La Champions è vitale per il bilancio societario. Poi, certo, la squadra, col suo allenatore, vuole provare a fare due gironi di fila in campionato come quello di ritorno dello scorso anno, per poi vedere cosa avrà raccolto. Certamente questo Napoli ha grandi potenzialità ma, come ha avvisato Sarri, pochi margini di miglioramento. Ritengo che la squadra possa e debba migliorare in tre fasi. Il vero problema sarà riuscire a trovare la maniera di vincere le partite contro le squadre arroccate in difesa, quelle che mandano in tilt il gioco in velocità negli spazi degli azzurri. Poi bisognerà chiudere la porta, perché i campionati si vincono con la difesa più che con l’attacco, e bisognerà ridurre al minimo i delittuosi errori difensivi che lo scorso anno sono stati pagati in termini di classifica. Infine, bisogna migliorare in fase di palla inattiva, tanto difensivamente che offensivamente. Troppi goal sono stati presi in questo modo e pochissimi se ne sono realizzati. Se il Napoli progredirà in questi tre ambiti allora sì che potrà davvero ritrovarsi molto alto in classifica.