Gli omicidi in numeri per regioni

Angelo Forgione Interessanti spunti offrono le ultimissime statistiche Eurostat dei tassi nazionali e regionali di mortalità per omicidio (immediato o per conseguenze di aggressioni non immediatamente letali) in relazione al numero di abitanti, con ultimi dati relativi al 2017, anno in cui nell’Unione europea (UE) sono decedute un totale di 3124 persone a seguito di un’aggressione, la maggior parte uomini (65%).

Il tasso di mortalità per aggressione più alto appartiene ai Paesi Baltici, più violenti, pare, per l’elevatissimo consumo di alcool. Lettonia in testa con 3,8 morti ogni 100mila abitanti. Seguono Lituania ed Estonia, rispettivamente con 2,8 e 2,3 morti ogni 100mila abitanti. Malta e Romania al quarto e quinto posto, rispettivamente con 1,6 e 1,5 morti ogni 100mila abitanti. Il tasso più basso è del Lussemburgo (0,2), seguito da Germania e Irlanda (entrambi 0,4) e poi da Italia, Slovacchia e Francia (ciascuno con un tasso di 0,5), sotto la media dei 27 Paesi dell’Unione, anche se alcune colonie francesi sono in testa per tassi regionali.

Per quanto concerne le regioni italiane, il valore più alto si registra in Puglia, con 1,24 decessi ogni 100mila abitanti. Segue la Sardegna con 0,9 e poi la Calabria con 0,78. Sopra la media anche Sicilia e Abruzzo, entrambe con 0,51.

Una componente non trascurabile degli omicidi in Italia è quella legata alle associazioni di tipo mafioso, che coinvolge malavitosi, appartenenti alle forze di polizia o alla magistratura e vittime di errori. Nel 2017, dalle organizzazioni mafiose dello Stivale sono stati commessi 45 dei 357 omicidi volontari, il 12,6% del totale.
Interessante a tal proposito il dato della Campania, che è sensibilmente sotto la media nazionale e dietro a Lombardia, Emilia Romagna e Friuli ma anche all’Abruzzo, nonostante nel quinquennio 2013-2017 le vittime ascrivibili alle cosche campane abbiano rappresentato il 45,4% del computo totale, ovvero quasi un omicidio su due. Facile dedurre che una Campania senza Camorra, l’organizzazione criminale che incide di più sui dati regionali, sarebbe persino in fondo alla classifica. Un po’ meglio si piazzerebbero Sicilia e Calabria senza Cosa Nostra e Ndrangheta, che sui dati regionali pesano rispettivamente per il 25,5% e il 19,8%. Discorso diverso per la Puglia, dove mafie foggiane e Sacra Corona Unita impattano solo per il 4,8% sul preoccupantissimo dato regionale.

fonti:

https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/-/DDN-20200902-1

https://www.istat.it/it/files/2018/11/Report_Vittime-omicidi.pdf

Colera e Corona: aveva ragione Feltri

Angelo Forgione Che sciagura il Coronavirus! E alla fine, obtorto collo, c’è pure da dare ragione al fanatico Vittorio Feltri, che il 21 febbraio, al principio del disastro lombardo, scrisse su twitter: “Da lombardo devo ammettere che invidio i napoletani che hanno avuto solo il colera, roba piccola confronto al Corona”. La situazione poco chiara, coniugata al suo proverbiale “pregiudizio” anti-meridionali, aveva fatto pensare alle solite offese, al solito luogo comune del colera a Napoli. E invece, a oltre tre mesi da quell’allarme, il colera del 1973 nel Sud Italia, con focolaio vesuviano, appare davvero un fiammifero al cospetto dell’immenso rogo virale del 2020 che ha colpito pesantemente il Nord e particolarmente la Lombardia. In concreto, il colera causò soli 24 morti e 277 infettati tra Napoli, Caserta, Bari, Taranto, Foggia, Lecce, Brindisi e Cagliari, con qualche caso anche a Roma, Pescara, Firenze, Bologna e Milano. Numeri irrilevanti al cospetto del Covid-19, che ad oggi, a macabri conteggi ancora in corso, ha causato in Italia 33.415 decessi e 233.019 casi ufficiali. La Lombardia è evidentemente la regione più colpita, con 16.112 morti, la metà dell’Italia intera, e 88.968 contagiati certi. E come fai a non dare ragione a Vittorio Feltri?

colera-corona

Poi, allo stesso Feltri in avanti, è nato una sorta di revanscismo lombardo opposto a una certa campagna discriminatoria contro la Lombardia e Milano che non c’è mai stata. Una narrazione che ha francamente stufato! Una mera questione sanitaria tradotta da qualcuno in nuova discriminazione al contrario. Ma quale discriminazione? Non pare affatto che esista un sentimento d’odio verso una popolazione che merita solidarietà piena per i lutti subiti e originati dagli errori di qualche incapace nella stanza dei bottoni. Una volta che la Lombardia se la passa male per colpe della macchina politico-industriale salta fuori la storia dell’accanimento contro gli invidiati primi della classe. È piuttosto un’invenzione, un certo piagnisteo figlio di un fastidio intollerabile di chi lo prova, un peso insostenibile di una croce che qualcuno animato da un complesso di superiorità mai si sarebbe aspettato di dover portare sulle spalle, e non vuole affatto portarlo, per aver costretto l’Italia intera al blocco totale e aver messo l’economia del Paese in ginocchio.
Chi parla di discriminazione verso i lombardi e loro vicini non sa cos’è la discriminazione. Io che sono napoletano lo so, ma evidentemente non tutti sono al corrente di cosa è accaduto ai napoletani e ai meridionali durante e dopo l’epide­mia di colera scoppiata a fine agosto 1973 a Napoli, con altri focolai a Bari, Taranto e Cagliari. Forse servirà un po’ a tutti riavvolgere il nastro con pazienza per mettere in parallelo i due momenti.

I provvedimenti restrittivi all’arrivo del colera furono applicati solo nelle regioni “colerose”: rinvio dell’anno scolastico a novembre inoltrato, chiusura dei cinema, dei teatri e delle università. Per accedere alle Facoltà del Centro e del Nord, gli studenti provenienti dalle Regioni del Sud, anche quelle in cui l’epidemia non c’era, furono obbligati a presentare il certificato della vaccinazione anticolerica, e nessuno protestò per questo.
Inviati di importanti quotidiani del Nord, in un tempo in cui internet era solo fantascienza e non c’erano i programmi di Barbara D’Urso, si sbizzarrirono a descrivere Napoli e Bari con esagerazioni, fake-news e spesso con accenti razzisti.
Spinto dalla Regione Liguria, il Genoa chiese al Calcio Napoli di non recarsi a Genova per una partita di Coppa Italia. La Lega invertì i campi ma il Genoa si rifiutò di scendere a Napoli, così come il Verona evitò di recarsi a Bari, a costo di perdere a tavolino e prendersi delle penalizzazioni. Il capitano degli Azzurri, Antonio Juliano, napoletano purosangue, gridò tutto il suo sdegno alla stampa: “Ma cosa credono quelli del Nord? Hanno paura d’infettarsi giocando al calcio con noi? Sappiano che d’ora innanzi saremo noi a non voler andare più al Nord. Questa discriminazione ci umilia come uomini e specialmente come sportivi”.
Chi viaggiava da Sud a Nord per lavoro veniva tenuto a distanza, e neanche le mani gli si stringeva. Qualcuno si vide le porte degli alberghi chiuse in faccia per volontà di lombardi e piemontesi, o anche quelle di casa propria dai parenti nel caso di impavidi settentrionali reduci da viaggio di lavoro nelle regioni del contagio. Psicosi ben più eccessiva rispetto a quella da Covid-19, visto che la trasmissione della colera non avveniva per contatto sociale, e non c’era bisogno di mascherine e altri accorgimenti. Ci si poteva infettare ingerendo acqua o alimenti contaminati dalle feci di individui infetti e la paura del prossimo era totalmente immotivata e dettata da ignoranza e pregiudizio.
Il contagio da Covid-19 è invece diretto, per via orale, e contraddistingue un virus con altissima carica virale, quindi con alta trasmissibilità. Tutto il contrario del colera, e i numeri snocciolati lo dimostrano. Ed è per questo che chiedere sicurezza non è discriminare, non è voler ghettizzare una regione che un problema sanitario più ampio di altri ce l’ha, e non è ancora risolto, a quattro mesi dai primi casi. Un mese e mezzo, invece, ci vollero nel 1973 per risolvere l’epidemia di colera nella città più colpita, Napoli (a Barcellona in due anni).

Le cause del bubbone sanitario lombardo sono evidentemente dovute a ritardi ed errori governativi, mentre quelle dell’infezione del 1973 al Sud furono individuate in un’abbondante partita di cozze giunta sui mercati del Mezzogiorno dalla Tunisia, ascrivibili alla posizione geografica e non alle condizioni igienico-sanitarie e socioeconomiche, sulle quali invece si fece leva per discriminare. Nessuna colpa fu da assegnare alle città e ai cittadini meridionali ma nessuno se la prese con il Nordafrica. No, la colpa fu comunque lasciata ai napoletani, che mangiavano anche le cozze del loro mare, nelle quali non fu trovato alcuna traccia di vibrione. Eppure gli esperti, informati dall’OMS, sapevano che l’epidemia da vibrione “El Tor”, nell’ambito della settima pandemia, era partita dodici anni prima dall’Indonesia e stava transitando nel Mediterraneo. Sarebbe giunta fino in America nel 1991 e ancora oggi è in circolo. Altro che colpe napoletane!

colera

La scorretta informazione contribuì a far crollare il turismo e le conseguenze socio-economiche a Napoli furono pesantissime, con un meno novanta percento di presenze, recuperate solo a partire dal G7 del 1994, cioè ben ventun’anni più tardi.
Le squadre di calcio, compreso che l’epidemia non era tale bensì davvero poca cosa, tornarono presto a giocare contro il Napoli ma il colera sopravvisse nei cori e negli striscioni contro i napoletani, che non sono ancora finiti a circa cinquant’anni di distanza. Anzi, prima della sospensione del corrente campionato, proprio i tifosi bresciani, ignari di ciò che stava per accadere alla loro comunità, gridavano ” napoletano coronavirus,” mentre i napoletani, per tutta risposta, rispondevano con un eloquente “Nelle tragedie non c’è rivalità, uniti contro il Covid-19“. All’esterno dello stadio Meazza di Milano, qualche giorno prima, era apparso nottetempo lo striscione “Napoletani figli del colera, vi mettiamo in quarantena“. E come dimenticare le mascherine indossate dai tifosi milanisti a Napoli all’epoca dell’emergenza rifiuti, che poi era figlia di un patto scellerato tra camorra e imprenditoria settentrionale?

L’apertura della Lombardia, all’evidenza dei numeri, è un rischio per tutti che appare dettato da una sorta di sudditanza nei confronti di un territorio con un Pil importante che sa di poter puntare i piedi. Le pacate minacce del sindaco Sala ai sardi sono un segnale chiaro in tal senso. E però, a rivedere quel che successe al tempo del colera, con cicatrici ancora visibili sulla pelle dei napoletani, chissà come verrebbero trattati oggi i campani se al posto scomodo della Lombardia vi fosse la loro regione.
E qualcuno, in Pianura padana, pur soffre di discriminazione. Piuttosto, che questa storia cancelli mezzo secolo di offese ingiustificate ai napoletani e migliori tutti. Che dite, possiamo avere speranze?

In Mediolanum stat virus

sala_milanononsifermaAngelo Forgione Via libera allo spostamento tra regioni dal 3 giugno, ma già sono alte le proeccupazioni di chi, nella stagione estiva, dovrà affrontare gli arrivi dei vacanzieri provenienti dalla Lombardia, che ancora oggi fa segnare tre quarti dei casi italiani di Covid-19, evidenza che tiene tutti gli italiani al bando dalla Grecia, almeno fino a luglio. I governatori della Sardegna e della Sicilia chiedono garanzie da chi dovesse arrivare dai territori maggiormente colpiti dalla pandemia, e allora il sindaco di Milano, Beppe Sala, si schiera contro:

«Vorrà dire che mi ricorderò di chi ce lo ha chiesta quando andrò in vacanza», tuona il primo cittadino milanese, che dovrebbe piuttosto ricordarsi di quando, in piena esplosione dei contagi in Lombardia, lanciava l’hashtag #milanononsiferma e faceva simbolici apertivi, salvo poi lanciare strali contro la sua gente tra navigli e triangolo della moda.

Siamo a un bis moderato del consigliere comunale di Pavia, lo sconosciuto Niccolò Fraschini, che al principio di tutto avvisò il ripristino dello status quo con termini di stampo razzista. E poi c’è pure Roberto Vecchioni, già famoso per le offese alla Sicilia («Isola di m…»), che ha dato sfogo al suo orgoglio milanese dalle pagine de Il Sole 24 Ore: «Senza Milano l’Italia muore, perché è l’unica città d’Italia, mentre le altre sono paesoni». È vero nella misura in cui è vero pure il contrario, e cioè che senza le forze che Milano assorbe da tutta l’Italia il capoluogo lombardo muore.
Sono proprio questi atteggiamenti spocchiosi e supponenti a creare una certa antipatia verso i politici di Milano e della Lombardia, e Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, lo ha ammesso serenamente: «La Lombardia ha tanti primati e vanno riconosciuti, ma ce la siamo anche un po’ tirata e questo ha forse costituito le premesse per un sentimento non proprio di simpatia nei nostri confronti».

Sala, intanto, prima di andare in conflitto con gli altri italiani, dovrebbe guardarsi dai lombardi stessi. Per esempio, qualche giorno fa, ad Angera‬, sul Lago Maggiore, Alessandro Paladini Molgora si era detto pronto ad alzare i muri attorno alla sua cittadina per bloccare gli eventuali afflussi dei vacanzieri da ‪Milano‬ e da tutta la Lombardia‬.

Milano dei milanesi, per una volta con il coltello dalla parte della lama, dovrebbe imparare l’umiltà da questa emergenza che l’ha travolta e capire che la Lombardia ha una dimensione del problema sanitario che le Isole e altre regioni non hanno.
Milano dei milanesi dovrebbe ricordare a cosa furono costretti i napoletani, i baresi, i cagliaritani e i palermitani che nel settembre del 1973 si recavano al Nord.
Milano dei milanesi dovrebbe ricordare le torbide vicende giudiziarie attorno all’organizzazione dell’Expo del 2015 dello stesso Sala, e un’immagine ripulita d’urgenza dalla neonata e appositamente creata Associazione Nazionale Anticorruzione con a capo un magistrato napoletano, un’energica spazzata con cui si andarono a nascondere sotto al tappeto tutti gli scandali della vigilia che avevano confermato la più dinamica città italiana come una delle capitali della corruzione e del malaffare.
Milano dei milanesi dovrebbe ricordare pure che la Tangentopoli italiana di inizio anni Novanta è nata in una città capitale immorale dello sviluppo italiano, e che per ripulire l’immagine dell’Italia si ricorse alle bellezze allora dimenticate di Napoli, incaricata di mostrare il suo rango di antica capitale – altro che paesone! – e un volto diverso del Paese con l’efficienza dei lavori “low-cost” per la preparazione della città al G7 del 1994.

Si potrebbe andare anche più indietro, perché Milano è pur sempre la città in cui è nato il fascismo, il cui primo nome fu “sansepolcrismo” dalla piazza (San Sepolcro) in cui Benito Mussolini proclamò la fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento. E fu, Milano, la città governata da Massimo d’Azeglio, che all’atto dell’invasione piemontese d’Italia demandata alla camicie rosse di Garibaldi, in gran parte bergamasche, scrisse: “la fusione coi Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!”.

Sala se la prenda con Formigoni, Maroni, Fontana, e poi Gallera, i vertici di Confindustria lombarda e magari anche con se stesso per gli oltre sedicimila decessi che hanno distribuito lutto e sofferenza ai lombardi, vittime degli errori dei vertici regionali. E tolleri, il sindaco di Milano, qualche esagerazione del governatore Solinas, ricordandosi che la Sardegna è l’isola che fa la felicità di uno degli uomini più ricchi d’Italia, il milanese Massimo Moratti, la cui azienda petrolchimica distribuisce dividendi da capogiro che finiscono a Milano. Certo, la Saras di Sarroch paga le tasse sull’Isola, ma incide sul prodotto interno lordo sardo senza alcun beneficio diretto sul territorio, inquinandolo abbondantemente. Stessa storia in dimensione minore per il milanese Tommaso Giulini, proprietario del Cagliari Calcio, che con la sua Fluorsid sfrutta una materia prima locale, la fluorite di Silius. E dunque, se il territorio sardo garantisce ricchezza a quello milanese, si può tollerare anche un governatore che chiede sicurezza in tempo di virus, e di certo non vuole respingere nessuno, sapendo che la Sardegna campa di turismo… e di industria petrolchimica milanese.

Juventus-Napoli, il vero derby del Sud

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Angelo Forgione – Se pensate che Juventus-Napoli sia Nord contro Sud, Torino opposta a Napoli, vi sbagliate. Juve-Napoli è il vero derby del Sud!
Si tratta delle due squadre più tifate nel Mezzogiorno, una con seguito primeggiante in tutte le regioni meridionali, tranne la Campania, dove l’altra genera fortissima identificazione. La Juventus intercetta la passione di Sicilia e Calabria, dietro solo a Lombardia e Piemonte, e poi di Abruzzo, Puglia, Basilicata e la stessa Campania, dove però cede il primato al Napoli e non compie la cancellazione dell’identità territoriale, così come in Sardegna, là dove primeggia il Cagliari.

La geografia del tifo meridionale è figlia di una passione storica costruita a tavolino al culmine dell’ondata migratoria avutasi a Torino negli anni 70, quando il capoluogo piemontese divenne la terza più grande città “meridionale”
d’Italia dopo Napoli e Palermo e gli Agnelli fecero leva sull’attaccamento agli idoli meridionali in maglia bianconera per promuovere l’integrazione degli operai e contenere le rivendicazioni sindacali. E così i calciatori del Sud vennero scelti per incontrare il favore dei meridionali in fabbrica e dei loro parenti rimasti a casa.

Oggi la fidelizzazione bianconera segue dinamiche psicologiche. Lo juventinismo, anche più del milanismo e dell’interismo, cresce allontanandosi dai nuclei territoriali delle squadre con seguito identitario ampio e attecchisce nei piccoli e medi centri che non riescono a emergere nel calcio che conta. Un bambino di Messina, Catanzaro, Matera, Brindisi, Teramo e altre province fuori dai grandi giochi, senza una storia calcistica e lontane dai grandi capoluoghi, fa più facilmente una scelta che gli consenta di partecipare, di non sentirsi escluso, e per convenienza inconscia si affeziona alla squadra forte, quella che vince, meglio ancora se ha già vinto tanto in passato.

Nelle regione meridionali a prevalenza juventina è spesso adottata una fedeltà doppia: per la squadra locale, che non ha legami stretti con la vittoria, e per quella in grado di vincere, che non ha legami stretti col territorio. È un’assicurazione sulla partecipazione al divertimento.
In Campania, più che nelle altre regioni, e specialmente nella popolosissima provincia di Napoli, non esiste un problema di presenza, di competitività e di radicamento territoriale. Il napoletano, come il romano, il milanese, il torinese e il fiorentino, non sostiene la squadra della sua città e la Juventus allo stesso tempo. O l’una o l’altra! Ed è soprattutto il Napoli.
Ecco perché il tifo napoletano, il quarto per bacino in Italia, si concentra soprattutto all’ombra del Vesuvio, e inizia a disperdersi allontanandosi dal vulcano, unico baluardo identitario del tifo, molto più che il Colosseo, conteso da romanisti e laziali, che il Duomo, spaccato tra interisti e milanisti, che la Mole, divisa tra granata e bianconeri.
Tutto il resto non ha nulla a che vedere con l’identificazione territoriale ma è piuttosto il modo più facile per recitare, da meridionali, un ruolo da protagonista in pubblico. Perché Napoli c’è e il resto del Sud, purtroppo, non ce la fa ad esserci, a meno che non si aggrappi al Napoli o, come più spesso accade, alla Juventus o alle milanesi.

Salvini, “benvenuto” al Sud

lega_sudAngelo Forgione – Proprio come Napoleone, che fu incoronato Re d’Italia nel Duomo di Milano il 26 maggio del 1805, Salvini si prende la corona politica del Paese il 26 maggio 2019, e lo fa con i crescenti voti del Sud.
Sembrava un film surreale qualche anno fa, e invece la sceneggiatura si sta avverando: Matteo Salvini sta scendendo nel Regno del Sud, che resta al momento feudo pentastellato, sì, ma con meno certezze di prima. Partendo dalla conquista dell’Abruzzo, i consensi meridionali per la Lega (Nord) sono aumentati. Anni di odio e di offese, di cori e di strali, improvvisamente mandati in archivio con una svolta non culturale ma di facciata, finalizzata all’espansione del consenso oltre il recinto padano, perché si sa, i napoletani e i meridionali puzzano ma i voti e i soldi non hanno odore.

Ai meridionali sembra non interessare più di tanto che la conversione leghista non abbia trovato alcuna corrispondenza nell’attività parlamentare. Piuttosto, avanti con i referendum per le autonomie di Lombardia e Veneto, che da soli sarebbero bastati a prendere le distanze. Eppure i meridionali sono cascati nei discorsi alla pancia di Matteo Salvini, e in tanti stanno lentamente voltando le spalle all’ultimo baluardo della protesta, il Movimento 5Stelle, per aprire le porte al nemico padano di ieri, l’ammazza-terroni. Altri elettori pentastellati, delusi dall’accordo di governo giallo-verde, hanno deciso di non decidere, ingrossando il vero primo partito d’Italia, quello dell’astensionismo, che al Sud supera il 50%, con picchi vertiginosi del 62-63% nelle regioni insulari.

Probabilmente quella dei meridionali verso la Lega (Nord) è solo un’infatuazione passeggera, come tante altre negli ultimi decenni seguiti al crollo del populismo cattolico-nazionale della Democrazia Cristiana e alla mancanza di certezze, ma ciò che sembrava impossibile è compiuto.
Di sovrani e conquistatori venuti dal Nord e accolti con entusiasmo dalle genti meridionali sono pieni i secoli andati. È pur sempre il Sud che rifiutò la conquista piemontese, che rimpianse i Borbone dopo aver toccato con mano le promesse tradite dei Savoia, ai quali però restò fedele al referendum del 1946 pur di respingere il “vento del Nord” che voleva decidere per tutti.

Lo scorso anno, alle Politiche, il Mezzogiorno tributò ai 5Stelle un consenso popolare che nemmeno la DC dei tempi migliori. Un mix di protesta e di aspettative portò a un voto contro il potere e per il reddito di cittadinanza, che sta forse diventando un boomerang, poiché la platea degli inclusi è inferiore a quella degli esclusi, quelli che prima nutrivano aspettative e ora risentimenti.

Oggi, per una coincidenza di fattori favorevoli, abbiamo un presidente della repubblica siciliano, un premier pugliese, un vicepremier e un presidente della Camera napoletani. Non accadeva da decenni, ma non cambia la realtà: il Sud non fa opinione politica, e non la fa perché il meridionalismo intellettuale non è più espressione politica come fino al periodo bellico del Novecento, restando esclusivamente espressione culturale che evidentemente non riesce a formare l’idea politica (autenticamente legata agli interessi territoriali) delle classi dirigenti meridionali.

A giudicare dall’aria che tira, il Sud sta imboccando la strada di Salvini. Cosa sta succedendo? Cosa si aspetta dalla Lega (Nord) il meridione che assiste a uno svuotamento senza precedenti? Figli ne nascono persino meno che al Nord, i giovani vanno a studiare o a lavorare altrove, e i genitori si arrendono alla depressione se non decidono di seguirli per accudire i nipoti. Restano gli anziani, i meno istruiti, i migranti e le mafie, che però tarpano le ali allo slancio meridionale e fanno grandi affari con quella settentrionali. Può essere Salvini la soluzione?

La Campania resta la regione meno leghista d’Italia, ma anche qui il consenso per il Carroccio è sensibilmente cresciuto, ed equivale il secondo posto tra i partiti. E #Napoli, l’antica capitale che ne ha subite di tutti i colori dalla Lega (Nord), che conserva la sua identità e non dimentica le offese, resta la provincia meno tollerante verso Salvini, anche se qualcuno che non tira avanti coi sussidi sembra più disposto a chiudere un occhio di quanto non lo fosse in passato.

Intanto il momento politico in Italia sorride alla Lega (Nord), e quello al Sud e da neo-colonizzazione in corso. Una neo-colonizzazione che è tutta nelle parole e nei fatti di Luigi Di Maio. Fu lui a dire in Rai, nel giugno 2017, «io sono del Sud, sono di Napoli, di quella parte d’Italia cui la Lega diceva “lavali col fuoco”, e non ho nessuna intenzione di allearmi con la Lega Nord».
Ha fatto lui per primo quello che sta facendo l’elettorato meridionale, da “mai con Salvini” a “noi con Salvini”.
La dignità calpestata è sempre il principio della fine.

Festa del Lavoro… che non c’è

Angelo Forgione – Risulta davvero difficile festeggiare il Lavoro in Italia. Sofferente, tragico, farlo sapendo che il nostro Mezzogiorno è la macroarea europea con il più alto tasso di disoccupazione.
Forse qualcuno non se ne è ancora reso conto, ma il Sud sta vivendo una delle peggiori situazioni economico-lavorative nella mai gloriosa storia italiana e i dati confermano scientificamente la sua drammatica condizione.
La forbice tra Nord e Sud continua a divaricarsi, con il meridione che risulta il grande assente nella gestione del governo Lega-M5S. Eurostat certifica che la percentuale italiana dei senza lavoro nel 2018 è del 10,36%, toccando il 17,8% nel Sud e il 19,8% nelle isole. Ben cinque regioni italiane – Campania, Sicilia, Calabria, Puglia e Sardegna – doppiano la media europea, con le prime tre elencate che si collocano negli ultimi dieci posti su 280 regioni per disoccupazione giovanile. Peggio stanno solo alcune aree della Grecia, i territori d’oltremare francesi di Mayotte e Guadalupa e le enclave spagnole in Marocco di Ceuta e Melilla.
Ma c’è anche chi al Sud il lavoro, sommerso o no, ce l’ha. Per questi “fortunati” dovrebbero celebrarsi i diritti conquistati e la sicurezza. Come no! Solo chi conosce il Mezzogiorno può capire quanto sia immorale il mercato del lavoro meridionale, guastato da certi spietati datori che offrono stipendi da fame in cambio di orari insostenibili, perché tanto c’è sempre un affamato alla porta pronto a sottoporsi allo sfruttamento e alla scarsa attenzione alle norme di sicurezza, mentre i più dignitosi finiscono per andare ad arricchire territori lontani.Ma le differenze non sono solo tra Nord e Sud e tra vecchi e giovani. Ve ne sono anche tra uomini e donne, tra salari maschili e salari femminili.
E come ogni anno, in occasione della Festa del Lavoro, ricordo con perseveranza le prime vittime del mondo operaio per mano governativa, i lavoratori di Pietrarsa, caduti 23 anni prima dei colleghi di Chicago ai quali gli Stati Uniti dedicarono il 1° maggio poi divenuto giorno internazionale dei diritti dei lavoratori.
Due anni fa, inaugurando il Museo Ferroviario nei luoghi dell’eccidio, il presidente della Fondazione FS Mauro Moretti disse:
«I lavoratori di Pietrarsa, consapevoli del patrimonio industriale qui installato e della relativa superiorità tecnologica raggiunta, lottarono contro la delocalizzazione delle attività a vantaggio dell’industria del Nord voluta dai sabaudi, fino alla carica dei bersaglieri che causò numerosi morti e feriti gravi» (video).
A Pietrarsa, luogo simbolico, si attendono ancora i sindacati per un 1° maggio di un’Italia che sappia guardarsi allo specchio.

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Il Mezzogiorno sempre più Europa dei poveri

Angelo Forgione“Scurdammoce ‘o ppassato”, dice un’ecumenica canzone napoletana che richiamava il popolo del dopoguerra alla rinascita e alla riscoperta delle cose belle della vita. Utile esortazione all’oblio quando c’è da mettersi alle spalle un doloroso trascorso, se c’è un presente migliore da potersi godere. Ma il passato proprio non si può dimenticare quando è una ferita aperta. Il passato, quando è presente, preannuncia il futuro prossimo e quello remoto, e allora hai voglia a chiedere a un meridionale di dimenticarlo quando la “Questione meridionale” resta sempre aperta e si aggrava. Può semmai essere solo una battuta in una trasmissione comica della tivù nazionale per distendere il pensiero dopo un intervento di riflessione meridionalista, e va bene così.
Nessuna disputa regionale all’interno dei singoli Stati europei ha mai prodotto qualcosa che si avvicini, per ampiezza di territorio interessato e persistenza nel tempo, alla “Questione meridionale” italiana. Il fatto è che il dualismo d’Italia non ha eguali in Europa, per dimensioni e continuità di sedimentazione, e si fa più drammatica nel presente che sembra eternità.
A dirci quanto i meridionali non debbano dimenticare il passato ci pensa il prossimo bilancio a lungo termine dell’Unione europea, quello dei fondi 2021-2027, programmato sulla scorta delle statistiche Eurostat circa il PIL pro-capite delle regioni europee, che indicano ancora che Calabria, Sicilia, Puglia, Campania, Molise, Sardegna e Basilicata sono le più povere d’Italia, ma anche tra le ultime d’Europa, quelle con reddito pro-capite inferiore al 75% della media europea, messe meglio solo di qualche colonia francese d’oltremare e di alcune aree dell’est.
La situazione continua a peggiorare, poiché Sardegna e Molise, che nella scorsa programmazione erano un gradino più sù, tra le regioni “in transizione”, cioè tra il 75% e il 100% della media europea, retrocedono tra quelle “meno sviluppate”. E le cose non vanno meglio al Centro con il declassamento di Umbria e Marche.
Le regioni del Nord, invece, continuano a viaggiano a un PIL pressoché doppio, con Trentino-Alto Adige, Lombardia, Valle d’Aosta ed Emilia Romagna in testa a una situazione complessiva di relativo benessere.

pil_procapite_2018

Il Mezzogiorno è sempre più povero, aggravandosi la condizione di una delle macroaree più arretrate nell’ambito dell’Eurozona, la meno cresciuta nei primi venti anni del XXI secolo. Eppure oggi in Calabria, Sicilia, Puglia e Basilicata si estraggono e si raffinano buone percentuali del fabbisogno nazionale di petrolio, benzina, gasolio e gas. La Basilicata, ad esempio, è la regione più ricca di petrolio in Europa, ma la più spopolata d’Italia. Le royalties, le quote percentuali per lo sfruttamento dei pozzi che le compagnie petrolifere “concedono” alle casse regionali del territorio di estrazione, sono tra le più basse del pianeta, veramente inique rispetto al ritorno economico, non utili a una sensibile ricaduta virtuosa sul territorio di sfruttamento.
È evidente che qualcosa non torna in un Meridione che è sempre più una colonia energetica e commerciale da sfruttare, e sono i soldi. Il termometro di questa condizione di colonialismo interno è fornito dalla Sardegna, ora retrocessa, ma mai stata più solida delle altre regioni meridionali che ha raggiunto in fondo. Non lo era neanche nel 
2006, quando quelli dell’Unione Europea la pensarono diversamente e, conclusa la prima programmazione comunitaria del 2000, la esclusero dall’Obiettivo 1, il livello massimo di fondi strutturali destinati al recupero delle regioni europee meno sviluppate, per promuoverla tra quelle “in transizione”. I livelli di reddito e PIL pro-capite sardi erano leggermente più alti delle altre regioni del Sud solo per l’incidenza della Saras (Società Raffinerie Sarde) sulla percentuale di ricchezza prodotta nell’isola. La realtà è che, allora come oggi, la Saras Spa, alla quale va aggiunta la controllata Sarlux Srl, è nettamente e per distacco la prima azienda regionale per fatturato. I proventi delle attività della famiglia milanese Moratti vanno in Lombardia e tornano in Sardegna solo per quanto consumato sul territorio di produzione, ovvero un quarto della raffinazione complessiva. In un periodo di bilanci floridi, la Saras fece lievitare l’indice del prodotto interno lordo isolano senza alcun beneficio diretto sul posto, e privò di fatto la Sardegna dei fondi comunitari nelle programmazioni 2007-2013 e 2014-2020. E intanto la grande Isola restava molto più distante dal continente di quanto non dicano i circa 450 chilometri di Mar Tirreno da compiere per andare da Cagliari a Civitavecchia. La Sardegna è ancora l’unica regione d’Italia in cui non ci sono autostrade, ma solo strade a scorrimento veloce. Solo per il 2021, salvo ulteriori ritardi, è preannunciata la fine dei lavori della Strada Statale a scorrimento veloce Sassari-Olbia, prima autostrada che possa dirsi tale.
L’Unione europea, leggendo gli ultimi indici del PIL pro-capite, si è dunque accorta che la anche la Sardegna è sostanzialmente un territorio nel baratro, e l’ha automaticamente e giustamente declassata ad area “meno sviluppata” (insieme al Molise), assegnandole una fetta di fondi più cospicua, cosa che avrebbe meritato anche negli ultimi quindici anni. Retrocessione causata da una lunga serie di bilanci in rosso della Saras dal 2009 al 2015, motivo anche di cessione del pacchetto di maggioranza dell’Inter FC da parte di Massimo Moratti nel 2013, dopo aver indebitato il club pur di vincere e far morire di collera juventini e milanisti, e fine della storia nerazzurra della famiglia, che negli anni Sessanta, proprio mentre si realizzava la Saras a Sarroch, aveva già lasciato i colori milanesi per sposare quelli rossoblu del Cagliari Calcio, e consentire alla squadra dell’Isola di vincere lo storico scudetto. Un tricolore utile all’industria lombarda e alla politica democristiana per propagandare il “Piano per la Rinascita della Sardegna”, un processo di industrializzazione, programmato e pilotato dal Governo di Roma, col quale pezzi di un paradiso terrestre furono consegnati all’industria altamente inquinante, quella petrolchimica, che tuttora continua a produrre i suoi danni ambientali.
Oggi il Cagliari è in mano a Tommaso Giulini, ex consigliere d’amministrazione dell’Inter e altro milanese dell’industria chimica, la Floursid di Macchiareddu, che produce fluoroderivati inorganici a Macchiareddu con lo sfruttamento di una materia prima sarda, la fluorite del giacimento di Silius.
Il popolo sardo è evidentemente dipendente da fattori esterni, che falsano l’economia del territorio. La Saras, dopo la sequela di bilanci in rosso, ben sette, è tornata a far segnare il saldo positivo. Un bene, sì, ma soprattutto per la Lombardia, la regione del Comune di Milano e quello di Brescia, detentori congiuntamente del 50% del capitale di A2A, la Società per azioni che gestisce l’inceneritore di Acerra, nel Napoletano. Il che significa che parte degli utili dallo smaltimento dei rifiuti campani finiscono direttamente ai due municipi lombardi, che possono metterli a bilancio e reinvestirli sui loro territori. Così, grosso modo, va l’Italia, e vedimmo e nun c’ô scurda’.

La colonizzazione lombarda della Sardegna

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Angelo ForgioneI travestimenti di Matteo Salvini continuano. Stavolta niente divisa (abusiva) della Polizia, niente divisa della Protezione Civile. Ora, in tempo di elezioni in Sardegna, è il momento della felpa sarda dei Quattro Mori. Prima il Nord… anzi no, prima l’Italia… anzi no, prima la Sardegna dei poveri pastori che buttano il latte e il sangue, e beato chi ci crede. Che poi, ancora ringraziamo la Lega (Nord) per il consentito sforamento delle quote latte degli allevatori settentrionali, che è costata all’Italia una salatissima multa pagata con i Fondi Fas destinati al Sud.
Ennesima sceneggiata elettorale da parte di un lombardo che, in quanto lombardo, dovrebbe solo chiedere scusa ai sardi per aver devastato il territorio negli anni Sessanta col Piano per la Rinascita della Sardegna, col quale pezzi di un paradiso terrestre sardo furono consegnati all’industria altamente inquinante, quella petrolchimica, ed era lombarda. Vi misero le mani i lombardi Angelo Moratti e Angelo “Nino” Rovelli, con la collaborazione di tutti i politici democristiani che spinsero per l’industrializzazione indiscriminata dell’Isola, senza il minimo rispetto per l’ambiente e per le popolazioni contrarie al destino scritto tra Roma e Milano. E per raggiungere lo scopo portarono persino uno scudetto sull’Isola, quello del 1970 di Gigi Riva, che veniva dalla Lombardia proprio come i due lombardi che acquisirono nell’ombra il club rossoblù e i quotidiani locali (La Nuova Sardegna e L’Unione Sarda) per creare consenso. Chi erano? Moratti e Rovelli. L’uno creò la Saras a Sarroch, vicino Cagliari, e l’altro la SIR a Porto Torres.
L’industria petrolchimica continua a produrre i suoi danni in Sardegna. La Saras, la più grande raffineria petrolifera del Mediterraneo, oggi di proprietà dei fratelli Gian Marco e Massimo Moratti (ex proprietario dell’Inter), danneggia non solo l’ambiente ma anche le finanze della Regione, una delle più povere d’Europa. Il fatto è che una decina d’anni fa la raffineria della famiglia milanese, i cui proventi vanno per tre quarti in Lombardia, presentava bilanci floridi e ciò fece lievitare l’indice del prodotto interno lordo sardo senza un sensibile beneficio diretto sul posto. E così quelli dell’Unione Europea esclusero la Regione Sarda dall’Obiettivo 1, il livello massimo di fondi strutturali destinati al recupero delle regioni europee con reddito pro capite inferiore al 75% della media europea. I livelli di reddito e PIL pro capite sardi erano leggermente più alti delle regioni più povere solo per l’incidenza della Saras sulla percentuale di ricchezza prodotta nell’isola, ricchezza trasferita fiscalmente per tre quarti in Lombardia, e così la Sardegna fu privata di parte dei fondi comunitari nella programmazione 2014-2020. Insomma, ritenuta un’area “in transizione”, tecnicamente verso lo sviluppo, ma ancora oggi resta l’unica regione d’Italia in cui non ci sono autostrade, ma solo strade a scorrimento veloce. Solo nel 2020 sarà pronta la Strada Statale a scorrimento veloce Sassari-Olbia, prima autostrada che possa dirsi tale. Il Frecciarossa? Sull’Isola non sanno neanche cosa siano gli ancor più lenti Frecciabianca, i convogli che assicurano la copertura su rete convenzionale di grandissima parte della Penisola. Lì solo treni regionali su linee complementari.
La Saras è poi andata in rosso, un poker di bilanci in rosso dal 2009 al 2012, totale 151 milioni di perdite, con il bisogno di aprire ai russi di Rosneft nel gruppo petrolchimico pur di non rimanere a secco e la necessità di cedere la maggioranza dell’Inter all’indonesiano Erick Thohir, dopo aver indebitato il club pur di vincere in Italia e in Europa e levarsi da dosso la frustrazione di anni di fallimenti. Appresso alla Saras, anche il reddito pro capite dei sardi è tornato sotto il 75% della media europea, e così Bruxelles si è accorta che si tratta di un territorio nel baratro, e l’ha giustamente declassata ad area “meno sviluppata”, cioè facendola tornare nell’ex Obiettivo 1, in triste compagnia di Campania, Calabria, Basilicata, Molise, Puglia e Sicilia, tutte destinatarie di maggiori risorse per la programmazione 2021-2026. E ora è stata messa in ginocchio anche la pastorizia.
La Sardegna è territorio coloniale, succursale periferica dell’imprenditoria settentrionale. Secondo i rapporti di Greenpeace, vi si registra la maggiore estensione nazionale di siti contaminati, con maggiore incidenza nel Sulcis, nell’Iglesiente, nel Guspinese e nel Sassarese. All’inquinamento territoriale e all’eccesso di mortalità della popolazione contribuiscono anche le esercitazioni di guerra, in quello che è il più grande fronte d’addestramento bellico d’Europa. Dagli anni Sessanta, migliaia di ettari di territorio sardo (e fondali) sotto il vincolo delle servitù militari di aria e di terra vengono devastati e incendiati, con gravi conseguenze sulla salute umana. Capo Frasca, Capo Teulada, Perdasdefogu e Salto di Quirra, ad esempio, sono enormi e velenose discariche a cielo aperto di residui di bombe, proiettili, ordigni metallici inesplosi, missili conficcati nel terreno e persino lamiere, fusoliere e carcasse di aerei da guerra abbattuti o precipitati.
E sapete oggi a chi appartiene il Cagliari Calcio? Al milanese Tommaso Giulini, ex componente del C.d.A. dell’Inter di Massimo Moratti. Acquistò il pacchetto azionario da Massimo Cellino, riportando la squadra dell’Isola nelle mani dell’imprenditoria chimica lombarda. Sì, perché in Sardegna gli appartiene la Fluorsid Spa di Macchiareddu, zona industriale di Cagliari, con sede a Milano, leader nella produzione di fluoroderivati inorganici con sfruttamento di una materia prima locale, la fluorite del giacimento di Silius. Azienda creata nel 1969, in piena colonizzazione industriale della Sardegna dal padre Carlo Enrico Giulini, amico di Angelo Moratti. Nel C.d.A. del Cagliari vi troverete anche il vicepresidente Stefano Filucchi, dirigente della Saras ed ex dirigente dell’Inter. Se non è colonizzazione lombarda questa…
Manca solo la Lega (Lombarda) e il cerchio sarebbe chiuso.

(approfondimenti su Dov’è la Vittoria)

E pure Frate Indovino teme per l’Unità

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Angelo Forgione – “Tanta fatica per metterla insieme: la colla va bene, speriamo che tiene!”. Se n’è accorto anche Frate Indovino, col suo calendario 2019, che quest’Italia non è per niente salda.
No, la colla non va affatto bene. E si sappia che il torinese Massimo d’Azeglio non scrisse affatto “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani” nel 1863 ma, piuttosto, “Il primo bisogno d’Italia è che si formino Italiani dotati d’alti e forti caratteri. Pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani”.
Massimo d’Azeglio, tra l’altro, era anche quello che alla vigilia dei plebisciti di annessione del 1860 aveva scritto in una lettera “Ma in tutti i modi la fusione coi napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!”.
Da “facciamo gli italiani” a “non si fanno gli italiani” cambia tutto. Frase manipolata ad hoc, cambiata per nascondere i limiti dell’unificazione. Formare gli italiani d’alti e forti caratteri, per il massone razzista d’Azeglio, voleva dire renderli diversi da ciò che erano sempre stati, non più cattolici ma credenti nella politica sociale dello Stato laico. Il suo fu tutt’altro che un invito al miglioramento, bensì la constatazione dell’invalicabile fallimento nativo dell’Unità: l’impossibilità di creare l’italiano solo, svuotato delle identità locali, educato all’etica massonica e disincagliato dall’ignoranza della fede cattolica. L’unico risultato, davvero disastroso, raggiunto dallo Stato piemontese fu l’apertura di una ferita che avrebbe separato la “Questione settentrionale”, politica e istituzionale, dalla “Questione meridionale”, economica e sociale, con cancrena dagli esiti già drammatici negli ultimi decenni dell’Ottocento. Nasceva, senza etichetta e senza sterili dibattiti, una più ampia “questione nazionale”, quella della corruzione, vera radice inestirpata di tutte le postume sciagure del Paese.
Il padrone del vapore ha sempre manipolato, sapendo che l’Italia è nata nel modo più sbagliato, con un Re corrotto che volle dimostrare a tutti che tipo di nazione fosse – cioè un Piemonte allargato – continuando a mantenere la numerazione di secondo Vittorio Emanuele, a dirsi secondo del Regno di Sardegna, senza alcuna volontà d’essere primo d’Italia.
La pubblica istruzione fu la prima cura, dottrina d’ingegneria sociale della Massoneria del secondo Ottocento, impegnata nell’obiettivo di forgiare una nuova coscienza collettiva della Nazione, di fare gli italiani dopo aver fatto l’Italia, cioè costruirli in laboratorio, sradicando il grande patrimonio delle diverse identità territoriali e i residui superstiziosi della precedente egemonia clericale, e diffondendo una diversa fede laica, quella nell’Unità.
Tutto passava per la celebrazione dei Padri della Patria, (de facto ladri della patria napolitana), massoni elevati a somme figure morali della moderna storia nazionale nei libri di storia, negli odonimi stradali e sui basamenti monumentali dello Stivale, dove ancora li si ritrova ben saldi a indicare ai meno sprovveduti quanto influente sia la Massoneria in un paese di profonde radici cattoliche. Fu un’invenzione come un’invenzione era l’Italia unita, lontana, troppo lontana dalla sua vera storia, dalla sua cultura e dal sentimento dei suoi diversi popoli. Per secoli l’Italia era stata incrocio di tradizioni e culture locali, tutte differenti tra loro, e l’italiano nuovo, unico, non avrebbe mai potuto nascere da una rappresentazione edulcorata degli eventi.
Oggi i libri di storia sono pressappoco identici a quelli di allora, come gli odonimi stradali e i monumenti. E quante scuole del Sud sono dedicate al massone razzista d’Azeglio!
E intanto anche Frate Indovino si è accorto che la colla non è detto che tenga. Ancora deve capire, però, che è proprio scadente.

Per approfondire, leggete Napoli Capitale Morale.

Il PD ha affossato il Mezzogiorno

Angelo Forgione Dicono che il Mezzogiorno parassita ha votato per il reddito di cittadinanza. Letture semplicistiche, cariche di stereotipi, di chi non sa e non vuole andare al cuore delle questioni. Sì, certo, il cavallo di battaglia pentastellato ha indubbiamente suggestionato qualcuno, ma il voto ai 5 Stelle è arrivato anche da larghi settori della borghesia, da quelle famiglie che un’occupazione e un reddito sufficiente ce l’hanno. Il Mezzogiorno non è come lo raffigura certa stampa, così come il resto del Paese non è tutto razzista, perché così, alla rovescia, si potrebbe interpretare la crescita della Lega (Nord). Il 5 Stelle ha preso voti al Sud, al Centro e al Nord, altro che solo Meridione, ed è accaduto per i salvataggi alle banche (del Nord), per i criteri scellerati della “buona scuola” e per diversi altri buoni motivi offerti dal Partito Democratico. E se nelle regioni del Mezzogiorno ha fatto il pieno è perché lì è palpabile una condizione di regresso sempre più drammatico.
I dati Eurostat, l’Ufficio Statistico dell’Unione Europea, sono a disposizione di tutti sul web e raccontano coi numeri perché il PD ha fallito soprattutto al Sud, nonostante Renzi e i suoi abbiano più volte annunciato la fine della Questione meridionale. Calabria, Sicilia, Campania, Puglia e Sardegna continuano ad essere tra le Regioni europee coi più alti tassi di disoccupazione, superiori almeno al doppio della media Ue. Basilicata, Molise e Abruzzo vanno leggermente meglio. La ricchezza pro-capite delle regioni del Mezzogiorno è inferiore del 30/40% della media Ue. Il dato inappelabile è che nell’ultima legislatura 2013-2017, tutta targata PD, i tassi di occupazione delle regione del Sud sono calati, mentre altrove sono rimasti più o meno stabili. La Calabria, la regione italiana con meno occupati, è piombata dal 44% al 36%. I dati SVIMEZ dicono che, nell’ultima legislatura, nel Sud sono diminuite le esportazioni, meno 9%, mentre il resto del Paese ha fornito un più 9%. È aumentata anche l’emigrazione, e fermiamoci qui.
Gli elettori non leggono i dati ma ascoltano il proprio umore prima di votare. I proclami non potevano bastare, tantomeno quelli di Renzi, tronfio nell’avvisare che il suo esecutivo si sarebbe ripreso il Sud “pezzo dopo pezzo”. Non gli era bastato che i suoi predecessori l’avessero smontato più di un secolo prima; lui era pronto a proseguire sulla stessa strada, a tagliare risorse e investimenti nel Mezzogiorno affinché restasse ancora colonia interna e mercato di sbocco della produzione settentrionale, e a nascondere il disastro certo nelle dichiarazioni di facciata. Il dramma è palpabile, lo avvertono addosso i meridionali, molto meno gli opinionisti e gli avversari politici che i dati avrebbero pure il dovere di divulgare.
La sconfitta del PD è soprattutto al Sud, dove il M5S ha sbancato non perché ha promesso assistenzialismo ma perché i governi Letta-Renzi-Gentiloni, come quelli precedenti, hanno fatto danni, e li hanno fatti perché non hanno capito che alla più antica ed esiziale delle questioni italiane, quella meridionale, era legata la possibilità che il Paese si rimettesse in moto davvero e che un ciclo politico potesse durare più di cinque anni. Il Presidente della Repubblica non può dare fiducia alla Lega (Nord), che per il Sud non ha alcun interesse e che, come recita il suo statuto, ha per finalità “il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana”.
Una cosa è certa: chiunque governerà, ammesso che gli sia possibile farlo, dovrà capire che per non fare la stessa fine degli altri dovrà mettere mano alla Questione meridionale, l’unica via affinché l’intero Paese abbia un futuro.