Invincibile Neapolis

Angelo Forgione Come ogni anno, faccio gli auguri a Neapolis, di cui si dice che il 21 dicembre sia il compleanno, questo il 2.489mo, perché la tradizione vuole che si trattasse del 472 aC. Probabilmente leggenda, riportata dal filosofo Dicearco di Messina ma attribuita a un ignoto Dicearco di Cuma. Leggenda, ma non una di quelle create casualmente. Perché il 21 dicembre è giorno di solstizio d’inverno, quello in cui il Sole raggiunge il punto di massima distanza dal piano equatoriale, e il buio della notte raggiunge la massima estensione, per poi invertire il proprio moto, fino al solstizio d’estate, in giugno, quando la luce prende il sopravvento sul buio.
Napoli era greca, e osservava il mithraismo, la religione antica di tradizione ellenistica che celebrava i misteri del Sole invincibile, sempre capace di rinascere. I napoletani veneravano Mithra in processione verso la Crypta Neapolitana, quella oggi alle spalle del santuario di Piedigrotta. Lì, proprio al centro della grotta attraversata completamente solo due volte l’anno da un raggio di sole (in occasione degli equinozi di primavera e di autunno), fu rinvenuto in tempi recenti proprio un bassorilievo di Mithra, oggi in mostra al Museo Archeologico Nazionale.

mithra

Non è per caso, evidentemente, che si volle far nascere la Neapolis, una rinata Palaepolis, insieme al Sole, nel giorno meno luminoso dell’anno, quello della celebrazione dei misteri mithraici, poi sostituiti dal Natale cristiano coi Romani. E allo stesso modo con cui il Natale di Gesù Cristo fu sovrapposto a quello di Mithra, la Festa cattolica della Madonna di Piedigrotta fu sovrapposta alle processioni nella Crypta.

Mi piace, dunque, interpretare Napoli come forse si voleva che fosse interpretata, metafora del Sole invincibile. Mi piace pensare a una città invincibile, che sempre si risolleva. E invincibile è, perché sfida la presenza incombente di due vulcani distruttivi, ed è sopravvissuta, e si ostina a sopravvivere, a terremoti, eruzioni, colate di fango, epidemie, invasioni, bombardamenti e aggressioni verbali: un vero e proprio miracolo dell’umanità che si fonde col mistero.

Disegnata secondo il cammino del Sole su di un terrazzamento demarcato dal mare, dall’antico fiume Sebeto e dai terreni nelle attuali Foria e Forcella, Neapolis fu opposta dai Cumani al più vecchio insediamento, la Palaios Polis, rivolta invece agli abissi marini e fondata dai Rodiesi tra i secoli IX e VIII aC (ventinove secoli fa) là dove è il Castel dell’Ovo-Monte Echia.
Neapolis, col suo “schema ippodameo”, è ancora fedele alle sue origini come nessuna metropoli occidentale. Questa non è una leggenda, ed è anche per questo patrimonio dell’Umanità UNESCO.
“Il Comitato ha deciso di iscrivere il bene considerando che il luogo è di eccezionale valore. Si tratta di una delle più antiche città d’Europa, il cui tessuto urbano contemporaneo conserva gli elementi della sua storia ricca di avvenimenti. I tracciati delle sue strade, la ricchezza dei suoi edifici storici caratterizzanti epoche diverse e la sua posizione strategica nella Baia di Napoli conferiscono al sito un valore universale senza uguali, che ha esercitato una profonda influenza su gran parte dell’Europa e al di là dei confini di questa.”
(motivazione di iscrizione nella lista dei patrimoni – luglio 1995)

Non mi sembra un caso che…
All’ingresso della Neapolis è la VIA DEL SOLE.
Il simbolo di Napoli, il cavallo sfrenato, è il CORSIERO DEL SOLE.
La Crypta Neapolitana del Parco Vergiliano, alle spalle del santuario della Madonna di Piedigrotta, veniva interamente attraversata da un raggio di SOLE solo due volte l’anno: in occasione degli equinozi di primavera e di autunno. Lì confluivano le primissime processioni di Piedigrotta e si venerava il DIO DEL SOLE MITHRA, il SOL INVICTUS (sole invincibile), nato in una grotta il 25 dicembre.
E, per arrivare ai più profani giorni nostri…
La canzone di Napoli nel mondo è ‘O SOLE MIO, ed esiste anche ‘O PAESE D’ ‘O SOLE.
Lo stadio di Fuorigrotta si chiamava inizialmente “DEL SOLE”, poi dedicato a un apostolo.
La fiction televisiva di Napoli, duratura e fortunata, si chiama “UN POSTO AL SOLE”.

neapolis

la suggestiva illustrazione propone il Vesuvio per come lo conosciamo oggi; in realtà era all’epoca a cono unico e molto più alto.

 

Il recupero delle tecniche antisismiche borboniche

Angelo Forgione In Made in Naples ne scrissi già nel 2013. Poi giunsero i test del CRN Invalsa e quelli dell’INGV a dare fondamento scientifico e infine i recenti terremoti a dimostrare la validità costruttiva dell’edilizia antisismica d’epoca borbonica e la necessità di recuperarla, perché le costruzioni degli ingegneri di quel tempo sono le uniche ad aver resistito ai terremoti più o meno violenti, da quello di Reggio Calabria del 1905 a quello di Ischia del 2017. L’assenza di leggi antisismiche nell’ordinamento piemontese, esteso a tutta l’Italia dopo il 1861, aveva sotterrato le competenze degli ingegneri borbonici, ma negli ultimi anni, verificati i danni causati da terremoti anche di non preoccupante entità, le facoltà di ingegneria hanno incentivato il recupero dell’elasticità costruttiva d’insieme. L’edilizia odierna, a più di due secoli di distanza, pare aver recepito la necessità delle intelaiature con ossature disposte in senso orizzontale, verticale e diagonale a croce di Sant’Andrea, collegate tra loro da un sistema di travi racchiuse entro delle murature perimetrali. Tornano le “case baraccate” borboniche, rivedute e corrette secondo le moderne tecnologie. Torna il legno, elastico e resistente, o viene surrogato da nuovi materiali, per riprendere il concetto introdotto dagli ingegneri di un Sud che fu: la risposta sismica di una struttura dipende in primo luogo dal suo comportamento d’insieme.

A Petrolio (RAI), le costruizioni antisismiche borboniche

Anche Petrolio, trasmissione RAI che racconta la ricchezza nascosta d’Italia, si è occupata delle Case Baraccate, le costruzioni antisismiche d’ingegneria borbonica che resistettero al devastante terremoto del 1908 nello Stretto di Messina.

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approfondimenti sull’argomento in Made in Naples (Magenes, 2013)
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Le città meridionali le più trafficate per TomTom. Al Sud si esce più di sera

A dispetto di quanto dice il rapporto INRIX Traffic Scorecard sui livelli di congestione stradale delle città nel mondo, secondo cui Milano è di gran lunga la città più trafficata in Italia, per TomTom traffic index sono invece gli automobilisti palermitani ad aver trascorso più tempo in auto nel 2015. 147 ore in coda in mezzo al traffico, un tempo che farebbe del capoluogo siciliano la città la più trafficata d’Italia. Lo studio di TomTom si basa sul rilevamento dei dati di percorrenza reali misurati sull’intera rete stradale di 295 città, 77 in più rispetto allo scorso anno, in ben 38 paesi.
Palermo, col 41% di congestionamento, è la prima in Italia, la quarta assoluta in Europa, dietro solo a Lodz (54%), Mosca (44%) e Bucarest (43%), e undicesima nel mondo. Al secondo posto nazionale c’è Roma col 38% (nona in Europa / diciannovesima nel mondo), seguita da Messina al terzo col 35% (sedicesima / trentottesima), Napoli al quarto col 31% (trentaduesima / sessantacinquesima), Milano al quinto col 29% (quarantesima / ottantatreesima), Catania al sesto col 26% (cinquantottesima / centosedicesima) e Bari al settimo col 25% (sessantasettesima / centotrentaduesima). Seguono Bologna, Firenze e Torino a chiudere le prime dieci.

Un quadro da cui emerge il maggiore congestionamento del Sud, con una forte presenza di città meridionali nella ‘top ten’. Ma a ben guardare i picchi di traffico, le città meridionali sono più trafficate di sera. I picchi notturni sono infatti più alti di quelli diurni a Messina (+1%), a Bologna (+1%), a Palermo (+4%), a Catania (+4%), a Bari (+5%) e soprattutto a Napoli (+9%). Rapporto inverso a Roma (-8%), a Milano (-7%) e a Torino (-3%). La classifica diurna vede in vetta Roma (73%), seguita da Palermo (62%), Milano (59%), Messina (50%) e Napoli (47%). In quella notturna è Palermo in testa (66%), poi Roma (65%), Napoli (56%), Milano (52%) e Messina (51%). Alla luce di questi dati si evince che è verosimilmente la maggior predisposizione alla vita notturna dei meridionali a porre le loro città in alta classifica, in particolar modo a Napoli.

tomtom

La Serie A gioca in casa da Roma in su, ma Tavecchio non lo sa

Angelo ForgioneCarlo Tavecchio, presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio dallo scorso Agosto, eletto tra mille polemiche per le sue incaute dichiarazioni a sfondo razzista, continua a ribadire la sua inadeguatezza al ruolo. In un’intervista rilasciata per È Azzurro, mensile dedicato ai tifosi del Napoli in edicola il 17 giugno, ha motivato la ridottissima presenza di squadre meridionali (3) nel campionato di Serie A riconducendola esclusivamente alla crisi economica in atto. Risposta che palesa la mancanza di conoscenza del movimento che lo stesso Tavecchio è chiamato a guidare. Come scrivo nel mio libro Dov’è la Vittoria, infatti, il Calcio italiano riflette il divario unitario Nord-Sud e rappresenta un’anomalia europea. La presenza del Sud nella storia della Serie A non supera il 20%, e il problema non è affatto legato a un fenomeno economico transitorio ma è una costante dalla stagione 1926-27, la prima con squadre del Nord e del Sud in competizione mista, dopo 26 campionati “nazionali” a carattere settentrionale. Tra l’altro, pur con l’acuirsi della crisi degli ultimi anni, nei campionati tra il 2010/11 a quello 2015/16 la percentuale risulta la più alta di sempre, seppure al ribasso nelle ultime 3 stagioni.

squdre_sud_serieA-decenniNumeri e dati – scrivo sempre in Dov’è la Vittoria – sembrano dire che il campionato italiano si giochi a Nord e che i competitors del Sud siano degli invitati a una competizione sovranazionale che va da Roma in su. La Serie A assomiglia alla Major League Soccer americana, torneo che vede una manciata di squadre canadesi iscritte al campionato statunitense. Con la differenza che Nord e Sud italiani sventolano la stessa bandiera.
Riccardo Giammarino, direttore responsabile della rivista del gruppo editoriale Giammarino, intervistandomi per il Brigantiggì (in onda sull’emittente Julie Italia), ha colto l’occasione per chiedermi un parere sulla dichiarazione del presidente della FIGC… una sconcertante dichiarazione.

videoclip / RAZZISMO LEGA-LIZZATO negli stadi italiani

videoclip / RAZZISMO LEGA-LIZZATO negli stadi italiani

deriva italiana: Napoli senza tutela in un paese poco serio

Un’altra stagione calcistica è passata senza che nessuno abbia messo un argine ai cori razzisti vomitati all’indirizzo dei napoletani, nonostante le regole introdotte dalla FIGC nel 2010 (su ispirazione del leghista Maroni). Non si sottovaluti il problema solo perchè cristallizzato e reso prassi negli stadi, la questione è gravissima e coinvolge tutta la società italiana ormai condizionata e influenzata dalla più che ventennale propaganda leghista che ha fortemente acuito una realtà già precedentemente triste.
Nei giorni scorsi il portiere della nazionale giapponese Eiji Kawashima è stato in Italia (probabili contatti con squadre della Serie A) e ha evidenziato inconsapevolmente e indirettamente quanto l’Italia sia un paese volgarmente maleducato e privo di etica. Non stupisca tutto ciò perchè quello giapponese è un popolo, cioè unito e coeso, fiero della propria terra e della propria tradizione. Agli antipodi dal popolo italiano che non esiste, disgregato dalla cultura campanilista del “tutti contro tutti” che trova il suo apice nel “tutti contro Napoli”. Il videoclip lo dimostra, partendo da quella parte politica del paese che ha fatto dell’invettiva il proprio cavallo di battaglia, e sarebbe potuto accadere solo in Italia, passando per l’ipocrisia degli organi preposti a tutelare, continuando con l’atteggiamento “distratto” e talvolta colpevole di alcuni giornalisti, per finire con il deleterio assopimento dell’orgoglio dei napoletani stessi.
Vittimismo? Chi nega tutto questo contribuisce alla morte sociale nei confini italici. A noi interessa solo evidenziare che l’Italia è un paese poco serio. Poi, chi vuol continuare faccia pure.

Le briglie borboniche, esempio di prevenzione da frane

“Briglie borboniche”, esempio di prevenzione da frane

Angelo Forgione – Paolo Villaggio, all’indomani dell’alluvione di Genova, aveva declassato la cultura ligure definendola inferiore a quella anglosassone cui si ispira. E pensando di affossarla del tutto, l’aveva accostata alla «cultura sudista borbonica che è il male di tutta l’Italia». Inutile tornarci su dopo aver sufficientemente dimostrato l’inesattezza del concetto, ma dal Parco Nazionale del Vesuvio arriva un ulteriore esempio borbonico di prevenzione e messa in sicurezza del territorio contro il dissesto idrogeologico che invece imperversa oggi in tutto il paese.
Si tratta delle “Briglie borboniche” che Legambiente ha replicato sul Vesuvio per tutelare il territorio con economici e intelligenti correttivi a monte che in epoca borbonica erano all’ordine del giorno.
Grate a livelli originariamente in pietra lavica e oggi in legno che contengono l’acqua piovana e consentono la ricrescita della vegetazione; insieme ad alvei, vasche e catene, erano una componente dell’ingegnoso sistema di bonifica borbonico che si sta cercando di replicare in piccolo sul vulcano partenopeo.
Le “Briglie borboniche” originali sono oggi sotterrate da strade, abitazioni e coltivazioni; e non a caso il pericolo di frane come quella di Sarno è dietro l’angolo in buona parte dell’area vesuviana.

Demarco e la stantia denigrazione borbonica!

Demarco e la stantia denigrazione borbonica!
attacco a De Magistris sul Corriere del Mezzogiorno

Angelo Forgione – Qualche giorno fa, il direttore del Corriere del Mezzogiorno Marco Demarco ha scritto un editoriale con il quale ha analizzato la posizione ambigua del sindaco De Magistris a metà tra sostegno giocobino e borbonico (leggi l’editoriale), a proposito della bizzarra “scoperta” del fantasma al Museo Archeologico da parte dell’architetto Oreste Albarano che già si era segnalato nei mesi scorsi per non aver realizzato il proposito di ripulire il foro Carolino di Piazza Dante dalla scritta viva il brigantaggio“. Senza voler analizzare più di tanto la terminologia utilizzata e gli attacchi al sindaco, all’assessore Lucarelli, all’Assessore Esposito e a chi pensa, diversamente da lui, che il Risorgimento fu un atto di vera e propria pirateria internazionale, nello scritto vengono fuori i soliti luoghi comuni sulla dinastia borbonica chiamando in causa Ferdinando II, detto “Re Bomba” per via della repressione della rivolta di Messina del 5 Settembre 1848. È allora forse il caso di ricordare che fu quello certamente un brutto momento che nessuno dimentica, ma doveroso per mantenere il legittimo ordine costituito nei propri territori. La Sicilia, infatti, era insorta fomentata da Francia e Inghilterra che fingevano di condividere le rivendicazioni autonomistiche dei siciliani per trarne vantaggi economici e commerciali ma che erano stranamente sorde a quelle dei lombardi e degli irlandesi.
Dopo il rabbioso bombardamento che provocò centinaia di morti, Ferdinando II non se la sentì di continuare la riconquista dell’isola per non macchiarsi di efferata crudeltà ma ormai la propaganda antiborbonica l’aveva già ingiustamente etichettato per l’eternità. La riconquista avvenne solo l’anno seguente, e furono così ristabiliti a caro prezzo ordine e pace nei confini delle Due Sicilie senza che nessuno venisse condannato a morte per le sommosse provocate.
Clemenza e assenza di condanne anche nelle vicende delle barricate di Napoli del 15 Maggio 1848 erette dai liberali in Via Toledo che già avevano avuto dal re la costituzione richiesta. L’ordine fu quello di smantellarle usando la forza solo in casi estremi. E il caso estremo si verificò con uno sparo contro le truppe che partì dalle barricate e uccise un soldato. Alla fine furono 272 le vittime tra militari e civili. Ferdinando II, che amava tanto il suo popolo, rimase turbato sia dai fatti napoletani che da quelli siciliani e si sentì tradito ma non fece mancare la sua presenza negli ospedali per visitare i ricoverati.
Vittorio Imbriani commentò così: “Non chiamo rei coloro che materialmente uccidono ma quelli che hanno reso inevitabile il conflitto. I veri colpevoli dei guai di Napoli furono gli sciagurati o gli sciocchi che eressero le barricate. Siamo giusti: nessun governo costituito può tollerare insurrezioni armate, anzi ha il dovere di reprimerle. Dell’eccesso nella repressione immediata la gran parte della responsabilità morale ricade sugli insorti. Non è da condannare Ferdinando II per il 15 Maggio”.
Anche Luigi Settembrini, agli studenti universitari che dopo l’unità d’Italia si lamentarono delle condizioni dell’ateneo, rispose che “esse erano il frutto della colpa di Ferdinando II che non aveva impiccato tutti i pazzi e gli esaltati del ’48”.
Dopo i fatti del 1848 non furono eseguite condanne a morte nel Regno delle Due Sicilie se si eccettua quella del regicida Agesilao Milano. Ferdinando II commutò 42 sentenze in 19 ergastoli, 11 in 30 anni, 12 in pene minori. E graziò 2713 condannati per reati politici e 7181 condannati per reati comuni. Nel Regno di Sardegna, solo dal 1851 al 1855, le condanne con esecuzione furono 113.
Questo era il “Re Bomba”, denigrato ingiustamente mentre ai veri carnefici venivano affibbiati soprannomi lusinghieri. Vittorio Emanuele II è il “Re galuantuomo” solo perchè mantenne in vigore lo Statuto Albertino, e poco importa agli antiborbonici di ieri e di oggi che fece bombardare ferocemente Genova, Gaeta, Capua, Ancona e Palermo, radendole letteralmente al suolo, saccheggiandole e lasciando una scia di sangue dietro di se. Senza contare poi i lager di prigionia e la repressione del brigantaggio che in 10 anni causò circa 800mila morti al sud.
La differenza tra le “repressioni” di Ferdinando II e le stragi di Vittorio Emanuele II sta nella legittimità degli interventi, doveroso nel caso del Borbone che cercò di garantirsi l’ordine nei propri confini e delittuoso nel caso del Savoia che si impossessò di territori non propri senza dichiarazione di guerra.
E cosa dire allora del discendente Umberto I di Savoia, detto “Re Buono” per aver fronteggiato il colera a Napoli nel 1884? Un’appellativo così tenero per un sovrano che fece usare i cannoni a Milano, e fu strage, per disperdere gli affamati partecipanti alle manifestazioni di protesta popolare, la cosiddetta “protesta dello stomaco”, causata dal forte aumento del costo del grano in seguito all’ormai abolita tassa sul macinato (1868-1884).
Tirando le somme, per amor di verità, l’editoriale di Marco Demarco ripercorre ancora lo stile delle menzogne di Gladstone sul governo di Napoli come “negazione di Dio” ampiamente sbugiardate dallo stesso autore al tempo in cui la sua Inghilterra si distingueva per i massacri di irlandesi e indiani. Nessuno crede più a quella propaganda e trincerarsi ancora dietro certi soprannomi denigratori è esercizio che non piace ai lettori, sempre più informati di quelle vicende.
Il “terronismo” sembra ormai diventato un’ossessione per il direttore del Corriere del Mezzogiorno che, come da lui stesso scritto, non vuole rimanere vittima dell’esser nato nella capitale del Regno delle Due Sicilie. Curiosamente, la voce di popolo è stata amplificata proprio dal suo stesso quotidiano che nell’autunno del 2009 ha organizzato un articolato sondaggio per designare il personaggio storico preferito dai Napoletani, supporto da Confindustria Campania e curato da Giuseppe Galasso. Risultato: Ferdinando II vincitore a mani basse!
Infine, un commento del tutto personale: De Magistris si circondi di chi ritiene più opportuno, basta che sia per il bene di Napoli. Le discussioni storiche servono solo a ripristinare la verità e, semmai, a ridestare orgoglio. Che magari è fondamentale per risolvere i problemi della città.

video: PHILIPPE DAVERIO E L’ITALIA FALLITA

video: PHILIPPE DAVERIO E L’ITALIA FALLITA
la retorica risorgimentale che ha rovinato la cultura

Angelo Forgione – Torno sulla rivisitazione risorgimentale, che è senza dubbio la chiave per capire dove nascano i guai sociali (e non solo sociali) della nostra nazione italiana. Questa volta ho messo insieme un collage di alcune “pillole” del critico d’arte Philippe Daverio, tratte da varie puntate della sua trasmissione “PASSEPARTOUT” (RAI) e non solo, così come pure interviste rilasciate ai quotidiani IL MATTINO di Napoli e LA STAMPA di Torino. Un lavoro divulgativo che sembra essere estratto da una puntata monotematica mentre in realtà è un puzzle dal senso compiuto che all’inizio pone presupposti e alla fine offre delle risposte, toccando un altro tema che mi sta a cuore: la distruzione del patrimonio monumentale che è figlio della cancellazione della cultura.
Solo l’istruzione e la conoscenza approfondita delle dinamiche storiche possono spiegare il fallimento italiano, senza dubbio iniziato con l’invasione del sud da parte dei Savoia che, creando un Piemonte allargato e non un’Italia unita, non salvaguardarono le specificità culturali dei vari territori, men che meno la cultura delle Due Sicilie che avevano dettato cultura e creato i fondamenti della moderna Europa pur contando meno politicamente.
Le divisioni sociali tra nord e sud diventano motivo di attriti quando a discuterne sono gli ignoranti che trasformano tutto in scontro frontale. Quando invece è la cultura a parlare, quella che convince su ragionamenti e spiegazioni disarmanti, la mente di chi è disposto a conoscere e a capire può aprirsi. I veri revisionisti fanno così, figurarsi quando la rivisitazione della storia è rafforzata da chi non può essere accusato di essere parziale.
Jean Noel Schifano e Philippe Daverio, non è un caso che due intellettuali di estrazione culturale francese lancino messaggi in tal senso. I cosiddetti intellettuali italiani, invece, continuano a raccontare la storia dei vincitori per esserlo anche loro quando ritirano i premi di “sistema” in giro per l’Italia.