Come Napoli divenne culla dell’archeologia moderna e del Neoclassicismo

Angelo Forgione Interessante puntata di Petrolio (Rai Uno) quella intitolata #petroliosulgolfo del 28/7/17. Tra bellezza portata alla luce e creata nel Settecento e brutture del Novecento (a buon intenditor poche parole; ndr), la trasmissione si è resa davvero istruttiva per chi non è conoscenza di un’incredibile ricchezza archeologica della terra napoletana, non a caso la culla dell’archeologia moderna, che ha davvero tutte le carte in regola per tornare ad essere capitale mondiale del turismo. Qualche precisazione però va fatta, a partire dalla distinzione proposta tra gli scavi borbonici in sotterranea e quelli moderni, con la voce fuori campo che ha così narrato: «più ci addentriamo nel tunnel, più si fa chiaro l’intento degli scavi borbonici, ben diversi dall’archeologia moderna». A seguire, la dichiarazione dello speleologo romano Marco Placidi: «questi andavano semplicemente alla ricerca di oggetti, di statue, che servivano semplicemente per essere o rivendute o regalate agli amici dei Borbone». Detta così, passa per qualcuno il messaggio di un’autorizzata attività esclusivamente predatoria, che non fu. Bisogna dunque chiarire il processo di nascita degli scavi per chiarire che i Borbone non persero nulla di veramente prezioso, e anzi arricchirono Napoli, ma furono semmai francesi e inglesi a derubare la città, saccheggiando in particolar modo le antiche statue greche e romane. William Hamilton, ambasciatore di Gran Bretagna presso i Borbone di Napoli dal 1764 al 1800, rifornì il British Museum di classicità pompeiane, e nei sotterranei della sua casa napoletana il Goethe, che gli fece visita nel 1787, scoprì una vasta e disordinata collezione di reperti archeologici, invitato a tacere e a non indagare oltre sulla loro provenienza dall’amico Jakob Philipp Hackert, pittore di corte. Nel 1799, il generale francese Championnet scrisse da Napoli al ministro dell’Interno del Direttorio di Parigi che alcune preziose statue in marmo e bronzo di Ercolano stavano per partire per Parigi. I francesi, prima di essere cacciati, non riuscirono a far partire in tempo il già imballato Ercole Farnese del Real Museo Borbonico, che restò anche il grande cruccio di Napoleone, il quale, nel 1810 ricevette Antonio Canova a Parigi e gli disse che gli mancava solo la statua napoletana e che stava per portarsela a Parigi. Anche lui non fece in tempo.

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Facciamo un po’ di chiarezza, riportando cronologicamente come la corte borbonica di Napoli cambiò il gusto del mondo.

  • 1738: l’ingegnere militare Rocque Joaquín de Alcubierre, archeologo del Genio Borbonico, sapendo di trovarsi in una plaga vulcanica colpita da violente eruzioni, chiede e ottiene dal re Carlo di Borbone l’autorizzazione per avviare degli scavi a Resina (l’attuale Ercolano). Partono i primi sondaggi, per i quali ci si affida agli artiglieri dell’esercito borbonico (tra cui Raimondo de’ Sangro, principe di San Severo), i quali sviluppano l’ingegneria mineraria, con cui si realizzano impressionanti sistemi di gallerie a grandissima profondità con impiego di esplosivi. Le cognizioni archeologiche non sono certamente adeguate al delicato compito, ci si trova di fronte a una scienza nuova tutta da indagare e codificare, e allora il difficile e approssimativo metodo di lavoro procede con sondaggi verticali fino al punto in cui si rinvengono tracce di edifici, avanzando poi in orizzontale con la realizzazione di stretti cunicoli durante la cui lavorazione è facile procurare danni spesso irreparabili ai preziosi reperti. Si cercano tesori sepolti, e non c’è ancora l’idea di riportare alla luce le antiche città distrutte dal Vesuvio. Comincia ad affiorare un inestimabile tesoro sotterrato da circa diciassette secoli, e ogni reperto viene trasferito alla Reggia di Portici, da poco edificata come residenza estiva della corte. Tutto deve essere consegnato a Carlo di Borbone (diversamente da quanto dice lo speleologo Placidi a Petrolio), il quale ha già trasferito da Parma e Piacenza la parte emiliana della preziosa Collezione Farnesiana, ereditata dalla madre Elisabetta Farnese.
  • 1745: due eruditi napoletani, l’abate Giacomo Martorelli e il canonico Alessio Mazzocchi, convincono Carlo di Borbone a dirottare gli artiglieri sulla collina di Civita, convinti che lì sotto ci sia l’antica città di Pompeii. Il primo scavo frutta, dopo cinque giorni, una parete affrescata e, dopo altri tredici, il primo scheletro.
  • 1748: riemerge Oplontis; un anno più tardi Stabiae; e poi Cuma, Puteoli e gli antichi resti di Capri.
  • 1750: Gli scavi cambiano scopo dopo che si comprende che a Resina si sta scavando nella Villa dei Papiri di Herculaneum. Il Re capisce che quelle antiche città, se esumate, possono diventare musei a cielo aperto capaci di attirare i viaggiatori del Grand Tour che difficilmente si spingono più a sud di Roma, una fonte di arricchimento non solo culturale per il Regno di Napoli. Cresce così l’impulso dato agli scavi e cospicui diventano i finanziamenti per ampliare le aree di lavoro. Vengono disegnate numerose piante di edifici e i reperti, inizialmente considerati di proprietà della famiglia reale, vengono dichiarati proprietà dello Stato.
  • 1752: Carlo di Borbone apre la strada per le Calabrie, che fornisce altri spunti col rinvenimento dei templi greci di Paestum. La riscoperta del classico fa così un ulteriore passo indietro nel tempo, dai Romani ai Greci. Altri finanziamenti vengono dirottati sul sito.
  • 1755: il Re istituisce la Reale Accademia Ercolanense, con la funzione di esaminare i reperti e fornire fondamenti scientifici all’archeologia, in modo da attrarre i maggiori studiosi del Vecchio Continente. Napoli diviene sempre più meta privilegiata di politica, cultura e scienza. L’Accademia produce volumi ricchi di informazioni e incisioni raffiguranti le preziosità portate alla luce, che fanno il giro delle corti, dei collezionisti e delle università dell’intera Europa. I modelli ercolanensi e pompeiani ispirano Luigi Vanvitelli e Ferdinando Fuga, che ne recuperano pian piano gli elementi architettonici, riformulandoli nell’architettura della Reggia di Caserta e nel Real Albergo dei Poveri di Napoli.
  • 1758: Carlo di Borbone istituisce il Real Museo Ercolanense, unico in tutta Europa non solo per la quantità e la qualità dei reperti riuniti, ma anche per i laboratori sperimentali e l’insieme delle attività di studio e di restauro che vi si svolgono, tra le quali spiccano gli ingegnosi metodi via via tentati per srotolare i papiri carbonizzati e recuperati a Ercolano. Il Museo diviene ben presto meta obbligata di studiosi, intellettuali e amanti dell’arte. Alla Reggia di Portici, in quell’anno, giunge in visita il maggiore studioso dell’epoca, il bibliotecario tedesco Johann Joachim Winckelmann, che sfrutta il suo soggiorno alle falde del Vesuvio per codificare le intere strutture e i tessuti urbani dissotterrati.
  • 1759: Carlo di Borbone è costretto a lasciare Napoli per trattato stupilato con Vienna. Tocca a lui ereditare il trono di Madrid. Al porto di Napoli, prima di imbarcarsi per Barcellona, si sfila dal dito un anello rinvenuto durante gli scavi e lo consegna ai funzionari del primo ministro Bernardo Tanucci, affermando «non è roba mia, appartiene allo Stato di Napoli». Ormai gli scavi procedono in superficie e i primi tunnel sotterranei vengono chiusi.
  • 1764: Sulla scorta di quanto visto a Napoli, Winckelmann pubblica la Storia delle arti del disegno presso gli antichi, in cui proclama l’arte classica come ideale di perfezione. L’opera diffonde in tutt’Europa le notizie di quei rinvenimenti e contribuisce in maniera fondamentale a rendere le città-ruderi del Vesuviano una vera e propria moda continentale. Winckelmann codifica così l’archeologia moderna, nuova scienza di cui Napoli diviene ufficialmente culla. Nasce ufficialmente il Neoclassicismo, nuovo stile e passione illuministica che si diffonde velocemente, travolgendo e spazzando via il Barocco e tutte le correnti precedenti. La capitale del Regno diviene l’epicentro di un nuova moda delle arti che si propaga in Europa e poi nel mondo.
  • 1777: Ferdinando di Borbone, erede al trono di Napoli, toglie la proprietà privata a tutte le collezioni di famiglia appartenenti al suo ramo borbonico per renderle pubbliche e donarle alla città. Affida quindi a Ferdinando Fuga il compito di sistemare un edificio integralmente destinato alla cultura e alle arti universali, il primissimo dell’Europa continentale e il primo al mondo del genere. Nasce il Museo Borbonico, l’attuale Museo Archeologico Nazionale di Napoli, la prima esposizione classica del pianeta, dove viene trasferita la parte archeologica romana della Collezione Farnesiana fin lì situata nelle terrene di Caracalla di Roma.
  • 1778: L’architetto e incisore Giovan Battista Piranesi diffonde in tutt’Europa l’immagine del Tempio di Era a Paestum, capace di condizionare tutti i teorici dell’architettura del continente, soprattutto quelli d’avanguardia. Milano, Parigi, San Pietroburgo e la stessa Napoli si fanno capitali della nuova edilizia neoclassica.
  • 1787: A Napoli arriva il tedesco Johann Wolfgang Goethe, e visita scavi e Museo Ercolanense, definendolo “l’alfa e l’omega di tutte le raccolte di antichità”. I suoi racconti contribuiranno a divulgare le bellezze di Napoli in tutto il Continente.
    Il processo è ormai compiuto. Napoli è la riconosciuta capitale della cultura classica, che impera in Europa. Da lì in poi inglesi e francesi si riversano sulle antichità vesuviane di Napoli per arricchire Londra e Parigi. In seguito alla confusione generata della rivoluzione del 1799 la maggior parte della raccolta del Museo Ercolanense viene trasferita nel Real Museo Borbonico di Napoli.

Zahi Hawass: «al MANN c’è una ricchezza strepitosa»

Zahi Hawass, l’egittologo più famoso del mondo, segretario generale del Consiglio supremo delle antichità egizie, ha fatto visita al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Accompagnato dal direttore del MANN, Paolo Giulierini, ha ovviamente visitato anche la Sezione Egizia, la più antica d’Europa, riaperta nell’ottobre 2016, composta da collezioni private di oggetti provenienti dall’Egitto e da rinvenimenti di Pompei, Ercolano e Pozzuoli.
«Vedo la collezione egizia di Napoli per la prima volta – ha detto l’esperto – che, per prestigio, mi ricorda quella di Torino. Ho visto pezzi esclusivi, come ad esempio una testa di Alessandro Magno e i reperti di età tolemaica. In questo museo c’è una ricchezza strepitosa».

Zahi Hawass (ph: Stefano Renna)

Capodichino diventa “archeoporto”

L’Aeroporto Internazionale di Napoli diventa un “archeoporto”. Un’insolita galleria di sculture, vasi ed altri reperti, da oggi, accolgono i passeggeri in arrivo, ma anche in partenza. Chi approderà in città, in tal modo, potrò immediatamente capire in quale terra avrà messo piede, ed è quella del primo museo archelogico d’Europa (1777). Chi andrà via, sarà salutato dall’anima culturale del territorio. Un vero e proprio viaggio nella storia antica della Campania, realizzato dalla Gesac – la società che gestisce l’Aeroporto Internazionale di Napoli – , il Museo Archeologico di Napoli e altri Istituti periferici del MiBACT per mettere in vetrina il patrimonio artistico e culturale della Regione, sull’esempio del Metrò dell’Arte, ma qui classica e non contemporanea. 10 e lode!

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Quando Napoli cambiò il gusto del mondo

Angelo Forgione Il ritrovamento di Ercolano, Pompei e le altre città romane sepolte alle falde del Vesuvio impresse una svolta decisiva per l’intera cultura europea del Settecento, cambiando la sensibilità estetica e riaccendendo la passione per una nuova classicità che travolse ogni aspetto artistico e culturale, dall’architettura alla letteratura. Luigi Vanvitelli, alla corte di Napoli, chiuse l’epoca del Barocco e codificò il Neoclassicismo per il mondo.
Altri spunti alla rivoluzione architettonica fiorirono col rinvenimento dei templi greci di Paestum in occasione dell’apertura della strada per le Calabrie. La riscoperta del classico fece così un ulteriore passo indietro nel tempo, dai Romani ai Greci, col decisivo contributo dell’architetto incisore Giovan Battista Piranesi, che, nel 1778, diffuse in tutt’Europa l’immagine del Tempio di Era a Paestum, capace di condizionare tutti i teorici dell’architettura del continente, soprattutto quelli d’avanguardia.
Tutta l’Europa rivolse attenzione ai ritrovamenti napoletani, spinta dagli scritti dall’archeologo e storico dell’arte Johann Joachim Winckelmann, che teorizzò la perfezione dell’arte classica greca e romana, da cui recuperare i principi. E l’architettura cambiò per tutti, Napoleone compreso.

Il controverso prestito di tesori napoletani a Comacchio

Angelo Forgione  Una strana storia. Due città candidate al ruolo di “capitale italiana della cultura 2018”. La napoletana Ercolano e l’estense Comacchio. Il titolo è una bella invenzione del ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, anch’egli estense, e dà l’opportunità di promuovere annualmente un territorio, attribuendogli anche un contributo ministeriale di un milione di euro e l’esclusione dal patto di stabilità delle spese per gli investimenti necessari per realizzare le iniziative previste per l’anno di investitura. Il fatto è che per ottenere il riconoscimento bisogna mettere in campo diverse iniziative culturali che rendano il territorio vivo e lo dotino di un’offerta di un certo interesse. Accade allora che l’assessorato alla Cultura del Comune di Comacchio inizi a lavorare per rafforzare la candidatura, e concepisca l’idea di chiedere aiuto al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che è il più importante museo al mondo di antichità classiche e ospita l’immenso patrimonio di reperti provenienti dagli scavi vesuviani, tra cui anche quelli di Ercolano, che è città in competizione per la gara del MiBACT. La proposta è quella di esporre, lungo un periodo di due anni e forse più, alcuni reperti archeologici custoditi nei depositi dell’importante museo napoletano nel nascente Museo Delta Antico di Comacchio, che aprirà i battenti nella primavera 2017, in modo da promuovere il nuovo spazio espositivo e proiettarlo immediatamente nei circuiti museali internazionali. Cosa normale, visto che le mostre itineranti e i prestiti museali sono prassi. Il direttore del Museo Archeologico di Napoli, Paolo Giulierini, archeologo toscano specializzato in etruscologia, nominato da Franceschini, accoglie la proposta e pure il sindaco di Comacchio, accompagnato dall’assessore competente, per firmare un protocollo d’intesa che rende partner il Museo Delta Antico.

Alcune domande, però, sorgono spontaneamente. Siamo proprio sicuri che sia questo il modo giusto per promuovere i tesori di Napoli, visto che i tour-operator internazionali ignorano la città e indirizzano i turisti stranieri da Roma in su? Possibile che Napoli debba tenere parte dei suoi tesori negli scantinati museali mentre il mondo fa a gara per mostrarli? Possibile che l’enorme palazzo Fuga, l’Albergo dei Poveri, resti un eterno incompiuto e non possa essere reso invece un spazio espositivo, come propone ad esempio l’associazione Ram – Rinascita Artistica del Mezzogiorno? Possibile che Napoli dissemini cultura nell’avamposto ferrarese e la concorrente Ercolano, ma anche l’altra candidata Caserta, restino a guardare?
Il sindaco di Ercolano, Ciro Bonajuto, pur non essendo contrario alla promozione dei tesori, lamenta il silenzio della Soprintendenza alla richiesta di strutture espositive, che starebbe invece approntando uno sponsor privato per far sì che sia la cittadina vesuviana il naturale approdo espositivo di quanto conservato negli depositi dei ricchi musei napoletani.

Philippe Daverio inciampa sui musei napoletani

Angelo Forgione


Il giro del mondo in 30 musei” è la nuova collana editoriale di RCS Corriere della Sera che illustra alcuni importanti musei del mondo, presentati dal preparatissimo Philippe Daverio. Guardando il piano dell’opera, però, si scopre che esclude completamente i grandi musei napoletani. Per l’Italia: Uffizi (Firenze), Gallerie di Palazzo Pitti (Firenze), Galleria dell’Accademia (Firenze), Musei vaticani (Roma), Galleria Borghese (Roma), Brera (Milano), Gallerie dell’Accademia (Venezia). Niente Museo Archeologico Nazionale, il primissimo dell’Europa continentale (anno 1777), e niente Museo di Capodimonte, che Daverio sa benissimo essere l’uno «il più bell’archeologico del mondo» – sua affermazione in una puntata del suo programma televisivo Passepartout – e l’altro una delle più importanti pinacoteche al mondo. E sa benissimo che tra l’Archeologico e Capodimonte è distribuita pure la preziosa Collezione Farnesiana, vanto d’Italia.
Levata di scudi anche da parte di Nicola Spinosa, ex Sovrintendente Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico di Napoli, dalle pagine del quotidiano Il Roma: “Per loro [editori settentrionali] siamo Nord-Africa”, ha tuonato il prestigioso storico dell’arte napoletano, premiato nel 2008 col “FIAC Excellency Award 2008” come uomo che ha più contribuito alla diffusione della cultura italiana negli Stati Uniti e stimatissimo, a buona ragione, dallo stesso Daverio, per cui è stato uno dei tre più competenti sovrintendenti italiani degli ultimi decenni.
È evidente che la scelta di cancellare i grandi musei napoletani non sia del curatore ma frutto di una precisa scelta del gruppo editoriale di non scendere oltre Roma, che equivale a dire non volervi far scendere i turisti. La colpa di Daverio, semmai, è quella di aver tradito in modo evidente la sua profonda conoscenza del mondo artistico per motivi commerciali, e di porsi purtroppo in evidente posizione incoerente, proprio lui che ha sempre saputo evidenziare al meglio il valore culturale di Napoli e del Sud; proprio lui che ha recentemente dichiarato che “la rivoluzione culturale per cambiare l’Italia deve partire dal Sud”; proprio lui che denunciato la retorica risorgimentale quale motivo della morte culturale del Paese. In ballo c’è la credibilità di un uomo di grande cultura, e non è poco.

Bellenger: «Napoli scientificamente boicottata dal circuito turistico internazionale»

Angelo Forgione «C’è una organizzazione internazionale che, con precisione spaventosa, tiene fuori Napoli dal circuito turistico». L’ha dichiarato Sylvaine Bellenger, direttore del Museo Nazionale di Capodimonte in un’intervista di Anna Paola Merone per il Corriere del Mezzogiorno.
Ci ha messo poco il francese a capire che c’è un corto circuito turistico che non consente a Napoli di sprigionare tutto il suo potenziale. Un problema evidenziato già nel mio libro Made in Naples (Magenes, 2013). Le responsabilità ricadono evidentemente sui tour-operators internazionali, che portano turisti a Roma e spremono i dintorni di Napoli, evitando di evidenziarne le bellezze. E il Governo ci mette del suo: ottimizzare Pompei e Caserta non vuol dire aumentare l’offerta napoletana ma quella romana. Franceschini ha prennunciato un collegamento tra gli scavi di Pompei e l’Alta Velocità, con tanto di nastro trasportatore e ponti di vetro per ridurre a 90 minuti di treno la distanza da Roma. Ma una stazione che porta i turisti direttamente negli scavi e con altrettanta velocità li riporta nella Capitale non sarebbe che un’ulteriore penalizzazione per Pompei e Napoli. Stesso discorso per Caserta, appena entrata nelle attenzioni del Governo dopo i lusinghieri dati sugli afflussi nei musei statali. Ecco spiegato il nuovo interesse per i due tesori attorno il capoluogo dei tesori semi-sconosciuti.
Il primo porto crocieristico d’Italia è quello di Civitavecchia, ossia Roma, verso cui partono centinaia di autobus turistici ogni giorno. Qualcuno va a Pompei. Il risultato è che tra Lazio e Campania, prima e seconda regione per numero di afflusso museale, passano quasi 13 milioni di biglietti staccati. Una voragine!
La città d’arte meta del “Grand Tour” Sette-Ottecentesco, quella col centro storico UNESCO più vasto d’Europa, ricca di tesori e attrattive monumentali, paesaggistiche e non solo, al centro di una macro-zona turistica senza rivali al mondo, deve necessariamente uscire dall’orbita di Roma per aumentare il volume del turismo stanziale. Cosa fare? Pretendere di migliorare i collegamenti locali tra i siti di rilevante interesse turistico (Circumvesuviana in testa); migliorare l’offerta alberghiera; attivare una cabina di regia regionale per diffondere in modo adeguato l’immagine del territorio e agire sui tour-operators internazionali.tratto da Made in Naples (Magenes, 2013)

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