In libreria l’edizione 2019 di ‘Dov’è la Vittoria’

È in distribuzione presso le librerie, su Amazon, Ibs, etc. l’edizione anno 2019 di Dov’è la Vittoria, la terza. Non solo aggiornamento di dati e statistiche ma anche integrazione dell’ultimo fattaccio del calcio italiano: “Calciomafia in Piemonte – porte aperte ai malavitosi in casa Juve”.
Consigliato dagli addetti ai lavori a chi vuol davvero capire il calcio italiano nonché la Questione meridionale.

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Napoli e De Laurentiis, un idillio mai nato

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Angelo ForgioneCon importanti apprezzamenti, parlo di calcio italiano applicandone il contesto alla Questione meridionale, ma qualcuno sostiene: “Forgione è stranamente allineato a De Laurentiis”. Qualcun altro va anche oltre, alludendo al baratto della mia onestà intellettuale con chissà quale vantaggio concessomi. La verità è che non ho rapporti di nessun genere con la proprietà e con la dirigenza del Napoli, e rispondo solo a me stesso. Ho più volte stigmatizzato la persona De Laurentiis, le frasi offensive sui cittadini di Barra o quelle risibili sulla pizza napoletana, e potrei farne diversi di esempi. Sono dotato di un’intelligenza sufficiente per capire che De Laurentiis non fa proprio nulla per farsi amare ed è un disastro in quanto a comunicazione, responsabile di un certo clima, quando gli sarebbe bastato veramente poco per farsi apprezzare dalla tifoseria azzurra. Ma poi c’è ben altro da considerare, guardare la luna dietro il dito, se non si vuol cadere nella trappola dell’ostracismo ideologico, che appartiene a chi cataloga le opinioni tra “papponisti pagati” e “malviventi antipapponisti”.
Prima di esprimermi, di scrivere e di parlare, verifico gli argomenti di cui tratto, sempre, a prescindere da simpatie ed antipatie, da frasi apprezzate e altre molto meno. Bisogna sempre mettere da parte la pancia e usare la testa per capire un fenomeno.

Il fenomeno di cui parlo ha origine nel 2006, allorché scoppiò Calciopoli, tipico scandalo all’italiana solo parzialmente scoperchiato e processato. La Juventus e il Napoli si ritrovarono insieme in Serie B, l’una scendendo e l’altra salendo. Riuscirono a conquistare la Serie A, e dopo tre anni iniziarono a consolidarsi come primissima e seconda forza del campionato italiano, quando a contendere la leadership ai Bianconeri erano Inter e Milan.

A distanza di dieci anni dal ritorno di un Agnelli alla guida della Juventus e del ritorno del Napoli nelle competizioni europee, i Bianconeri hanno aumentato il loro fatturato di 300 milioni di euro e hanno vinto tantissimo, e gli Azzurri di 100 milioni, vincendo qualche coppa nazionale. La tifoseria juventina non si accontenta più dello scudetto, non lo festeggia neanche, e aspetta solo e unicamente la Champions, mentre quella napoletana non si accontenta più di sostenere la seconda forza italiana e pretende la vittoria. Se però la storia della Juventus spiega l’insoddisfazione dei suoi tifosi, quella del Napoli proprio non riesce a giustificare la contestazione all’operato della proprietà attuale, accusata ufficialmente di investire meno di quanto incassa e di impedire il raggiungimento dei massimi risultati.
È il risultato di un’ossificazione del nostro campionato, in cui a vincere è sempre la stessa squadra, e allora i suoi tifosi perdono la libido e i tifosi della prima avversaria perdono la pazienza.

I tifosi del Napoli meritano di più?

Il Napoli non ha mai navigato nell’oro e ha sempre dovuto fare i conti con i bilanci, anche quando la principale fonte di fatturato era la bigliettazione allo stadio e il San Paolo era l’impianto più gremito d’Italia. Nell’unico momento in cui non l’ha fatto, una volta avuto “in dono” dalla politica democristiana il trastullo Maradona e costretto a spendere per consentirgli di lottare per lo scudetto, ha speso ben più di quel che entrava e ha aperto una crisi lunga più di un decennio, culminata nel fallimento.
Le stagioni in Massima Serie degli Azzurri sono 75. I campionati di Serie B ammontano a 12, di cui 11 nell’era 1926-2004 e 1 nel forzato percorso di risalita, cui vanno aggiunti 2 di Serie C. In 89 stagioni disputate nei campionati professionistici, il club partenopeo ha vinto 2 scudetti, si è classificato 8 volte secondo (compresa la stagione in corso) e 10 volte terzo. Tradotto in percentuale, il Napoli è arrivato sul podio della Serie A nel 22,47% della sua vita sportiva.
Dal 2006, anno del ritorno in Serie A, si è classificato 4 volte secondo e 3 volte terzo, tutti piazzamenti racchiusi negli ultimi 9 anni, ed è quindi arrivato sul podio nel 53,84% dei casi, che sale al 77,77% negli ultimi 9 anni e al 100% negli ultimi 4. Il trend segnala chiaramente un consolidamento della posizione.
A questi numeri vanno sommate le 10 partecipazioni consecutive nelle competizioni europee negli ultimi 10 anni, che fanno salire il totale a 31.
È evidente che la contestazione in atto è miope, cresciuta di pari passo con la crescita dei risultati sportivi e con le aspettative, ed è chiaramente portata alla persona De Laurentiis, non al merito. Una contestazione che ha origine in certe frange organizzate osservate dalla Digos, anche se si è ben radicata anche in altre aree moderate della tifoseria. La città è spaccata ma è innegabile che l’antipapponismo sia presente nella Napoli popolare come in quella borghese che mal tollera un uomo certamente distante dall’identità locale, un Marchese del Grillo refrattario alla napoletanità, ma che grazie alla sua disciplina aziendale ha creato una realtà calcistica importante in Italia e in Europa, e l’ha fatto in un territorio in cui l’economia di mercato è agonizzante.
Una contestazione che dura da anni, nata nel 2007, proprio al ritorno in Serie A, con le contestazioni durante la presentazione di Hamsik e Lavezzi, e cresciuta coi risultati, complice il caratteraccio del presidente. Una contestazione che si assopisce solo quando i risultati sportivi non aiutano i contestatori a trascinare la piazza, come ad esempio nello scorso autunno, quando il Napoli ha lottato ad armi pari sul campo contro PSG e Liverpool. Una contestazione che prevede l’avvelenamento sistematico della città a partire da ogni maledetta estate, quando a Dimaro il tifo passionale delle famiglie e degli emigrati rende il ritiro un festoso villaggio vacanze mentre Napoli viene tappezzata di striscioni al cianuro.

Il Napoli investe meno di quanto incassa?

A De Laurentiis si imputa l’assenza di progettualità: il Napoli non ha uno stadio di proprietà, non ha un centro sportivo degno di questo nome, non ha un settore giovanile all’altezza di una grande squadra. Vero, ma lo è proprio per progetto.
Il Napoli di oggi è a livelli di continuità mai raggiunti prima, neanche nei 5 anni d’oro dei secondi anni Ottanta, e questa continuità è esattamente il risultato del progetto aziendale, ovvero del proprio modello di business autosufficiente, che prevede la qualificazione sistematica alla Champions League attraverso la costruzione di rose competitive anche attraverso la cessione redditizia di qualche calciatore. Il fatturato del Napoli si basa soprattutto su diritti televisivi, market pool Uefa e plusvalenze. Non sussistono altre fonti di vera crescita del fatturato. Lo stadio di proprietà non è neanche in progetto, la bigliettazione decresce e il marketing non cresce sensibilmente (nel 2010 apportava 33 milioni di euro di ricavi, attualmente siamo sui 40). Assenze che bloccano la crescita del fatturato da almeno un quinquennio durante il quale i costi sono aumentati, e implicano la necessità di disporre di denaro cui attingere per il monte stipendi in continua crescita e per far fonte agli imprevisti (mancata qualificazione in Champions) senza dover smantellare la squadra o dover ricorrere ai finanziamenti bancari con pagamento di interessi e altre spese, oltre ovviamente all’ammortamento, che graverebbero sulla gestione economica complessiva.
Il “tesoretto” del Napoli equivale attualmente a circa 120 milioni di euro, che fa apparire il club come società ricca, ma in realtà non lo è perché questo patrimonio può essere speso per acquistare calciatori prospettici di buon livello ma non per affermati fuoriclasse dall’ingaggio pesante, e neanche per realizzare strutture che possano produrre ricavi o sviluppare il settore giovanile, a meno che non si abbassi l’asticella degli obiettivi stagionali. La coperta, al momento, è ancora corta e impone una scelta. Quella del Napoli è la competitività ad alti livelli.

Il tifoso del Napoli può pretendere di più?

Per aumentare la sua forza finanziaria, il Napoli dovrebbe essere rilevato da uno sceicco, ammesso che De Laurentiis sia intenzionato a cederlo, e non lo è. Sceicco che mai verrà, perché il nostro pallone non interessa a certi ricconi del petrolio, disinteressati all’economia italiana che non apre ad affari veramente appetitosi. Chi compra una squadra di calcio lo fa per guadagnare consensi e favori in un territorio a cui è interessato per altri affari. Gli sceicchi conoscono perfettamente le condizioni in cui versa il nostro Paese, perché hanno contribuito all’alienazione di pezzi della nostra economia, e sanno benissimo che l’Italia è un inferno fiscale. Sanno pure che neanche gli stadi nuovi con le strutture ricettive attorno riusciamo a fare, e sono pure a conoscenza del fatto che il Sud-Italia è la macroarea arretrata più estesa e popolosa dell’Eurozona. Loro che investono in Inghilterra, Francia e Germania, non intravedono vantaggio investendo nel calcio italiano, men che meno al Sud. E infatti a Milano e a Roma vi sono imprenditori cinesi disponibili a rischiare e bancari americani costretti a salvaguardare i loro antichi prestiti. Chi ha tanti soldi e vuole investire senza rischi non sceglie l’Italia, e ancor più difficilmente Napoli. Alla porta del club azzurro non c’è nessuno di veramente facoltoso, siamone certi.

Con De Laurentiis il Napoli non può vincere?

È ormai opinione relativamente diffusa che con questa proprietà il Napoli non possa vincere mai. Intanto ha già vinto due volte la Coppa Italia e una Supercoppa, poco ma non pochissimo nell’ossificazione generata dalla Juventus. Ma è chiaro che la piazza, per “vincere”, intende vincere lo scudetto. Stucchevole, ormai, ricordare che il Napoli ne ha vinti solo 2 in 78 anni senza De Laurentiis, entrambi col più grande di tutti i tempi. Da quello sforzo è nata la crisi che ha condotto al fallimento.
Dal 1992 ad oggi, solo due scudetti sono stati vinti da squadre diverse da Juventus, Milan ed Inter: quelli di Roma e Lazio, in pieno Giubileo, con artifici vari e indebitandosi entrambe fino al collo. La politica e le banche le hanno salvate dai fallimenti ma ancora oggi sono zavorrate da quei debiti da ripianare. Fiorentina e Parma sono ripartite da zero dopo averci provato anch’esse senza poterselo permettere. Eppure una parte di Napoli sogna un presidente tifoso che dilapidi il patrimonio in nome della gloria, per poi passare al prossimo al grido di “è morto il re, viva il re”.
Battere le tre grandi del Nord è storicamente difficile. Il Napoli è riuscito a mettersi dietro le milanesi, frenate anch’esse dai loro passivi di bilancio, ma non la Juventus, che ha accresciuto la sua solidità. Forse sarebbe accaduto con delle sessioni invernali di mercato più adeguate nei momenti di primato, e qui si individua una lacuna del club. L’impresa è stata sfiorata lo scorso anno, e tutti sanno perché non si è concretizzata.
Chissà, magari il terzo scudetto un giorno arriverà, ma sarebbe qualcosa di eccezionale e non certo un evento normale da pretendere.

Il tifoso del Napoli può pretendere la Coppa Uefa (Europa League) come “consolazione”?

L’Italia non porta una squadra in finale in Europa League dal 1999. Da allora, solo tre semifinaliste: la Juventus del 2014, quella dei 102 punti record in campionato, il Napoli di Benitez e Higuain e la Fiorentina nel 2015. Il nostro calcio non è competitivo per i grandi traguardi europei. Vincere l’Europa League per una squadra italiana è oggi un’impresa come lo è vincere la Champions League.

È giusto contestare un club che ha raggiunto certi livelli?

Ogni contestazione è consentita se condotta in maniera civile. “Meritiamo di più” è una rivendicazione civile, ma una rivendicazione che con questo Napoli, oggettivamente, non ha ragione d’essere. “Pretendiamo la Coppa” e “Noi vogliamo vincere” suonano un po’ come il famoso “Nuje vulimmo ‘o posto” dei disoccupati organizzati, dove la pretesa del risultato non segue un forte impegno personale e corrispondere a chissà quale diritto divino, soprattutto in una città in cui l’impegno civile di chi la ama e la rispetta è umiliato da chi la violenta quotidianamente. Anche solo gettando una carta a terra.

De Laurentiis lascerà il Napoli per i contestatori?

Striscioni, lessico consolidato, selfie beffardi e restituzioni di maglie dimostrano che la contestazione al Napoli è in realtà contestazione alla persona del suo proprietario, che non accenna a risentirne minimamente. Anzi, incurante degli umori della piazza, ha acuito le distanze acquistando il Bari, i cui i tifosi sono notoriamente ostili a quelli partenopei.
L’acquisto del club pugliese non significa affatto un disimpegno della famiglia De Laurentiis da Napoli, che tra le due piazze è la più prestigiosa e importante.
In sede di audizioni alla Commissione Parlamentare Antimafia, non alla stampa, Aurelio De Laurentiis ha detto di non avere al momento alcuna intenzione di rinunciare al club azzurro, nonostante le problematiche ambientali discusse in Commissione stessa.
“Per me è un film con una sceneggiatura aperta – ha detto il presidente –, un film in continua evoluzione, che ancora non è uscito nelle sale, quindi non ha cominciato la sua fase finale di utilizzabilità”.

Ho provato a dare delle risposte di testa al brutto clima che si respira a Napoli. Ora, se volete, dite pure che sono allineato a De Laurentiis, concentrandovi sul dito e ignorando la luna. La pancia è esattamente la causa dei veleni, sparsi da una parte e dall’altra.

Piemonte felice come una Pasqua

Angelo Forgione – Piccola lezione di Questione meridionale applicata al calcio, che è cosa assai ignorata.
Fissate bene che gli studi economici sulle indipendenze tra Nord e Sud dimostrano che l’80% circa della spesa annuale dei meridionali per merci e servizi va ad aziende e società centro-settentrionali.
Ora prendete le uova di Pasqua della Juventus e del Napoli, le squadre più tifate al Sud, e mettetele in vendita nei supermercati meridionali.

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I piccoli tifosi del Napoli amplieranno la domanda delle uova azzurre e contribuiranno al fatturato di un’azienda campana di San Giuseppe Vesuviano (NA).
I piccoli tifosi meridionali della Juve amplieranno la domanda delle uova bianconere e contribuiranno al fatturato di un’azienda piemontese di Fossano (CN).
A sostanziale parità di peso (Juventus 240 gr / Napoli 220 gr), i genitori dei tifosi juventini pagheranno talvolta pure prezzi pressoché doppi, il che significa che per coprire la spesa di un singolo tifoso/uovo bianconero ne occorreranno quasi due azzurri. Sarà possibile solo in Campania, dove è concentrato circa il 70% della tifoseria azzurra, e dove il 50% degli appassionati tifa Napoli.
Pertanto le uova dell’azienda meridionale saranno vendute soprattutto in una regione del Sud, la Campania, mentre quelle dell’azienda settentrionale saranno acquistate dappertutto, comprese le altre regioni del Mezzogiorno.
Prendete il paradigma e applicatelo a magliette, gadget e merchandising vario, senza dimenticare gli abbonamenti alle tivù e il turismo sportivo (biglietti, vitto e alloggio), e vi renderete conto di quanto il Sud foraggi il Nord anche col tifo per Juve, Milan e Inter. Che poi, i periodici sondaggi per determinare le percentuali dei tifosi servono proprio a stabilire la ripartizione di una parte dei vitali diritti televisivi.
E ora, se il tifo non vi ottenebra il cervello, vi sarete resi come di quanto le squadre e le industrie del Nord ingrassino coi soldi del Sud, cioccolata a parte.
E buona Pasqua a tutti, a quelli belli e a quelli brutti.

Il calcio italiano che si aggrappa a Milano e snobba Napoli e Roma

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Angelo Forgione – Non è bastato Carlo Tavecchio, che da presidente della FIGC, due anni fa, dichiarò:

«Abbiamo una carenza da recuperare: Milano, che non può essere assente da un palcoscenico dove, con tutto il rispetto di Roma e Napoli, Torino ha una superiorità dal punto di vista dell’organizzazione e della cultura della vittoria. Vedremo se quello che sta avvenendo a Milano produrrà quello che deve produrre».

Due anni sono passati. Il virtuoso Napoli è sempre la seconda forza del campionato italiano. I proprietari stranieri non hanno ancora portato le indebitate milanesi a certi livelli. Tavecchio non c’è più ma oggi ci pensa il palermitano Gaetano Micciché, presidente della Lega di Serie A, a ripetere il concetto a Radio anch’io Sport:

«Sono convinto che dovranno ritornare protagoniste le due milanesi nella lotta per lo scudetto, la cui presenza crea storicamente un allargamento di vittoria, senza nulla togliere a Roma e Napoli, che hanno reso dura la vita alla Juventus nelle ultime stagioni».

“Con tutto il rispetto”, disse l’uno. “Senza nulla togliere”, dice l’altro. Per i dirigenti del nostro scontatissimo calcio, solo Inter e Milan possono fare quello che non può riuscire a Roma e Napoli, le grandi del calcio “meridionale”, ovvero contrastare il dominio juventino. La competizione, insomma, dev’essere sull’asse Torino-Milano, non Nord-Sud (Sud-Sud, figuriamoci, è eventualità impossibile). Tavecchio e Micciché indicano tra le righe dov’è la vittoria, e tutto sembra normale, anche se non lo è affatto.
È evidente che il calcio italiano, di fronte allo strapotere della Juventus e un finale sempre uguale da sette anni a questa parte, non sappia più che pesci prendere, e perciò si aggrappa alla restaurazione di antichi equilibri che non esistono più. La miopia di certi alti dirigenti non consente di comprendere che la Juventus è cresciuta con il consolidamento della EXOR attraverso l’acquisizione di Chrysler e la costituzione di FCA.
La storia dice che le tre strisciate del Nord hanno costruito i propri successi sulla forza del Triangolo industriale, orfano dal dopoguerra di Genova (prima vincente col Genoa). La cultura della vittoria di quelle squadre è nata sullo squilibrio territoriale, da cui anche quello calcistico, tra il Nord e il Sud.
I Berlusconi e i Moratti, la recente classe imprenditoriale meneghina che ha fatto vincenti le squadre milanesi, hanno creato voragini pur di riuscirvi e rinfocolare il blasone, per poi lasciare la patata bollente ad altri. Se Inter e Milan dovessero scalzare Napoli e Roma in futuro sarà perché le proprietà straniere avranno speso bene i loro soldi e programmato bene, non per chissà quale diritto storico o divino acquisito. E poi vedremo se qualcuno dirà “Napoli e Roma tornino protagoniste”.

Ancelotti, l’Inter, la Juve e l’Unesco

Angelo Forgione – Tra chi confonde le idee e chi si ammanta di una moralità che proprio non ha, Ancelotti è tornato nel calcio italiano come una mosca bianca nella battaglia culturale contro razzismo e discriminazione territoriale. Ha squarciato i silenzi, e anche le parole degli impostori… come quelle di Andrea Agnelli e della sua Juventus, che presenta ricorso contro la chiusura di un settore del suo stadio, a differenza della ben più dignitosa Inter, cui va un plauso per non essersi ribellata al giudice sportivo. E ancora complimenti all’Unesco per la scelta del partner nella difficile lotta culturale del Football.

Sarri, l’antipatico d’oro

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Angelo Forgione – Ha portato il Napoli a quota 91 in campionato, battendo per due volte il record storico di punti del club azzurro, che poi apparteneva sempre a lui. Ma non si è solo superato. Ha tenuto in vita l’unico campionato tra quelli più importanti in Europa, contro lo strapotere tecnico e politico della Juventus, costringendo il club bianconero a spuntarla di forza, gettando scurissime e tetre ombre sullo scudetto. Ha fatto innamorare milioni di semplici appassionati per la grande bellezza del suo gioco. Ha ricevuto elogi e consensi da tutt’Europa. Ha ispirato un neologismo dedicato alla sua filosofia tattica. Si è guadagnato un ingaggio importante nella nobile Inghilterra, da dove prosegue a fare prodigi: col Chelsea è l’unico allenatore imbattuto tra i maggiori campionati continentali.
E però la Panchina d’Oro l’ha vinta per la seconda volta consecutiva Massimiliano Allegri, il collega che per tre anni gli è stato rivale e che per tre anni l’ha sofferto di brutto. E se il Napoli di Maurizio Sarri ha fatto miracoli, il distacco dell’ex napoletano dallo juventino è risultato ampio, troppo ampio: 17 voti a 8. Praticamente doppiato, e pure appaiato a Simone Inzaghi. Per il tenero laziale, evidentemente, è valso il gioco espresso. Per il rude Maurizio no, è valsa l’antipatia e non l’inconfutabilmente superiore sarrismo napoletano, certificato solo due anni or sono, quando il tosco-napoletano non era ancora invidiato come oggi e il premio glielo aggiudicarono per soli tre voti: 25 a 22.
Due anni dopo, l’avversione per il non più sorprendente e sconosciuto Sarri è cresciuta. Dai 25 voti del 2016 agli 8 di oggi. Troppo pochi, uno schiaffo dai suoi colleghi, che sono quelli che votano. Perché il tecnico di Figline Valdarno, nato e cresciuto nel quartiere napoletano di Bagnoli, è davvero l’allenatore meno amato e più invidiato dalla sua stessa categoria. Per chi poteva votare Roberto Mancini, quello che da allenatore dell’Inter lamentò davanti le telecamere della Rai che Sarri gli aveva dato del frocio? «A chi dovevo dare il mio voto se non ad Allegri?», ha detto il CT della Nazionale. Lo stesso Allegri, durante la scorsa stagione, era andato costantemente in ebollizione ogni qual volta giornalisti e opinionisti gli avevano rinfacciato che il Napoli di Sarri sciorinava una qualità di gioco neanche minimamente avvicinata dalla corazzata bianconera.

Quando il premio nacque, nel 1990, erano i giornalisti a votare. Dovevano proclamare il tecnico che in Europa mostrava il calcio più interessante. Poi è divenuta una bega tutta italiana e ora votano gli allenatori. Allenatori che giudicano gli allenatori, e capirai quante antipatie e invidie vi sono nella categoria! Un’altra Panchina d’Oro Allegri l’aveva vinta da allenatore del Cagliari, nel 2008-09, quando lo scudetto andò all’Inter dell’antipatico Mourinho. 84 punti per i nerazzurri e 53 per i sardi, giunti noni al traguardo. Distacco di 31 punti, non di 4 come nel recente esito tra Juve e Napoli. Eppure gli allenatori sono dentro al sistema e sanno bene che lo scudetto 2018 lo meritavano gli azzurri, e sanno benissimo come l’hanno spuntata i bianconeri.

L’ultimo scudetto della Juve – l’ho già scritto in passato – è come la vittoria della dimenticata Fiumi di parole dei Jalisse a Sanremo, quando il premio della critica andò all’indimenticabile E dimmi che non vuoi morire di Vasco Rossi e Gaetano Curreri, cantata da Patty Pravo. Ma loro, i colleghi di Sarri, hanno iscritto Sarri nel club degli antipatici, invidiando un collega che è venuto dal nulla e meritocraticamente si è andato a prendere da solo la ricca ribalta londinese.
Per Sarri ha votato Carlo Ancelotti, l’allenatore più vincente che anche dal pulpito di Coverciano ho posto l’accento sui cori offensivi e sulla brutta incultura sportiva d’Italia, che è anche vittoria a ogni costo, e chi se ne frega dello spettacolo. Quello, del resto, neanche riusciamo a venderlo all’estero. Se avesse potuto, avrebbe votato per Sarri anche Pep Guardiola, che di dolori di stomaco ne ha fatti venire ad Allegri lo scorso anno dispensando elogi all’allora allenatore del Napoli. Ancelotti e Guardiola, vincenti con qualità e per niente invidiosi di nessuno, gli stessi che erano lo scorso mese sul palco trentino del Festival dello Sport per un viaggio nella bellezza del calcio. Loro a testimoniarne con Sacchi, e il pluridecorato Allegri non invitato. E come avrebbe potuto esserlo un allenatore che non rapisce l’occhio con le sue squadre? Certo, Max usa modi e linguaggi meno ruvidi di Maurizio. Max non manda a quel paese per direttissima. Max non si lamenta delle partite all’ora di pranzo e degli anticipi. Max non chiede a un arbitro di sospendere una partita per cori razzisti. Max non alza il dito medio al razzista tifoso bianconero.

Max, semmai, fila via negli spogliatoi prima del fischio finale senza mai stringere la mano all’avversario. Max intima ai giornalisti che certe domande sui favori arbitrali di cui gode la sua Juve non dovrebbero farle. Max finge di non aver sentito i cori razzisti dei suoi maleducatissimi tifosi. Max vince con la Juventus, e poco importa che sia contestato dagli stessi tifosi bianconeri, perché i suoi colleghi gli tributano superiorità, che poi è la superiorità della Juve. Lui se la gode; in fondo ha capito che vincere non è importante ma l’unica cosa che conta.

Ma che calcio dite?

Angelo Forgione – Il Napoli ha mollato. Troppo pesante la mazzata della vittoria juventina, a un passo dalla sconfitta, contro l’Inter. Gli azzurri, sabato sera, hanno capito che l’impresa non si può fare, che qualcosa spinge gli avversari, e hanno affrontato la Fiorentina senza quell’inerzia favorevole che si erano conquistati con la vittoria a Torino. Sembra una vita fa, e invece era giusto la scorsa domenica. Ma come? Giocatori euforici a festeggiare negli spogliatoi dello Stadium e a Firenze non pervenuti? Capita quando vedi l’operato dell’arbitro Orsato e la vittoria dei bianconeri a un passo dal crollo. Roba da abbattere un toro imbufalito. E così il Napoli, con l’obbligo di restare incollato alla Juve per un traguardo comunque possibile, ha colpevolmente sfoderato la peggiore prestazione dell’anno. Non è un caso.
Qui non si tratta di trovare scuse a un Napoli scialbo e spento. Qui non si tratta neanche di sentenziare che Orsato era in malafede, perché non se ne hanno le prove. Qui si tratta di dire chiaramente che Inter-Juve è stata indirizzata e falsata, a prescindere che lo sia stata per errore o per volontà. Qui si tratta di capire come raccontare e farsi raccontare il calcio, di come analizzare certi eventi, perché la sentenza di malafede, in quanto a dimostrabilità, vale esattamente quanto quella di buonafede. Nessuno può dire con certezza se in un giudice vi siano dei condizionamenti o meno, ma il dogma dell’arbitro retto e degli addetti ai lavori integerrimi non regge più. È la storia del nostro calcio, e non solo il nostro, a dirlo, ad alimentare sospetti.
È folle asserire o anche solo pensare che in un ambiente fatto di uomini, soldi e interessi capaci di attirare la complicità di istituzioni, politici e centri di potere, la pulizia sia garantita. Il sistema calcio, piuttosto, è guasto come il Paese di cui fa parte, e la sua questione morale si è palesata più volte nelle aule di tribunale, tra ripetuti scandali e crac finanziari che sono iniziati a inizio Novecento e mai sono terminati.
Eppure, chi ha il privilegio di parlare dai teleschermi nazionali non accenna mai all’approfondimento del dubbio ma tende sempre a salvaguardare la serenità del calcio. L’ultimo esempio in ascesa è quello del buon Riccardo Cucchi, passato dalla radio alla tivù, dall’ottima carriera di radiocronista apprezzato a quella di conduttore-commentatore ecumenico della Domenica Sportiva. Apprezzabilissimo il suo tentativo di abbassare i toni, ma la narrazione fiabesca di un calcio onesto e la sentenza della partita non falsata da Orsato sono fragili e non stanno in piedi, poiché i ripetuti scandali hanno minato da tempo la fiducia nella trasparenza dell’intero mondo del Calcio.
L’opacità di un mondo malato e immorale è nascosta da una scintillante retorica del pallone che brilla fino all’esplosione dello scandalo di turno. A scandalo in corso, tutti a indignarsi, e magari a sperare che termini al più presto possibile, senza troppi danni, tradendo la propria moralità. E a scandalo terminato si riprende a credere che tutto sia ripulito, di nuovo brillante. Illusione! Il fatto è che gli scandali sono iniziati coi primi calci di inizio Novecento, non hanno mai avuto soluzione di continuità, e chissà cosa ci riserverà l’incognita del tempo futuro.
C’era una volta un “giornalista giornalista” che i sospetti sul calcio italiano li approfondiva, non lasciandosi mai sedurre dalla retorica buonista del gioco pulito e della buonafede. Quel giornalista era uno “contro”, ma contro il giornalismo privo di verità. Denunciò il mobbing subito da Eugenio Scalfari a La Repubblica dopo aver raccolto prove in Africa della combine di Italia-Camerun ai mondiali di Spagna 82, e dovette lasciare il giornale nonostante la vittoria della causa intentata. Dopo più di 20 anni di giornalismo di inchiesta denunciò di essere stato boicottato dal Tg3 di Bianca Berlinguer, dove evidenziava ogni domenica la corruzione del calcio italiano anche dopo Calciopoli. Ha avuto una carriera piena di ostacoli e porte chiuse, e poi è scomparso, lasciando in noi che scriviamo per amor di verità un profondo vuoto. Di Oliviero Beha, nel giornalismo sportivo, ce n’era uno, ed era anche troppo.