“Alto Piemonte”, un capitolo da aggiungere a ‘Dov’è la Vittoria’

Angelo ForgioneAttenzione a non sminuire l’inchiesta della trasmissione Report (Rai), trasmessa nella sua prima parte il 22/10/18 e incentrata sull’inchiesta “Alto Piemonte” e connessioni tra i dirigenti della Juventus e alcuni ultrà legati alla ‘ndrangheta. Sarebbe operazione per chi voleva vederla con l’ottica del tifoso anti-juventino e sperava fortemente in un nuovo scandalo da processare, non sapendo che lo scandalo, invece, è già stato processato in due sedi di giudizio su tre. Piuttosto, è stata utilissima per divulgare ciò che non poteva conoscere chi non aveva letto le carte. E a me, interessato al reale racconto di un calcio italiano sempre marcio dal 1898, non pare poco.
I giornalisti e gli scrittori hanno il dovere di raccontare il vero mondo del calcio, non quello finto che tanto piace a coloro che sguazzano in interessi di ogni tipo e lucrano sulla passione della gente, ben sapendo che gran parte della massa non è critica, non vuole che gli si rovini la ricreazione e perciò non vuole rendersi conto di ciò che accade al di fuori del rettangolo di gioco, senza indignarsi e negando persino l’evidenza. Ecco perché l’inchiesta di Report mi tornerà necessaria per integrare prossimamente il mio Dov’è la Vittoria.
“È così ovunque”. Questo è quello che dice, per generalizzazione, chi ha visto l’inchiesta televisiva. È vero che la Commissione Parlamentare Antimafia ha indagato sulle curve della Juventus, del Genoa, della Lazio, del Catania e del Napoli e ne è venuto fuori una differenza di atteggiamento da parte dei dirigenti della Juve e di quelli del Napoli. I bianconeri hanno favorito una vera e propria invasione della malavita nella gradinata Sud dello Stadium per il controllo del bagarinaggio, mentre gli azzurri hanno chiuso le porte della società a certi fenomeni, mostrandosi quale esempio assoluto. I più oltranzisti tifosi bianconeri, ma non solo loro, invece di pretendere un comportamento corretto dai dirigenti della loro squadra del cuore, e di sentirsi danneggiati da certe pratiche illecite, preferiscono insinuare connivenze del club di De Laurentiis con certi personaggi, riproponendo ostinatamente la figura di Antonio Lo Russo, figlio del boss Salvatore, a bordo campo durante il match Napoli-Parma del 10 aprile 2010, dimenticando che la DDA di Napoli, ascoltata dall’Antimafia, ha più volte precisato che il rampollo Lo Russo ebbe accesso a bordo campo con un pass fornito dalla ditta esterna che curava il manto erboso, non dalla SSC Napoli, che invece fornì anche in quell’occasione la massima collaborazione mettendo a disposizione tutta la documentazione sulle persone che avevano accesso a bordo campo.
L’inchiesta della Commissione Parlamentare Antimafia non è quella dei magistrati antimafia di Torino che hanno condotto il processo “Alto Piemonte”, indagando su una cricca di criminali romeni per poi scoprire che la Gradinata Sud della Juventus era stata infiltrata dalla ‘ndrangheta. Rocco e Saverio Dominello, boss della cosca Pesce-Bellocco di Rosarno, si erano accordati con gli altri gruppi della curva per entrare nel business del bagarinaggio.
La sentenza di secondo grado della giustizia penale ha accertato che la Juventus “era ben disposta, come emerso da testimonianze e intercettazioni, a fornire agli ultrà cospicue quote di biglietti e abbonamenti perché li rivendessero e ne traessero benefici e utili, ottenendo come contropartita l’impegno a non commettere azioni violente”. Dunque, la Juve, secondo i magistrati, non è parte lesa e non si è neanche costituita parte civile.
Lasciamo stare l’ex tifoso Fabio Germani, presidente della fondazione “Italia Bianconera”, condannato in appello per concorso esterno in associazione mafiosa, conosciuto nel mondo della ‘ndrangheta piemontese come frequentatore della famiglia Agnelli e colui al quale Lapo Elkann si rivolse nella primavera del 2009 per ottenere l’esposizione degli striscioni in curva con su scritto “Lapo Presidente” in modo da scalzare il procugino Andrea nella corsa alla presidenza dell’allora disastrosa Juventus di Cobolli Gigli e Jean-Claud Blanc. Lasciamo stare anche la figura di Bryan Herdocia, un criminale daspato che continua ancora oggi a gestire il bagarinaggio direttamente da casa sua per conto dei Drughi; così come il leader degli Ultras dei “Bravi Ragazzi”, Andrea Puntorno, vicino al clan mafioso Li Vecchi e alla ndrina dei Macrì di Siderno, attualmente detenuto per traffico di droga, che grazie ai proventi dalla rivendita dei biglietti ottenuti dalla Juventus ha acquistato due case e un panificio.
Quel che deve interessare di più è l’operato di un tabaccaio di Cuneo che ha fornito all’ex capo ultrà Raffaello Bucci, Vice Supporter Liaison Office della Juventus FC, decine di ricevute di giocate al Lotto, tutte con lo stesso numero vincente, e poi centinaia di Gratta&Vinci, di SuperEnalotto. Un metodo della ‘ndrangheta per riciclare denaro sporco, grazie a ricevitorie compiacenti che non pagano direttamente il vero vincitore ma lo liquidano in contanti che fornisce chi deve riciclare i soldi, il quale entra così in possesso della scheda vincente e la incassa a proprio nome senza pericolo di contestazione.
Quel che deve interessare è che la Juventus non ha solo lasciato campo aperto a certi soggetti ma se ne è proprio avvalsa per mantenere un certo “ordine” allo stadio, e ha venduto migliaia di biglietti agli ultrà nella consapevolezza che li avrebbero rivenduti a prezzi maggiorati.
L’uomo chiave non è certamente l’unico che ha scontato per intero l’inibizione comminata dal Tribunale Sportivo, ovvero Francesco Calvo, ex direttore marketing del club e oggi alla Roma. Un tempo era il migliore amico di Andrea Agnelli, ma lasciò il club nell’autunno del 2015, quando il presidente della Juventus, alla faccia dell’amicizia, rubò il cuore di sua moglie, la modella turca Deniz Akalin.
L’uomo chiave, piuttosto, è Alessandro D’Angelo, il capo della Securety della Juventus FC, figlio dell’autista di Umberto Agnelli e perciò amico d’infanzia di Andrea Agnelli, che lo ha assunto nel 2011 in bianconero per curare un ruolo delicato, e non l’ha certo licenziato per il suo operato concordato. È ancora in carica D’Angelo, inizialmente inibito dalla giustizia sportiva e poi riabilitato per “difetto di giurisdizione sportivo-disciplinare”. Stesso destino per Stefano Merulla, responsabile della biglietteria.
Altro uomo chiave è Raffaello Bucci, poi suicidatosi all’indomani delle deposizioni rese ai magistrati che indagavano sui rapporti tra Juve, ultrà e ‘ndrangheta. Era una sorta di ministro delle finanze del più importante gruppo ultras, i Drughi del temutissimo pregiudicato Dino Mocciola; aveva gestito per anni il bagarinaggio favorito dalla Juventus stessa all’esterno dello Stadium, e aveva pure concordato con D’Angelo l’introduzione nell’impianto di striscioni vietati, con frasi ingiuriose riferite alla tragedia di Superga, esponendo la Juventus al pagamento di una multa salatissima. Ricatti ai quali il club sottostava pianificando l’elusione dei controlli invece di serrarli, avvalendosi delle attività ristoranti dell’impianto sportivo, ma finendo nella rete della videosorveglianza. Dalle intercettazioni telefoniche tra i due pare addirittura che non precisati alti dirigenti del club avessero detto a D’Angelo di non fare più da solo in certi casi ma di avvertirli in modo da ricevere aiuto e di evitare figuracce. Ad ogni modo, nonostante il pericolosissimo profilo del Bucci, pure informatore dei servizi segreti, dopo qualche tempo, la Juventus FC, invece di denunciarlo, lo ingaggiò come Vice Supporter Liaison Office, la figura che cura i rapporti tra ultrà, dirigenza e forze dell’ordine. Vice-SLO, insomma, collaboratore sul campo dello SLO, rispondente al nome di Alberto Pairetto, fratello di Luca, arbitro di Serie A e figlio di Pierluigi, ex arbitro e poi designatore arbitrale, fino a quando non fu travolto da Calciopoli, condannato in appello a due anni salvo poi finire in prescrizione. Secondo l’accusa, uno di quelli a cui Luciano Moggi telefonava su schede svizzere per scegliersi gli arbitri amici. Ancora oggi la FIGC percepisce proventi di sponsorizzazione dalla Fiat Chrysler Automobilies N.V., un’azienda che, come la Juventus FC SpA, è partecipata in maggioranza dal gruppo Exor N.V., controllato dalle famiglie Elkann/Agnelli.
L’inchiesta “Alto Piemonte” non ha colpito la Juventus FC ma ha parzialmente scoperchiato le responsabilità non penali di una società che ha aperto le porte ai soggetti peggiori, magari non sapendo che fossero mafiosi, ma certamente conoscendo i loro metodi e le loro intenzioni; una società che ha favorito l’introduzione di striscioni ignominiosi nel suo stadio, conoscendone il contenuto; una società che ha presentato un ricorso contro la squalifica della curva dei suoi ultrà più radicati per discriminazione territoriale; una società che, già macchiata dai passati processi (culminati nelle prescrizioni) per le alterazioni delle potenzialità della squadra sul campo, è di fatto corresponsabile della degenerazione etica e ambientale dell’impianto sportivo di sua proprietà. Questa società, che evidentemente non può insegnare etica a nessuno, è partner dell’UNESCO, capofila al fianco dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura nella lotta alle discriminazioni nel calcio. Inaccettabile. 
Ecco perché, dopo aver scritto a quelli di Parigi, ho aperto una petizione on line contro una simile partnership per sollecitare una risposta.

Per firmare la petizione on line clicca qui

Ai David di Donatello 2018 vince Napoli

Angelo Forgione Incetta di premi per film, registi, attori e maestranze napoletane e, se non napoletane, declinate alla napoletana nel galà del cinema italiano, concluso da Carlo Conti e i Manetti bros con un meritato «viva Napoli» a proclamare la vincitrice morale dei David di Donatello 2018.
Nelle ultime pagine di Napoli Capitale Morale, al capitolo “Verso il futuro”, scritto un anno fa, scrissi:

Tra tutto ciò che manca per far deflagrare un pur interessante incremento turistico affiora però un risveglio culturale, in una Napoli che offre al Paese una nuova importante generazione di scrittori, musicisti, registi, attori e produttori di animazioni, mentre la produzione culturale milanese, in ogni suo ambito, risulta in stallo. Tutto combacia con una nuova rilettura della storia partenopea, una sentita riscoperta identitaria […].

Provate a cassarla questa città, se proprio non volete valorizzarla, e avrete meno cinema, meno animazione, meno musica, meno teatro, meno letteratura e meno sapori. Avrete meno cultura italiana.

ESCLUSIVA Arenapoli.it – Forgione: “Juventinità al Sud, Napoli-Filmauro e un’idea per ADL.

intervista del 16 febbraio 2018 a cura di Luca Cirillo per Areanapoli.it

Per analizzare il momento della squadra di Sarri all’indomani della sconfitta degli azzurri in Europa League contro il Lipsia, abbiamo contattato il collega Angelo Forgione, giornalista e noto scrittore, autore del fortunato Napoli Capitale Morale, ultimo lavoro letterario dopo Made in Naples e Dov’è la Vittoria, in cui analizza la storia del calcio italiano attraverso analisi socio-economico-politiche.

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La tua segnalazione sul Carnevale di Putignano, il più antico d’Italia ed il più grande del Sud, con una forte connotazione juventina, ha fatto il giro dei media. Il maestro Lello Nardelli, autore del carro e tifoso del club torinese, ha definito i calciatori bianconeri “Eroi moderni”. La “colonizzazione” è anche questa…

Certamente. Si tratta di un’evidente manifestazione di un’affezione storica del territorio pugliese ai colori della Juventus, cosa che vale anche per quelli dell’Inter e del Milan. Del resto funziona così in tutto il Meridione e nel resto del Paese, ma il fatto è che quest’affezione è più forte nelle province del calcio, dove non ci sono squadre capaci di radicare un sentimento locale e di evocare una passione identitaria. Un carro allegorico dedicato all’esaltazione della Juventus è impossibile a Napoli, a Roma o a Firenze, grandi centri con importanti club, ma a Putignano, invece, è possibilissimo, perché nel Barese lo juventinismo è forte e affonda le sue radici nell’emigrazione del dopoguerra. Il carro allegorico juventino è lo specchio della disidentificazione del Sud, e racconta di un’evoluzione sociale dell’Italia e della Questione meridionale.


A chi dice che il calcio è solo passione avulsa da tutto il resto, dall’amore per il territorio, cosa rispondi? Esempio: “io sono di Putignano, perché devo tifare per forza per la Putignanese o per il Bari? E pur tifando per loro, posso tifare per chi mi pare nel campionato di Serie A?”. Tema complesso…

In realtà è un tema semplicissimo. I bambini di questi territori, fuori dal grande calcio e dalla possibilità di lottare per qualcosa di “nazionale”, devono necessariamente fare una scelta che gli consenta di partecipare, di non sentirsi esclusi nei discorsi con gli amici, e per convenienza inconscia si affezionano alle squadre più gloriose. La stessa cosa accade ad altre età, per contare nei discorsi da bar in pubblico. La verità è che esiste anche una componente identitaria che si nasconde dietro alla voglia di vincere, frutto dell’auto-riconoscimento di ciascun appassionato nella squadra che porta il nome della propria città, della propria provincia, del proprio territorio di appartenenza e, che è poi area di precisa identità culturale, ma spesso la si sopprime. A Napoli, Roma e Firenze è più facile far prevalere questo aspetto a prescindere, ma a Bari e dintorni diventa già più difficile. Qui il tifo aiuta a gestire e risolvere un contrasto interiore, e perciò alla fede locale, che diventa prioritaria solo se la squadra del territorio è in Serie A, è spesso accostata quella per una delle tre squadre più vincenti, che è un’assicurazione sulla partecipazione. Il barese tifa magari per il Bari e per la Juve, e così il palermitano e il reggino, cosa impossibile per il napoletano, il romano e il fiorentino, che hanno una sola fede, che sia per le squadre delle città o delle tre più blasonate.

Tali dibattiti sono tornati di attualità anche grazie alla cavalcata del Napoli che negli anni si è affermata come principale avversaria della Juve. Cavalcata che sta innervosendo non poco i sabaudi e i relativi feudi in tutta Italia.

Certo che sì. La Juventus, per i motivi chiariti, è la squadra più amata d’Italia e i suoi sostenitori abbondano in ogni provincia del Paese. La tifoseria del Napoli è agli antipodi di quella bianconera, perché se gli juventini sono ovunque e tifano per una squadra che non rappresenta Torino ma una sua espressione industriale, con tutto ciò che garantisce, i napoletani sono invece concentrati soprattutto in Campania e amano la napoletanità. Napoletano è il tifoso e napoletano è il cittadino, c’è sovrapposizione anche nella terminologia. Napoli e Juventus è un confronto tra fieri napoletani e generalmente italiani, tra una tifoseria che vuole essere e un’altra che vuole avere. Ma c’è dell’altro…

Cioè?

Bisogna tener conto di un fenomeno che sta montando in questo preciso momento storico. Con il Napoli a rappresentare la prima rivale della Juventus, cosa che dura ormai da un lustro e più, i più giovani juventini stanno crescendo con un’avversione al Napoli e ai suoi tifosi piuttosto che al mondo interista e milanista, ora ridimensionati. Ad esempio, ho visto una ragazzina di Messina registrare video su youtube per esternare e motivare tutto il suo odio per il mondo Napoli, nato in questi anni insieme al suo amore per la Juventus. È una dinamica che non dobbiamo sottovalutare.

Questione Younes: si “narra” che il calciatore sia letteralmente scappato dopo aver visto il San Paolo e Castel Volturno. “Taxi, mi porti alla stazione di Villa Literno”. Da lì la fuga. Il tedesco si è spaventato? Siamo così brutti?

Qualcuno prima o poi dovrà spiegarci cosa realmente è accaduto quel giorno, perché non è accettabile che un calciatore firmi, venga da Amsterdam a vedere una partita a Napoli e il giorno seguente se ne esca serenamente dal centro sportivo di allenamento, senza salutare e motivare, e se ne torni da dove è venuto. Possibile che nessun dirigente azzurro accompagnasse il ragazzo? In attesa di capire, l’unica certezza è che Milik ha fatto lo stesso percorso, ma di sola andata; è ancora a Napoli e non mi pare un calciatore spaventato o deluso.

L’Italia fa una fatica enorme a tenere il passo delle big d’Europa. Quanti anni ci vorranno per tornare grandi come negli anni ’80 o è una parentesi storica irripetibile?

Quello degli anni Ottanta fu un momento storico difficilmente ripetibile. L’Italia scialava sulla scia del boom economico dei decenni precedenti, e la crescita economica del Paese era ancora in atto. Nel 1981 fu decisa la liberalizzazione delle sponsorizzazioni, un provvedimento rivoluzionario che aprì le porte agli investimenti delle grandi industrie, che intuirono le potenzialità legate al calcio. Le società italiane, in quel calcio poggiante sulla bigliettazione allo stadio, aggiunsero alle strutture capienti i soldi degli sponsor e gli investimenti degli imprenditori. Con la vittoria dei Mondiali in Spagna, la febbre salì. Il tesseramento del secondo straniero, accordato dalla Federazione a partire dalla stagione ‘82/’83, fu l’ultimo grande cambiamento della Serie A. Ciò permise, nel bene e nel male, l’arrivo di un numero doppio di stranieri, e tutti quanti volevano l’Italia. Di questa sbornia, però, ne abbiamo approfittato senza porci il problema futuro, quello della trasformazione in fenomeno televisivo. Quando sono esplose le pay-tv la Serie A ha pensato solo a spremere il limone dei diritti televisivi, dimenticando che altrove si provvedeva ad approntare stadi moderni e capienti di proprietà, mentre noi restavamo ancorati alle proprietà comunali, e neanche ci siamo preoccupati di contrastare il fenomeno del marchandising falso con leggi e controlli severi. Altrove hanno iniziato a rendersi moderni e noi ci siamo ritrovati indietro, dipendenti esclusivamente dai diritti televisivi e dalle banche. La sentenza Bosman, poi, significò un vantaggio per chi cresceva e un danno per chi restava indietro, come noi. Abbiamo decenni di ritardi e non abbiamo neanche iniziato la risalita. Restiamo sufficientemente competitivi solo per la grande capacità tattica dei nostri allenatori, che non a caso vengono risucchiati dai campionati più ricchi.

Domanda apparentemente fuori contesto: che momento vive Napoli sul versante dell’arte, della comicità, della musica, del cinema ecc. ecc.?

Molto florido. Napoli è la città più dinamica d’Italia sotto questo aspetto. Il cinema napoletano, o a tema napoletano, vince premi su premi. La musica è sempre viva, così come la comicità, anche se di Troisi non se ne vedono in giro. In questo buon momento ci metterei certamente anche la scrittura. Ogni forma d’arte napoletana riesce a segnalarsi a livello internazionale, e questo è segno di un’identità tra le più espressive del mondo.

Continuando, “Napoli velata” di Ozpetek ti è piaciuto?

Nulla di trascendentale ma certamente un bel film, che ti tiene incollato alla sedia per capire e che racconta il femminino di Napoli, perché il regista ha compreso che Napoli è femmina, e necessita di essere capita, sentita, oltre che osservata.

De Laurentiis potrebbe dare una sterzata e stimoli nuovi alla città sul versante artistico o il “mercato” non lo permette? Purtroppo ADL si associa ai cinepanettoni, ma nel suo passato di produttore ci sono prestigiosi titoli di livello internazionale. Il mercato si asseconda o è possibile dettare regole e ritmo?

L’industria del cinema è in forte crisi e non si può fare a meno di cercare il risultato al botteghino. Non c’è più spazio per sperimentazioni e rivoluzioni. Il fatto è che è la SSC Napoli a trainare la Filmauro e non viceversa. Non credo di andare troppo lontano dalla realtà azzardando che se De Laurentiis non avesse acquistato il Napoli la Filmauro non esisterebbe più. Io però gli suggerirei di lavorare a un bel film sulla storia di Napoli, rompendo qualche schema. Non sarebbe un errore.

Tornando al calcio, questo epico duello Napoli-Juventus è arrivato dopo 9-10 anni al suo punto più alto. Davide contro Golia, le idee e la creatività contro lo strapotere economico. E’ l’inizio di tanti duelli per tanti anni ancora o Milan, Inter, Roma e Lazio torneranno a breve ad inserirsi in alta quota?

La Roma, in alta quota, c’è già, ma non riesce a starci con continuità. L’inter sta provando a rialzarsi, ma non la vedo così semplice come qualcuno ha preconizzato all’arrivo di Suning. Il governo cinese ha recentemente tarpato le ali agli investimenti all’estero e tutto comunque passa attraverso la presenza costante in Champions League, cosa non certa neanche per la prossima stagione. Il Milan è ancora lontanissimo da certi livelli, e non ci sono garanzie sul suo futuro societario, mentre la Lazio non può fare più di quello che sta facendo. Il duello Juventus-Napoli durerà ancora a lungo perché, tra i 5 top club d’Italia, sono gli unici due che programmano, sia pure in maniera diversa; due società che non hanno debiti esponenziali, che non sono in mano alle banche o a fondi stranieri e che sono guidate da due proprietà riconoscibili e vicine alla squadra. Per dirla tutta, io non sono tra quelli che sullo scudetto a Napoli dicono “ora o mai più”. È una mentalità perdente, e non è certamente quella che sta dando Sarri alla sua squadra.

Addio a Giuseppe Galasso, grande storico ma non acuto meridionalista

Scompare Giuseppe Galasso. Napoli e l’Italia perdono un grande storico, figura d’alto profilo del mondo intellettuale nazionale. Tuttavia, della sua lezione non tutto è da promuovere. La sua visione della Questione meridionale, poco moderna, soffriva di una visione liberale di retaggio risorgimentale. Del resto, da Presidente della Società di Storia Patria, non poteva che essere uno schierato risorgimentalista.

Il ricordo a La Radiazza (Radio Marte).

 

In libreria l’edizione 2017 di ‘Dov’è la Vittoria’

È in distribuzione l’edizione anno 2017 di Dov’è la Vittoria, con aggiornamenti di numeri e statistiche e una nuova copertina. Già disponibile presso le librerie che hanno esaurito le copie della prima edizione 2015 e su Amazon.
Un ottimo regalo di Natale per chi non ha ancora letto questo documentato saggio e vuole davvero capire il calcio italiano nonché la Questione meridionale.

Copertina DOV'È LA VITTORIA 2

Napoli vs Juventus, c’è tutta la storia d’Italia dentro. Alle origini della rivalità.

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Angelo Forgione  per Napoli giornale gratuito  Sì, c’è una storia dentro Napoli-Juventus che trascende il perimetro del rettangolo di gioco e finisce per spiegare perché sotto il profilo sociale è la partita più significativa del calcio d’Italia, cioè della nazione spaccata economicamente in due. Al principio sta la storia stessa del calcio italiano, ingabbiato a fine Ottocento nel “triangolo industriale”, l’area di maggior concentrazione di sviluppo racchiusa tra Torino, Genova e Milano, sorto grazie alle politiche attuate dopo l’Unità d’Italia per stimolare la crescita del Nord-ovest a detrimento del Sud. Il football, la nuova moda inglese, calzava perfettamente alle nuove élite borghesi di quel territorio per ostentare modernizzazione e benessere. Torino, nel 1898, partorì la Federazione, l’attuale FIGC, quantunque il pallone si calciasse dappertutto, e lo fece per impossessarsi del gioco, organizzando campionati detti italiani, ma che in realtà erano piccole competizioni interregionali di Piemonte, Liguria e Lombardia. Tutto il resto del Paese non era invitato, anche se di squadre ce n’erano pure in Sicilia, ma al Nord nessuno aveva intenzione di prendere un treno per andare a giocare laggiù, figuriamoci una nave. Il calcio, insomma, rispecchiava la spaccatura sociale ed economica creata dopo l’Unità, e così fu creato anche nello sport un gap tecnico fortissimo, contro il quale il Sud protestò vivacemente, ottenendo una riforma pro-forma, la Vavassori-Faroppa del 1912, utile solo a calmare le forti rimostranze capeggiate dall’Unione Sportiva Napoli.
Solo nel 1926, per volontà del regime fascista, il Coni impose la vera nazionalizzazione del calcio attraverso la “Carta di Viareggio”, consentendo alle squadre di Roma e Napoli di competere direttamente con le squadre di Torino e Milano, piegate malvolentieri alle volontà politiche. Non gli bastava aver accumulato vantaggio tecnico e di impiantistica, e pure decine di scudetti. Il Genoa, ad esempio, aveva già vinto tutti i suoi 9 campionati, praticamente uno in più di quelli conseguiti fino ad oggi da Roma, Lazio, Napoli e Cagliari messe insieme. La provinciale Pro Vercelli, sempre del “triangolo”, ne contava 7, il Milan 3 e l’Inter 2, come la Juventus, che soli tre anni prima era stata acquistata dalla famiglia Agnelli, cioè dalla Fiat, la fabbrica più rilevante e privilegiata d’Italia. Prima aveva addirittura rischiato di sparire, esattamente nel 1913, quando la retrocessione nella seconda categoria aveva consigliato ai soci di sciogliere il club in difficoltà economiche, ed era stata salvata con un ripescaggio con l’artificio dell’iscrizione nel girone della Lombardia. A colpi di retrocessioni e ripescaggi delle squadre dell’altra Italia, nel 1929 fu decretata la nascita della Serie A a girone unico, ma la distanza tra il calcio del Nord e quello del Sud continuò inevitabilmente a rispecchiare la disunità italiana. La Juventus, sostenuta dai capitali Fiat, fu trasformata in vetrina dell’azienda. Doveva vincere per mostrare prestigio, e iniziò a farlo con frequenza, mettendo in fila cinque scudetti, che attrassero sostenitori tra la buona borghesia torinese. Ma il vero boom del suo seguito esplose negli anni del “miracolo economico” italiano, dopo che i finanziamenti americani del Piano Marshall ebbero ricostruito le fabbriche del Nord distrutte dalla guerra e trascurato la crescita industriale del Sud. La Fiat fece la parte del leone col 50% dei crediti nel settore meccanico, grazie al patto con Clare Boothe Luce, ambasciatrice americana in Italia, forte oppositrice del comunismo italiano, che ottenne garanzia del licenziamento degli operai comunisti. La casa torinese ripartì alla grande e ottenne anche commesse negli Stati Uniti. Si realizzò allora la più grande migrazione di massa mai verificatasi nella Penisola: milioni di persone si spostarono dal Mezzogiorno, abbandonando la povertà per andare a lavorare al Settentrione. Pugliesi, siciliani, calabresi, campani, lucani e sardi fecero di Torino una città meridionale di dimensioni paragonabili a Palermo, ma non furono ben accolti dalla gente del luogo. All’esterno dei palazzi trovarono cartelli su cui c’era scritto “non si fitta ai meridionali”. Oltre a un tetto difficile sotto il quale dormire, dovettero trovare anche un modo per combattere l’emarginazione e persino il razzismo, nonostante fossero pronti a contribuire massicciamente alla crescita economica del territorio. Il calcio divenne un pretesto per farsi accettare, il veicolo più immediato per sentirsi più integrati. Molti sposarono i colori della Juventus, mentre il Torino restò la squadra dei torinesi. La famiglia Agnelli intercettò il sentimento e ricambiò con furbizia, offrendo agli operai meridionali un’immagine familiare. E così, a suon di milioni, mise in squadra il catanese Anastasi, il sardo Antonello Cuccureddu, il siculo-campano Giuseppe Furino, il salentino Franco Causio e altri calciatori meridionali, i cosiddetti “sudisti del Nord” a contribuire ai cinque scudetti juventini degli anni Settanta che accrebbero il seguito bianconero. La juventinità fu trasferita agli appassionati rimasti al Sud, soprattutto ai parenti degli emigranti, sui quali fece facilmente presa tutto ciò che comunicava il miraggio della ricchezza e del successo settentrionale.

La Juve distanziò Inter e Milan per scudetti e proselitismo, e sul suo blocco fu costruita la Nazionale che vinse i Mondiali del 1982, quando fu completata la definitiva saldatura tra il calcio e gli italiani, ma anche tra gli italiani e la Juventus, il cui nome non era quello di una città e attenuava l’associazione tra la squadra e il suo territorio. Al Sud, dove non solo era difficile vincere ma persino partecipare, si riempì il carro dei vincitori, soprattutto lontano dai nuclei di Napoli e Roma, e lo juventinismo attecchì nei piccoli e medi centri impossibilitati ad emergere nel calcio. Oggi, in quei territori, è pieno di tifosi che hanno scelto e continuano a scegliere le squadre più blasonate, Juventus su tutte, rifiutando di legarsi in età infantile alle squadre delle proprie città per non condannarsi all’impossibilità di recitare una parte da protagonista in pubblico.
Ecco perché nessuna squadra è tanto amata e sostenuta quanto la Juventus. Circa il 35 per cento dei tifosi italiani sono bianconeri, cioè uno su tre, e sono distribuiti in tutta la Penisola. Ma si tratta anche della squadra più detestata, perché alcune sue vittorie sono state macchiate da macchinazioni accertate e anche annusate, da clemenza degli arbitri e pure da boriosità da parte dei suoi dirigenti, i quali hanno pensato bene di sdoganare il diseducativo motto “alla Juventus vincere non è importante, è la sola cosa che conta”, una filosofia che con lo sport e la cultura della sconfitta condivide poco, che fa della squadra un’azienda volta alla supremazia sulla concorrenza interna, proprio come la Fiat. E in effetti le vittorie della Juve non rappresentano un prestigio endogeno ma appartengono agli Agnelli/Elkann. Non c’è altro club di un certo prestigio che abbia un’identificazione così antica con la sua proprietà. Juventus e Fiat è il matrimonio tra calcio e industria più forte e duraturo del panorama sportivo internazionale. Un club così “nazionale” è detestato soprattutto nei centri di forte identità territoriale, dove è più importante il senso di appartenenza, come nella piccola Firenze, nella grande Roma e, soprattutto, nella monoteista Napoli, dove la squadra è culto unico. I tifosi azzurri rappresentano circa il 15 percento dell’intera passione nazionale, quasi quanto i milanisti e gli interisti, ma sono in gran parte concentrati nel territorio campano. Il Napoli è il riferimento sportivo di una vasta provincia che, con i suoi 3 milioni di abitanti circa, è la terza d’Italia per popolazione, e non condivide il territorio con nessuno, diversamente da quanto accade a Roma, Milano, Torino e in tutti i maggiori centri del Vecchio Continente. Se a Torino vi sono il torinista e lo juventino, a Milano il milanista e l’interista, a Roma il romanista e il laziale, a Napoli esiste solo il napoletano, e non c’è bisogno di un “napolista”. L’appartenza calcistica e la cittadinanza, a Napoli, combaciano per sovrapposizione e si unificano, schiacciando le pur esistenti minoranze, quella juventina compresa. Tutto ciò spiega antropologicamente perché Napoli e i napoletani nutrano forte avversione ai colori bianconeri. Napoli-Juventus è da sempre la sfida tra due mondi distanti, tra chi tifa per un club che appartiene soprattutto a una città e chi tifa per un club che appartiene a tutti, cioè a nessuno; è la sfida tra chi vuole essere e chi vuole avere. Il napoletano, spesso, prova amore per Napoli. Lo juventino non ha alcuna necessità di amare Torino. Il napoletano è integralista, e diventa pure fondamentalista quando conosce tutta questa storia, e sa anche che la sua città è quella che più di tutte ha pagato la squilibrata unità d’Italia, l’antica capitale dei primati sociali che, oltre ai ministeri, ha perso il suo iniziale sviluppo industriale a favore del “triangolo industriale”, ed è oggi afflitta da drammatici problemi sociali. Il fondamentalista napoletano sa che lavoro e scudetti sono più facili a Torino, e traduce la Juventus nel simbolo sportivo dello sfruttamento dei ricchi sul proletariato meridionale al Nord.
Ma mo’ pure ‘o scudetto s’è scocciato d’ ‘e mmuntagne; dice ca vulesse vedé nu poco ‘o mare.