ESCLUSIVA Arenapoli.it – Forgione: “Juventinità al Sud, Napoli-Filmauro e un’idea per ADL.

intervista del 16 febbraio 2018 a cura di Luca Cirillo per Areanapoli.it

Per analizzare il momento della squadra di Sarri all’indomani della sconfitta degli azzurri in Europa League contro il Lipsia, abbiamo contattato il collega Angelo Forgione, giornalista e noto scrittore, autore del fortunato Napoli Capitale Morale, ultimo lavoro letterario dopo Made in Naples e Dov’è la Vittoria, in cui analizza la storia del calcio italiano attraverso analisi socio-economico-politiche.

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La tua segnalazione sul Carnevale di Putignano, il più antico d’Italia ed il più grande del Sud, con una forte connotazione juventina, ha fatto il giro dei media. Il maestro Lello Nardelli, autore del carro e tifoso del club torinese, ha definito i calciatori bianconeri “Eroi moderni”. La “colonizzazione” è anche questa…

Certamente. Si tratta di un’evidente manifestazione di un’affezione storica del territorio pugliese ai colori della Juventus, cosa che vale anche per quelli dell’Inter e del Milan. Del resto funziona così in tutto il Meridione e nel resto del Paese, ma il fatto è che quest’affezione è più forte nelle province del calcio, dove non ci sono squadre capaci di radicare un sentimento locale e di evocare una passione identitaria. Un carro allegorico dedicato all’esaltazione della Juventus è impossibile a Napoli, a Roma o a Firenze, grandi centri con importanti club, ma a Putignano, invece, è possibilissimo, perché nel Barese lo juventinismo è forte e affonda le sue radici nell’emigrazione del dopoguerra. Il carro allegorico juventino è lo specchio della disidentificazione del Sud, e racconta di un’evoluzione sociale dell’Italia e della Questione meridionale.


A chi dice che il calcio è solo passione avulsa da tutto il resto, dall’amore per il territorio, cosa rispondi? Esempio: “io sono di Putignano, perché devo tifare per forza per la Putignanese o per il Bari? E pur tifando per loro, posso tifare per chi mi pare nel campionato di Serie A?”. Tema complesso…

In realtà è un tema semplicissimo. I bambini di questi territori, fuori dal grande calcio e dalla possibilità di lottare per qualcosa di “nazionale”, devono necessariamente fare una scelta che gli consenta di partecipare, di non sentirsi esclusi nei discorsi con gli amici, e per convenienza inconscia si affezionano alle squadre più gloriose. La stessa cosa accade ad altre età, per contare nei discorsi da bar in pubblico. La verità è che esiste anche una componente identitaria che si nasconde dietro alla voglia di vincere, frutto dell’auto-riconoscimento di ciascun appassionato nella squadra che porta il nome della propria città, della propria provincia, del proprio territorio di appartenenza e, che è poi area di precisa identità culturale, ma spesso la si sopprime. A Napoli, Roma e Firenze è più facile far prevalere questo aspetto a prescindere, ma a Bari e dintorni diventa già più difficile. Qui il tifo aiuta a gestire e risolvere un contrasto interiore, e perciò alla fede locale, che diventa prioritaria solo se la squadra del territorio è in Serie A, è spesso accostata quella per una delle tre squadre più vincenti, che è un’assicurazione sulla partecipazione. Il barese tifa magari per il Bari e per la Juve, e così il palermitano e il reggino, cosa impossibile per il napoletano, il romano e il fiorentino, che hanno una sola fede, che sia per le squadre delle città o delle tre più blasonate.

Tali dibattiti sono tornati di attualità anche grazie alla cavalcata del Napoli che negli anni si è affermata come principale avversaria della Juve. Cavalcata che sta innervosendo non poco i sabaudi e i relativi feudi in tutta Italia.

Certo che sì. La Juventus, per i motivi chiariti, è la squadra più amata d’Italia e i suoi sostenitori abbondano in ogni provincia del Paese. La tifoseria del Napoli è agli antipodi di quella bianconera, perché se gli juventini sono ovunque e tifano per una squadra che non rappresenta Torino ma una sua espressione industriale, con tutto ciò che garantisce, i napoletani sono invece concentrati soprattutto in Campania e amano la napoletanità. Napoletano è il tifoso e napoletano è il cittadino, c’è sovrapposizione anche nella terminologia. Napoli e Juventus è un confronto tra fieri napoletani e generalmente italiani, tra una tifoseria che vuole essere e un’altra che vuole avere. Ma c’è dell’altro…

Cioè?

Bisogna tener conto di un fenomeno che sta montando in questo preciso momento storico. Con il Napoli a rappresentare la prima rivale della Juventus, cosa che dura ormai da un lustro e più, i più giovani juventini stanno crescendo con un’avversione al Napoli e ai suoi tifosi piuttosto che al mondo interista e milanista, ora ridimensionati. Ad esempio, ho visto una ragazzina di Messina registrare video su youtube per esternare e motivare tutto il suo odio per il mondo Napoli, nato in questi anni insieme al suo amore per la Juventus. È una dinamica che non dobbiamo sottovalutare.

Questione Younes: si “narra” che il calciatore sia letteralmente scappato dopo aver visto il San Paolo e Castel Volturno. “Taxi, mi porti alla stazione di Villa Literno”. Da lì la fuga. Il tedesco si è spaventato? Siamo così brutti?

Qualcuno prima o poi dovrà spiegarci cosa realmente è accaduto quel giorno, perché non è accettabile che un calciatore firmi, venga da Amsterdam a vedere una partita a Napoli e il giorno seguente se ne esca serenamente dal centro sportivo di allenamento, senza salutare e motivare, e se ne torni da dove è venuto. Possibile che nessun dirigente azzurro accompagnasse il ragazzo? In attesa di capire, l’unica certezza è che Milik ha fatto lo stesso percorso, ma di sola andata; è ancora a Napoli e non mi pare un calciatore spaventato o deluso.

L’Italia fa una fatica enorme a tenere il passo delle big d’Europa. Quanti anni ci vorranno per tornare grandi come negli anni ’80 o è una parentesi storica irripetibile?

Quello degli anni Ottanta fu un momento storico difficilmente ripetibile. L’Italia scialava sulla scia del boom economico dei decenni precedenti, e la crescita economica del Paese era ancora in atto. Nel 1981 fu decisa la liberalizzazione delle sponsorizzazioni, un provvedimento rivoluzionario che aprì le porte agli investimenti delle grandi industrie, che intuirono le potenzialità legate al calcio. Le società italiane, in quel calcio poggiante sulla bigliettazione allo stadio, aggiunsero alle strutture capienti i soldi degli sponsor e gli investimenti degli imprenditori. Con la vittoria dei Mondiali in Spagna, la febbre salì. Il tesseramento del secondo straniero, accordato dalla Federazione a partire dalla stagione ‘82/’83, fu l’ultimo grande cambiamento della Serie A. Ciò permise, nel bene e nel male, l’arrivo di un numero doppio di stranieri, e tutti quanti volevano l’Italia. Di questa sbornia, però, ne abbiamo approfittato senza porci il problema futuro, quello della trasformazione in fenomeno televisivo. Quando sono esplose le pay-tv la Serie A ha pensato solo a spremere il limone dei diritti televisivi, dimenticando che altrove si provvedeva ad approntare stadi moderni e capienti di proprietà, mentre noi restavamo ancorati alle proprietà comunali, e neanche ci siamo preoccupati di contrastare il fenomeno del marchandising falso con leggi e controlli severi. Altrove hanno iniziato a rendersi moderni e noi ci siamo ritrovati indietro, dipendenti esclusivamente dai diritti televisivi e dalle banche. La sentenza Bosman, poi, significò un vantaggio per chi cresceva e un danno per chi restava indietro, come noi. Abbiamo decenni di ritardi e non abbiamo neanche iniziato la risalita. Restiamo sufficientemente competitivi solo per la grande capacità tattica dei nostri allenatori, che non a caso vengono risucchiati dai campionati più ricchi.

Domanda apparentemente fuori contesto: che momento vive Napoli sul versante dell’arte, della comicità, della musica, del cinema ecc. ecc.?

Molto florido. Napoli è la città più dinamica d’Italia sotto questo aspetto. Il cinema napoletano, o a tema napoletano, vince premi su premi. La musica è sempre viva, così come la comicità, anche se di Troisi non se ne vedono in giro. In questo buon momento ci metterei certamente anche la scrittura. Ogni forma d’arte napoletana riesce a segnalarsi a livello internazionale, e questo è segno di un’identità tra le più espressive del mondo.

Continuando, “Napoli velata” di Ozpetek ti è piaciuto?

Nulla di trascendentale ma certamente un bel film, che ti tiene incollato alla sedia per capire e che racconta il femminino di Napoli, perché il regista ha compreso che Napoli è femmina, e necessita di essere capita, sentita, oltre che osservata.

De Laurentiis potrebbe dare una sterzata e stimoli nuovi alla città sul versante artistico o il “mercato” non lo permette? Purtroppo ADL si associa ai cinepanettoni, ma nel suo passato di produttore ci sono prestigiosi titoli di livello internazionale. Il mercato si asseconda o è possibile dettare regole e ritmo?

L’industria del cinema è in forte crisi e non si può fare a meno di cercare il risultato al botteghino. Non c’è più spazio per sperimentazioni e rivoluzioni. Il fatto è che è la SSC Napoli a trainare la Filmauro e non viceversa. Non credo di andare troppo lontano dalla realtà azzardando che se De Laurentiis non avesse acquistato il Napoli la Filmauro non esisterebbe più. Io però gli suggerirei di lavorare a un bel film sulla storia di Napoli, rompendo qualche schema. Non sarebbe un errore.

Tornando al calcio, questo epico duello Napoli-Juventus è arrivato dopo 9-10 anni al suo punto più alto. Davide contro Golia, le idee e la creatività contro lo strapotere economico. E’ l’inizio di tanti duelli per tanti anni ancora o Milan, Inter, Roma e Lazio torneranno a breve ad inserirsi in alta quota?

La Roma, in alta quota, c’è già, ma non riesce a starci con continuità. L’inter sta provando a rialzarsi, ma non la vedo così semplice come qualcuno ha preconizzato all’arrivo di Suning. Il governo cinese ha recentemente tarpato le ali agli investimenti all’estero e tutto comunque passa attraverso la presenza costante in Champions League, cosa non certa neanche per la prossima stagione. Il Milan è ancora lontanissimo da certi livelli, e non ci sono garanzie sul suo futuro societario, mentre la Lazio non può fare più di quello che sta facendo. Il duello Juventus-Napoli durerà ancora a lungo perché, tra i 5 top club d’Italia, sono gli unici due che programmano, sia pure in maniera diversa; due società che non hanno debiti esponenziali, che non sono in mano alle banche o a fondi stranieri e che sono guidate da due proprietà riconoscibili e vicine alla squadra. Per dirla tutta, io non sono tra quelli che sullo scudetto a Napoli dicono “ora o mai più”. È una mentalità perdente, e non è certamente quella che sta dando Sarri alla sua squadra.

Polveri sottili, il paradosso delle città di mare

Angelo Forgione – Torino, Milano e Napoli svettano sul podio delle città europee più critiche per inquinamento atmosferico. 39 microgrammi di Pm10 per metro cubo a Torino, 37 a Milano e 35 a Napoli, anche se la città campana ha superato il limite giornaliero 43 volte, contro i 112 del piemontese e i 97 del lombardo. Seguono Siviglia, Marsiglia e Nizza, dove la concentrazione media annuale di Pm10 di 29. Roma si piazza insieme a Parigi al settimo posto, con 28 microgrammi per metro cubo. È quanto emerge da un’elaborazione fatta da Legambiente sulla base dell’ultimo report del 2016 diffuso dall’Oms, relativo a 20 grandi città di Italia, Spagna, Germania, Francia, e Regno Unito.
Per Torino e Milano non c’è troppo da stupirsi, dal momento che il satellite ha dimostrato che l’area più inquinata d’Europa è proprio la pianura padana, e in generale il Nord-est. C’è invece da capire perché dietro le due città del Settentrione d’Italia vi siano delle città di mare, dove l’aria gode dello spazzamento della brezza marina. A Napoli, un problema sono certamente le automobili vecchie, con una media di vetture euro 0 intorno al 28% contro una media nazionale del 10%. Ma a peggiorare l’aria delle città di mare è la presenza delle navi, dei tanti traghetti e giganti da crociera, in particolar modo proprio a Napoli, il cui porto è solo parzialmente elettrificato, cosa che costringe molte imbarcazioni a tenere i motori accesi anche in ormeggio. E queste sono motorizzate attraverso un carburante con alto contenuto di zolfo, elemento che nel carburante per le auto non c’è più.
(video tratto dalla trasmissione Rai “Indovina chi viene a cena”)

Libero saluta Napoli con provocazione

L’eliminazione del Napoli dalla Champions League ha consentito lo “sfottò” al solito Libero. Senza soffermarmici troppo su, una risposta ironica non poteva mancarmi:

Tu che cogli l’occasione per mostrarmi l’avversione,
col sarcastico sorriso leggi bene questo avviso.
Dall’Europa me ne esco, ma festeggio con l’Unesco.
Della pizza sono ghiotto, della Champions me ne fotto.

L’ “archeoporto” di Capodichino premiato a Parigi

L’aeroporto di Capodichino ha ricevuto a Parigi il premio “Aci Europe Award” come miglior aeroporto europeo nella categoria 5-10 milioni di passeggeri. Un riconoscimento che arriva proprio nell’anno dei record: abbattimento del muro dei sei milioni di visitatori (con previsione di sfondamento dei sette), incremento dei collegamenti internazionali e approdo delle prime due compagnie aeree low cost per importanza.
Il premio è stato consegnato dai vertici Aci Europe (Associazione Europea degli Aeroporti) durante una cerimonia ufficiale. La motivazione è chiara: «Per i significativi miglioramenti all’aeroporto per l’esperienza dei passeggeri, per la valorizzazione dei beni artistici-culturali e l’incentivo alla promozione e valorizzazione turistica del territorio». Merito, dunque, dell’installazione di un itinerario archeologico nella zona arrivi-partenze, unico nel suo genere nel mondo, sei statue tra originali e copie prestate dal Museo Archeologico Nazionale tramite un accordo di collaborazione tra il direttore Paolo Giulierini e Gesac che ha fatto di Capodichino uno scalo-museo.
Il premio per il migliore aeroporto nella categoria oltre i 25 milioni di passeggeri è andato all’aeroporto Barajas di Madrid. Quello di Alicante si è aggiudicato il riconoscimento tra i 10-25 milioni di passeggeri. L’irlandese Cork miglior aeroporto con meno di 5 milioni di passeggeri all’anno.

Zubin Metha: «Bisogna compatire quel Nord che ignora la cultura del Sud e di Napoli»

Angelo Forgione Un trionfale “Concerto per l’Europa” quello tenuto il 3 giugno nel Duomo di Milano, con il grande direttore indiano Zubin Metha a condurre l’Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo di Napoli nella Sinfonia n.9 di Ludwig van Beethoven, evento gratuito davanti a 5.000 spettatori che hanno tributato 15 minuti di applausi finali. Un ponte artistico tra Napoli e Milano che prova ad arrivare all’Europa attraverso la Musica, per condividere l’arte tra Nord e Sud.
Presente il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris ma non il suo omologo milanese Beppe Sala, che ha delegato l’assessore alla viabilità, e neanche il presidente della Regione Lombardia Riccardo Maroni. Forse infastidito da certe assenze, Zubin Metha, da tempo innamorato di Napoli, del suo teatro e della sua cultura musicale, ha esternato prima del concerto il suo disappunto per le lacune culturali del Paese, affidandolo al Corriere del Mezzogiorno:

«So dei tanti pregiudizi sui napoletani e per questo spero ci siano molti leghisti tra gli spettatori in Duomo, e che al suono delle meravigliose note di Beethoven imparino quale sia la grandezza del San Carlo e di Napoli. Molti leghisti sono ignoranti, ovvero ignorano la cultura del Sud e di Napoli: vanno compatiti».

Problema di non soli leghisti, ma problema che appartiene sempre meno al musicista di Bombay, il quale ha aggiunto:

«Napoli è una città che sto conoscendo sempre meglio. Per esempio, ho appreso tardivamente, e me ne rammarico, che il Regno delle Due Sicilie non era sotto la dominazione spagnola, ma aveva sovrani napoletani. Sto amando la storia di Napoli».

(ph: Laura Ferrari)

Intervista per il Roma

versione integrale a cura di Fiore Marro

La nuova frontiera della divulgazione identitaria passa attraverso le giovani leve arrivate nel periodo post-neoborbonico. Firma eccellente di questo nuovo filone letterario è senza dubbio Angelo Forgione, che ha elaborato, in questi tempi, l’idea dell’appartenenza territoriale espressa anche attraverso il mondo del calcio, in questo caso sponda Napoli azzurra. Molto interessanti sono considerate dai più le sue tesi socio–economiche del fenomeno che contraddistingue il nord ricco e opulento al sud sfruttato e tenuto nella incomprensibile ristrettezza. Il suo primo libro, Made in Naples (Magenes, € 15), ha raggiunto un’ottima se non eccelsa distribuzione di vendita, soprattutto nell’antica capitale sebezia. Proviamo a conoscerlo più da vicino.

Da dove nasce l’interesse per i temi che tratti?

«Nasce dalle mie radici e dalla mia indole. Sono napoletano, e poi sono curioso. Essere napoletani impone l’osservazione di mille contrasti tra bello e brutto, tra nobile e plebeo, tra sfarzo e miseria. La curiosità ti conduce a non ignorarli, a non considerarli normali, a capirli e a decifrare la realtà in cui vivi per come si è originata, non limitandoti a una semplice fotografia del presente. Napoli è uno stimolo continuo e io non le sono mai stato indifferente, neanche nell’età dell’incoscienza. La mia realtà e la mia indole mi hanno condotto a capire Napoli, il Sud, l’Italia, e a voler raccontare tutto.»

Dunque, Napoli è responsabile nel tuo sentire l’esigenza di raccontare. Se tu fossi nato a Milano o Bologna avresti intrapreso la stessa strada?

«Non saprei dire quanto mi avrebbe potuto stimolare un ambiente diverso, meno difficile e più inclusivo. Gli impulsi sarebbero stati certamente diversi, ma penso che alla fine la verità è al centro di tutto, e prima o poi vi si arriva se è quella la meta, da qualsiasi parte si intraprenda il cammino. Di certo, partendo dal mio ambiente, ho percorso anche il tragitto di quelle città. A breve, infatti, sarà nelle librerie il mio terzo lavoro, imperniato sulle vicende incrociate di Napoli e Milano, le capitali morali d’Italia, quella pre-unitaria e quella post-unitaria, i due paradigmi per comprendere l’intera vicenda storica della Penisola. La verità appartiene a tutti e passa dappertutto.»

Spesso nel tuo blog scrivi di storia napoletana. Perché, a tuo avviso, è importante ricordare?

«Perché l’identità è un aspetto vitale di un luogo, ed è un valore da preservare nel mondo globalizzato. Là dove c’è, esiste un popolo. L’identità napoletana sopravvive miracolosamente, rivitalizzandosi continuamente, nonostante tutto. Napoli si è fatta, più di ogni altro luogo occidentale, cuore di una riflessione che riguarda le metropoli più antiche d’Europa, che hanno smarrito il loro orientamento. Se n’è accorta l’UNESCO, che protegge l’antica Neapolis per i suoi valori universali senza uguali che hanno esercitato una profonda influenza su gran parte dell’Europa e oltre. E prima ancora se n’è accorto l’ICOMOS, un comitato di oltre settemila tra architetti, geografi, urbanisti e storici dell’arte che già nel 1995 ha certificato che Napoli ha radici culturali completamente diverse da qualsiasi altra città italiana e che il confronto sarebbe inutile anche con città vagamente somiglianti come Barcellona e Marsiglia, poiché Napoli rappresenta l’unicità. Il problema è che l’unicità napoletana, la sua identità, sono state declinate sotto il profilo folcloristico nell’ultimo secolo, tant’è che i turisti si recano a Napoli principalmente per i suoi colori, per i suoi sapori, per i suoi suoni, spesso dimenticando la sua aristocratica cultura, e solo quando vi si immergono comprendono che è anche una città ricca d’arte. Se vogliamo che Napoli venga percepita per quella gran capitale di cultura qual è abbiamo l’obbligo di raccontarla per bene, anche ai napoletani.»

Cosa pensi del revisionismo storico borbonico e duosiciliano?

«È prezioso, ma non va incanalato nella rabbiosa contrapposizione Nord-Sud, non in un’esaltazione neo-meridionalista gravida di improduttivi nostalgismi, ma va convogliato nell’autentico meridionalismo intellettuale. La revisione storica, qualsiasi essa sia, è importante se condotta seriamente. La storia non può aderire a un’unica versione dei fatti, è una scienza indagabile e necessita di ricerca per purificare la contaminazione dei racconti e approssimarsi quanto più possibile alla comprensione della realtà che si vive nel presente. Sulla storia borbonica, poi, si è costruita l’Italia, e l’Italia si è fatta con le armi, non con la volontà popolare. È un’esigenza improcrastinabile raccontare la storia degli sconfitti con maggiore equilibrio. Non si può più perdere tempo.»

Perché hai voluto fondare un movimento come VANTO e in cosa si differenzia dagli altri (molti) movimenti “meridionalisti”?

«VANTO è un acronimo che sta per Valorizzazione Autentica Napoletanità a Tutela dell’Orgoglio. Si tratta di valorizzazione, cioè di individuazione di valori napoletani, di napoletanità autentica, che non va confusa con le imposture costruitevi attorno. Si tratta di orgoglio da tutelare, cioè quello di testa da proteggere dai dannosi sentimenti di pancia. Non so in cosa l’idea VANTO sia differente, ma di certo prova ad elevarsi culturalmente, a usare e a fornire gli strumenti della cultura per proteggere la napoletanità da chi la sabota, sia che si tratti di napoletani che di non napoletani. E questo vale anche per la meridionalità, di cui Napoli è punta dell’iceberg, il bersaglio più facile.»

A chi sono rivolte le tue opere, cioè qual è il tuo pubblico, se ti rivolgi ad un pubblico ben preciso?

«Scrivo per esprimere me stesso e scrivo per chi vuole conoscere la storia d’Italia, di Napoli, e la società in generale da un punto di vista alternativo. È chiaro che il mio pubblico sia composto da chi vuole conoscere Napoli e il Sud, la loro storia, la storia d’Italia vista da Sud. C’è tanta gente, anche non meridionale, che ha voglia di vederla in modo diverso da come la pone il racconto convenzionale. Devo dire che diverse attestazioni di apprezzamento arrivano anche dagli stranieri, tanto per Made in Naples quanto per Dov’è la Vittoria, che ha interessato la stampa spagnola e persino l’importante network americano ESPN.»

Come valuti il fenomeno Gomorra?

«Il dibattito è delicato. La denuncia del Male è esercizio giusto, e il successo del libro Gomorra, del resto, è nato proprio per questa. Gomorra ha acceso la falsa speranza di poter combattere con efficacia la malavita organizzata attraverso una più ampia condanna. Nessuno imputò a Saviano di gettare fango su Napoli, Caserta e la Campania tutta quando diede alle stampe il suo primo libro. Nel frattempo, la Camorra è rimasta ugualmente dominante, e sono spuntati pure nuovi inquietanti fenomeni. È proprio con l’eccessiva spettacolarizzazione del Male che la denuncia di Saviano ha iniziato a perdere parte dei consensi del popolo campano e di parte del mondo della cultura. A guardar bene le cose, non si può negare che il simbolo della lotta al malaffare sia diventato al tempo stesso icona della dannazione, e abbia reso il luogo da cui estirpare il Male esso stesso il Male inestirpabile. Saviano, oggi, è per alcuni un eroe e per altri uno sciacallo. Il fatto è che una narrazione del Male non può cancellare la speranza e non può finire per proporre modelli del Male invece che smontarli. L’immagine di Napoli, nel mondo, è stata eccessivamente caricata di valori negativi, imposti da insistenti e redditizi filoni letterari e cinematografici, che hanno ancor più occultati i valori positivi. Tutto con gran facilità, e Dio solo sa quanta fatica si faccia per accendere le luci sulle eccellenze napoletane.»

Cosa significa raccontare la napoletanità attraverso il calcio?

«Significa raccontare un’espressione contemporanea dei napoletani, forse l’unica in cui il popolo sa essere compatto e non dannatamente individualista. Il Napoli accende la fascinazione del territorio, è il simbolo dell’auto-riconoscimento nella squadra che porta il nome della propria città, della propria provincia, è un veicolo di appartenenza a una precisa identità culturale. Lo è più di tutte le squadre, anche della stessa Roma, squadra di una città più grande ma condivisa con la Lazio. E se le città del Sud offrono gran supporto alle squadre del Nord, Napoli è in gran maggioranza napoletana, proprio per quella spiccata identità che affeziona al territorio. E poi è l’unica squadra della città, per cui non c’è bisogno di fare distinzione linguistica. L’aggettivo “napoletano” vale per il tifoso e per il cittadino. A Roma vi sono il romanista e il laziale, a Torino il torinista e lo juventino, a Milano il milanista e l’interista, a Napoli l’appartenza calcistica e la cittadinanza combaciano per sovrapposizione e si unificano. Col Napoli non è difficile raccontare un aspetto della napoletanità. E col Calcio è facile raccontare la storia d’Italia. Col mio libro Dov’è la Vittoria racconto proprio la storia italiana filtrata dal Calcio, che è espressione industriale e sociale del Paese. Il Calcio è uno strumento di lettura tra i più efficaci, insospettabilmente.»

Quale futuro ti auguri per il Sud?

«Un futuro certamente diverso dal presente. Il Sud di oggi è respingente, per erroracci dell’Unione italiana ma anche dalla più giovane Unione europea, che sembra avere poco a cuore la valorizzazione della Florida d’Europa, in una posizione geografica strepitosa, al centro del Mediterraneo. Risorse enormi, risorse sprecate per un territorio che è in coda alla classifica di competitività delle regioni dell’Unione Europea. Il Mezzogiorno è ricco di risorse ma povero di ricchezza, e questa è l’esatta dimensione di quel che suol dirsi “colonia”. Il Sud non era arretrato rispetto al Nord prima del 1861 ma poi è nata la “Questione meridionale”. Ora è scivolato, insieme alla Grecia, in una questione Sud-Europea, allo stesso modo coloniale. Basta vedere come l’Italia si sia piegata all’Europa per la realizzazione del TAP nel Salento, in un contesto in cui il nord e il sud del Continente sono in contrapposizione per garantirsi un ruolo privilegiato come hub di approvvigionamento energetico. Di gas, in Italia, ne abbiamo anche fin troppo, e però il nostro Governo ha cantierizzato un’opera invasiva dicendola necessaria per alimentare fonti energetiche e ridurre la dipendenza italiana dal gas russo di Gazprom. Ci hanno raccontato che dal TAP dovrebbe giungere gas dell’Azerbaijan, ma i giacimenti azeri vanno verso la netta diminuzione della risorsa, e il governo di quel paese ha chiesto alla Russia di importare del gas per soddisfare la sua domanda. Morale della favola, attraverso il TAP potrebbe ugualmente giungere in Europa del gas russo. Dunque, altro che riduzione della dipendenza da Gazprom ma gas a costi lievitati. Con buona pace della volontà popolare dei salentini. A proposito… la Gazprom è il colosso che sponsorizza lautamente la UEFA Champions League e che, indirettamente, porta non gas ma milioni di euro al calcio continentale. Vedete che il Calcio catalizza i massimi interessi e i più grandi temi in cui siamo coinvolti?»

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Tremonti: «Vogliono che l’Italia faccia la fine che i piemontesi hanno fatto fare alle Due Sicilie»

Angelo Forgione Giulio Tremonti, ex ministro dell’Economia dei governi Berlusconi, e Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere della Sera, ospiti a In 1/2 ora di Lucia Annunziata, hanno affrontato Il tema del futuro dell’economia italiana alla luce della proposta avanzata dalla cancelliera tedesca Angela Merkel di un’Europa a due velocità, con un gruppo di testa.
Secondo Tremonti, i tedeschi non vorrebbero gli italiani nel gruppo guida perché «ci vogliono far fare la fine che i piemontesi hanno fatto fare al Regno delle Due Sicilie». E ha aggiunto: «Credo che nello spirito dei tempi e nell’andamento della storia si apra una fase sovranista, che non vuol dire chiudersi ma difendere quello che hai e valorizzarlo sull’esterno. Lo stanno facendo Usa e Germania, lo deve fare l’Italia. Non possiamo continuare a farci portar via la nostra roba. Il destino dell’Italia non è quello del non povero Regno delle Due Sicilie».
Nelle parole dell’economista lombardo, che dimentica di dire che la Lombardia si era unita al Piemonte, insorgerebbe per l’Italia un’esigenza protezionistica-sovranista, proprio quella per cui la storiografia risorgimentale ha condannato Ferdinando II di Borbone, statista non disposto ad indebolire l’economia del Mezzogiorno d’Italia per beneficio di interessi stranieri. Inghilterra e Francia fecero in modo che un indebitato Piemonte colonizzasse e devitalizzasse le Due Sicilie. Nacque un paese unito caricato del debito pubblico piemontese, debole economicamente e politicamente. Nulla è cambiato. A proposito, per Ferruccio De Bortoli, per non sprofondare «ci vogliono statisti veri e seri».