Sconto di pena in Appello per l’assassino di Ciro Esposito

Angelo Forgione 16 anni di condanna in Appello per Daniele De Santis, l’assassino di Ciro Esposito nella tragica notte della finale di Coppa Italia 2014. 10 in meno rispetto alla sentenza di primo grado, più dei già temuti 6 richiesti in sconto dal pg. Antonella Leardi, mamma di Ciro, sconvolta e delusa, ma con la consueta pacatezza, dichiara: «Me l’hanno ucciso di nuovo, mi vergogno di essere italiana!».
La riduzione della condanna a  De Santis è motivata, secondo la prima Corte d’assise d’appello di Roma, dall’assoluzione dall’ulteriore reato di rissa contestato, nonché dall’esclusione dell’aggravante dei futili motivi e della recidiva. Tutto è rimandato all’ultimo grado di giudizio della Cassazione.
Ma cos’è accaduto davvero a Ciro Esposito, si domanda la testata spagnola PlayGround? Gliel’ho spiegato: di fatto, il ragazzo fu vittima di una caccia al napoletano coordinato dalla estrema destra romana. Si deve uscire dall’equivoco dello scontro tra tifoserie. L’omicidio di Ciro ha sfumature razziste, di matrice neofascista, ed è qualcosa che avrebbe potuto avere conseguenze ancora peggiori se Ciro non fosse intervenuto per difendere un autobus che trasportava bambini e famiglie all’indirizzo del quale venivano lanciati petardi. Lo ribadisco nuovamente, si trattò di tentata strage.

clicca qui per leggere l’articolo di Inacio Pato per PlayGround

14 aprile 1988, quando il terrorismo internazionale seminò morte a Napoli

Angelo Forgione La guerra al terrorismo internazionale è una campagna a livello globale contro le organizzazioni terroristiche condotta dagli Stati Uniti d’America e dal Regno Unito, appoggiate dalle nazioni del Patto Atlantico. Il “conflitto” ha assunto caratteri militari e, spesso, propagandistici a partire dall’11 settembre 2001, data storica per la strage delle Torri Gemelle di New York. A rimetterci la vita sono soprattutto persone innocenti.
L’Italia non può ritenersi al sicuro ma è anzi considerata obiettivo sensibile. Già in passato è stata colpita da eventi luttuosi che hanno mietuto diverse vittime. Pochi lo ricordano, perché l’Italia e Napoli stessa non commemorano, ma una drammatica pagina dell’eversione internazionale fu scritta all’ombra del Vesuvio il 14 aprile 1988, in occasione del secondo anniversario dei bombardamenti USA sulla Libia. Quattro i napoletani che quel giorno non tornarono alle loro case.
Con la città euforica per il vicinissimo secondo scudetto, che invece il Napoli avrebbe inaspettatamente perso, quel giovedì era in programma un’affollata festa nel circolo USO (United States Organization), un ente americano che si occupava, allora come oggi, di tenere alto il morale delle truppe statunitensi all’estero. Il Paul, un cacciatorpediniere della Sesta Flotta USA, entrava nel porto di Napoli e l’allora responsabile del circolo, sito in Calata San Marco, organizzò una festa in onore del capitano dell’imbarcazione.
calata_sanmarcoAlle 19.56, con il circolo non ancora gremito, un boato assordante: una Ford Escort riempita con trenta chili d’esplosivo, e parcheggiata proprio dinanzi all’ingresso del locale, saltò in aria, lasciando un piccolo cratere nella strada. Nello scoppio, avvertito al Vomero e in tutta la zona bassa della città, da San Giovanni a Teduccio a Mergellina e a Posillipo, restarono a terra, dilaniati e carbonizzati, Assunta Capuano (32), Guido Scocozza (25) e Maurizio Perrone (21), che passavano di là per caso dopo una giornata di lavoro. Esanime anche Antonio Ghezzi (62), un venditore ambulante di souvenir che da anni stazionava davanti al circolo statunitense, chiamato “Popeye” dai militari americani. E poi Angela Santos (26), una sottoufficiale di Portorico con passaporto americano. I tanti feriti furono trasportati in ospedale, estratti tra resti di corpi e detriti di ogni sorta.
L’attentato fu compiuto dall’Armata Rossa Giapponese, una frazione armata arruolata nelle file della Jihad islamica, che subito seminò indizi alla France Press di Roma (“Noi dell’organizzazione delle brigate della Jihad rivendichiamo la responsabilità dell’attentato”) e all’Ansa di Beirut (“Ammoniamo l’Italia dal continuare ad appoggiare l’imperialismo”). Esecutore della strage, il giapponese Junzo Okudaira, all’epoca 39enne, con quindici anni alle spalle di terrorismo internazionale contro imperialisti e sionisti, ritenuti responsabili della morte del fratello Tsuyoshi. L’Armata Rossa Giapponese, il 29 maggio 1972, aveva seminato terrore e morte (24 vittime) all’aeroporto di Tel Aviv per conto del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, e Tsuyoshi Okudaira aveva perso la vita facendosi esplodere una volta vistosi circondato dagli agenti del Mossad.
Per i fatti di Napoli, Junzo Okudaira fu condannato all’ergastolo il 20 marzo del 1992 dai giudici di Napoli, con l’accusa di concorso in strage e banda armata finalizzata all’eversione. Il terrorista giapponese fu poi incriminato anche negli Stati Uniti il 9 aprile 1993. Con lui era stata processata anche Fusako Shighenobu, la più temuta terrorista donna del mondo, fondatrice della banda criminale nipponica e moglie di Tsuyoshi, ma assolta per insufficienza di prove. Junzo e Fusako, otto ore prima dell’esplosione, mentre in porto entrava il cacciatorpediniere della Sesta Flotta americana, erano stati visti insieme in piazza Garibaldi, con la Ford noleggiata tre giorni prima in via Partenope. Sul luogo della strage, però, fu avvistato solo l’uomo, intento a parcheggiare l’auto.
Che fine hanno fatto Junzo Okudaira e Fusako Shigenobu? Lui non è mai stato catturato. Lei, invece, è stata arrestata a Osaka nel novembre del 2000, dopo trent’anni di latitanza, e condannata dal tribunale di Tokio a 20 anni di carcere.

 

De Magistris, Lettieri e l’esempio (inappropriato) di Nicola Amore

Angelo Forgione – «La vera condanna di De Magistris è lo stato di degrado a tutti i livelli in cui ha portato Napoli. È per questo che dovrebbe compiere un atto di coraggio, sull’esempio di quanto fece Nicola Amore, uno dei migliori sindaci di sempre della nostra città, e dimettersi prima che venga sospeso dalla carica per la legge Severino». Lo ha dichiarato Gianni Lettieri, capo dell’opposizione in consiglio comunale, invitando il sindaco di Napoli a non aspettare di essere sospeso dal Prefetto, ma con un esempio che non calza. Già, perché Nicola Amore, sindaco famoso per le opere del Risanamento del secondo Ottocento, che lo rendono uno dei più ricordati in città, si dimise proprio per le polemiche sugli appalti che ne seguirono, accusato di aver favorito le banche torinesi e romane nei lavori di bonifica (Società Generale di Credito Mobiliare Italiano, Banca Subalpina, Società Fratelli Marsiglia e Banca Tiberina di Torino; Banca Generale e Immobiliare dei Lavori di Utilità Pubblica ed Agricola di Roma), e la società svizzera “Geisser” nell’acquisto di suoli edificabili della città (Ulrich Geisser aveva scalato l’alta finanza grazie ai solidi legami stretti con Cavour e controllava le azioni della Banca Tiberina di Torino, istituto proprietario di alcuni suoli a Chiaja, oltre che al Vomero).
Il Risanamento post-colera fu un complesso intervento urbanistico che donò alla città un più sicuro sistema fognario, il completamento dell’acquedotto del Serino e nuovi quartieri eleganti con più agevoli strade e palazzi signorili. Ma dietro i nobili intenti, in realtà, si nascondeva il pretesto per una colossale speculazione edilizia privata d’epoca umbertina. Con la complicità di Nicola Amore, il capitale, completamente esterno, prima fece da parte il Municipio, strappandogli il controllo della città, e poi attuò solo in parte la bonifica. Tutto si disvelò come occasione per una pura operazione di sfruttamento dei suoli, che non si fermò neanche di fronte al preventivo obbligo scritto di denunciare il ritrovamento di reperti di interesse storico-artistico che avrebbe causato la sospensione dei lavori. Tutte le testimonianze del passato presenti nelle aree dei lavori ne fecero le spese, tra cui una sessantina di chiese anche d’epoca medievale e il notissimo teatro San Carlino a largo del Castello. Il piano iniziale di “pubblica utilità”, che prevedeva la bonifica dei quartieri bassi a ridosso dell’area portuale con la realizzazione di nuove costruzioni popolari, fu indirizzato verso abitazioni più costose per il nuovo “rettifilo”, stravolto in corso d’opera con una variante di progetto senza alcun vantaggio per il Municipio, approvata su forte pressione delle società immobiliari e finanziarie piemontesi e romane. I lavori del Risanamento durarono decenni, sopravvivendo persino allo scandalo della Banca Romana, e la corruzione fu accertata da una Commissione d’inchiesta presieduta dal savonese Giuseppe Saredo, che fece luce sugli intrecci tra amministrazione locale e “alta camorra”, mettendo a nudo gli interessi dei governi di Torino, Firenze e Roma sulla città nei primi quarant’anni di Unità. Morto Saredo nel 1902, i suoi carteggi furono fatti sparire, le sue indagini furono arrestate e la sua Commissione d’inchiesta fu sciolta (maggiori dettagli su Made in Naples – Magenes, 2013).
Nicola Amore, già discusso questore nei fatti luttuosi di Pietrarsa del 6 agosto 1863 in cui aveva prima ordinato a bersaglieri, carabinieri e guardie nazionali di sparare sugli operai e poi tentato di corrompere (inutilmente) il funzionario Antonino Campanile a non confessare quanto era accaduto, si dimise perché gravato da pesantissime accuse di essere ingranaggio dell’affarismo sfrenato dell’Italia sabuada. Lui sì che non era un sindaco isolato e improduttivo perché non colpito da una condanna per i metodi di conduzione delle indagini sulla corruzione politica. Lui si che ha piazze e monumenti dedicati in città.

De Magistris condannato e solo, come Napoli

Angelo Forgione – Il sindaco di Napoli Luigi De Magistris condannato dal Tribunale di Roma a un anno e tre mesi per concorso in abuso d’ufficio nell’inchiesta “Why Not”, cioè per aver acquisito da piemme di Catanzaro i tabulati telefonici di alcuni parlamentari senza le necessarie autorizzazioni della Camera di appartenenza. De Magistris continua a pagare le conseguenze di un’inchiesta a lui sottratta che ha segnato la fine della sua carriera di magistrato, avversato da quei poteri forti che provò a contrastare mettendo azzardatamente le mani negli intrecci tra politica, giustizia, finanza, imprenditoria, massoneria, mondo cattolico deviato e servizi segreti in Calabria.
Anche questa sentenza lo colpisce per aspetti disciplinari, ovvero per aspetti che riguardano la “forma” con cui condusse le indagini, ma non entra nel merito della fondatezza delle indagini stesse. Ed è proprio questo che De Magistris contesta oggi su facebook, scrivendo “(…) Ma rifarei tutto, e non cederò alla tentazione di perdere completamente la fiducia nello Stato”.
Tutti sanno che De Magistris si è gettato nell’avventura politica quando si è ritrovato isolato in Magistratura, cioè quando la sua strada è stata sbarrata. Basta fare una ricerca online un po’ più approfondita per capire quali siano i soggetti coinvolti nelle indagini scottanti, e perché il sindaco di Napoli sia un uomo solo. E un uomo solo non può neanche condurre una città importante, già penalizzata politicamente. Ora, napoletani, guardatevi intorno, osservate in quali condizioni versa la vostra città e chiedetevi se ad un magistrato presumibilmente onesto, fatto fuori dai poteri forti, possano essere stesi i tappeti rossi solo perché ha cambiato ruolo.

Boateng contro il razzismo. Ma le norme non ammettono ipocrisia

Kevin Boateng, calciatore di colore del Milan, ha reagito con veemenza ai cori razzisti dei tifosi della Pro Patria durante un’amichevole disputata a Busto Arsizio. Prima una pallonata scagliata verso la frangia dei fanatici, poi l’abbandono del campo. Reazione giusta, l’unica per accendere i riflettori su indecenze del genere. Molto vicina a quella di Zoro e Kawashima che hanno sospeso deliberatamente delle partite ufficiali.
L’allenatore Allegri, a nome del Milan, ha auspicato che tutto ciò sia d’esempio, anche se gli esempi, come detto, ci sono. Ma la battaglia culturale non ammette ipocrisia e incoerenza perché se stavolta è un giocatore del Milan ad essere stato colpito, anche i sostenitori milanisti si sono resi protagonisti più volte di manifestazioni di intolleranza razziale. Ed è giusto sottolinearlo.
Giusto continuare ad auspicare reazioni forti da parte dei protagonisti, bersagli preferiti del malcostume che attiene agli stadi italiani: neri, slavi, rumeni… e napoletani.

Napoli e la Ternana Calcio orgogliosi di Fabio Pisacane

Napoli e la Ternana Calcio orgogliosi di Fabio Pisacane

V.A.N.T.O. ha inviato un attestato di stima al calciatore Napoletano Fabio Pisacane che non si è piegato alla corruzione calcistica, dando un grande esempio che ci ha inorgogliti in un momento in cui qualcuno, difendendo la scomoda posizione dell’atalantino Cristiano Doni, cercava di usare i Napoletani come ombrello per le proprie paure.
Di seguito il comunicato della Ternana Calcio S.p.A., prima in classifica del Girone A della Lega Pro anche grazie al buon campionato del Napoletano, nella persona del responsabile alle relazioni esterne.

Grazie per il video, molto bello.
Anche noi siamo orgogliosi di Pisacane, conoscevamo questa storia e la scelta sua non è stata casuale, in quanto oltre ad essere un grande calciatore è una grande persona e non a caso è un vero Napoletano, aggiungo io!
Continuate a seguirci, Fabio sta facendo un grande campionato, sono sicura che sentirete parlare di lui a lungo e chissà… grazie di tifare anche Ternana!
Cordialmente.

Elisabetta Manini
Responsabile Relazioni Esterne 
Ternana Calcio spa  

per messaggi di stima a Fabio Pisacane: relazioniesterne@ternanacalcio.com

Galeazzi “compra” un luogo comune che gli costa 300€

condanna per aver DETTO AL portinaio “meridionale di m…”

Angelo Forgione – Diciamolo subito, Giampiero Galeazzi non ci sembra uno xenofobo e non è certo uomo di latitudini scandinave. Ma questa storia conferma che i luoghi comuni sui meridionali facciano parte di questo paese ad ogni latitudine.
Il giornalista RAI dovrà pagare 300 euro al portiere del suo condominio per INGIURIA AGGRAVATA dopo averlo offeso in presenza di altre persone definendolo “meridionale di m… (“non sei capace nemmeno di guardare le pecore” e altre offese verbali). Tutto questo perchè non gli avrebbe consegnato regolarmente la posta.

La Suprema Corte ha sentenziato che, anche ammesso che il portiere avesse sbagliato ad assolvere i suoi compiti, la circostanza non sarebbe bastata a «giustificare la violenta aggressione verbale e l’uso di espressioni gravemente lesive della dignità e del decoro della persona offesa». Inoltre la Cassazione ha ricordato che «qualsiasi contestazione o riserva sulla correttezza» delle incombenze del portiere «avrebbe dovuto trovare sfogo in sede assembleare e non già nel gratuito ed ingiurioso attacco alla persona». “Bisteccone” si era giustificato adducendo un “comprensibile stato d’ira”, ma non è bastato.
Che serva a Galeazzi per fargli capire che essere “Meridionale” non è un’offesa (semmai un VANTO), ma lo diventa associando il termine ad una parola lesiva e indecorosa. Come la sua reazione. Quella peraltro di un laureato, giornalista, ex-atleta e uomo di fama legata soprattutto alle telecronache olimpiche dei meridionalissimi fratelloni Abbagnale e ai gavettoni nello spogliatoio del Napoli pluriscudettato che tanto lo attraeva ai tempi della “Lazietta”.
Che inciampo!