Addio a Dario Fo

Angelo Forgione Scompare a 90 anni Dario Fo, un amico di Napoli, amante della cultura e della cultura partenopea. Mi piace proporre le sue parole sull’incedere della città in un’intervista di pochi anni fa, conclusa con un monito:

«Napoli non si può più permettere di tirare a campare, di continuare con la filosofia del ‘cca nisciuno è fesso’. Basta! Napoli non può più parlare con questo linguaggio»

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Parole che ben si sposano a una mia riflessione impressa in Made in Naples:

Il napoletano di oggi è autolesionista, tendente alla più comoda autodistruzione, incapace di sacrificarsi per costruire; convinto di potersi beare del più deleterio e infondato detto locale, quel folcloristico “cca nisciuno è fesso” che è solo uno spavaldo biglietto da visita da sbattere in faccia al prossimo, senza rendersi conto che non esiste alcun popolo più fesso di quello partenopeo, storicamente derubato e compiaciuto della supposta furbizia mentre tutto gli viene sottratto. Con questa cattiva condotta, la pretesa del diritto civile collettivo negato ha perso legittimità di fronte all’imposizione della libertà individuale, nella continua ricerca della sopravvivenza a un habitat certamente violato dagli altri ma che i napoletani concorrono attivamente a brutalizzare e abbruttire.

Dalla Germania, il re della birra nel tempio del caffè

Angelo Forgione Ursula Stumpe Lockheimer è una donna di Leimen, sud della Germania. Un tempo, la sua famiglia gestiva una birreria e qualcosa da smaltire di quegli arredi ancora le è rimasta in magazzino. Un pezzo ha voluto portarlo a Napoli, città che ama e sul cui sviluppo urbanistico ha incentrato, anni fa, la sua tesi di laurea. Ha caricato sulla sua auto una statua di Gambrinus, il mitologico Giovanni di Borgogna, il “senza paura”, Re della Fiandre e patrono della birra, ha acceso il motore ed è partita in direzione del Vesuvio. La sua meta era il Gran Caffè Gambrinus, in pieno centro. Quando è arrivata, dopo 1200 chilometri e 15 ore di viaggio, ha consegnato la scultura ai gestori dello storico caffè napoletano (foto F. Borrelli). La sua testimonianza appassionata è stata raccolta dal consigliere regionale Francesco Borrelli (clicca qui per il video).
Ma perché il Re della birra ha dato il nome al locale simbolo del caffè di Napoli? La storia inizia nel 1860, quando, al piano terra del lato di piazza San Ferdinando del palazzo della Foresteria, l’elegante edificio costruito nel 1816 che oggi ospita la Prefettura, l’impreditore Vincenzo Apuzzo apre il Gran Caffè. Diviene in breve tempo il salotto del bel mondo cittadino, tanto da ottenere il raro e prestigioso riconoscimento di “Fornitore della Real Casa borbonica” per la bontà dei suoi prodotti. Nel 1890, in piena Belle Èpoque, il Gran Caffè viene ristrutturato in stile liberty dall’architetto Antonio Curri, con il prezioso lavoro di quaranta tra artigiani e artisti, e ribattezzato Gambrinus in nome del leggendario Re delle Fiandre e della birra, colui che, secondo il poeta tedesco del Cinquecento Burkart Waldis, apprese l’arte della birra da Iside. Chiaro il riferimento esoterico, visto che la birra è da sempre figlia di un processo alchemico capace di esaltare l’umore, di ridurre i freni inibitori e di rendere impavidi, cioè “senza paura”; da sempre, simbolo del sacro fuoco anche nel nome (dal greco pyros: fuoco). Ma perché, mentre in tutta Europa il Re senza paura dà il nome a diverse birrerie, a Napoli veniva associato a un Caffé? In piena Unità d’Italia, l’intenzione è quella di mettere insieme, nell’immaginario, la classica bevanda fredda e chiara del nord con quella bollente e scura ormai tipicamente napoletana. Un respiro internazionale per il nuovo Gambrinus, che si consacra come tempio dell’élite intellettuale napoletana, europea ed oltre, dove ritrovarsi per fare politica, letteratura e arte, rendendosi uno dei più riusciti esempi in Italia di caffè letterario di ispirazione europea. Durante il Fascismo, il Gran Caffè Gambrinus viene chiuso perché luogo di ritrovo antifascista. Nel 1938, i locali vengono occupati da un’agenzia del Banco di Napoli e poi, nel 1952, restituiti alla loro precedente funzione. Ma solo negli anni Settanta il Gambrinus viene restaurato e rimesso a nuovo da Michele Sergio, riappropriandosi anche dello sfarzo dei suoi saloni.
Oggi, in nome della birra, una tedesca è scesa a Napoli per stringere la mano ai figli di Sergio, signori del caffè.

‘E quatt’ ‘e maggio

il giorno dei traslochi nella Napoli di una volta

 

Il 4 maggio è, nella tradizione popolare napoletana, sinonimo di traslochi e sfratti che in passato avvenivano tutti in questo giorno. Tutto ha origine con l’usanza dei meridionali di compiere l’operazione il 10 Agosto, fortemente contestata dei facchini costretti a lavorare con il gran caldo. Così, nel 1587, il viceré Juan de Zunica conte di Morales, spostò la data al 1° maggio, festività dei santi Filippo e Giacomo; i napoletani, devoti dei due santi ai quali dedicavano una festa con processione, non obbedivano alla data designata e facevano di testa loro. A rimettere ordine fu il viceré Don Pedro Fernandez de Castro conte di Lemos, stabilendo nel 1611 che traslochi e sfratti si tenessero il 4 maggio, giorno dal quale decorreva anche il pagamento del canone mensile di locazione detto in napoletano mesata o pesone da cui “pigione”. In quella data precisa, quasi come un evento, si vedevano in città tantissime persone chiassose andare da un capo all’altro portandosi dietro carretti carichi di suppellettili e arredi vari.
Per questo, ‘o quatt’ ‘e maggio, nel linguaggio napoletano corrente per frasi fatte, significa fare un trasloco ma indica anche un grande cambiamento oppure la fine di un rapporto di amore o di amicizia, e può sottolineare anche un evento rumoroso e chiassoso nelle strade di Napoli.
Certamente, come ogni fatto della tradizione napoletana, anche questo è stato immortalato in una canzone classica. Armando Gill, il primo cantautore della storia della musica italiana, neanche a dirlo napoletano, scrisse nel 1918 proprio ‘E quatt’ ‘e maggio (proposta nella versione contemporanea di Ciro Sciallo), giorno in cui perde bottega, casa e fidanzata… ma da buon napoletano non si dispera affatto.

Verona contro Napoli, in principio fu Dirceu

verona_0Angelo Forgione Verona-Napoli, incrocio timbrato da squallide storie di intolleranza all’italiana. I primi conati razzisti del ‘Bentegodi’ affiorarono il 20 novembre 1983 (Verona-Napoli 1-1). In quegli anni il Veneto non era il Nord-Est di oggi ma una terra molto chiusa nel suo provincialismo. La curva scaligera, la prima ad appellarsi al Vesuvio, salutò il brasiliano del Napoli José Dirceu, ex gialloblu, con un messaggio di “integrazione territoriale”: “ORA NON SEI PIU’ STRANIERO, NAPOLI TI HA ACCOLTO NEL CONTINENTE NERO”. E ancora, “DIRCEU CI HAI TRADITO, NELLA M…A SEI FINITO”.
Maradona, dieci mesi più tardi, al suo esordio in Serie A, ne avrebbe letto un altro di striscione: “BENVENUTI IN ITALIA”. Benvenuto anche a Diego nel Calcio del Nord contro il Sud, dei ricchi contro i poveri. Tutto subito chiaro, bastò tanto a fargli intendere che la missione non poteva essere solo sportiva. Il fuoriclasse argentino ci mise poco a capire che i napoletani erano per i settentrionali ciò che gli argentini erano per gli spagnoli, e si fece interprete di un’istintiva rivalsa sportiva.
Buon sangue l’hanno fatto invece alcuni striscioni divertenti passati alla storia alla storia del tifo d’autore, come lo straordinario “GIULIETTA È ‘NA ZOCCOLA” srotolato negli anni Ottanta proprio dai tifosi napoletani per rispondere al “Vesuvio facci sognare” degli ostilissimi veronesi. Evidente differenza di utilizzo dello strumento comunicativo e sublime finezza, consacrata come la più ironica delle frasi mai esposte negli stadi. Forse avrebbe sorriso anche Shakespeare, e non avrebbe avuto troppi dilemmi alla lettura della postuma integrazione con la quale i tifosi azzurri pennellarono lo spasimante della Capuleti: “ROMEO CORNUTO”… colpiti e affondati anche i Montecchi. Venti gli anni necessari per ricevere una risposta dagli scaligeri: “NAPOLETANI FIGLI DI GIULIETTA”. Tentativo di ricalcare l’ironia partenopea fallito e chiaro autogol con un’ammissione sui cattivi costumi del simbolo femminile di Verona.

Ancora un napoletano nel gotha (e non tutti gradiscono)

Angelo Forgione Troppe parole hanno anticipato i funerali napoletani di Pino Daniele, voluti dal popolo di una città che si è mostrata ancora una volta femmina mediterranea, madre eterna più che amante, sempre riluttante a farsi strappare i suoi sentimenti dal petto. Qualcuno ha parlato di sceneggiata napoletana, offendendo sia un genere teatrale che le decine di migliaia di persone che in due fredde notti si sono ritrovate nell’agorà reale della Città per salutare un loro conterraneo illustre. Qualcuno ha parlato di tipica retorica della napoletanità, dimenticando di quanta ridondanza è carico il patriottismo italiano espresso attraverso i teleschermi televisivi da cui è sempre troppo facile vomitare offese verso Napoli e il Sud. Qualcuno ha chiesto di evitare un funerale di Mario Merola bis, dimostrando di non conoscere la complessità sociale dello sfaccettato popolo partenopeo. Il funerale napoletano di Pino Daniele, invece, si è tenuto in una piazza gremitissima, commossa e composta. C’erano i più giovani fan del Pino più commerciale e quelli della generazione del primo Pino, ispiratissimo innovatore, inarrivabile anche per sé stesso. Crollati inesorabilmente tutti i teoremi e i timori infondati della vigilia. La verità è che bisognerebbe smetterla di indicare il comportamento di massa ai napoletani, di stendere fiumi di parole vuote su di loro, che peccano sì individualmente, senza alcun dubbio, ma sono anche capaci di dare memorabili lezioni al mondo intero quando si compattano spontaneamente attorno a un sentimento.
Napoli è sentimento, spesso eccessivo, ma sempre genuino. È la città che opprime i suoi amati idoli, che li costringe a cercare serenità e privacy altrove, ma non dimentica di avergli voluto bene e continua a volergliene anche post mortem. È la città che, con il suo calore e le sue celebrazioni assolute, ha consegnato al pantheon della cultura italiana contemporanea Totò, Eduardo De Filippo, Massimo Troisi e, da ultimo, Pino Daniele. Senza il sentimento di Napoli non sarebbero stati ciò che sono stati in vita e senza i napoletani non sarebbero ciò che saranno per l’eternità. Il 7 gennaio 2015 è un’altra data ad entrare nella storia di Napoli: un nuovo mito è stato accompagnato al gotha dei più grandi, e non sarebbe stato così senza il garbato e commosso giubilo dei 150.000 dell’antico Largo di Palazzo. È proprio questo che dà qualche prurito a chi non accetta di buongrado che la storia e il costume recente del Paese vengano griffati da un partenopeo doc via l’altro.
I napoletani non saranno campioni di senso civico – da non confondersi con la civiltà – e ne hanno certamente da capirne di norme che regolano la vita in comunità, ma in quanto a sentimento non hanno lezioni da apprendere. L’opportunità di far silenzio l’hanno persa tutti quelli cui evidentemente non è bastata la lezione di dignità data da Antonella Leardi, mamma di Ciro Esposito; opportunità non colta da coloro che hanno scritto, loro sì, sceneggiate ricche di retorica. Silenzio sia, ora!

Addio a Pino Daniele, straordinario innovatore

Angelo Forgione per napoli.com Se n’è andato come da copione, tradito dal suo cuore debolissimo. Aveva scoperto di averne uno poco affidabile nel 1989, trasportato con i suoi lunghi capelli in un ospedale napoletano con forti dolori al petto. Era già popolarissimo per il suo innovativo e sperimentale “Neapolitan Power”, con cui aveva rilanciato stilisticamente la canzone napoletana. Il mercato discografico, per aggredire i mercati discografici internazionali, aveva impattato con la musica straniera, snobbando la produzione partenopea, ritenuta ormai superata. Molti artisti napoletani si erano arresi ma lui no, e pur cantando la sua lingua aveva proposto un tipo di sound all’opposto della tipica melodia partenopea, quella che tutto il mondo conosceva ma che nessuno riusciva a innovare. Lo aveva chiamato “taramblù”, un genere innovativo di incontro tra tarantella, blues e rumba, che lo avrebbe poi condotto a straordinarie collaborazioni internazionali. E ne erano venuti fuori capolavori contemporanei in vernacolo, manifesti di una generazione di giovani meridionali disagiati.
I by-pass che si resero necessari non gli crarono particolari problemi e lui, a mo’ di esorcismo, li battezzò ‘o tagliando, come quello della manuntenzione programmata delle autovetture. I suoi fans iniziarono a seguire ogni suo concerto come fosse l’ultimo, e in effetti il grande innovatore, pur continuando il suo brillante viaggio, prese un’andatura diversa, una distanza maggiore dalla sua musica, dalla sua Napoli e dalla sua famiglia. Lo segnò la fine del suo grande amico Massimo Troisi, anch’egli artista napoletano dal cuore assai debole, uscito di scena troppo presto tra applausi e lacrime, come Pino forse temeva di finire: stop alla lingua napoletana, la sua musica perse l’impostazione blues e si fuse col pop commerciale più orecchiabile. Fattosi da parte lui, via libera al ritorno al classico contaminato dal jazz e dal blues di Renzo Arbore, ma per Pino Daniele fu una sconfitta della città. “Napoli non canta più”, disse nel 1993 a Mario Luzzato Fegiz per il Corriere della Sera. “Con Nuova Compagnia di Canto Popolare, Napoli Centrale, Bennato, Tony Esposito eravamo diventati un punto di riferimento internazionale sul piano musicale e culturale. Oggi lo sfascio sociale ha portato alla deriva anche il movimento musicale. Ciascuno ha anteposto il suo ego a tutto il resto. Ed è stata la fine. Non bastano tentativi pur lodevoli come quelli di Arbore per ribaltare la situazione”. Era vero, per certi versi, perché l’esigenza linguistica e la “distrazione” degli artisti napoletani stava iniziando a favorire l’avvento di una sottocultura melodica e di uno stile di canto per una fascia sociale incolta. Anche Pino, però, si era sottratto alla straordinaria ventata di cui era stato straordinario ispiratore. Proprio lui non cantava più in napoletano, pur continuando a ragionare da meridionale (Accidenti a questa nebbia / te set adre a laurà? / Questa Lega è una vergogna / noi crediamo alla cicogna / e corriamo da mammà), salvo poi, dopo qualche tempo, dirsi d’accordo con la Lega per le dichiarazioni sull’emergenza rifiuti in Campania. Solo nel 2001 vi fu un riavvicinamento alle origini con l’album Medina, ma le vere perle musicali, impareggiabili, le aveva già consegnate alla cassaforte dell’eternità, ridando nuova linfa alla tradizione della Canzone di Napoli, che, nonostante tutto, avrebbe travolto artisti di altre estrazioni come Lucio Dalla.
Venticinque anni di revisioni in officina e poi il motore si è definitivamente fermato. Non la colonna sonora della nostra vita.

«Maradona es más grande que Pelé». Lo dissero i napoletani 30 anni fa.

Argentini e napoletani accomunati dalla religione maradoniana

Angelo Forgione – «Maradona es más grande que Pelé». È il coro che gli argentini, a mo’ di provocazione, hanno sbattuto in faccia ai brasiliani nel corso dei Mondiali. Creato qualche anno fa da Ignacio Harraca, un tifoso del Plantense, club della terza divisione argentina, è lo stesso che due napoletani inventarono trent’anni fa esatti. Il fuoriclasse argentino, nell’estate del 1984, era in rotta con il Barcellona e fece di tutto pur di lasciare la squadra catalana. Iniziò una trattativa estenuante senza certezze, ma il maestro Emilio Campassi fiutò il boom e coinvolse Bruno Lanza per confezionare una canzone celebrativa dell’acquisto del secolo napoletano. Fu scritta a piazza Carlo III, e non poteva essere altrimenti, visto che un altro Re stava entrando a Napoli per poi renderla “capitale” in un altro storico 10 maggio. Lanza non era appassionato di Calcio e non conosceva più di tanto Maradona. Campassi sì, benissimo, e gli disse che era il giocatore più forte mai nato. «Ma il più forte non e Pelè? Scusa l’incompetenza, ma allora Maradona è meglio ’e Pelè?». E nacque il tormentone, una sentenza senza punti di domanda. Campassi ci mise la voce nella sala di registrazione di via Santa Lucia. Trentacinquemila cassette regolari de L’inno a Maradona pronte già venti giorni prima che si chiudesse l’estenuante e incerta trattativa tra Napoli e Barça.
La sera della firma si contarono circa due milioni di nastri pirata, tutti venduti. L’industria del falso aveva fatto gli straordinari. E così l’intuizione di Campassi divenne la colonna sonora del Napoli che sognava il trionfo. Sarebbe arrivato insieme a La favola più bella, altro successone che proprio Maradona avrebbe cantato nel 1987 insieme a Bagni, Giordano, Carnevale, Ferrario, Romano e Sola, trascinati in sala di registrazione proprio da Emilio Campassi. Furono gli alfieri del primo scudetto azzurro, quelli che diedero corpo al diktat «nun putimme cchiù aspetta’, finalmente ce putimme vendica’». Campassi e Lanza erano evidentemente stufi della secolare colonizzazione di Napoli. E Maradona, per sua stessa autoproclamazione, si fece proprio simbolo della vendetta sportiva contro il potere economico del Nord. Lui certe dinamiche le capiva molto bene. Una grande gioia non effimera, ma pur sempre infruttuosa, immersa nella sedimentazione sociale di una città mai pronta alla rivoluzione politico-culturale e ingannata proprio dal miraggio del riscatto col pallone sotto al braccio. Ma Maradona è meglio ’e Pelè, e su questo pochissimi a Napoli e in Argentina discutono.