Il calcio italiano che si aggrappa a Milano e snobba Napoli e Roma

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Angelo Forgione – Non è bastato Carlo Tavecchio, che da presidente della FIGC, due anni fa, dichiarò:

«Abbiamo una carenza da recuperare: Milano, che non può essere assente da un palcoscenico dove, con tutto il rispetto di Roma e Napoli, Torino ha una superiorità dal punto di vista dell’organizzazione e della cultura della vittoria. Vedremo se quello che sta avvenendo a Milano produrrà quello che deve produrre».

Due anni sono passati. Il virtuoso Napoli è sempre la seconda forza del campionato italiano. I proprietari stranieri non hanno ancora portato le indebitate milanesi a certi livelli. Tavecchio non c’è più ma oggi ci pensa il palermitano Gaetano Micciché, presidente della Lega di Serie A, a ripetere il concetto a Radio anch’io Sport:

«Sono convinto che dovranno ritornare protagoniste le due milanesi nella lotta per lo scudetto, la cui presenza crea storicamente un allargamento di vittoria, senza nulla togliere a Roma e Napoli, che hanno reso dura la vita alla Juventus nelle ultime stagioni».

“Con tutto il rispetto”, disse l’uno. “Senza nulla togliere”, dice l’altro. Per i dirigenti del nostro scontatissimo calcio, solo Inter e Milan possono fare quello che non può riuscire a Roma e Napoli, le grandi del calcio “meridionale”, ovvero contrastare il dominio juventino. La competizione, insomma, dev’essere sull’asse Torino-Milano, non Nord-Sud (Sud-Sud, figuriamoci, è eventualità impossibile). Tavecchio e Micciché indicano tra le righe dov’è la vittoria, e tutto sembra normale, anche se non lo è affatto.
È evidente che il calcio italiano, di fronte allo strapotere della Juventus e un finale sempre uguale da sette anni a questa parte, non sappia più che pesci prendere, e perciò si aggrappa alla restaurazione di antichi equilibri che non esistono più. La miopia di certi alti dirigenti non consente di comprendere che la Juventus è cresciuta con il consolidamento della EXOR attraverso l’acquisizione di Chrysler e la costituzione di FCA.
La storia dice che le tre strisciate del Nord hanno costruito i propri successi sulla forza del Triangolo industriale, orfano dal dopoguerra di Genova (prima vincente col Genoa). La cultura della vittoria di quelle squadre è nata sullo squilibrio territoriale, da cui anche quello calcistico, tra il Nord e il Sud.
I Berlusconi e i Moratti, la recente classe imprenditoriale meneghina che ha fatto vincenti le squadre milanesi, hanno creato voragini pur di riuscirvi e rinfocolare il blasone, per poi lasciare la patata bollente ad altri. Se Inter e Milan dovessero scalzare Napoli e Roma in futuro sarà perché le proprietà straniere avranno speso bene i loro soldi e programmato bene, non per chissà quale diritto storico o divino acquisito. E poi vedremo se qualcuno dirà “Napoli e Roma tornino protagoniste”.

Ancelotti, l’Inter, la Juve e l’Unesco

Angelo Forgione – Tra chi confonde le idee e chi si ammanta di una moralità che proprio non ha, Ancelotti è tornato nel calcio italiano come una mosca bianca nella battaglia culturale contro razzismo e discriminazione territoriale. Ha squarciato i silenzi, e anche le parole degli impostori… come quelle di Andrea Agnelli e della sua Juventus, che presenta ricorso contro la chiusura di un settore del suo stadio, a differenza della ben più dignitosa Inter, cui va un plauso per non essersi ribellata al giudice sportivo. E ancora complimenti all’Unesco per la scelta del partner nella difficile lotta culturale del Football.

Sarri, l’antipatico d’oro

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Angelo Forgione – Ha portato il Napoli a quota 91 in campionato, battendo per due volte il record storico di punti del club azzurro, che poi apparteneva sempre a lui. Ma non si è solo superato. Ha tenuto in vita l’unico campionato tra quelli più importanti in Europa, contro lo strapotere tecnico e politico della Juventus, costringendo il club bianconero a spuntarla di forza, gettando scurissime e tetre ombre sullo scudetto. Ha fatto innamorare milioni di semplici appassionati per la grande bellezza del suo gioco. Ha ricevuto elogi e consensi da tutt’Europa. Ha ispirato un neologismo dedicato alla sua filosofia tattica. Si è guadagnato un ingaggio importante nella nobile Inghilterra, da dove prosegue a fare prodigi: col Chelsea è l’unico allenatore imbattuto tra i maggiori campionati continentali.
E però la Panchina d’Oro l’ha vinta per la seconda volta consecutiva Massimiliano Allegri, il collega che per tre anni gli è stato rivale e che per tre anni l’ha sofferto di brutto. E se il Napoli di Maurizio Sarri ha fatto miracoli, il distacco dell’ex napoletano dallo juventino è risultato ampio, troppo ampio: 17 voti a 8. Praticamente doppiato, e pure appaiato a Simone Inzaghi. Per il tenero laziale, evidentemente, è valso il gioco espresso. Per il rude Maurizio no, è valsa l’antipatia e non l’inconfutabilmente superiore sarrismo napoletano, certificato solo due anni or sono, quando il tosco-napoletano non era ancora invidiato come oggi e il premio glielo aggiudicarono per soli tre voti: 25 a 22.
Due anni dopo, l’avversione per il non più sorprendente e sconosciuto Sarri è cresciuta. Dai 25 voti del 2016 agli 8 di oggi. Troppo pochi, uno schiaffo dai suoi colleghi, che sono quelli che votano. Perché il tecnico di Figline Valdarno, nato e cresciuto nel quartiere napoletano di Bagnoli, è davvero l’allenatore meno amato e più invidiato dalla sua stessa categoria. Per chi poteva votare Roberto Mancini, quello che da allenatore dell’Inter lamentò davanti le telecamere della Rai che Sarri gli aveva dato del frocio? «A chi dovevo dare il mio voto se non ad Allegri?», ha detto il CT della Nazionale. Lo stesso Allegri, durante la scorsa stagione, era andato costantemente in ebollizione ogni qual volta giornalisti e opinionisti gli avevano rinfacciato che il Napoli di Sarri sciorinava una qualità di gioco neanche minimamente avvicinata dalla corazzata bianconera.

Quando il premio nacque, nel 1990, erano i giornalisti a votare. Dovevano proclamare il tecnico che in Europa mostrava il calcio più interessante. Poi è divenuta una bega tutta italiana e ora votano gli allenatori. Allenatori che giudicano gli allenatori, e capirai quante antipatie e invidie vi sono nella categoria! Un’altra Panchina d’Oro Allegri l’aveva vinta da allenatore del Cagliari, nel 2008-09, quando lo scudetto andò all’Inter dell’antipatico Mourinho. 84 punti per i nerazzurri e 53 per i sardi, giunti noni al traguardo. Distacco di 31 punti, non di 4 come nel recente esito tra Juve e Napoli. Eppure gli allenatori sono dentro al sistema e sanno bene che lo scudetto 2018 lo meritavano gli azzurri, e sanno benissimo come l’hanno spuntata i bianconeri.

L’ultimo scudetto della Juve – l’ho già scritto in passato – è come la vittoria della dimenticata Fiumi di parole dei Jalisse a Sanremo, quando il premio della critica andò all’indimenticabile E dimmi che non vuoi morire di Vasco Rossi e Gaetano Curreri, cantata da Patty Pravo. Ma loro, i colleghi di Sarri, hanno iscritto Sarri nel club degli antipatici, invidiando un collega che è venuto dal nulla e meritocraticamente si è andato a prendere da solo la ricca ribalta londinese.
Per Sarri ha votato Carlo Ancelotti, l’allenatore più vincente che anche dal pulpito di Coverciano ho posto l’accento sui cori offensivi e sulla brutta incultura sportiva d’Italia, che è anche vittoria a ogni costo, e chi se ne frega dello spettacolo. Quello, del resto, neanche riusciamo a venderlo all’estero. Se avesse potuto, avrebbe votato per Sarri anche Pep Guardiola, che di dolori di stomaco ne ha fatti venire ad Allegri lo scorso anno dispensando elogi all’allora allenatore del Napoli. Ancelotti e Guardiola, vincenti con qualità e per niente invidiosi di nessuno, gli stessi che erano lo scorso mese sul palco trentino del Festival dello Sport per un viaggio nella bellezza del calcio. Loro a testimoniarne con Sacchi, e il pluridecorato Allegri non invitato. E come avrebbe potuto esserlo un allenatore che non rapisce l’occhio con le sue squadre? Certo, Max usa modi e linguaggi meno ruvidi di Maurizio. Max non manda a quel paese per direttissima. Max non si lamenta delle partite all’ora di pranzo e degli anticipi. Max non chiede a un arbitro di sospendere una partita per cori razzisti. Max non alza il dito medio al razzista tifoso bianconero.

Max, semmai, fila via negli spogliatoi prima del fischio finale senza mai stringere la mano all’avversario. Max intima ai giornalisti che certe domande sui favori arbitrali di cui gode la sua Juve non dovrebbero farle. Max finge di non aver sentito i cori razzisti dei suoi maleducatissimi tifosi. Max vince con la Juventus, e poco importa che sia contestato dagli stessi tifosi bianconeri, perché i suoi colleghi gli tributano superiorità, che poi è la superiorità della Juve. Lui se la gode; in fondo ha capito che vincere non è importante ma l’unica cosa che conta.

Ma che calcio dite?

Angelo Forgione – Il Napoli ha mollato. Troppo pesante la mazzata della vittoria juventina, a un passo dalla sconfitta, contro l’Inter. Gli azzurri, sabato sera, hanno capito che l’impresa non si può fare, che qualcosa spinge gli avversari, e hanno affrontato la Fiorentina senza quell’inerzia favorevole che si erano conquistati con la vittoria a Torino. Sembra una vita fa, e invece era giusto la scorsa domenica. Ma come? Giocatori euforici a festeggiare negli spogliatoi dello Stadium e a Firenze non pervenuti? Capita quando vedi l’operato dell’arbitro Orsato e la vittoria dei bianconeri a un passo dal crollo. Roba da abbattere un toro imbufalito. E così il Napoli, con l’obbligo di restare incollato alla Juve per un traguardo comunque possibile, ha colpevolmente sfoderato la peggiore prestazione dell’anno. Non è un caso.
Qui non si tratta di trovare scuse a un Napoli scialbo e spento. Qui non si tratta neanche di sentenziare che Orsato era in malafede, perché non se ne hanno le prove. Qui si tratta di dire chiaramente che Inter-Juve è stata indirizzata e falsata, a prescindere che lo sia stata per errore o per volontà. Qui si tratta di capire come raccontare e farsi raccontare il calcio, di come analizzare certi eventi, perché la sentenza di malafede, in quanto a dimostrabilità, vale esattamente quanto quella di buonafede. Nessuno può dire con certezza se in un giudice vi siano dei condizionamenti o meno, ma il dogma dell’arbitro retto e degli addetti ai lavori integerrimi non regge più. È la storia del nostro calcio, e non solo il nostro, a dirlo, ad alimentare sospetti.
È folle asserire o anche solo pensare che in un ambiente fatto di uomini, soldi e interessi capaci di attirare la complicità di istituzioni, politici e centri di potere, la pulizia sia garantita. Il sistema calcio, piuttosto, è guasto come il Paese di cui fa parte, e la sua questione morale si è palesata più volte nelle aule di tribunale, tra ripetuti scandali e crac finanziari che sono iniziati a inizio Novecento e mai sono terminati.
Eppure, chi ha il privilegio di parlare dai teleschermi nazionali non accenna mai all’approfondimento del dubbio ma tende sempre a salvaguardare la serenità del calcio. L’ultimo esempio in ascesa è quello del buon Riccardo Cucchi, passato dalla radio alla tivù, dall’ottima carriera di radiocronista apprezzato a quella di conduttore-commentatore ecumenico della Domenica Sportiva. Apprezzabilissimo il suo tentativo di abbassare i toni, ma la narrazione fiabesca di un calcio onesto e la sentenza della partita non falsata da Orsato sono fragili e non stanno in piedi, poiché i ripetuti scandali hanno minato da tempo la fiducia nella trasparenza dell’intero mondo del Calcio.
L’opacità di un mondo malato e immorale è nascosta da una scintillante retorica del pallone che brilla fino all’esplosione dello scandalo di turno. A scandalo in corso, tutti a indignarsi, e magari a sperare che termini al più presto possibile, senza troppi danni, tradendo la propria moralità. E a scandalo terminato si riprende a credere che tutto sia ripulito, di nuovo brillante. Illusione! Il fatto è che gli scandali sono iniziati coi primi calci di inizio Novecento, non hanno mai avuto soluzione di continuità, e chissà cosa ci riserverà l’incognita del tempo futuro.
C’era una volta un “giornalista giornalista” che i sospetti sul calcio italiano li approfondiva, non lasciandosi mai sedurre dalla retorica buonista del gioco pulito e della buonafede. Quel giornalista era uno “contro”, ma contro il giornalismo privo di verità. Denunciò il mobbing subito da Eugenio Scalfari a La Repubblica dopo aver raccolto prove in Africa della combine di Italia-Camerun ai mondiali di Spagna 82, e dovette lasciare il giornale nonostante la vittoria della causa intentata. Dopo più di 20 anni di giornalismo di inchiesta denunciò di essere stato boicottato dal Tg3 di Bianca Berlinguer, dove evidenziava ogni domenica la corruzione del calcio italiano anche dopo Calciopoli. Ha avuto una carriera piena di ostacoli e porte chiuse, e poi è scomparso, lasciando in noi che scriviamo per amor di verità un profondo vuoto. Di Oliviero Beha, nel giornalismo sportivo, ce n’era uno, ed era anche troppo.

ESCLUSIVA Arenapoli.it – Forgione: “Juventinità al Sud, Napoli-Filmauro e un’idea per ADL.

intervista del 16 febbraio 2018 a cura di Luca Cirillo per Areanapoli.it

Per analizzare il momento della squadra di Sarri all’indomani della sconfitta degli azzurri in Europa League contro il Lipsia, abbiamo contattato il collega Angelo Forgione, giornalista e noto scrittore, autore del fortunato Napoli Capitale Morale, ultimo lavoro letterario dopo Made in Naples e Dov’è la Vittoria, in cui analizza la storia del calcio italiano attraverso analisi socio-economico-politiche.

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La tua segnalazione sul Carnevale di Putignano, il più antico d’Italia ed il più grande del Sud, con una forte connotazione juventina, ha fatto il giro dei media. Il maestro Lello Nardelli, autore del carro e tifoso del club torinese, ha definito i calciatori bianconeri “Eroi moderni”. La “colonizzazione” è anche questa…

Certamente. Si tratta di un’evidente manifestazione di un’affezione storica del territorio pugliese ai colori della Juventus, cosa che vale anche per quelli dell’Inter e del Milan. Del resto funziona così in tutto il Meridione e nel resto del Paese, ma il fatto è che quest’affezione è più forte nelle province del calcio, dove non ci sono squadre capaci di radicare un sentimento locale e di evocare una passione identitaria. Un carro allegorico dedicato all’esaltazione della Juventus è impossibile a Napoli, a Roma o a Firenze, grandi centri con importanti club, ma a Putignano, invece, è possibilissimo, perché nel Barese lo juventinismo è forte e affonda le sue radici nell’emigrazione del dopoguerra. Il carro allegorico juventino è lo specchio della disidentificazione del Sud, e racconta di un’evoluzione sociale dell’Italia e della Questione meridionale.


A chi dice che il calcio è solo passione avulsa da tutto il resto, dall’amore per il territorio, cosa rispondi? Esempio: “io sono di Putignano, perché devo tifare per forza per la Putignanese o per il Bari? E pur tifando per loro, posso tifare per chi mi pare nel campionato di Serie A?”. Tema complesso…

In realtà è un tema semplicissimo. I bambini di questi territori, fuori dal grande calcio e dalla possibilità di lottare per qualcosa di “nazionale”, devono necessariamente fare una scelta che gli consenta di partecipare, di non sentirsi esclusi nei discorsi con gli amici, e per convenienza inconscia si affezionano alle squadre più gloriose. La stessa cosa accade ad altre età, per contare nei discorsi da bar in pubblico. La verità è che esiste anche una componente identitaria che si nasconde dietro alla voglia di vincere, frutto dell’auto-riconoscimento di ciascun appassionato nella squadra che porta il nome della propria città, della propria provincia, del proprio territorio di appartenenza e, che è poi area di precisa identità culturale, ma spesso la si sopprime. A Napoli, Roma e Firenze è più facile far prevalere questo aspetto a prescindere, ma a Bari e dintorni diventa già più difficile. Qui il tifo aiuta a gestire e risolvere un contrasto interiore, e perciò alla fede locale, che diventa prioritaria solo se la squadra del territorio è in Serie A, è spesso accostata quella per una delle tre squadre più vincenti, che è un’assicurazione sulla partecipazione. Il barese tifa magari per il Bari e per la Juve, e così il palermitano e il reggino, cosa impossibile per il napoletano, il romano e il fiorentino, che hanno una sola fede, che sia per le squadre delle città o delle tre più blasonate.

Tali dibattiti sono tornati di attualità anche grazie alla cavalcata del Napoli che negli anni si è affermata come principale avversaria della Juve. Cavalcata che sta innervosendo non poco i sabaudi e i relativi feudi in tutta Italia.

Certo che sì. La Juventus, per i motivi chiariti, è la squadra più amata d’Italia e i suoi sostenitori abbondano in ogni provincia del Paese. La tifoseria del Napoli è agli antipodi di quella bianconera, perché se gli juventini sono ovunque e tifano per una squadra che non rappresenta Torino ma una sua espressione industriale, con tutto ciò che garantisce, i napoletani sono invece concentrati soprattutto in Campania e amano la napoletanità. Napoletano è il tifoso e napoletano è il cittadino, c’è sovrapposizione anche nella terminologia. Napoli e Juventus è un confronto tra fieri napoletani e generalmente italiani, tra una tifoseria che vuole essere e un’altra che vuole avere. Ma c’è dell’altro…

Cioè?

Bisogna tener conto di un fenomeno che sta montando in questo preciso momento storico. Con il Napoli a rappresentare la prima rivale della Juventus, cosa che dura ormai da un lustro e più, i più giovani juventini stanno crescendo con un’avversione al Napoli e ai suoi tifosi piuttosto che al mondo interista e milanista, ora ridimensionati. Ad esempio, ho visto una ragazzina di Messina registrare video su youtube per esternare e motivare tutto il suo odio per il mondo Napoli, nato in questi anni insieme al suo amore per la Juventus. È una dinamica che non dobbiamo sottovalutare.

Questione Younes: si “narra” che il calciatore sia letteralmente scappato dopo aver visto il San Paolo e Castel Volturno. “Taxi, mi porti alla stazione di Villa Literno”. Da lì la fuga. Il tedesco si è spaventato? Siamo così brutti?

Qualcuno prima o poi dovrà spiegarci cosa realmente è accaduto quel giorno, perché non è accettabile che un calciatore firmi, venga da Amsterdam a vedere una partita a Napoli e il giorno seguente se ne esca serenamente dal centro sportivo di allenamento, senza salutare e motivare, e se ne torni da dove è venuto. Possibile che nessun dirigente azzurro accompagnasse il ragazzo? In attesa di capire, l’unica certezza è che Milik ha fatto lo stesso percorso, ma di sola andata; è ancora a Napoli e non mi pare un calciatore spaventato o deluso.

L’Italia fa una fatica enorme a tenere il passo delle big d’Europa. Quanti anni ci vorranno per tornare grandi come negli anni ’80 o è una parentesi storica irripetibile?

Quello degli anni Ottanta fu un momento storico difficilmente ripetibile. L’Italia scialava sulla scia del boom economico dei decenni precedenti, e la crescita economica del Paese era ancora in atto. Nel 1981 fu decisa la liberalizzazione delle sponsorizzazioni, un provvedimento rivoluzionario che aprì le porte agli investimenti delle grandi industrie, che intuirono le potenzialità legate al calcio. Le società italiane, in quel calcio poggiante sulla bigliettazione allo stadio, aggiunsero alle strutture capienti i soldi degli sponsor e gli investimenti degli imprenditori. Con la vittoria dei Mondiali in Spagna, la febbre salì. Il tesseramento del secondo straniero, accordato dalla Federazione a partire dalla stagione ‘82/’83, fu l’ultimo grande cambiamento della Serie A. Ciò permise, nel bene e nel male, l’arrivo di un numero doppio di stranieri, e tutti quanti volevano l’Italia. Di questa sbornia, però, ne abbiamo approfittato senza porci il problema futuro, quello della trasformazione in fenomeno televisivo. Quando sono esplose le pay-tv la Serie A ha pensato solo a spremere il limone dei diritti televisivi, dimenticando che altrove si provvedeva ad approntare stadi moderni e capienti di proprietà, mentre noi restavamo ancorati alle proprietà comunali, e neanche ci siamo preoccupati di contrastare il fenomeno del marchandising falso con leggi e controlli severi. Altrove hanno iniziato a rendersi moderni e noi ci siamo ritrovati indietro, dipendenti esclusivamente dai diritti televisivi e dalle banche. La sentenza Bosman, poi, significò un vantaggio per chi cresceva e un danno per chi restava indietro, come noi. Abbiamo decenni di ritardi e non abbiamo neanche iniziato la risalita. Restiamo sufficientemente competitivi solo per la grande capacità tattica dei nostri allenatori, che non a caso vengono risucchiati dai campionati più ricchi.

Domanda apparentemente fuori contesto: che momento vive Napoli sul versante dell’arte, della comicità, della musica, del cinema ecc. ecc.?

Molto florido. Napoli è la città più dinamica d’Italia sotto questo aspetto. Il cinema napoletano, o a tema napoletano, vince premi su premi. La musica è sempre viva, così come la comicità, anche se di Troisi non se ne vedono in giro. In questo buon momento ci metterei certamente anche la scrittura. Ogni forma d’arte napoletana riesce a segnalarsi a livello internazionale, e questo è segno di un’identità tra le più espressive del mondo.

Continuando, “Napoli velata” di Ozpetek ti è piaciuto?

Nulla di trascendentale ma certamente un bel film, che ti tiene incollato alla sedia per capire e che racconta il femminino di Napoli, perché il regista ha compreso che Napoli è femmina, e necessita di essere capita, sentita, oltre che osservata.

De Laurentiis potrebbe dare una sterzata e stimoli nuovi alla città sul versante artistico o il “mercato” non lo permette? Purtroppo ADL si associa ai cinepanettoni, ma nel suo passato di produttore ci sono prestigiosi titoli di livello internazionale. Il mercato si asseconda o è possibile dettare regole e ritmo?

L’industria del cinema è in forte crisi e non si può fare a meno di cercare il risultato al botteghino. Non c’è più spazio per sperimentazioni e rivoluzioni. Il fatto è che è la SSC Napoli a trainare la Filmauro e non viceversa. Non credo di andare troppo lontano dalla realtà azzardando che se De Laurentiis non avesse acquistato il Napoli la Filmauro non esisterebbe più. Io però gli suggerirei di lavorare a un bel film sulla storia di Napoli, rompendo qualche schema. Non sarebbe un errore.

Tornando al calcio, questo epico duello Napoli-Juventus è arrivato dopo 9-10 anni al suo punto più alto. Davide contro Golia, le idee e la creatività contro lo strapotere economico. E’ l’inizio di tanti duelli per tanti anni ancora o Milan, Inter, Roma e Lazio torneranno a breve ad inserirsi in alta quota?

La Roma, in alta quota, c’è già, ma non riesce a starci con continuità. L’inter sta provando a rialzarsi, ma non la vedo così semplice come qualcuno ha preconizzato all’arrivo di Suning. Il governo cinese ha recentemente tarpato le ali agli investimenti all’estero e tutto comunque passa attraverso la presenza costante in Champions League, cosa non certa neanche per la prossima stagione. Il Milan è ancora lontanissimo da certi livelli, e non ci sono garanzie sul suo futuro societario, mentre la Lazio non può fare più di quello che sta facendo. Il duello Juventus-Napoli durerà ancora a lungo perché, tra i 5 top club d’Italia, sono gli unici due che programmano, sia pure in maniera diversa; due società che non hanno debiti esponenziali, che non sono in mano alle banche o a fondi stranieri e che sono guidate da due proprietà riconoscibili e vicine alla squadra. Per dirla tutta, io non sono tra quelli che sullo scudetto a Napoli dicono “ora o mai più”. È una mentalità perdente, e non è certamente quella che sta dando Sarri alla sua squadra.

Stampa estera: “Ferita e orgoglio dei figli del Vesuvio”

Il portale online della rivista spagnola Panenka pubblica un focus sulle questioni sociali che gravitano attorno alla discriminazione territoriale nel calcio italiano. Un articolo, nato dalla lettura di Dov’è la Vittoria, di cui è riportata di seguito la traduzione.

panenkaFERITA E ORGOGLIO DEI FIGLI DEL VESUVIO
Il disprezzo contemporaneo che avvertono alcuni abitanti del Nord Italia per la città di Napoli è una realtà. E il calcio lo dimostra.

– I napoletani sono ovunque, nel Nord e nel Sud, un po’ come i cinesi.
– Ma li distinguete dalla puzza.

Risate.

È la trascrizione dell’inizio di un servizio del telegiornale regionale piemontese della RAI, all’esterno dello Juventus Stadium in occasione dell’incontro Juve-Napoli dell’ottobre 2012. La seconda frase è un assist per un tifoso della Juventus fornito da un giornalista della TV pubblica italiana Giampiero Amandola. La RAI, nel clamore che ne è seguito, è stata costretta a licenziare il veterano Amandola.

Il servizio iniziava col coro di due giovani juventini davanti la telecamera: “Vesuvio, Lavali tu!”. È grazie al calcio che possiamo notare tutte la precarietà dell’unità italiana.

NAPOLI MERDA E STRISCIONI SUDAFRICANI

L’Italia è carica di luoghi comuni. C’è, per esempio, la tovaglia a quadri bianchi e rossi delle presunte pizzerie italiane fuori del paese. Altri sono totalmente falsi, come la storia che il disprezzo contemporaneo del Nord per Napoli è iniziato con gli scudetti di Maradona.

“No, accade da prima, e precisamente dal 1973, l’anno dell’epidemia del colera nel Mediterraneo”, precisa Angelo Forgione, giornalista e scrittore napoletano e napolista, colui che per primo denunciò con successo il caso Amandola. “La stampa e la televisione italiana incolparono Napoli e le sue condizioni igieniche. In realtà, quell’epidemia partiva da lontanissimo, dall’Indonesia e colpì il Sud-Italia e alcune coste della Spagna attraverso l’importazione di cozze tunisine infette”. Furono colpite anche le città di Palermo, Cagliari e Barcellona, ma Napoli fu quella che mise in campo una vaccinazione massiccia. “Fu la più grande operazione di profilassi della storia europea. L’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarò finita l’emergenza dopo un mese e mezzo, mentre nelle atre città restò aperta per anni. Se la stampa italiana avesse raccontato bene quegli gli eventi, avrebbe fatto di Napoli un esempio della sanità, e invece nell’immaginario collettivo la dipinse come una Calcutta d’Europa”, dice Forgione.

Fu l’inaugurazione di una canzone che è ormai un classico, in tanti stadi in cui va a giocare il Napoli:

Senti che puzza, scappano anche i cani
stanno arrivando i napoletani
oh colerosi, terremotati,
voi col sapone non vi siete mai lavati
Napoli merda, Napoli colera,
sei la vergogna dell’Italia intera.

Non c’è bisogno di aver studiato l’italiano. Né si deve andare troppo lontano per veder cantare questa canzone l’attuale leader della xenofoba Lega Nord, il milanese Matteo Salvini, già coinvolto in numerosi scandali razzisti.
Ovviamente, Salvini si scusò, dicendo che “erano cori da stadio”.

“La prima cosa che vide Maradona al suo esordio in Serie A, a Verona, fu uno striscione con scritto ‘Benvenuti in Italia‘. A lui, in Spagna, lo avevano chiamato ‘sudaca’ e subito capì che cosa significava la parola ‘terroni'”, dice Forgione sul termine usato per etichettare i presunti ignoranti del sud Italia. “Diego capì che la sua missione non era solo sportiva. Quando il Napoli vinse lo scudetto, a Torino si scrisse ‘Napoli campione, oltraggio alla nazione‘ e ‘Siete i campioni del Nord Africa’”.

Erano i tempi dell’apartheid e l’attore napoletano Massimo Troisi, candidato in seguito all’Oscar per Il Postino, se ne uscì con una brillante risposta:

Preferisco essere un campione del Nord Africa che fare striscioni del Sud Africa”

TI HA FATTO GOL UN TERRONE!

I due scudetti del Napoli sono gli unici del Sud Italia in 114 campionati. La Sardegna ne ha uno grazie al Cagliari e la capitale cinque, tre romanisti e due laziali. E del Sud sono Crotone, Pescara e Palermo, le squadre che sembrano destinate a scendere in Serie B quest’anno. Più del 90% degli scudetti sono finiti al Nord. In queste squadre hanno militato grandi giocatori nel Mezzogiorno, e uno di loro è il simbolo della migrazione di massa operaia che ha sostenuto il triangolo MilanoTorino-Genova e il suo miracolo economico calcistico: Pietro Anastasi.

“Il centravanti siciliano era già promesso all’Inter ma poi finì alla Juventus con un accordo basato su una contropartita industriale”, racconta Forgione. “Il presidente del suo club, il Varese, Giovanni Borghi, era il fondatore dell’Ignis, che produceva frigoriferi, e i compressori glieli forniva la Fiat. Gianni Agnelli volle fortissimamente Anastasi: gran parte degli operai della sua azienda erano meridionali, molti siciliani. Portarlo a Torino, alla Juventus, significava creare affezione e consenso. Anastasi fu pagato per metà in contanti e per metà in compressori per frigoriferi”. Per Forgione fu il primo acquisto geopolitico del calcio. La foto di Anastasi in bianconero entrò nelle case degli operai e l’attaccante divenne l’idolo degli emigranti del Sud, che si erano lasciati alle spalle la loro terra per lavorare dove c’era la possibilità. A Petruzzu seguirono il sardo Cuccureddu, il palermitano Furino e il leccese Causio, i cosiddetti “sudisti del Nord”, una Juve  fortissima che accolse tanti tifosi desiderosi di festeggiare i titoli come di sentirsi integrati in una realtà socialmente diversa, se non ostile, al Sud.

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Nel suo libro sulle due Italie e il calcio, Dov’è la Vittoria, Forgione tira fuori un paio di casi in cui i protagonisti della polemica sono stati calciatori napoletani militanti nei club del Nord. Uno è Aniello Cutolo, diventato cinque anni fa una sorta di giustiziere meridionale. In particolare contro Andrea Mandorlini, a quel tempo allenatore del Verona, e contro la curva veneta, considerata la più xenofoba d’Italia. []

L’altro protagonista è Antonio Di Natale. Il napoletano, stanco dei cori anti-meridionali, zittì i suoi sotenitori friulani a Udine dopo aver segnato contro il Catania, svelando pubblicamente l’ipocrisia di un Nord che offende mentre esulta per i gol dei figli del Sud. Che Di Natale avesse messo il sale sulla ferita italiana lo dimostra il fatto che dovette scusarsi con un comunicato ufficiale del club, firmato da lui e concluso con un più che  sospetto saluto in dialetto friulano.

Ma il caso di anti-napoletanità più sanguionoso è un omicidio.

Solo tre finali di Coppa Italia fa, a Roma, Daniele De Santis, un quasi cinquantenne tifoso giallorosso di estrema destra, sparò a Ciro Esposito, prima della partita. I tifosi napoletani erano accorsi a salvare i passeggeri di un autobus di altri napoletani che venivano attaccati da un raid degli ultras romanisti. Esposito è morto dopo 53 giorni in ospedale. La Roma di De Santis, condannato per omicidio a 26 anni di carcere, non giocava quella sera: la sua presenza era motivata dalla caccia al napoletano. Circa quarant’anni prima era successo qualcosa di simile ad Alfredo Della Corte, un napoletano che si era salvato per miracolo dopo un colpo di pistola in bocca ricevuto al di fuori dellOlimpico.

I televisori italiani preferirono concentrarsi – mentre Ciro era attaccato a una macchina – sulla figura del capo degli ultras Mastiffs del Napoli che dialogava con le autorità e anche con il capitanissimo Hamsik, evitando sicuramente una tragedia allo stadio. []

Ma Ciro non è morto per una partita di calcio, e Napoli non è un’insopportabile ‘gomorra’. La peggio narrata tra le maggiori città europee spera in uno scatto di orgoglio contro il Real Madrid. E il ritorno è in casa.

Intervento a “Pane al pane, vino… Alvino” (TvLuna)

È la telefonata a 8:54 a dimostrare quanto il Meridione sia pieno di persone che vorrebbero essere nate sotto la Torre Eiffel.