Capodichino, il vero volano del turismo napoletano in crescita

Angelo Forgione – Dopo il nuovo volo diretto New York-Napoli della statunitense United, è atterrato oggi a Capodichino il primo Boeing di Flydubai partito dagli Emirati Arabi Uniti. Per il primo effettivo volo da Napoli verso Dubai bisognerà attendere il prossimo 4 giugno, quando saranno attivati fino a cinque voli a settimana. Flydubai è la prima compagnia aerea araba ad offrire collegamenti diretti verso Napoli.

Capodichino è una realtà di eccellenza sul territorio e cresce nel suo ruolo di vero stimolatore di crescita del turismo a Napoli e in Campania, mentre altri si affannano a prendersene meriti quando invece non riescono a dotare la città di sufficienti servizi. Una crescita perpetua, evidente nel grafico dei passeggeri annuali, dai 5,5 milioni del 2013, quando gli internazionali hanno superato i nazionali, ai 10 milioni attuali. Evidente l’impennata negli ultimi due anni. Una crescita dovuta alle numerose compagnie che hanno scelto l’approdo di Napoli. Importanti la bellezza e l’attrattiva della città, certo, ma va detto che le tante low-cost che affollano la pista napoletana scelgono gli aeroporti meno complessi per ridurre il carico fiscale. Scali come Capodichino, inoltre, sfruttano agevolazioni fiscali e fondi pubblici per scontare il prezzo dei servizi che pagano a certe compagnie per portare i loro aerei sulle loro piste. Infine, aeroporti poco complessi e vicini alle mete di vacanza come Capodichino sono molto apprezzati dai viaggiatori.
La crescita del “Niutta” di Napoli è evidente, 
e certificata nel giugno 2017 dal prestigioso ACI Europe Award, il premio come miglior aeroporto d’Europa nella categoria degli scali fino ai 10 milioni di passeggeri. Soglia ormai sfondata.

Oggi Capodichino offre 15 destinazioni nazionali e 91 internazionali, di cui 4 hub. In quanto a traffico passeggeri in Italia, se si eccettuano gli “aeroporti strategici” di Roma Fiumicino (43 milioni), Milano Malpensa (24 milioni) e Venezia (11 milioni), è dietro solo allo scalo di Milano/Bergamo Orio al Serio (13milioni).

Destinazioni-Aeroporto-Napoli-Estate2019

FuoriRoma racconta l’ossessione di De Luca per Napoli

Angelo Forgione – «Si Salierno tenesse ‘o puorto Napoli fosse muort’», dice qualcuno per un impulso competitivo sintomatico di un provincialismo litigioso e inacidito. Una rivalità unilaterale che Napoli ignora – non esistono detti napoletani contro Salerno – e che è implicita ammissione di un complesso d’inferiorità. Magari anche di Vincenzo De Luca, almeno così pare ascoltando Isaia Sales a FuoriRoma di Concita De Gregorio: «Una satrapia di provincia. Chiunque si è opposto è stato fatto fuori. È vendicativo. A Salerno c’è un sistema massonico senza massoni. De Luca, insediatosi alla Regione, ha continuato a comportarsi come se fosse il sindaco di Salerno, facendo leva su un leghismo in salsa meridionale, contro gli immigrati e i napoletani, e fa costruire una piazza di un metro più grande del Plebiscito».
Concita De Gregorio sintetizza la Salerno degli ultimi 25 anni: «È il principato di De Luca, diventato signore e padrone di un feudo che oggi governa dalla poltrona di presidente della Regione. Sa tutto, controlla tutto. E se occorre, punisce. Gestisce attraverso i figli e l’attuale sindaco un flusso incessante di denaro. […] Passerà Salerno, quando sarà il momento, che non sembra lontano, di congedare i principi, di risalire a ritroso all’origine dei soldi, di denunciare i compromessi e il malaffare, di ritrovare il vento e il colore del mare».
«Il Crescent è un mostro ecologico», aggiunge una nervosa Teresa De Sio. E poi altre voci a scatenare l’ira del presidente della Regione Campania, che si sfoga su facebook: “Dopo anni e anni di aggressioni, sempre dalla stessa rete pubblica, abbiamo assistito all’ennesimo atto di squadrismo mediatico, l’ennesimo stravolgimento della realtà. Interverremo in tutte le sedi”.
Concita De Gregorio ribatte che sia De Luca che il figlio Roberto, ex assessore comunale, erano stati più volte invitati a intervenire nel programma, ma rifiutando di essere intervistati.

L’ “archeoporto” di Capodichino premiato a Parigi

L’aeroporto di Capodichino ha ricevuto a Parigi il premio “Aci Europe Award” come miglior aeroporto europeo nella categoria 5-10 milioni di passeggeri. Un riconoscimento che arriva proprio nell’anno dei record: abbattimento del muro dei sei milioni di visitatori (con previsione di sfondamento dei sette), incremento dei collegamenti internazionali e approdo delle prime due compagnie aeree low cost per importanza.
Il premio è stato consegnato dai vertici Aci Europe (Associazione Europea degli Aeroporti) durante una cerimonia ufficiale. La motivazione è chiara: «Per i significativi miglioramenti all’aeroporto per l’esperienza dei passeggeri, per la valorizzazione dei beni artistici-culturali e l’incentivo alla promozione e valorizzazione turistica del territorio». Merito, dunque, dell’installazione di un itinerario archeologico nella zona arrivi-partenze, unico nel suo genere nel mondo, sei statue tra originali e copie prestate dal Museo Archeologico Nazionale tramite un accordo di collaborazione tra il direttore Paolo Giulierini e Gesac che ha fatto di Capodichino uno scalo-museo.
Il premio per il migliore aeroporto nella categoria oltre i 25 milioni di passeggeri è andato all’aeroporto Barajas di Madrid. Quello di Alicante si è aggiudicato il riconoscimento tra i 10-25 milioni di passeggeri. L’irlandese Cork miglior aeroporto con meno di 5 milioni di passeggeri all’anno.

Napoli punta al grande turismo con l’identità (ma non con l’arte)

Angelo Forgione «San Gennaro ha mandato i turisti a Napoli anche se non è stato fatto niente per attrarli. Ora bisogna rimboccarsi le maniche per portarceli». Lo ha detto pubblicamente lo spagnolo Josep Ejarque (FourTourism), italiano d’adozione, esperto di management turistico, incaricato dal Comune di Napoli di dirigere il comitato tecnico per la redazione del Piano Strategico del Turismo, un documento programmatico per rendere il capoluogo vesuviano una delle principali attrazioni europee. Tradotto in soldoni, la crescita turistica di Napoli negli ultimi anni è da considerarsi miracolosa, frutto della provvidenza divina, non di una precisa strategia. Da ora in avanti, però, l’amministrazione comunale seguirà le linee guida del Piano. Si chiama Napoli 2020, ed è una precisa dichiarazione d’intenti concertata con Gesac, la società di gestione dell’Aeroporto Internazionale di Capodichino, Federalberghi, Unione degli Industriali e mondo universitario, dopo tre mesi di interviste, studi e tavoli tematici che hanno coinvolto circa 250 operatori turistici.
La notizia buona è che la Città ha le idee chiare per raggiungere la quota di 2 milioni di arrivi entro il 2020 (erano 1,1 nel 2015). Si punterà solo su uno dei due tratti distintivi, sulla napoletanità, quel valore aggiunto che contribuisce alla diversità del luogo e che lo rende non globalizzato. Si farà leva sull’unicità, quella qualità che l’ICOMOS ha attribuito a Napoli nel 1995 prima dell’inclusione del suo centro storico nellla lista Unesco dei patrimoni dell’Umanità.
La notizia cattiva è che non si punterà sull’altro tratto distintivo del territorio. Napoli non cercherà di riprendersi il posto che ha avuto fino a inizio Novecento tra le maggiori città d’arte. Il Piano, infatti, non guarderà all’aspetto più profondamente culturale, come auspicato dal ministro Franceschini nelle sue recenti previsioni per Napoli, ma svilupperà esclusivamente l’immagine “folcloristica”. «Napoli non è percepita come città d’arte ma come città peculiare per personalità e napoletanità. Noi rispondiamo a ciò che il mercato turistico sta cercando», ha aggiunto Ejarque nella presentazione del Piano al Castel dell’Ovo, in occasione degli Stati Generali del Turismo. Il manager ha nel suo curriculum anche un ruolo di responsabile del Destination Management e Marketing di Torino, risultando uno degli artifici del cambiamento del capoluogo piemontese in vista delle Olimpiadi invernali del 2006, da città poggiata sull’industria a città poggiata sul turismo. Per lo spagnolo, chi visita Napoli finisce per apprezzarla molto, anche se è considerata negativamente la sua connotazione di città dei contrasti. I visitatori italiani la considerano una città affascinante e pittoresca, una destinazione unica. Gli stranieri, invece, hanno reazioni diverse: inglesi e tedeschi, a differenza dei francesi, la considerano ancora una meta di passaggio. «Ma è necessario andarsi a prendere i turisti, cercarli e convincerli. Dobbiamo inondare la rete di informazioni positive su Napoli e convincere tutti che sia una città che bisogna visitare almeno una volta della vita». È evidente che si tratti di una necessità non più procrastinabile per contrastare la cattiva fama creata dalle camorra e dal modo squilibrato di raccontare Napoli da parte dei media.
Sfogliando il Piano si apprende come i turisti vedono Napoli: una destinazione unica e irripetibile, competitiva per la napoletanità, ma poco sicura, scarsamente decorosa e insufficientemente preparata al turismo. Nessun riferimento ai monumenti, ai musei e tutto il patrimonio culturale, che potrebbe e dovrebbe contribuire in buona parte a creare attrattiva.

tratto dagli Stati Generali del Turismo (Napoli, 16/3/17)

.

tratto dagli Stati Generali della Cultura (Roma, 20/12/16)

.

tratto dal Congresso Culturale Meridionalista al Museo di Capodimonte (Napoli, 8/4/17)

Capodichino diventa “archeoporto”

L’Aeroporto Internazionale di Napoli diventa un “archeoporto”. Un’insolita galleria di sculture, vasi ed altri reperti, da oggi, accolgono i passeggeri in arrivo, ma anche in partenza. Chi approderà in città, in tal modo, potrò immediatamente capire in quale terra avrà messo piede, ed è quella del primo museo archelogico d’Europa (1777). Chi andrà via, sarà salutato dall’anima culturale del territorio. Un vero e proprio viaggio nella storia antica della Campania, realizzato dalla Gesac – la società che gestisce l’Aeroporto Internazionale di Napoli – , il Museo Archeologico di Napoli e altri Istituti periferici del MiBACT per mettere in vetrina il patrimonio artistico e culturale della Regione, sull’esempio del Metrò dell’Arte, ma qui classica e non contemporanea. 10 e lode!

capodichino_archeologia

Vecchioni: «Sicilia isola di m…, ma è provocazione d’amore». Poi elogi a Milano e brutte rassegnazioni

Angelo Forgione Una frase violenta incastonata in una riflessione ad ampio raggio può essere più forte del senso del discorso, e perciò strumentalizzata. Quella pronunciata da Roberto Vecchioni nell’aula magna della facoltà di Ingegneria di Palermo, secondo molti, ha offeso l’orgoglio siculo e meridionale. «Sicilia, sei un’isola di merda» ha scatenato furiose polemiche sui social network. Ma cosa intendeva dire il professore della canzone? L’audio integrale parla chiaro e va analizzato per intero.
Da 150 anni qui non succede nulla. Credete che sia qua soltanto per sviolinare? No, assolutamente. Arrivo dall’aeroporto e mi tirano dietro le uova. Entro in città e praticamente ci sono 400 su 200 persone senza casco. In tutti i posti ci sono tre file di macchine in mezzo alla strada, e si passa con fatica. Questo significa che tu non hai capito cos’è il senso dell’esistenza con gli altri. Non lo sai, non lo conosci. È inutile che ti mascheri dietro al fatto che hai il mare più bello del mondo. Non basta, sei un’isola di merda. La mia è una provocazione d’amore. La filosofia e la poesia antiche hanno insegnato cos’è la bellezza e la verità, la non paura degli altri, in Sicilia questo non c’è, c’è tutto il contrario. E mi sono chiesto, prima di arrivare qui, se dovevo dirle queste cose a voi ragazzi. Non avete idea di cosa sia la civiltà, la colpa è vostra! Volete sviolinate? No. Io non amo la Sicilia che rovina la sua intelligenza e la sua cultura, le sue coste; quando vado a vedere Selinunte, Segesta e altri posti di questo tipo non c’è nessuno a spiegarti cosa c’è da sapere. Non amo questa Sicilia che si butta via, che non si difende. Siete il popolo più intelligente, perché vi buttate via?

Fermarsi a questo servirebbe a spegnere le polemiche su una parola fuori posto in un discorso evidentemente condivisibile per tanti versi. Ma c’è dell’altro, e lo si ascolta in seguito, quando un ascoltatore protesta.
No, non si fa così. Poi se vieni a Milano ti spiego perché… anche perché Milano ha inventato per tutto il mondo una cosa per 25 milioni di persone [l’Expo] che manco per il cazzo poteva succedere in qualsiasi altra città d’italia, questo mettitelo in testa. E tu dirai “perché hanno più soldi?” No, non sono i soldi. È la volontà!

A questo punto interviene il moderatore, di fianco, a cercare di sedare la protesta. E dice qualcosa di veramente esecrabile (e contraddittorio):
 
Vecchioni è qui perchè ci vuole stimolare a prendere coscienza di un declino irreversibile che innegabilmente c’è in Sicilia e ad essere protagonisti del cambiamento.

È dunque forte la denuncia, e va accettata, ma non si tratta certo di “provocazione d’amore” per la Sicilia. È chiaro che di sentimento ci sia veramente poco e che il tutto sia ispirato da una certa tipica e presunta superiorità di stampo milanese da esportare al Sud retrogrado. C’è la beatificazione dell’Expo delle multinazionali, degli illeciti amministrativi e delle risorse per il Sud distratte per metterlo in piedi, e poi ripulito nella sua immagine con un evidente maquillage dall’alto. Sono stati proprio i soldi la volontà motrice dell’Expo, ma Vecchioni finge di non saperlo, come forse finge di non sapere da dove nasce il degrado meridionale.
La denuncia è corretta, perché quel Sud che offende la sua Cultura, la sua Storia e la sua Civiltà va condannato, ma ci sono ambienti e ambienti per il turpiloquio e per le offese, e in quel contesto, con quel linguaggio, Vecchioni ha fatto, purtroppo, danno soprattutto a se stesso più che alla Sicilia. Spero vivamente, per il suo passato, che il cantautore fosse un po’ su di giri, come due anni fa, quando gli fu ritirata la patente per guida in stato di ebrezza e provò a giustificare al giudice l’alto tasso alcolemico nel sangue con l’assunzione di uno sciroppo per la tosse a base di alcol.
Più delle parolacce usate in un’aula magna, però, ritengo più stonati gli elogi alla Milano che insegna e le parole del moderatore. Quando un cantautore meridionale andrà alla Bocconi a dire che la Lombardia è una m… perché è ancora la Tantentopoli irredenta degli anni Novanta capiremo la differenza tra vittimismo e legittima difesa. E non si può definire irreversibile il degrado, soprattutto se poi dopo chiedi ai siciliani di farsi protagonisti del cambiamento. E se proprio dobbiamo tirar fuori una frase dal contesto, condanniamo quella del siciliano, il primo da stigmatizzare per aver comunicato a studenti e non studenti la sua rassegnazione. Neanche quella è irreversibile.

Hitler? Per Mussolini era un Pulcinella

Angelo Forgione Benito Mussolini aveva nel suo studio un busto di Napoleone. Adolf Hitler, invece, ne aveva uno di Mussolini, di cui ammirava il modo in cui aveva conquistato il potere e come lo alimentava. Il Duce era il suo modello e ne copiò pedissequamente la politica e la propaganda prima che si invertissero le gerarchie.
I due si conobbero di persona nel giugno del 1934 e l’incontro fu davvero particolare. Hitler atterrò la mattina del 14 giugno all’aeroporto di Venezia e trovò ad attenderlo un abbronzato Mussolini in uniforme e camicia nera, con la sciaboletta appesa alla cintura, guanti e stivali fino alle ginocchia. Il Führer indossava invece un cappotto giallo sopra il classico cravattino, delle normalissime scarpe nere e un cappello di velluto. Un testimone lo definì “un operaio nel suo migliore vestito domenicale”. Il tedesco mostrò imbarazzo ma rispose al saluto romano che l’italiano gli fece andandogli incontro, e gli strinse la mano. I due si recarono presso la sede dell’incontro ufficiale, la Villa Pisani di Stra, sulla riviera del Brenta, dove Mussolini, al termine di un’intensa due giorni, si convinse che Hitler fosse matto, tutto intento ad affermare la superiorità della razza tedesca e a preannunciare i suoi piani di annessione dell’Austria. «Questo Hitler, che Pulcinella!», confidò il Duce a Fulvio Suvich, sottosegretario agli Esteri, mentre l’aereo decollò per riportare il Führer a Berlino. Hitler non fu da meno definendo «un pallone gonfiato» il suo “maestro”. Venne la guerra d’Africa e Benito chiese aiuti alla Germania, credendo di poter intimorire Gran Bretagna e Francia, ma finendo schiavo di un’alleanza fatale con Pulcinella.