Elogio del kayak, andar per mare a Posillipo

La spiaggia cancellata a Napoli è un grosso scempio compiuto tra il 1884 e il 1904. Un forte limite al rapporto dei napoletani con il loro mare, ma non per la mia libertà di andare in paradiso, che è un consiglio per tutti. Perché in fondo la serenità deve avere in sé qualcosa di immenso, ingovernabile, selvaggio.

La strage dei pini di Napoli

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Angelo Forgione Circa duecento pini mediterranei sono stati abbattuti nella zona intorno al parco Virgiliano di Posillipo, tra viale Virgilio e via Tito Lucrezio Caro, e non solo, dopo il tempestoso vento che il mese scorso è costato la vita a uno studente universitario a Fuorigrotta.
Spariti interi filari stradali di alberi malati di un parassita, comparso a Napoli nel 2015 e ora avvistato anche a Roma. È la cocciniglia-tartaruga, originaria della zona sud-orientale del Nord America, che succhia la linfa e riempie le cortecce di funghi, portando alla morte di tronchi e radici. Radici, quelle dei pini, che sono comunque molto superficiali, orizzontali, e non adatte a resistere a forti venti come quelli che ormai interessano anche le nostre latitudini. Si chiamano appunto “mediterranei” questi pini, ma ormai il clima è diventato tropicale, porta parassiti lontani e i venti spirano a oltre 150 km/ora. Bisogna farci i conti.
Talmente superficiali le radici dei pini che ormai da anni hanno sollevato le strade della panoramica e unica Posillipo, in condizioni belliche. Non solo manto stradale dissestato ma anche marciapiedi divelti. Una volta, qui, vi correvano i bolidi della Formula 1. Il circuito di Posillipo si disputò tra il 1933 ed il 1962, ma poi le condizioni della superficie stradale divennero impraticabili, e lo spettacolo finì.
1100 pini piantati nel 1930, in pieno Ventennio fascista. Ora ne sono rimasti 600, quasi la metà, di cui 200 secchi e altri 200 destinati a morire tra un paio di anni, dicono gli agronomi. Ne restano altri 200, quelli in migliore condizioni nella parte alta di via Manzoni.
Alberi in ogni caso non adatti alle strade di città, sì, anche perché in ambito urbano un pino difficilmente raggiunge i 100 anni, e questi ne hanno già 80. Ma mettiamoci pure decenni di incuria, di mancate potature e opportune cure fitosanitarie del patrimonio arboreo per prevenire la proliferazione del parassita. Era già successo con le palme. Ora la strage è dei pini. Strage necessaria, a questo punto, ed è inutile gridare allo scandalo, perché erano in condizioni di salute gravi e l’intervento era di sicurezza, prima che ci rimettesse la vita qualcun altro e al comune toccassero grane e risarcimenti onerosi.
Il vero problema, ora, sono le prospettive. Andrebbero rimosse le ceppaie, eliminate le radici morte, e si dovrebbe rifare l’asfalto. Andrebbe ri-progettato il paesaggio con un intervento come quello del Ventennio, forse con specie di alberi dalle radici meno superficiali, per non ripetere l’errore. Ma in una città in grave dissesto di finanze non vi può essere riqualifica urbana così importante, non vi può essere quel necessario lavoro di concertazione con paesaggisti, urbanisti, Soprintendenza, Comune ed esperti del settore che una zona specifica per bellezza richiederebbe.
Lo scenario di Posillipo è mutato. Verrà la primavera, e poi l’estate, e il sole picchierà. E se non vi sarà intervento straordinario vi sarà per anni il deserto, e resteranno a vista le ceppaie dei tronchi, con le radici dei pini morti sotto il manto stradale-pedonale, che persisterà nelle condizioni di sconquasso in cui versa da decenni. Resterà, chissà per quanto tempo, il cimitero dei pini di Posillipo.

La notte magica di Edenlandia

Angelo Forgione – Se non si è napoletani, ma napoletani di almeno trent’anni di età, non si può capire davvero cosa sia Edenlandia, anzi, l’Edenlandia. Questo luogo magico nel quartiere flegreo del fascismo non è semplicemente il primo lunapark a tema d’Europa. Edenlandia è una parola che fa rima con tronchi, con graffa, con tozzi-tozzi e con altre parole che la rima la baciano solo col pensiero.
Edenlandia è il luogo dove i napoletani possono tornar bambini, il luogo dove i bambini possono tornare a giocare posando lo smartphone.
Edenlandia è il luogo dove sono nato, letteralmente e provvidenzialmente, perché le acque, a mia madre, si ruppero prematuramente in un fosso stradale colto portandovici i miei fratelli, che già amavano i tronchi, la graffa e i tozzi-tozzi. Libero dal cordone ombelicale che mi avrebbe asfissiato, iniziai ad amarli anch’io, e quel parco mi sembrava immenso, sconfinato, perché ad esserlo erano i miei sogni, la mia spensieratezza.
Ieri, Edenlandia è tornata a dispensare sorrisi, e io tornato a lei, come un pellegrino a San Pietro. Mezza Napoli era lì. Emozione forte, incantesimo di una notte d’estate al chiaro di luna!
Mi sembrava piccolissima, come se fossi divenuto un gigante. Il fatto è che quando diventi adulto sono troppo ingombranti i pensieri, ma non abbastanza per non poter tirare fuori il bambino che è in te. E allora di nuovo la graffa, calda, ricca di zucchero da restare attaccato sulle labbra, sulle guance, sul muso, sulla punta del naso. Di nuovo i tozzi-tozzi. I tronchi non ancora, si faranno attendere un po’, ma ciò che importa è che Edenlandia sia di nuovo lì, sostanzialmente uguale a com’era, senza stupire ma a riavvolgere il nastro del tempo di chi l’ha vissuta negli anni in cui tutto sembrava possibile. Ed è giusto così.
La magia, sana e salva, è tornata!

Nuovo record per i musei italiani nel 2017

Campania stabilmente seconda con interessante risultato della Reggia di Caserta


Angelo Forgione
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Il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo ha presentato i numeri dei musei italiani del 2017, costantemente in crescita. Battuto ancora un record, quello del 2016, da 45.383.873 a 50.103.996 visitatori. Una crescita nella quale la Campania gioca un ruolo importante, coi suoi 8.782.715 visitatori e un +10,66 rispetto allo scorso anno. «La Campania – fa notare il ministro Dario Franceschini è ormai stabile al secondo posto della classifica delle regioni più virtuose: la rinascita di Pompei è stata sicuramente da traino ma sono state molto positive anche le altre esperienze delle gestioni autonome dalla Reggia di Caserta, al Museo archeologico Nazionale di Napoli, a Capodimonte, a Paestum».
Il Lazio resta la regione leader, dai 20.317.465 ingressi del 2016 ai 23.047.225 del 2017 (+13,44). Roma continua a fare da polo attrattivo internazionale, ma cresce Napoli con il suo polo tutto ancora da sfruttare appieno, motivando le lusinghiere previsioni di Franceschini per il suo ritorno nell’élite internazionale.
La Campania, dunque, si conferma seconda regione e rafforza il suo dato con circa 850mila ingressi in più rispetto al dato del 2016. Ancora molte le potenzialità inespresse, ma crescono gli Scavi di Pompei, quelli di Ercolano e Paestum, la Reggia di Caserta e il Museo Archeologico Nazionale. Segnali confortanti anche per il Museo di Capodimonte a Napoli, ancora attardato, coi suoi noti problemi logistici, ma finalmente nella top-30.
Classifica confermata anche per la Toscana, terza sullo zoccolo di Firenze, che torna a crescere dopo la flessione del 2016, toccando quota 7.042.018 (+10,22%). Inattacabili i tre gradini del podio, anche per il Piemonte e per la Lombardia, regioni dalla crescita molto più contenuta, soprattutto la seconda, che non ha goduto del dato offerto lo scorso anno da Mantova, la Capitale Italiana della Cultura 2016.
I più alti tassi di crescita si sono registrati in Liguria (+25,93%) e in Puglia (+19,48%), mentre male il dato dell’Abruzzo (-11,96%), delle Marche (-4,29%) e dell’Umbria (-5,32%)
2017_mibact_museiI dieci luoghi della cultura più visitati nel 2017 sono stati il Colosseo/Foro Palatino (7.036.104), gli Scavi di Pompei (3.382.240); gli Uffizi (2.219.122), le Gallerie dell’Accademia di Firenze (1.623.690), Castel S.Angelo (1.155.244), la Venaria Reale (1.039.657), il Circuito Museale Boboli e Argenti (1.000.482), il Museo Egizio di Torino (845.237), la Reggia di Caserta (838.654) e Palazzo Pitti (579.640). Tra i primi dieci siti, la miglior crescita è della Reggia di Caserta (+22,80%), anche se resta stabile al nono posto, con uno scarto di 201.003 visitatori rispetto alla Venaria Reale di Torino (lo scorso anno erano 328.963).
Oltre la top-10 vi sono la Galleria Borghese, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Ercolano, Villa d’Este e Paestum. Al 30° posto spunta l’importante Museo di Capodimonte di Napoli, del cui complesso primeggia invece ancora il Parco tra i luoghi della cultura gratuiti più visitati, secondo solo al Pantheon di Roma.
Nei dati non sono riportati il risultati di Sicilia, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige, regioni a statuto speciale (ma lo sono anche la Sardegna e il Friuli V.G.) che gestiscono autonomamente i beni culturali.
Notizie dunque positive, ma è bene ampliare lo sguardo almeno all’Europa e chiarire che i nostri musei e siti culturali, nonostante la crescita, non attirano come altri giganti dell’esposizione internazionale. Se storniamo Colosseo e Pompei, che non sono propriamente dei musei, il primo tale, ossia gli Uffizi, con i suoi 2,2 milioni di visitatori, è lontano dal Louvre (circa 9 milioni di ingressi), dal British Museum (6,7), dalla National Gallery (6,4) e pure dai Musei Vaticani (6,2), che non appartengono allo Stato italiano.

Suggestivo evento notturno alla Casina Vanvitelliana del Fusaro

Nell’ambito delle attività di valorizzazione del complesso vanvitelliano del Lago Fusaro, il 29 dicembre, alle ore 20,30, andrà in scena l’evento “Amori diVersi“, un percorso musicale e culturale durante il quale il visitatore potrà ammirare il sito in notturna ascoltando musica e degustando un aperitivo.
In programma una rievocazione in costume settecentesco all’interno della Casina e una chiacchierata di approfondimento storico con Angelo Forgione.

Parco Vanvitelliano – Via Fusaro, 1 – Bacoli (NA)

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Felicori: «la Campania metta insieme la grande ricchezza creata dai Borbone»

Angelo Forgione Ospite ad Alle Falde del Kilimangiaro, il direttore della Reggia di Caserta, Mauro Felicori, ha illustrato i buoni risultati conseguiti nell’ultimo anno dal monumento vanvitelliano: da 490mila visitatori a 650mila, +33%.
Felicori ha fatto intendere di apprezzare profondamente la grande opera culturale dei Borbone di Napoli, auspicando che tutte le Reali Delizie borboniche possano essere raggruppate in un’unica idea comunicativa «di quella grande ricchezza che i Borbone sono riusciti a costruire».

Quando Napoli cambiò il gusto del mondo

Angelo Forgione Il ritrovamento di Ercolano, Pompei e le altre città romane sepolte alle falde del Vesuvio impresse una svolta decisiva per l’intera cultura europea del Settecento, cambiando la sensibilità estetica e riaccendendo la passione per una nuova classicità che travolse ogni aspetto artistico e culturale, dall’architettura alla letteratura. Luigi Vanvitelli, alla corte di Napoli, chiuse l’epoca del Barocco e codificò il Neoclassicismo per il mondo.
Altri spunti alla rivoluzione architettonica fiorirono col rinvenimento dei templi greci di Paestum in occasione dell’apertura della strada per le Calabrie. La riscoperta del classico fece così un ulteriore passo indietro nel tempo, dai Romani ai Greci, col decisivo contributo dell’architetto incisore Giovan Battista Piranesi, che, nel 1778, diffuse in tutt’Europa l’immagine del Tempio di Era a Paestum, capace di condizionare tutti i teorici dell’architettura del continente, soprattutto quelli d’avanguardia.
Tutta l’Europa rivolse attenzione ai ritrovamenti napoletani, spinta dagli scritti dall’archeologo e storico dell’arte Johann Joachim Winckelmann, che teorizzò la perfezione dell’arte classica greca e romana, da cui recuperare i principi. E l’architettura cambiò per tutti, Napoleone compreso.