La vera storia dell’incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II, che fu scontro

incontro_vairano_1Angelo Forgione – La storia dell’Italia unita è confusa e mistificata, e lo è pure sulla località casertana dell’incontro del 26 ottobre 1860 tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II di Savoia, quando tutto ebbe inizio. I libri di storia riportano Teano, che in realtà è il luogo in cui i due si salutarono dopo aver cavalcato insieme. Il saluto d’incontro, invece, avvenne al Quadrivio della Catena, nei pressi di Caianello, dove prese il via la storica passeggiata a cavallo. Vairano Patenora, l’attuale comune in cui si trova il Quadrivio, festeggia il patriottico incontro, ma Teano continua a ritenersi il luogo dell’incontro e non quello del commiato. È annosa la disputa tra due comuni meridionali che si contendono il luogo in cui il Meridione fu conquistato dai piemontesi. In realtà, festeggiare sembra che interessi solo a Vairano e Teano, poiché nessun capo di Stato e nessun primo ministro ha mai presenziato alle loro celebrazioni per dire «qui è nata l’Italia». Del resto, l’edificio davanti al quale si incrociarono Garibaldi e Vittorio Emanuele II, la Taverna della Catena, è un monumento nazionale presentabile solo in facciata, mentre alle spalle è tutto un rudere in rovina che non interessa a nessuno, neanche ai proprietari, una famiglia di Napoli di cui fa parte l’olimpionico di canottaggio Davide Tizzano.
L’episodio è detto “incontro”, ma fu uno scontro tra un generale irregolare e un re invasore. L’occasione significò, a tutti gli effetti, il licenziamento di Garibaldi, al quale fu intimato di farsi da parte e tornarsene a Caprera poiché il Regno delle Due Sicilie, con una sovranità e una monarchia italiana legittime, era stato ormai occupato dai Mille con l’operazione massonica della sommossa popolare di carattere rivoluzionario e Vittorio Emanuele II doveva proseguire l’operazione unitaria in modo legittimo, secondo le volontà francesi e inglesi.
Tutt’altro che amichevole fu l’incontro, e si svolse in un’atmosfera tesissima. Garibaldi veniva da Napoli, dove aveva assicurato la corretta riuscita della farsa del plebiscito per l’annessione del Sud al Regno di Sardegna, che i Piemontesi ben sapevano non essere volontà della gran maggioranza delle popolazioni meridionali. Non era neanche la loro, in verità, al netto degli interessi in ballo, sprecandosi le eloquenti corrispondenze private tra gli uomini di governo in cui si discuteva della prossima unificazione. In una di queste, datata 17 ottobre 1860, il torinese Massimo d’Azeglio, governatore della provincia di Milano, aveva scritto al patriota Diomede Pantaleoni: “Ma in tutti i modi la fusione coi napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!”. La contraffatta consultazione, pilotata dai brogli di Filippo Curletti, capo dell’intelligence di Cavour, e vigilata dai camorristi assoldati da Garibaldi per garantire l’ordine pubblico, si era svolta nella gran sala del Real Museo Mineralogico della Regia Università, nella strada di Mezzocannone, e aveva sancito la consegna del Sud ai Savoia al culmine della spedizione garibaldina, anch’essa garantita da ingenti finanziamenti dei britannici, interessati a defenestrare il Borbone per addomesticare l’Italia nell’imminenza dell’apertura del Canale di Suez. Il massone e anticlericale Garibaldi avrebbe voluto spingersi fino a Roma e allontanare anche il Papa con tutto il potere temporale, ma non aveva fatto i conti con la volontà di Napoleone III di difendere Pio IX. E perciò Cavour, costretto a obbedire alle volontà francesi, aveva mandato Vittorio Emanuele II in persona a fermare Garibaldi a Napoli, non necessitando dal nizzardo più di quanto non avesse già fatto.
Se avesse potuto, il condottiero delle camicie rosse avrebbe mandato al diavolo il Re di Sardegna, il quale, tra l’altro, da nord, arrivò al Quadrivio della Catena in anticipo, in compagnia di Farini e Fanti, cioè due tra gli uomini che più odiavano Garibaldi e che Garibaldi più odiava, e ingannò tempo e fame bivaccando nella Taverna della Catena, lì presente. Quando il Generale arrivò, salutò urlando «ecco il Re d’Italia», come a sottolineare che il sovrano di un piccolo stato lo stava diventando dell’intera Penisola grazie a lui. Il piemontese si rifiutò di passare in rassegna il seguito garibaldino, e i due iniziarono a passeggiare a cavalli affiancati in direzione di Teano, mentre il Savoia chiariva le modalità di chiusura dell’opera garibaldina.
Il 6 novembre, Garibaldi sciolse il suo esercito, non prima di aver schierato in riga tutti i suoi uomini davanti alla saccheggiata Reggia di Caserta, sperando di poter ricevere gli onori da quel re al quale aveva regalato il Mezzogiorno. L’attesa durò ore, e fu vana, poiché Vittorio Emanuele II puntò direttamente su Napoli. Garibaldi lo raggiunse più adirato che mai, e il giorno seguente, dopo un’asprissima discussione, sfilò con lui in carrozza lungo le strade della Capitale borbonica occupata, sotto una fitta e profetica pioggia. Garibaldi aveva chiesto di essere nominato viceré dell’Italia meridionale, ottenendo rifiuto, e aveva rifiutato, a sua volta, di diventare generale dell’esercito piemontese.
Il Generale abbandonò Napoli per Caprera il 9 novembre, dopo aver salutato privatamente l’ammiraglio Kodney Mundy sull’incombente nave da guerra inglese Hannibal, ringraziandolo per il decisivo aiuto ricevuto dal regno britannico. Il Re di Sardegna, invece, lasciò la città solo il 26 dicembre, una volta accertatosi che le operazioni belliche nella decisiva battaglia di Gaeta volgevano a favore dell’esercito piemontese.
Dopo circa tre anni, nel 1863, il torinese d’Azeglio, nella prefazione a “I miei ricordi”, scrisse: “pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani”. Colui che con il “vaiuoloso” napoletano non avrebbe mai voluto avere nulla in comune individuò l’inevitabile fallimento dell’unificazione. I massoni posti a scrivere la nuova cultura patriottica, manipolando gli eventi e le parole, cambiarono quella frase per nascondere intenti e anche limiti dell’unificazione, trasformandola così: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. E così tutti la conoscono. E invece, quello di d’Azeglio fu tutt’altro che un invito al miglioramento, bensì la constatazione dell’invalicabile limite dell’Unità: l’impossibilità di creare l’italiano, il popolo unico e unito educato all’etica massonica e disincagliato dall’ignoranza della fede cattolica.
Garibaldi non fece segreto della gratitudine per i Fratelli di Gran Bretagna, cui diede libera manifestazione nell’aprile del 1864, recandosi a Londra per ricevere la cittadinanza onoraria. Fu accolto dal delirio di una folla straripante, un milione di persone lungo le strade percorse dalla sua carrozza, e al Crystal Palace, durante una delle tante tappe del suo viaggio, per rispondere alle dimostrazioni di simpatia, pubblicamente dichiarò: «Senza l’aiuto di lord Palmerston, Napoli sarebbe ancora sotto i Borbone; senza l’ammiraglio Mundy, io non avrei giammai potuto passare lo stretto di Messina. Se l’Inghilterra si dovesse un giorno trovare in pericolo, l’Italia si batterà per essa». Si rese conto anche lui di cos’era l’Italia dei Savoia, dimettendosi dalla carica di deputato al Parlamento nel settembre del 1868, disgustato per la condotta del Governo della Destra nei confronti del Mezzogiorno. In una lettera scritta per chiarire il suo disimpegno alla rammaricata patriota Adelaide Cairoli, il nizzardo si mostrò pentito del suo apporto alla causa sabauda in alcuni significativi passaggi: “[…] E mi vergogno certamente di avere contato, per tanto tempo, nel novero di un’assemblea di uomini destinata in apparenza a fare il bene del paese, ma in realtà condannata a sancire l’ingiustizia, il privilegio e la prostituzione! […] Ebbene, esse [le popolazioni meridionali] maledicono oggi coloro, che li sottrassero dal giogo di un dispotismo, che almeno non li condannava all’inedia per rigettarli sopra un dispotismo più orrido assai, più degradante e che li spinge a morire di fame. Ho la coscienza di non aver fatto male; nonostante, non rifarei oggi la via dell’Italia Meridionale, temendo di esservi preso a sassate da popoli che mi tengono complice della spregevole genìa che disgraziatamente regge l’Italia e che seminò l’odio e lo squallore là dove noi avevamo gettato le fondamenta di un avvenire italiano, sognato dai buoni di tutte le generazioni e miracolosamente iniziato”.

La cravatta, dalla Croazia a Napoli, passando per la Francia


Angelo Forgione A tutte sti signure ‘ncruattate… Oggi, 18 ottobre, è la giornata mondiale della cravatta. Data non casuale, che coincide con il giorno in cui l’Academia Cravatica avvolse intorno all’arena romana di Pola, in Croazia, una gigantesca cravatta rossa, lunga 808 metri, per rendere omaggio al simbolo della loro identità nazionale. Perché in Croazia? Perché la cravatta non è altro che la traduzione in moda del tradizionale foulard croato che i mercenari del paese adriatico indossarono annodato al collo per difendersi dal freddo della Francia, durante la Guerra dei Trent’anni (1618-1648). Per i francesi, quei soldati erano «les croates», e quel particolare accessorio prese il nome di «cravate» quando Luigi XIV iniziò a indossarlo, lanciando una nuova moda per la nobiltà.
Ora, io vi ho sempre raccontato che il segreto della creatività napoletana non è l’invenzione ma la sublimazione. E allora non stupisca nessuno che la cravatta è sinonimo di Marinella, in attività in Piazza Vittoria a Napoli, sull’elegante Riviera di Chiaia, dal 1914. In un’epoca in cui lo stile “inglese” era molto di moda, Eugenio Marinella intraprese il suo primo viaggio a Londra per allacciare accordi coi fornitori. Così, nella sua piccola bottega di 20 mq, iniziò a produrre pregiatissime camicie ed esclusive cravatte a sette pieghe: la stoffa veniva piegata sette volte verso l’interno, così da dare alla cravatta una consistenza incomparabile. Solo molto tempo dopo si accostò anche la cravatta meno strutturata. Superate le due guerre, l’avvento dei prodotti americani convinse Eugenio a dedicarsi esclusivamente alle cravatte.
La “bottega di famiglia”, sempre quella del 1914, conosciuta in tutto il mondo quale simbolo della moda di lusso, è oggi condotta da Maurizio, terza generazione, con un fatturato di 17 milioni di euro e 60 dipendenti. Due illustri blasoni affiancano il marchio ‘E. Marinella – Napoli’ sin dalle origini: quello dell’Ordine della Giarrettiera, quale fornitore ufficiale della Casa Reale Inglese, e lo stemma borbonico delle Due Sicilie, a testimonianza di una rigorosissima fattura artigianale per queste cravatte “very british” e, allo stesso tempo, “napoletane veraci”… ma pur sempre “croates”.

Il Saviano in salsa giacobina che nasconde i tradimenti

Angelo Forgione Roberto Saviano ci ha raccontato in Sanghenapule (con Mimmo Borrelli) di un San Gennaro laico e giacobino, quello della Repubblica partenopea, ripudiato da una Napoli che odia chi, a suo dire, professa la verità, una Napoli stracciona e feroce, quella dell’esercito sanfedista “che sembra l’Isis”. Quanti passaggi mancano in questo racconto teatrale del 1799 così tagliente? Direi pochi, ma davvero fondamentali.
Il massone Gaetano Filangieri fu davvero il giurista universale che tutto il mondo riformista occidentale lesse con ammirazione, quello che Napoleone definì “il maestro di tutti noi”, del cui pensiero fu forte l’influsso sui “fratelli” francesi e pure su quelli americani, che sul suo “diritto alla felicità” stesero la propria costituzione. Filangieri fu davvero il riformatore che nel dicembre del 1782 scrisse al “fratello” americano Benjamin Franklin di sognare di trasferirsi in America, ma è lo stesso uomo che nel febbraio del 1786 ospitò nella sua abitazione in largo Arianello ai Tribunali il “fratello” tedesco Goethe, il quale annotò nei suoi appunti di viaggio che “il cavalier Filangieri è profondamente rispettoso del suo re (Ferdinando) e del reame, benché non approvi tutto quel che vi accade”. E da quel re, di lì a poco, il noto giurista ottenne la nomina di membro del Supremo Consiglio delle Finanze… re al quale, insieme al “fratello” Antonio Planelli, stava offrendo la sua opera per la stesura dello Statuto di San Leucio, che avrebbe visto la promulgazione nel novembre del 1789 e avrebbe rappresentato il punto di origine della società industriale, ma basata su un corretto sviluppo sociale, e l’inizio di una decennale esperienza sociale di significato universale sulla collina casertana, dove Ferdinando e Carolina avrebbero di fatto convissuto coi coloni sperimentando l’uguaglianza sociale e di genere, nuovi diritti e nuovi doveri. Insomma, il massone Filangieri collaborava col Borbone, come aveva fatto anche il non massone Antonio Genovesi, e il governo borbonico pre-rivoluzioni non si stava sclerotizzando ma, al contrario, provava a reagire alla sclerosi dei latifondisti e della Chiesa, producendo importanti esempi progressisti ispirati proprio dai grandi riformatori.
“I riformisti napoletani creano nuove idee per governare”, dice Roberto Saviano, ed è vero. Ma lo fecero inizialmente in modo legittimista, a braccetto con la monarchia. Erano tutti a corte, e non erano tutti giuristi ma svolgono le professioni più disparate, come il medico personale della Regina, Domenico Cirillo, e la bibliotecaria della Regina, Eleonora de Fonseca Pimentel. E però la volontà della Massoneria napoletana del secondo Settecento di migliorare il governo borbonico divenne stranamente volontà di governare. Stranamente, sì, perché manca alla narrazione di Saviano il concretizzarsi di questa mutazione. Manca il motivo di quello che fu un tradimento esiziale.
La collaborazione e la modernizzazione si incrinarono per i favoritismi della regina Maria Carolina, inizialmente offerti a Francesco d’Aquino, gran calibro tra gli iniziati napoletani, ma poi indirizzati al britannico John Acton, chiamato a Napoli nell’estate del 1778 per riordinare la deficitaria Real Marina. La presenza a corte dello staniero, sempre più ingombrante, generò malumore, e ne approfittò con grande opportunismo un uomo deputato ad amplificare i dissidi. Si trattava del teologo luterano Friederich Münter, massone danese di origine tedesca, personaggio mai menzionato nei libri di storia e tantomeno da Saviano, nonostante la decisiva influenza che ebbe sugli intellettuali napoletani del tempo. Apparteneva all’Ordine degli Illuminati di Baviera, una società occulta, paramassonica e filo-rivoluzionaria, promotrice di un vasto piano eversivo internazionale finalizzato a rovesciare i governi monarchici e le religioni, con l’obiettivo di instaurare un nuovo ordine politico. Münter fu incaricato di viaggiare tra il Regno di Napoli e la Sicilia, in veste di vero e proprio agente segreto in missione per il reclutamento dei massoni del sud della Penisola da rivoltare contro i loro sovrani, e una volta giunto a Napoli, nel settembre del 1785, incontrò diverse personalità vicine alla corte, tra cui Gaetano Filangieri e Francesco Mario Pagano, ma anche Domenico Cirillo ed Eleonora de Fonseca Pimentel. Approfittando dei malumori sorti per il declassamento del d’Aquino, il teologo straniero esortò tutti a coinvolgere altri Fratelli partenopei nell’istituzione di un ramo locale degli Illuminati di Baviera, e riuscì a convincerli a fondare ‘La Philantropia’, il primo nucleo di illuminatismo napoletano, una loggia eversiva filo-bavarese che, dal giugno del 1786, iniziò a seminare le idee repubblicane a Napoli.
Gli Illuminati puntavano ai grandi calibri internazionali, e Münter, a Napoli, lavorò per sobillare soprattutto Gaetano Filangieri, il faro dell’Illuminismo napoletano apprezzato dall’intero mondo occidentale, senza però riuscire a rivoltarlo contro la monarchia borbonica. Il danese rientrò a Copenaghen nel luglio del 1787 e da lì continuò ad auspicare una nuova riforma massonica partenopea, proseguendo a scambiare lettere con Filangieri e i napolitani. Il gran giurista morì nel luglio del 1788, con funerali prima cristiani e poi massonici, ma “profondamente rispettoso del suo re e del reame”, come scrisse Goethe, anche lui vicino all’illuminatismo di Baviera. Ma l’azione di Münter al Sud diede comunque una più decisa impronta politico-eversiva alla Massoneria napoletana. Molti di coloro che aderirono alla loggia partenopea degli Illuminati erano stati a stretto contatto con Maria Carolina, compreso l’abate vibonese Antonio Jeròcades, massone e sostenitore della Regina prima di entrare in stretto contatto con Münter e di iniziare a diffondere gli ideali anti-borbonici.
Proprio nel momento in cui s’innescavano le prime avvisaglie della Rivoluzione Francese, l’ostilità dei massoni verso la monarchia borbonica crebbe in modo evidente, e poco bastò all’austriaca per accorgersi che i suoi collaboratori della prima ora costituivano ormai una seria minaccia. Una volta avvedutasi delle nuove tendenze politiche degli uomini a lei vicina, la viennese mutò il suo atteggiamento e spinse Ferdinando ad opporvisi con un editto anti-massonico con cui furono chiuse di fatto le porte ai traditori di corte. Le logge napoletane si trasformarono allora in centri clandestini di aggregazione segreta per uomini prontissimi ad abbracciare i principi politici del Giacobinismo rivoluzionario francese e a mettersi in corrispondenza con le società patriottiche di Francia. Antonio Jeròcades, insieme allo scienziato Carlo Lauberg, fondò nel 1793 la Società Patriottica Napoletana, il primo club giacobino della Penisola, di chiara ispirazione filo-francese e di netto orientamento repubblicano. Il movimento partenopeo aprì nel 1794 la fase italiana del giacobinismo insurrezionale, ma venne scoperto e represso duramente con tre condanne a morte. Crebbero in Maria Carolina timori e risentimenti, e la frattura tra monarchia ed élite intellettuale si indirizzò agli eventi del 1799, allorché l’arrivo delle terribili milizie parigine portò massacro per migliaia di uomini del popolo e costrinse Ferdinando e Maria Carolina a mettersi in salvo a Palermo. Circa cinque mesi di governo repubblicano slegato dal basso ceto e dall’identità locale, intento a far calare dall’alto un modello esterofilo, non produssero alcuna riforma, e furono interrotti dalla fine della protezione militare francese ai giacobini napoletani, garantita finché possibile dalle scorribande napoleoniche in Alta Italia. Con la riconquista della città da parte dei sanfedisti guidati dal cardinale Ruffo, la resa dei conti fu repentina e violenta: centodiciannove repubblicani giacobini furono giustiziati, mentre ai graziati furono inflitte detenzioni ed esili.
Indubbiamente, parte della rappresentanza della migliore classe intellettuale partenopea fu spazzata via, ma non si trattò di totale azzeramento. Tanti furono gli uomini graziati che si recarono in altre città settentrionali ed estere, alcuni dei quali tennero in vita un sostrato massonico che si rigenerò all’indomani della riconquista italiana di Napoleone, quando molti esuli napoletani rientrarono con il loro carico di odio più o meno latente verso i Borbone, pronti a far crollare il restaurato ma sempre pericolante Regno delle Due Sicilie.
Friederich Münter morì nel 1830, in pieno vento carbonaro. L’intera corrispondenza tra il teologo danese e i massoni del Sud Italia, sostenuta dal 1786 al 1820, è conservato negli archivi bibliotecari del Grande Oriente d’Italia, testimone di una mutazione genetica e ideologica della Massoneria napoletana, delle cui origini cristiane e legittimiste e dei cui scopi di miglioramento dell’uomo, e non del governo, resta solo quel fantastico testamento di pietra che è la Cappella di Sansevero nel cuore di Neapolis.
Certi particolari il Saviano in salsa giacobina non li ha narrati, ma sicuramente li conosce.
(per approfondimenti: Napoli Capitale Morale)

Una targa per celebrare l’antica amicizia tra Napoli e la Russia

Scoperta a Napoli, al principio della via Toledo, incrocio via Nardones, la targa commemorativa delle relazioni tra la città e San Pietroburgo, inaugurate nel 1777, quando a Napoli si trasferì il primo ambasciatore ad aver mai rappresentato la Russia sul suolo italico. Si trattava di Andrey Kirillovich Razumovsky, e prese domicilio proprio nel Palazzo Pescolanciano di via Nardones 188.

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Le relazioni divennero profonde e legarono da fraterna vicinanza il re Ferdinando di Borbone e l’Imperatrice Caterina II. Napoli divenne la culla dei migliori talenti russi della musica, della pittura e della scrittura. Giovanni Paisiello, Tommaso Traetta e Domenico Cimarosa, nel secondo Settecento, furono maestri di cappella e direttori dei Teatri imperiali di San Pietroburgo, allora capitale russa. Nel 1794 il napoletano Josè de Ribas, nato dal matrimonio tra il console spagnolo e un’aristocratica irlandese, fondò la città di Odesso, col nome dell’antica colonia greca, sulla base di Khadjibev, un villaggio periferico sul Mar Nero. Fu l’Imperatrice a femminilizzare il nome di quella che divenne per sempre Odessa. Il legame tra i due Paesi, durante la riconquista del Regno da parte dei Borbone di Napoli dopo la repubblica giacobina del 1799, produsse l’aiuto militare russo a favore dell’Armata della Santa Fede del cardinale Ruffo.
Con il boom del gusto neoclassico, l’architetto di origine napoletana Carlo Domenico Rossi, naturalizzato e russificato Karl Ivanovič perché figlio di una ballerina russa di scena a Napoli, riempì di monumenti San Pietroburgo, compreso il teatro Alexandrinsky, con facciata molto somigliante a quella del San Carlo, dove andarono in scena i successi napoletani. Il gemellaggio culturale Napoli-San Pietroburgo divenne anche commerciale, cosicché a Kronstadt, una località isolana di fronte la capitale russa, fu realizzata una fabbrica siderurgica identica a quella di Pietrarsa, visitata e tanto ammirata dallo Zar Nicola I, affettuosamente ospitato a Napoli da Ferdinando II alla fine del 1845 per consentire alla malata zarina Aleksandra Fëdorovna di giovarsi del clima della Sicilia, e grato nel ricambiare con due pregevoli cavalli di bronzo con palafrenieri, identici alle statue di ornamento del ponte Aničkov di San Pietroburgo, che furono sistemati all’ingresso dei giardini del Palazzo Reale, di fianco al San Carlo. A Napoli iniziarono a giungere grandi forniture di eccellente grano duro russo di tipo Taganrog per le pregiate lavorazioni della pasta.
Durante la Guerra di Crimea, combattuta dal 1853 al 1856, la Russia si trovò a fronteggiare l’Impero ottomano, la Francia e il Regno Unito. La coalizione nemica chiese l’aiuto del Regno di Sardegna dei Savoia, che accettò volentieri per garantirsi potenti amicizie, e del Regno delle Due Sicilie, che rifiutò di combattere contro gli amici russi, dichiarandosi neutrale, salvo poi offrire alla flotta russa i propri porti nel Mediterraneo per i rifornimenti. Alla fine della guerra, persa dai russi, Inghilterra e Francia ritirarono i loro ambasciatori da Napoli, che divenne paese nemico da punire quanto prima. Dopo soli quattro anni fu organizzata la caduta dei Borbone attraverso il finanziamento dell’esercito irregolare di Garibaldi, cui fu affidato il compito di invadere il Regno delle Due Sicilie e consegnarlo ai Savoia.
Nel 1898, proprio davanti a un tramonto sul mare di Odessa, Eduardo Di Capua trovò l’ispirazione per musicare la celebre canzone-capolavoro ‘O Sole Mio, parolata da Giovanni Capurro.
Da qualche anno si è diffusa la conoscenza del significato dei “Cavalli Russi”, comunemente ma erroneamente detti “cavalli di bronzo”. Ora la nuova targa ribadisce quella che fu forse l’unica vera amicizia dell’antico Regno di Napoli, quella con l’impero Russo.
Alla cerimonia di inaugurazione hanno partecipato l’Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario della Federazione Russa in Italia, Sergey Sergeevich Razov, e il Sindaco di Napoli, Luigi De Magistris.

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la notizia alla televisione russa

 

Un ribaltamento nazionale tra politica, Massoneria e Chiesa che ha per paradigma l’entrata di Garibaldi a Napoli

Angelo Forgione È il 7 Settembre 1860: la “Piedigrotta” è in pieno svolgimento. Da più di un secolo è la festa delle feste, famosissima in tutt’Europa. Lo è almeno dal 1744, cioè da quando Carlo di Borbone, per celebrare la vittoria di Velletri contro gli austriaci, l’ha resa festa nazionale delle Due Sicilie e ha introdotto una parata militare oltre alla sfilata dei carri allegorici. I viaggiatori del Grand Tour l’hanno vista e narrata, ma questa volta i napoletani sono distratti da altro, perché l’evento coincide col culmine della risalita della Penisola da parte dei Mille garibaldini e Re Francesco II di Borbone, che ha appena lasciato Napoli per evitarle la guerra, sta andando a difendersi a Gaeta. Mentre il Re è in navigazione, a Napoli entra Garibaldi e si proclama dittatore delle Due Sicilie. Ad accoglierlo ci sono i capintesta della camorra del tempo e il prefetto di polizia borbonica e ministro degli Interni delle Due Sicilie, il trasformista Liborio Romano, che ha convertito i criminali in gendarmi di pubblica sicurezza, affidandogli il comando di una nuova Guardia cittadina. Il diplomatico inglese Henry George Elliot, del resto, ha già informato per tempo l’ufficio Esteri di Londra del fatto che diverse bande camorristiche sono pronte a contrastare con le armi la reazione dei fedeli alla dinastia borbonica, presidiando il porto in modo da facilitare l’ingresso dei volontari di Garibaldi. Il corteo al seguito del capo delle camicie rosse percorre via Marina, il Maschio Angioino, il largo di Palazzo (Plebiscito), poi su per via Toledo fino a Palazzo Doria D’Angri, dal quale il Generale si affaccia prendendone possesso come dimora.
Ad accompagnare Garibaldi c’è fra Giovanni Pantaleo da Castelvetrano, cappellano siciliano unitosi alla spedizione dei Mille e utilissimo per legittimare, attraverso la predicazione, l’impresa garibaldina presso le classi popolari e per favorire la coscrizione di volontari. Eppure il nizzardo è un gran massone, un rigidissimo anticlericale, e odia preti e uomini di Chiesa di ogni ordine e grado. E però vuole persino che si compia immediatamente il prodigio di San Gennaro in sua presenza, perché sa benissimo che solo così può guadagnarsi i favori incondizionati del popolo napoletano. Col Santo scontento non non può vedere completamente legittimato il suo potere. Del resto, è già accaduto sessant’anni prima, nel 1799, con i militari francesi di Championnet, ben informati dai giacobini napoletani, a “vigilare” sul compimento dello scioglimento del sangue.
Il giorno seguente, racconta Giacinto De Sivo, Garibaldi e i suoi trovano la Cappella del Tesoro sbarrata. Niente da fare. E allora, in serata, accompagnato dai camorristi, incrocia la processione della Madonna di Piedigrotta. Il massone, suo malgrado, si scappella di fronte all’Immacolata per non inimicarsi i napoletani, e viene giù un acquazzone fortissimo. Tocca aspettare il 19 settembre, giorno del Santo patrono, per timbrare di rosso garibaldino il prodigio. “Il sangue deve liquefarsi e si liquefarà – così dicono i predicatori garibaldini in largo di Palazzo – altrimenti a farlo liquefare ci penserà Garibaldi”. E così sia! Ancora un prodigio su ordinazione.
Liborio Romano viene confermato nel ruolo di Ministro dell’Interno e poi entra a far parte del Consiglio di Luogotenenza, per poi essere eletto deputato al nuovo parlamento di Torino. Ai camorristi della sciolta “guardia cittadina” viene assicurato un lauto vitalizio mensile in quanto “esempi inimitabili di coraggio civile nel propugnare la libertà”.
Quella dell’anno seguente sarà l’ultima Piedigrotta, organizzata dal luogotenente Generale Enrico Cialdini, uomo impegnato nel frattempo a massacrare i meridionali ribelli. La festa sarà sospesa nel 1862 dopo aver decretato nel febbraio di quell’anno la soppressione di tutti i conventi e la confisca dei beni mobili e immobili della Chiesa, compreso il santuario di Piedigrotta. Così tramonta la vera Piedigrotta, insieme a Napoli Capitale. Quella che riprenderà anni più tardi non sarà la grande festa nazionale di un tempo, e finirà per spegnersi, forse definitivamente. Il prodigio, invece, resta tradizione inossidabile, forse perché la Deputazione del Santo, dal 1811, è laica per volere del massone Gioacchino Murat.

Stampa estera: “Autostima napoletana allo stadio”

Ancora un altro approfondimento da oltreconfine sull’identità meridionale e sui significati del calcio per i napoletani di oggi. Tratto dal portale informativo Playground, con redazione a Barcellona, la traduzione di un articolo, con voci di Angelo Forgione, Marco Rossano e Gennaro De Crescenzo.

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Autostima grazie al gol: così si prepara un esorcismo alla napoletana

Più che una città, una tribù. Più che una squadra, uno stato d’animo. Stufa degli insulti e dei luoghi comuni, Napoli mostra la sua forza politica.

“Vedi Napoli e poi muori scrisse Goethe nel XVIII secolo circa la bellezza attrattiva di Napoli.

Vedi Napoli e poi muori! … per il disgusto o per un colpo di pistola: così completerebbe oggi la frase un divertito antinapoletano. Entrambe si riferiscono alla città forse peggio narrata in Europa, che ora deve affrontare il Real Madrid con il suo migliore e simbolico esercito, la SSC Napoli.

L’immagine della città è ora camorra, rifiuti e degrado, mentre prima era la pizza, la musica e il sole. Quando vi è un forte potere della camorra, la delinquenza si mantiene più o meno bassa, è controllata. Quando vi sono arresti e detenzioni, mancano alternative. Per questo molte volte si “sostiene” la criminalità, perché garantisce una sicurezza simile a quella che qui in Spagna offre la Guardia Urbana”, ci dice Marco Rossano, sociologo residente a Barcellona da molti anni e uno dei 10.000 napoletani che saranno al Bernabeu.

Rossano fa parte della più grande comunità straniera a Barcellona: 25.000 italiani, di cui si stima che un terzo proviene da Napoli e dintorni. Quando gioca il Napoli è quasi impossibile trovare un posto al bar Blau. “Il calcio è molto importante per la nostra comunità. Noi ci riuniamo lì, parliamo in napoletano, mangiamo cibo napoletano, ascoltiamo musica napoletana e vediamo il Napoli”, riassume. Combattono così la “napolitudine”, una parola secca che definisce la nostalgia dei figli del Vesuvio che hanno lasciato la loro terra in direzione del nord o verso ovest.

È una ferita ingigantita dagli insulti. Tutti i napoletani vengono chiamati terroni e descritti con termini come cazzimma o scugnizzo, espressioni che alludono a comportamenti egoisti, quasi asociali.

Il cliché patisce il clima degli stadi italiani, soprattutto al Nord, dove a tutti i napoletani si augura la morte col coro xenofobo ‘Vesuvio, lavali col fuoco’. Anche per questo, la tifoseria partenopea è quella italiana che ha la fama di essere la più violenta.

Lo scrittore e ricercatore napoletanista Angelo Forgione smentisce questa reputazione con i dati. Gli ultimi dati dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive del Ministero dell’Interno sono chiari: le tifoserie più coinvolte in atti di violenza sono quelle della Lazio, con 5, Brescia con 4 e Ascoli e Roma con 3. Chi ha causato più feriti sono i tifosi dell’Ascoli, 17, seguiti da quelli della Roma (15), Lazio (14), Brescia (13), Inter (12) e Juventus (11). Nel totale annuale dei Daspo è in testa la tifoseria del Bari con 109 provvedimenti, poi i romanisti, i bresciani, gli juventini e infine i napoletani. E non dimentichiamo che Ciro Esposito, l’ultima vittima in ambito calcistico, era napoletano, e fu ucciso da un romanista di estrema destra, afferma l’autore di libri come Made in Naples e Dov’è la vittoria.

Napoli è intensa e ricca di simbolismi … che pure si è tentato di cancellare.

Uno delle peggiori umiliazioni è stata vedere i tifosi rivali del Nord, gli juventini, cantare ‘O surdato ‘nnammurato, l’inno della città, a mo’ di presa in giro. “Come se ci volessero levare anche questo, forse perché non hanno identità, me non c’è bisogno di ricordare a tutti che O Sole Mio non è una canzone italiana ma napoletana”, dice Rossano, che ammette che negli ultimi tempi, a causa degli attacchi, forse, i napoletani si sono chiusi. Questa chiusura, lontana dal diventare un localismo semplicistico e folcloristico, sta sviluppando correnti politiche e culturali che hanno fatto in modo che le bandiere borboniche del Regno delle Due Sicilie abbiano sostituito quelle italiane.

“I tifosi hanno adottato lo stemma delle Due Sicilie come simbolo identitario. Anche il club ha sposato la simbologia con felpe e magliette ufficiali che hanno fatto registrare un record di vendite”, dice Forgione. Di fatto, lo Stato sovrano borbonico, tra il 1734 e il 1861, ha fatto dell’Italia meridionale una delle nazioni più prospere di tutt’Europa.

Il Movimento Neoborbonico esiste dal 1993. Il suo obiettivo è quello di ricostruire la storia del Sud e l’orgoglio di essere meridionali, secondo il suo presidente Gennaro De Crescenzo. “Dal momento in cui sono stati cacciati i Borbone ed è nata l’Italia unita, il Sud ha perso tutta la sua grandezza culturale, economica e finanziaria, e ha acquisito un ruolo negativo”, ci dice De Crescenzo, che parla anche di un futuro “Sud indipendente e unito, o almeno confederato con il resto d’Italia.

Significa rivendicare una Casa Reale diffamata attualmente anche in Spagna? Rossano, anche fondatore del movimento politico MO! Unione Mediterranea, chiarisce: “Nessuno vuole far ritornare i Borbone, pur avendo fatto meglio di molti politici italiani. Rivendichiamo il momento in cui la nostra storia si è fermata. Quella bandiera è un simbolo dell’ultimo momento in cui siamo andati indipendenti”. Per Forgione, l’approccio alla tematica è simile. “Non rivendico di certo la monarchia borbonica ma faccio luce su ciò che ruota attorno la storia di Napoli. Rivendico semmai il ruolo di Napoli nella storia d’Italia e d’Europa, e cerco di riportarla al centro della cultura europea di oggi, il posto che la città merita.

Quando si pensa alle monarchie, si pensa alla destra, ma a noi non interessa la questione politica. Uno dei nostri slogan è ‘né di destra, né di sinistra: del Sud!’ “, afferma De Crescenzo.

Nei libri e in televisione – ma anche in aree accademiche – il revisionismo è, nelle parole di De Crescenzo, un “trend”. Non è difficile vedere lui stesso, o Forgione, o Pino Aprile (autore di un bestseller del revisionismo del Sud), tenere accesi dibattiti su argomenti tabù dell’unificazione italiana, ad esempio le pregioni piemontesi. Aprile, nel suo ultimo libro Carnefici, parla di più di mezzo milione di “uomini rubati al Sud” nel processo della nascita d’Italia. Molti pagarono con la propria vita.

Da allora, dice De Crescenzo, non abbiamo gli stessi diritti del resto degli italiani: lavoro, servizi, infrastrutture, opportunità o speranze. Prima non eravamo un popolo di emigranti. Oggi Napoli si identifica con la sporcizia e la malavita, con la camorra e con Gomorra, dice in riferimento al successo della fiction Sky basato sul libro di Saviano. “Tantissimo attenzione per questa Napoli e poca per la sua bellezza, forse perché un popolo umiliato è più facile da colonizzare”.

Emerge quindi il ruolo del Calcio Napoli come esercito disarmato, simbolico, dell’autostima della terza città d’Italia per grandezza. “Quando il Napoli sfidò il Chelsea in Champions League, l’allenatore Villas-Boas disse: «Il Napoli non è solo una squadra, ma è lo stato d’animo di un’intera città»”, dice Forgione. “Il club azzurro è l’unico vero gigante del Sud, l’unica squadra meridionale capace di lottare per i primi posti della Serie A, mentre il resto del Sud a stento si affaccia alla Serie A. Se poi consideriamo che il Sud-Italia e la Grecia sono i territori più poveri dell’Eurozona, e che il Napoli è l’unico club di questi due territori che disputa la Champions League, allora possiamo capire cosa significhi il Napoli nel calcio moderno.

Il Napoli è una nazionale, e chi lo nega nega la realtà di un luogo che con molta facilità appare irreale. Solo lì può accadere che qualcuno, dopo aver vinto lo scudetto 87, scriva davanti al cimitero per comunicare con i morti e dirgli ‘che vi siete perso’. Irreale e senza tempo, come la definizione che dei napoletani ha lasciato un ammirato Pasolini, figlio del Nord: “sono una grande tribù che ha deciso di estinguersi, restando fino all’ultimo napoletani, cioè irripetibili, irriducibili ed incorruttibili”.

Gli eroi della tribù sono molti, da Diego ad Hamsik, da Vinicio a Gennaro Iezzo, il portiere che accompagnò la squadra a toccare il fondo della Serie C1 e con la squadra risalì in A. Come Iezzo, il tempio del San Paolo non negozia il suo impegno per la causa. Con creatività, anche perché i tifosi del Napoli hanno reso celebre un coro che è di gran moda in altri campi, anche in Spagna.

E accaduto un anno e mezzo fa, quando una delle curve ha adottato un classico degli anni ottanta del pop italiano, L’estate Sta Finendo dei Righeira. Come un gigantesco esorcismo, appena scatta l’85° minuto le gambe dei calciatori tremano e la tribù canta:

Un giorno all’improvviso, mi innamorai di te
il cuore mi batteva, non chiedermi perché
di tempo ne é passato e sono ancora qua
e oggi come allora difendo la città.

Questa è, evidentemente, una canzone d’amore e di resistenza.

Briganti dell’informazione sul palco di Giugliano

Tratte dalla diretta televisiva di TeleClubItalia, le interviste ad Angelo Forgione, l’editore Gino Giammarino e Gennaro De Crescenzo (Mov. Neoborbonico), realizzate dopo il dibattito culturale moderato da Sara Giglio (Radio CRC), tenuto nella centrale piazza Matteotti di Giugliano (NA) nell’ambito della manifestazione ‘La Tammorra dei Briganti’.

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