1463-2018, il Banco di Napoli finisce qui

Angelo Forgione Venerdì 23 novembre 2018: ultimo giorno operativo dell’istituto bancario più solido d’Italia al momento dell’unità, il più antico operante d’Europa, quello che ha creato la finanza, seppur posteriore al più antico Banco di San Giorgio, nato a Genova nel 1407 e cessato nel 1805. Ora il primato passa al Monte dei Paschi di Siena (in attività dal 1472 come Monte di Pietà), salvato con mille artifici dal Governo così come la banche venete e le altre piccole banche popolari, ben più pregiudicate di quanto non fosse il glorioso istituto napoletano nel 1994.

Ultimo atto di colonizzazione, il Banco di Napoli, con tutta la sua storia, finisce qui. Restano solo il marchio e le insegne; prima o poi andranno via anch’esse. Resta la Fondazione Banco di Napoli, indipendente, il cui archivio storico in via dei Tribunali è la più imponente raccolta di documentazione bancaria esistente al mondo, contenente notizie rilevanti per la storia economica, sociale ed artistica del Mezzogiorno d’Italia e dei suo rapporti con l’estero. E resta il detto popolare “Chiacchiere e tabbacchere ‘e lignamme, ‘o bbanco ‘e Napule nunn’ê ‘mpegna”.

La fine del Banco di Napoli è solo l’atto formale di un’acquisizione torinese avvenuta già anni fa, nel totale silenzio della città. Era il 2002, periodo in cui anche la SSC Napoli andava incontro al destino di una crisi irreversibile. Immaginate se ad acquisire il club azzurro fosse stata la proprietà della Juventus (ci andò vicino quella dell’Udinese)… I napoletani sarebbero scesi in piazza e bloccato la città. Ma era “solo” una banca, motore dell’economia meridionale, e non valeva la pena perdere il sonno per un pilastro della città che finiva in mani settentrionali. Come ormai lo sono tutte le banche del Meridione, nelle mani dei gruppi del Nord, i quali, a loro volta, “dipendono” dal sistema finanziario internazionale.
La conseguenza disastrosa è che con la raccolta degli sportelli del Sud, quindi coi risparmi dei meridionali, si coprono i finanziamenti fatti dalle banche alle aziende del Nord.
Si tratta di “servizi”, una voce silenziosa che, insieme ai “beni”, serve a trasferire danaro dal Sud al Nord (come evidenziai un anno fa a Mediaset; ndr). Cioè, il meridionale risparmia qualcosa al supermercato, là dove compra soprattutto Nord? Il suo risparmio, depositato in banca, serve per sostenere l’economia del Nord.

E infatti il recente rapporto 2018 della Svimez dedica un capitolo a smontare nuovamente la teoria secondo la quale il Mezzogiorno drena risorse dal Nord, quantificando le risorse economiche e umane che si spostano dal Settentrionale al Mezzogiorno e viceversa. Se da un lato si ci sono “i trasferimenti netti di risorse pubbliche che da Nord vanno a Sud”, dall’altro ci sono “corposi trasferimenti di risorse a vantaggio del Nord”.
A queste interdipendenze contribuiscono anche le banche. Gli economisti della Svimez ricordano proprio come a Sud negli ultimi anni siano proliferati istituti di proprietà non meridionale e che allo stesso tempo alcune banche hanno mantenuto la sede legale nel Mezzogiorno ma sono entrate e far parte di gruppi bancari del Centro-Nord. Ciò ha favorito “una tendenza in atto da tempo di impiegare la raccolta bancaria delle Regioni meridionali per finanziare investimenti maggiormente remunerativi e meno rischiosi nelle aree più produttive del Paese, invece di utilizzarla per dare credito al sistema produttivo locale”.
E poi i consumi. Secondo le stime degli economisti, è sulle spese dei meridionali che si fonda un pezzo di ricchezza del resto del Paese. Una fetta non indifferente. Il mercato di destinazione del Sud genera al Centro Nord un Pil pari alla metà di quello che genera tutto il mercato estero. Stando ai numeri, per rispondere alla domanda di consumo e investimento dei meridionali, al Nord si è prodotta ricchezza per un ammontare di 186 miliardi di euro. Senza contare i 175mila giovani meridionali che studiano e consumano nel Settentrione, e nemmeno quelli che vanno a farsi curare negli ospedali lontani.

STORIA A TAPPE DEL BANCO DI NAPOLI

1463 – La cassa di depositi e prestiti della “Casa Santa dell’Annunziata”, esegue le prime operazioni come banco pubblico.

1539 – Costituzione del Monte della Pietà di Napoli in via S. Biagio dei librai con finalità filantropiche per prammatica di espulsione degli ebrei emessa dal vicerè Pedro de Toledo, al fine di risolvere i problemi di usura generati dagli stranieri e dai banchieri genovesi che facevano prestiti ai napoletani.

1569 – Il Monte di Pietà di Napoli istituisce la “fede di credito”, inventando di fatto l’assegno cartaceo che sostituisce la moneta in contanti.

1794 – Ferdinando di Borbone riunisce i banchi pubblici di Napoli e istituisce il Banco Nazionale di Napoli.

1808 – Gioacchino Murat, nell’interregno napoleonico, rinonima il Banco Nazionale di Napoli in Banco delle Due Sicilie.

1818 – Dolo la Restaurazione, il Banco delle Due Sicilie istituisce la Cassa di Sconto per sostenere l’economia del Sud erogando ingenti finanziamenti, e apre due filiali in Sicilia, a Messina e a Palermo, e successivamente a Bari. In tre anni il patrimonio raddoppia.

1849 – Ferdinando II di Borbone suddivide il Banco delle Due Sicilie in Real Banco di Napoli o dei dominî di qua dal Faro e Real Banco di Sicilia o dei dominî di là dal Faro, con amministrazioni separate.

1862 – Con la legge Pepoli si estende la lira piemontese a tutto il nuovo Regno d’Italia. Il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia hanno facoltà di emettere moneta italiana.

1893 – In seguito all’incontrollato finanziamento dell’industria e dell’impresa settentrionali, e al conseguente scandalo della Banca Romana, si rende necessario il riordino degli istituti di emissione. Nasce la Banca d’Italia, fusione fra tre degli istituti esistenti, la Banca Nazionale del Regno d’Italia e due banche toscane. Il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia, invece, superano la crisi brillantemente e continuano la loro attività autonomamente.

1906 – A seguito della grande emigrazione italiana verso le Americhe, il Banco di Napoli apre una filiale a New York, a cui seguono quelle di Chicago e Buenos Aires, divenendo la prima banca italiana con filiali all’estero. Due filiali anche nei territori africani conquistati, a Tripoli e a Bengasi.

1926 – La Società delle Nazioni, per fronteggiare il caos monetario del dopoguerra, obbliga gli Stati Europei ad istituire le Banche Centrali. L’emissione diviene così ad esclusivo appannaggio della Banca d’Italia e il Banco di Napoli perde la facoltà di emettere banconote, assumendo la qualifica di Istituto di credito di diritto pubblico.

1939 – L’architetto Piacentini cura la facciata della sede del Banco di Napoli di Via Toledo.

1988 – Il Banco di Napoli, dopo la ripartenza del dopoguerra, conta filiali a Buenos Aires, Francoforte, Hong Kong, Londra, New York, Parigi, Madrid, e uffici di rappresentanza a Bruxelles, Los Angeles, Zurigo, Sofia, Mosca oltre a filiazioni come il Banco di Napoli International a Lussemburgo.

1991 – Il Banco di Napoli è il primo banco pubblico ad attuare la “Legge Amato”, sdoppiandosi in Banco di Napoli SpA per le attività creditizie e Fondazione Banco di Napoli con finalità culturali e filantropiche.

1994 – Inizia la crisi della Società bancaria, frutto di una fallimentare politica creditizia di tipo clientelare garantita dal potente dirigente di nomina democristiana Ferdinando Ventriglia (colui che nel 1984 ha garantito al Napoli la liquidità necessaria per il sensazionale acquisto di Maradona), che esce di scena a seguito di un’ispezione Bankitalia. Restano scoperti migliaia di miliardi di finanziamenti erogati a imprenditori meridionali, partiti politici ed enti pubblici insolventi. Le consistenti perdite rendono indispensabile l’intervento straordinario del Governo, finalizzato alla privatizzazione dell’Istituto. Il Ministro del Tesoro, Carlo Azeglio Ciampi, azzera il capitale sociale per rendere il Banco un bene senza valore da vendere all’asta.

1997 – Il Banco di Napoli viene acquistato da una cordata formata dall’Istituto Nazionale delle Assicurazioni e dalla Banca Nazionale del Lavoro per 61,4 miliardi di vecchie lire, una cifra decisamente inferiore al valore di una banca con circa 800 sportelli in tutt’Italia.

2002 – Dopo una paralisi gestionale, la cordata INA-BNL rivende il Banco di Napoli per 6.000 miliardi al SanPaolo IMI, realizzando una plusvalenza enorme che consente il salvataggio della BNL, in forte crisi da un decennio per alcune operazioni irregolari compiute dalla filiale statunitense di Atlanta. Per salvare l’istituto romano viene sacrificato quello napoletano. Cancellata la plurisecolare autonomia ed azzerata la funzione di guida e supporto per la già provata economia del Mezzogiorno.

2006 – A seguito della fusione del Gruppo Sanpaolo IMI con gruppo Intesa, il Banco di Napoli viene trasformato in un semplice istituto pluriregionale limitato al risparmio e al credito a famiglie e piccoli operatori economici di Campania, Puglia, Basilicata e Calabria.

2018 – Il Banco di Napoli è inglobato da Intesa San Paolo, che ne conserva solamente il marchio e le insegne. Fine della storia.

Il Sud ignorato dai media e mal raccontato

Angelo Forgione – Il giornalista Maurizio Ferraris, piemontese, se la ride quando il professor Stefano Cristante, docente settentrionale di Sociologia dei processi culturali e comunicativi in Puglia, gli ricorda che i primati tecnologici dell’Ottocento italiano arrivavano dal Sud: «La prima ferrovia nel Regno delle Due Sicilie… noi piemontesi ce ne siamo avvalsi per meglio condurre l’invasione».
È una cruda verità storica in un dialogo televisivo per spiegare il Mezzogiorno, che nei media nazionali è spesso rappresentato come terra della criminalità e del degrado. Questa rappresentazione non si limita a cogliere dati di fatto ma aggiunge ai fatti un’interpretazione che fa di alcuni problemi la chiave di lettura di un’intera area geografica. Alla cultura del Sud non si rende giustizia e l’immagine che se ne dà è oggetto di processi di semplificazione e di caricatura.
Cristante snocciola un monitoraggio condotto insieme alla collega Valentina Cremonesi sugli argomenti trattati dal Tg1: da circa 35 anni solo il 9% delle notizie apparse sul telegiornale più seguito dagli italiani sono state dedicate al Sud Italia, e di questo 9% si è trattato per il 75% di cronaca e criminalità, seguito dal meteo e dal welfare, tradotto in malasanità. Lo stesso vale per il Corriere della Sera e per la Repubblica, che dal 2000 al 2010 hanno dedicato al Mezzogiorno uno spazio sempre più marginale: 500 articoli contro i 2.000 del ventennio 1980-2000, legati quasi esclusivamente a due sole categorie criminalità/cronaca nera e meteo/natura. Ciò per cui eccelle il Sud, sostanzialmente, non è stato e non viene raccontato, e non è solo un problema riferito a giornali o trasmissioni di chiara impronta discriminatoria. 
In sostanza, un terzo del territorio e degli abitanti d’Italia sono sistematicamente ignorati dai media o hanno un ruolo marginale.
La politica, incapace di mettere mano alla Questione meridionale ma solo di tradurre il lamento in vittimismo al pari di buona parte dell’opinione pubblica, non è stata in grado di intercettare il malcontento, che si è aggiunto al disagio esistenziale. Vittimismo che non va oltre l’incapacità dei meridionali di trasfomare la loro grande potenza creativa in forza politica, come evidenzia l’editore Alessandro Laterza. Ed ecco spiegato perché la gente del Sud, orfana di classi dirigenti all’altezza di proporre un riscatto, si affida in massa a persone senza esperienze di governo e dalla faccia pulita.

Il PD ha affossato il Mezzogiorno

Angelo Forgione Dicono che il Mezzogiorno parassita ha votato per il reddito di cittadinanza. Letture semplicistiche, cariche di stereotipi, di chi non sa e non vuole andare al cuore delle questioni. Sì, certo, il cavallo di battaglia pentastellato ha indubbiamente suggestionato qualcuno, ma il voto ai 5 Stelle è arrivato anche da larghi settori della borghesia, da quelle famiglie che un’occupazione e un reddito sufficiente ce l’hanno. Il Mezzogiorno non è come lo raffigura certa stampa, così come il resto del Paese non è tutto razzista, perché così, alla rovescia, si potrebbe interpretare la crescita della Lega (Nord). Il 5 Stelle ha preso voti al Sud, al Centro e al Nord, altro che solo Meridione, ed è accaduto per i salvataggi alle banche (del Nord), per i criteri scellerati della “buona scuola” e per diversi altri buoni motivi offerti dal Partito Democratico. E se nelle regioni del Mezzogiorno ha fatto il pieno è perché lì è palpabile una condizione di regresso sempre più drammatico.
I dati Eurostat, l’Ufficio Statistico dell’Unione Europea, sono a disposizione di tutti sul web e raccontano coi numeri perché il PD ha fallito soprattutto al Sud, nonostante Renzi e i suoi abbiano più volte annunciato la fine della Questione meridionale. Calabria, Sicilia, Campania, Puglia e Sardegna continuano ad essere tra le Regioni europee coi più alti tassi di disoccupazione, superiori almeno al doppio della media Ue. Basilicata, Molise e Abruzzo vanno leggermente meglio. La ricchezza pro-capite delle regioni del Mezzogiorno è inferiore del 30/40% della media Ue. Il dato inappelabile è che nell’ultima legislatura 2013-2017, tutta targata PD, i tassi di occupazione delle regione del Sud sono calati, mentre altrove sono rimasti più o meno stabili. La Calabria, la regione italiana con meno occupati, è piombata dal 44% al 36%. I dati SVIMEZ dicono che, nell’ultima legislatura, nel Sud sono diminuite le esportazioni, meno 9%, mentre il resto del Paese ha fornito un più 9%. È aumentata anche l’emigrazione, e fermiamoci qui.
Gli elettori non leggono i dati ma ascoltano il proprio umore prima di votare. I proclami non potevano bastare, tantomeno quelli di Renzi, tronfio nell’avvisare che il suo esecutivo si sarebbe ripreso il Sud “pezzo dopo pezzo”. Non gli era bastato che i suoi predecessori l’avessero smontato più di un secolo prima; lui era pronto a proseguire sulla stessa strada, a tagliare risorse e investimenti nel Mezzogiorno affinché restasse ancora colonia interna e mercato di sbocco della produzione settentrionale, e a nascondere il disastro certo nelle dichiarazioni di facciata. Il dramma è palpabile, lo avvertono addosso i meridionali, molto meno gli opinionisti e gli avversari politici che i dati avrebbero pure il dovere di divulgare.
La sconfitta del PD è soprattutto al Sud, dove il M5S ha sbancato non perché ha promesso assistenzialismo ma perché i governi Letta-Renzi-Gentiloni, come quelli precedenti, hanno fatto danni, e li hanno fatti perché non hanno capito che alla più antica ed esiziale delle questioni italiane, quella meridionale, era legata la possibilità che il Paese si rimettesse in moto davvero e che un ciclo politico potesse durare più di cinque anni. Il Presidente della Repubblica non può dare fiducia alla Lega (Nord), che per il Sud non ha alcun interesse e che, come recita il suo statuto, ha per finalità “il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana”.
Una cosa è certa: chiunque governerà, ammesso che gli sia possibile farlo, dovrà capire che per non fare la stessa fine degli altri dovrà mettere mano alla Questione meridionale, l’unica via affinché l’intero Paese abbia un futuro.

Il Regno delle Cinque Stelle

Angelo Forgione Elezioni 2018 in stile referendum del ’46 e Italia spaccata. Il Nord controllato dal centrodestra a trazione leghista. Il Sud con marcato passaporto pentastellato. E ancora una volta il Paese mostra le sue differenze native.
Paese ingovernabile e situazione prevedibilmente ingarbugliata, con il Movimento 5 Stelle boicottato col Rosatellum ma scudettato per distacco e la di Lega di Salvini in Champions nascondendo il linguaggio del razzismo. Dov’è la vittoria? Lo dirà Mattarella. Di certo finisce l’epoca breve della rottamazione del PD (Renzi ancora fallimentare dopo il referendum costituzionale) e la lunga stagione del decotto Berlusconi. Inizia quella dello “sfascismo”, ed è il Mezzogiorno, isole comprese, a lanciare il vero messaggio alla politica nazionale: la “seconda Repubblica” è al tramonto. Altro che voglia di assistenzialismo e trappola del reddito di cittadinanza, il Sud è stanco di corruzione, mafie, emigrazione ed eterna Questione meridionale!

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Pur nel plebiscito per il Cinque Stelle, il Mezzogiorno, nella sua definizione “allargata”, ha comunque dato qualcosina alla Lega di Salvini, che ha cancellato la parola Nord dal simbolo e chiesto scusa per i suoi storici attacchi ai meridionali. Anni di odio e di offese, di cori e di strali, improvvisamente mandati in archivio con una svolta non culturale ma di facciata, finalizzata ad espandere il consenso oltre il recinto padano, perché i napoletani puzzano, canta qualcuno, ma i voti (e i soldi) non hanno odore. E infatti, la conversione leghista non ha trovato corrispondenza nell’attività parlamentare, visto che le proposte di legge del Carroccio depositate in Parlamento dall’inizio dell’ultima legislatura non sono mai state rivolte al Sud, fatta eccezione per il tema immigrazione a Lampedusa e Linosa. Di interrogazioni parlamentari sui temi e sui problemi del Sud neanche l’ombra. Piuttosto, avanti coi referendum per le autonomie di Lombardia e Veneto. Eppure qualcuno ci è cascato e qualche voto pure è arrivato.
La regione più leghista della macroarea meridionale è l’Abruzzo (%13,80), trainata da un’economia più solida delle altre ma comunque connessa al Mezzogiorno in termini di politiche per lo sviluppo. Picchi nell’Aquilano (%17,69) ma doppia cifra anche nella povera Sardegna, mentre il Carroccio non passa in Campania (%4,32), là dove Napoli, con la memoria lunga, con la dignità che spesso dimostra e con la percentuale più bassa d’Italia di filoleghisti (%2,53), fa capire di non volerne sapere nulla di Salvini e della Lega (Nord).

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Massoneria, mafia e politica: il perverso abbraccio che dal 1861 stritola soprattutto il Sud

La commistione tra le logge massoniche e le mafie di Calabria e Sicilia è sempre più forte, e allora la presidentessa della Commissione Parlamentare Antimafia, Rosy Bindi, chiede una legge che imponga ai funzionari pubblici di dichiarare la loro iscrizione alla Massoneria, ma il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, Stefano Bisi, si dice preoccupato per il carattere fascista di una richiesta che investirebbe tutte le logge, anche quelle regolari.
Per capire certe dinamiche è il caso di fare un po’ di storia e di ricordare cosa accadde dopo l’Unità d’Italia. I massoni, nel secondo Ottocento, sentirono l’esigenza di muoversi nello scenario politico del proclamato dello Stato unitario in maniera riservata e segreta. Il Grande Oriente d’Italia si mosse per salvaguardare l’identità degli affiliati più in vista, e così, nel 1877, l’allora Gran Maestro, il pratese Giuseppe Mazzoni, costituì la loggia Propaganda massonica, sciolta dalla repressione fascista e poi ricostituitasi sotto nuovo nome Propaganda 2, cioè la P2, completamente deviata dal Maestro venerabile Licio Gelli, pistoiese, manovratore di un club esclusivo di imprenditori e funzionari statali di ogni livello capaci di condizionare in modo occulto le alte istituzioni dello Stato.
Non sono chiari a tutti certi processi, e ancor meno chiare sono le parentele delle logge meridionali con le mafie, cioè con quelle società segrete di tipo paramassonico piramidale nate al Sud intorno al 1830, in piena degenerazione carbonara, ma in due città ricche quali erano allora Napoli e Palermo, non certamente le povere Napoli e Palermo di oggi. Tanto la Massoneria italiana quanto le mafie di Napoli e Sicilia ebbero come nemico comune il russofilo Ferdinando II di Borbone, spavaldo con gli inglesi, e per conto di Londra operarono alla cancellazione delle Due Sicilie. Il patto del Gran Maestro Giuseppe Garibaldi con i picciotti e i camorristi di allora è il simbolo di un abbraccio ancora esistente, di cui Londra è ben al corrente. Perché le mafie ci furono inoculate dagli inglesi per destabilizzare il meglio geo-posizionato Regno delle Due Sicilie e minarne la politica mediterranea in vista dello scavo del Canale di Suez, e non è certo casuale l’impiego del crimine organizzato da parte degli anglo-americani nel corso della “liberazione” dal Fascismo, che alle mafie e alle logge aveva tagliato i viveri. È un’eredità cancerogena, finalizzata a privare il Meridione della possibilità di sfruttare il suo enorme potenziale geopolitico di avamposto verso l’Oriente ed il Nord Africa.
Le mafie non accennano a sparire, nonostante la parvenza di lotta che lo Stato sbandiera da sempre, perché fungono da ammortizzatore sociale da quando il Meridione è stato posto ai margini del progresso nazionale. Proviamo a immaginare cosa succederebbe al Sud se le si cancellassero e pensiamo a quanto ci guadagnino dalle “sventure” del Mezzogiorno certi corrotti professionisti dell’antimafia (ripassate la storia del povero Agostino Cordova) e pure scrittori simbolo della “lotta” al crimine organizzato trasformato in show-business, che certi argomenti non li chiariscono, pur sapendo che, come ci sono pentiti di mafia, ve ne sono anche di Massoneria, iniziati che con le logge deviate non vogliono avere troppo a che fare, come l’ex Gran Maestro Giuliano Di Bernardo.

‘Napoli Velata’, il femminino secondo Özpetek

Angelo Forgione per napoli giornale – Dopo il ritorno alle sue radici, con Rosso IstanbulFerzan Özpetek consacra al cinema le similitudini riscontrate tra la sua città di origine e Napoli, abbandonandosi al fascino della città vesuviana nel noire in chiave erotica-esoterica Napoli Velata.
È una storia caricata di mistero, audace nel presupposto, che mette la storia personale di un complesso personaggio femminile al centro di una Napoli complessamente barocca, ricca di un’umanità eterogenea. Adriana, un’attempata Giovanna Mezzogiorno, è una donna disagiata e duale, sensuale e istintiva nella vita privata ma anche fredda e razionale nella sua professione di medico legale, e incarna Napoli, doppia e contrastata. La donna è posseduta sessualmente e mentalmente dal virile Andrea (Alessandro Borghi), a tal punto da immaginare una realtà inesistente con un fratello gemello, identico nelle sembianze ma diametralmente opposto nella sessualità, dotato di un femminino decisamente marcato, frutto dell’inconscio e del desiderio della protagonista. È l’elemento mentale a menare le danze e a confondere lo spettatore, nel pieno di un disagio causato da uno choc infantile, a causa del quale Adriana perde il contatto con la realtà e inizia a viaggiare lungo un difficile percorso mentale totalmente isolato e proprio, rappresentato scenicamente dal prologo, una ripresa prospettica della scala elicoidale del palazzo Mannajuolo di via Filangieri, metafora psicanalitica e freudiana della complessa spirale mentale in cui un soggetto indebolito dagli eventi infantili può restare intrappolato, ma anche espressione figurata dell’utero femminile, poi richiamato in una successiva scena girata nella Farmacia degli Incurabili.

Il racconto è intriso di eterosessualità, ma non abbandona l’omosessualità tanto cara al regista con l’accoppiamento danzante di Valeria (Isabella Ferrari) e Ludovica (Lina Sastri) dietro a una maschera, e descrive pienamente le due polarità, rappresentate nei “gemelli” Andrea e Luca ma anche racchiuse nella figura di Pasquale, un inappuntabile Peppe Barra che finisce per interpretare sostanzialmente se stesso. Numerose sono le figure femminili, tutte fondamentali, a rimarcare la femminilità che Özpetek ha riconosciuto in Napoli: «Napoli è donna perché nel modo di fare dei napoletani c’è il lato migliore della vita». E il lato migliore della vita, nel film, è il sesso istintivo, l’unione dei corpi, in una lunghissima e spinta scena tutt’altro che velata, senza tabù e senza controfigure.
Il tema ricorrente è chiaramente quello del velo, a partire dal titolo, che richiama al Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino nella Cappella Sansevero del Gran Maestro Raimondo de’ Sangro, per proseguire con la “Figliata dei Femminielli”, il rito che si rifà al mito platonico dell’androgino, durante il quale un velo viene posto tra la scena e lo spettatore per invitare a sentire più che a vedere. E ancora, nella Farmacia degli Incurabili, dove Pasquale spiega il significato di un velo scolpito, sorretto da tre angioletti, rappresentante i misteri alchemici della Massoneria, prima di approdare davanti al bassorilievo dorato dell’utero velato.
Altro simbolo ricorrente è la scala, tra palazzi e scalinate urbane, metafora di ripido e faticoso cammino iniziatico verso la conoscenza e la soluzione. Quella del Palazzo Mannajuolo ha pure la forma di un occhio, ancora un altro elemento ricorrente, ripetuto in un oggetto simbolo della pellicola, cioè la “vista” che va oltre la vista. “Qui non vident videant”, chi non vede veda, imperativo evangelico che si lega alle esperienze di Adriana e che ben si accosta a Napoli, città davvero velata, che necessita di essere sentita e non semplicemente osservata, spesso attraverso un filtro distorto dall’esterno. È l’esperienza personale di Özpetek, folgorato dalla città una volta fattane l’esperienza: «Non conoscevo davvero la bellezza di questa città prima di toccarla con mano, ma quando mi ci sono immerso per preparare La Traviata al teatro San Carlo ho deciso di raccontarla al cinema». E l’ultima scena di un film che, volutamente, confonde il suo esito, sembra proprio un suggerimento ad “ascoltare” una delle città più indecifrabili del mondo: Adriana lascia la Cappella Sansevero e si allontana di spalle imboccando la strada laterale, e allora la ripresa la segue, gira l’angolo dopo di lei e mostra una strada vuota. La donna c’è, perché se ne odono i passi, ma il “cieco” non la vede.
«Racconto i segreti di una città che conosce oro e polvere, –  dice Özpetek – una città pagana e cristiana, mistica e realistica allo stesso tempo. Il contrasto è la sua bellezza, condita da una sensualità che è nell’aria e nel comportamento dei napoletani. Come si fa a non innamorarsi di Napoli e dei napoletani? È simile alla mia Istanbul per il sentimento delle persone e per il loro atteggiamento, e poi entrambe hanno il mare. Napoli per me è la vera cultura italiana, rappresenta l’Italia nelle sue radici».

Il Rapporto Svimez 2017 conferma: il Sud non è palla al piede

Angelo Forgione Un mese fa, a Quinta Colonna, dati alla mano, dissi che il Sud non è affatto palla al piede del Nord, parlando di interdipendenze tra le due parti del Paese che finiscono per favorire l’economia settentrionale, nonostante il passivo nordico dei trasferimenti statali e dai residui fiscali.
Il Rapporto SVIMEZ 2017, oggi presentato a Roma, conferma e rafforza la realtà nascosta. La stretta interdipendenza tra Sud e Nord sta generando una crescita dei vantaggi settentrionali.
Nel rapporto si legge appunto che “la visione che identifica semplicisticamente i residui fiscali negativi delle regioni meridionali con lo spreco di risorse pubbliche indebitamente sottratte al Nord, infatti, non solo non è dimostrata dalle evidenze empiriche ma è parziale. L’interdipendenza tra le economie del Nord e del Sud implica anche corposi vantaggi al Nord nella forma di flussi commerciali, essendo ancora il Mezzogiorno un importante mercato di sbocco della produzione settentrionale: la domanda interna del Sud, data dalla somma di consumi e investimenti, attiva circa il 14% del PIL del Contro-Nord”. Inoltre, i trasferimenti statali si sono ridotti del 10% tra il 2012 e il 2014, e quasi la metà ritornano al Settentrione. Mettiamoci pure che con la raccolta del risparmio negli sportelli bancari del Sud si coprono i finanziamenti fatti alle aziende del Nord. Infine, 200mila laureati del Sud vanno via, per un vantaggio del Centro-Nord stimato in 30 miliardi. Senza dimenticare la spesa per migrazione sanitaria.
Nessuna novità, solo conferme.

Il mio intervento a ‘Quinta Colonna’:
https://www.facebook.com/AngeloForgioneOfficial/videos/10154874884335423/

Rapporto SVIMEZ 2017:
http://www.svimez.info/images/RAPPORTO/materiali2017/2017_11_07_linee_app_stat.pdf