L’inutile fuga

Angelo Forgione Due uomini in fuga, senza scampo, in una lussuosa dimora con vista Golfo a qualche centinaia di metri da Pompei, rinascono dalle ceneri vesuviane grazie alla tecnica ottocentesca dei calchi in gesso di Giuseppe Fiorelli.
Ma davvero pensi che fossero questi signori così sprovveduti da decidere di vivere sotto un vulcano pronto ad esplodere? No, non sapevano, e alcun studioso li aveva avvertiti della minaccia. Per loro era un innocuo monte dalla vetta pianeggiante e dalle pendici fertilissime, ben diverso nell’aspetto da quel che conosciamo oggi. La quiete era durata circa otto secoli e Plinio il Vecchio, nel 77 dC, elencando i vulcani attivi di quel tempo in Naturalis Historia, non aveva incluso il Vesuvio. Si accorse dell’errore solo qualche mese dopo, vedendolo eruttare da Misenum, e da lì attraversò il Golfo verso la morte.

Tracce mirabili di una catastrofe non annunciata, e noi qui affascinati dalla storia di un’eruzione, la più famosa, che riemerge senza insegnarci la metafora di una Natura che è sovrana. Siamo noi i veri sprovveduti che la sfidano sapendo che ha già vinto, non i due fuggiaschi tra i tanti ignari vesuviani del tempo che fu.
No, non mi riferisco alla convivenza con il vulcano d’oggi, supermonitorato come nessuno al mondo. Parlo del riscaldamento globale e delle mutazioni climatiche. Parlo delle manipolazioni di ogni tipo e dei virus di cui siamo responsabili con le nostre attività. Parlo di tutto ciò che crediamo di poter controllare in nome del guadagno a breve termine e dell’eccessivo sfruttamento delle risorse comuni, sperando neanche tanto fortemente nella mano invisibile del fato, ignorando che quella conduce l’eroe delle tragedie greche verso l’inevitabile catastrofe. I fuggiaschi di Pompei siamo noi.

Napoli, il regno dei vaccini nell’Europa no-vax

Angelo Forgione Se oggi è il SARS-CoV-2, causa del Covid-19, a mettere in ginocchio il mondo, nel Settecento il flagello endemico era il variola, causa del vaiolo, la malattia infettiva più diffusa e più grave nell’Europa di quel tempo. Spaventava tutti, dacché colpiva giovani e bambini, e una persona malata su sei moriva, mentre chi non lo contraeva in forma maligna e letale facilmente restava cieco o deforme. Alla metà del secolo si contavano 60 milioni di morti, soprattutto bambini, e solo negli stati italiani ne risultavano colpiti sei giovani su dieci.

Anche Filippo di Borbone, primogenito di Carlo III di Spagna, morì a 30 anni, nel settembre del 1777, affetto dalla malattia. Il fratello Ferdinando, re di Napoli e Sicilia, scosso dal lutto, seguì l’esempio della suocera Maria Teresa d’Asburgo, illuminata imperatrice che aveva fatto immunizzare i figli attraverso la “variolizzazione”, un metodo di prevenzione sperimentato in terra ottomana mediante inoculazione di materiale pustoloso prelevato da lesioni vaiolose o dalle croste di pazienti non gravi e in via di guarigione. La pratica era ostacolata dalla superstizione di certi ambienti religiosi, per i quali infettarsi da persona sana significava andare contro la volontà di Dio, ed era anche di difficile accettazione visto che non era immune da rischi: le persone inoculate, oltre a divenire veicolo di contagio, potevano contrarre la malattia in forma grave e morire. Tra i primissimi a validare l’inoculazione era stato il medico pugliese Domenico Cotugno, che a Napoli, nel 1769, aveva pubblicato il De sedibus variolarum syntagma, in cui aveva sostenuto l’ancora delicata pratica.
Ferdinando, con grandissimo coraggio e sfidando le paure diffuse, incaricò il medico pisano Angelo Maria Gatti, esperto della pratica, di “variolizzazarlo”, suscitando da Madrid la contrarietà di suo padre, il cattolicissimo Carlo III. Cattolico era pure Ferdinando, ma aveva sposato una figlia di Maria Teresa d’Asburgo, la giovane Maria Carolina, persona assai colta e ben disposta ai progressi della scienza; e così, nel marzo del 1778, a 26 anni, il Re si fece inoculare, al pari della quasi coetanea consorte, scrivendo poi al padre che, dopo un bel po’ di pustole comparse sul viso e sul corpo, le cose procedevano bene e si sentiva più tranquillo.

Le inoculazioni divennero sempre più una priorità per Ferdinando e Maria Carolina dopo l’ancor più dolorosa morte dell’amato primogenito, il piccolo Carlo Tito, scomparso per il vaiolo nove mesi dopo, a soli tre anni. E dunque la coppia reale fece variolizzare il piccolo Francesco, nuovo erede al trono di un anno di età, e le sorelle maggiori Maria Teresa e Maria Luisa, per poi ordinare l’inoculazione obbligatoria per i ragazzi dell’appena costituita Real colonia delle Seterie di San Leucio, dove esisteva una vaccheria per l’allevamento delle vacche sarde. Il virus infettava non solo gli uomini ma anche i bovini, i quali la trasmettevano alle mungitrici, in forma più blanda e con lesioni limitate alle mani.

Nella primavera del 1801, durante un’epidemia di vaiolo a Palermo che mieteva migliaia di vittime, e su richiesta di Maria Carolina che aveva perso una sorella sempre per la malattia, l’impavido Ferdinando sfidò lo scetticismo generale e si avvalse di due medici inglesi, Joseph Marshall e John Walker, recatisi in Sicilia per immunizzare i marinai britannici di stanza sull’Isola, e avviò quello che è da considerarsi il primo programma di vaccinazione su larga scala dei territori italiani. Dopo aver fatto variolizzare i suoi figli, ordinò ai medici delle province di fare lo stesso con le centinaia di migliaia di orfanelli e trovatelli delle loro giurisdizioni. Furono coinvolti oltre diecimila bambini in meno di un anno.

Nell’agosto del 1802, il Re istituì un apposito organismo sanitario, la Direzione Vaccinica, con sede nel Real Albergo dei Poveri di Napoli e succursali nelle altre province del regno.

Tra il 1803 e il 1810, il giovane medico napoletano Gennaro Galbiati, chirurgo ostetrico dell’Ospedale degli Incurabili e allievo di Domenico Cotugno, perfezionò l’inoculazione, rendendola più sicura ed efficace. Il suo metodo si rifaceva alla scoperta dal medico inglese Edward Jenner, il quale aveva intuito che inoculando il più blando vaiolo degli animali anziché quello umano si sarebbe ottenuta ugualmente l’immunità, e aveva iniziato a sperimentare la scoperta, deducendo che da tale immunizzazione il virus si presentava nella forma bovina, quindi senza gravi conseguenze, e non in quella umana più pericolosa. Il metodo, definitivamente verificato nel 1796 e conosciuto come “inoculazione jenneriana”, utilizzava il virus vaccinico come agente virale, ed era di fatto il primo “vaccino”, nome derivante appunto dall’aggettivo latino “vaccinus”, derivato di vacca. Domenico Cotugno, ne era divenuto convinto sostenitore.

Cosa fece di innovativo Galbiati? Con il metodo Jenner, il materiale infetto dei bovini veniva trasferito da animali infetti a uomini sani, come nella variolizzazione, e ciò aveva lo svantaggio di poter trasmettere, nel successivo trasferimento da uomo a uomo, altre patologie infettive umane, soprattutto la sifilide. Galbiati introdusse il trasferimento del materiale infetto in vacche giovani e sane, e da queste ritrasferito all’uomo. Inoltre eliminò il trasferimento da uomo infetto a uomo sano ed introdusse il passaggio attraverso un bovino, che aveva anche il vantaggio di produrre quantità maggiori e standardizzate di materiale da trasferire ai bambini da vaccinare.

La vaccinazione animale ideata da Jenner e perfezionata da Galbiati venne avversata dagli ambienti più conservatori perché considerato un insulto alla natura, data la commistione tra animale e uomo. L’opposizione venne soprattutto dalla Commessione Centrale di Vaccinazione, il nuovo nome dato nel 1807 da Giuseppe Bonaparte alla Direzione Vaccinica dopo l’invasione francese a Napoli. L’istituto, tra il 1808 e il 1819, nonostante gli scetticismi e le paure della popolazione, registrò 280.000 immunizzazioni, la maggior parte eseguite utilizzando il vaccino di derivazione umana.

Fu poi con il Decreto n. 141 del 6 novembre 1821 “riguardante la inoculazione del vaccino vajuolo” che lo stesso Ferdinando di Borbone, una volta recuperato il trono di Napoli, rese obbligatoria con severe norme la vaccinazione dei bambini del regno, per la prima volta negli stati d’Italia. Il sovrano operò per scoraggiare il fronte antivaccino e per persuadere gli scettici proprio con l’arma della fede e con l’incentivo di una lotteria nazionale. I parroci, tenuti a mantenere aggiornati i loro registri dei vaccinati, avrebbero dovuto “minacciare” di disgrazie i più riluttanti e ogni anno avrebbero messo tutti i nomi dei vaccinati in un’urna, da cui sarebbe stato estratto il nome di un fortunato vincitore di un cospicuo premio in denaro.

Con i Regolamenti emanati il 10 settembre 1822, commutando la Commessione Centrale di Vaccinazione in Istituto Centrale Vaccinico, fu definita dettagliatamente l’organizzazione dei diversi livelli amministrativi insediati nelle province.

Nel 1843, l’istituzione vaccinica di Napoli fu insignita di un prestigioso riconoscimento dall’Accademia Reale delle Scienze di Francia per il lavoro compiuto in quarant’anni di proficua attività, tra organizzazione e diffusione dei regi decreti, a testimonianza di quanto fosse stato esemplare in tutt’Europa per la prevenzione e la lotta contro il vaiolo.

In prossimità dell’unificazione politica d’Italia, il torinese Massimo d’Azeglio, governatore della provincia di Milano, scrisse al patriota Diomede Pantaleoni: “Ma in tutti i modi la fusione coi napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!”. Faceva davvero paura quella malattia, anche a chi dai napoletani otteneva la soluzione, visto che nel frattempo la retrovaccinazione con l’utilizzo di bovini ideata da Galbiati iniziava ad affermarsi. Nel 1864, durante un convegno medico a Lione, un brillante allievo di Gennaro Galbiati, Ferdinando Palasciano, rese nota in ambito internazionale l’ormai sessantennale esperienza napoletana, invitando a Napoli chiunque volesse visitare gli stabilimenti sorti per produrre il vaccino industriale di derivazione animale messo a punto dal suo maestro, quello che fu poi adottato dall’intera comunità scientifica mondiale mentre la ‫variolizzazione‬ finiva per essere vietata.

L’ultimo caso conosciuto di vaiolo nel mondo è stato diagnosticato nel 1977 in Somalia. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato ufficialmente eradicata questa malattia nel 1980. Un risultato straordinario reso possibile dal prezioso contributo della medicina napoletana, un vero modello nella storia dei vaccini che andrebbe studiato da chi oggi, in tempo di Covid-19, pur essendo napoletano, si dice stupito che l’eccellenza delle cure arrivi incredibilmente da Napoli e da quell’ospedale che porta il nome di Domenico Cotugno, il medico che fu tra i primi ad appoggiare l’inoculazione jenneriana, aprendo la strada del perfezionamento al suo allievo Gennaro Galbiati.

Milano-Cortina 2026, il bluff è servito

Angelo Forgione Oltre un miliardo dal Governo per il finanziamento delle infrastrutture utili per le Olimpiadi invernali del 2026 di Milano e Cortina. Eppure si era detto che dovevano essere “i Giochi dell’autonomia”, così come li avevano chiamati Sala, Fontana, Zaia, e che, secondo gli accordi presi al momento della candidatura, avrebbero pagato tutto Lombardia e Veneto.
Luigi Di Maio, da vicepremier, disse: “Lo Stato non deve metterci un euro”. Tutto un grande bluff.

Ora, senza voler fare populismo meridionalista spicciolo, in un momento di forte crisi economica che l’Italia e soprattutto il Mezzogiorno stanno vivendo, con la Sanità in disarmo soprattutto al Sud, vedere che il Governo sostiene le regioni impegnate nel progetto olimpico partorito in finta autonomia prima del Covid 19 è amareggiante. E disgustose sono le parole della ministra alle infrastrutture Paola De Micheli per annunciare lo stanziamento:

«Faremo compiere un salto di qualità infrastrutturale a una delle aree più sviluppate del Paese con una ricaduta importante per la qualità della vita delle persone e anche un miglioramento competitivo per le imprese».

Cioè, una ministra della Repubblica a due velocità che si vanta di aiutare chi sta meglio a farlo stare ancora meglio, in un Paese in cui il divario Nord-Sud è questione ultrasecolare e in barba all’articolo 3 della Costituzione che attribuisce alla stessa Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’eguaglianza dei cittadini e impediscono la partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione economica e sociale.Altro che cancellare le diseguaglianze! Qui si tratta di migliorare le strade e le ferrovie della Lombardia (473 milioni), del Veneto (325) e delle province autonome di Trento (120) e di Bolzano (82), cioè le due regioni e le due province più ricche d’Italia. Loro a sciare e a scialare con i soldi di tutti, e meno male che lo Stato non avrebbe dovuto metterci un euro.

80 sofferenza

Angelo Forgione Ho tanta sofferenza dentro per la scomparsa di un Maestro, sempre elegante e mai volgare, espressione massima dell’attorialità romana più colta.
Oggi è il suo 80° compleanno, non il giorno della sua scomparsa, perché i grandi non scompaiono.
Auguri per il tuo nuovo percorso, Gigi, e grazie per i sorrisi che ci hai donato.
Applausi tantissimi!

«Ho un’antica e profonda venerazione per Napoli. Che dire della lingua, che avrei voluto imparare alla perfezione, cosa però impossibile.»

Gigi Proietti, settembre 2018

De Luca non diverte più

Angelo Forgione La Napoli del commercio è in rivolta. Non c’è solo la violenza deprecabile in ciò che è scattato all’ora del primo “coprifuoco” del 23 ottobre. C’è anche e soprattutto la sacrosanta esasperazione della gente che lavora, cavalcata dai facinorosi, che in certe occasioni non mancano mai. La Napoli degli esercenti, quelli più in difficoltà, è in rivolta contro Vincenzo De Luca, ma non solo quella. Anche Salerno, Nocera e Cava, feudo storico del governatore appena rieletto a furor di popolo: circa il settanta percento dei voti in tutta la regione, il 66,58% dei voti a Napoli.
Gli avversari si sono arresi alle urne dichiarando la sconfitta annunciata e motivandola con il consenso raccolto dall’ex sindaco di Salerno per la gestione della fase primaverile dell’emergenza sanitaria, allorché, mentre tutti gli italiani erano costretti a identiche privazioni della libertà, i contagi in Campania non destavano preoccupazioni. E in effetti lui, facendo leva su un affabile linguaggio teatrale, tra un “cinghialone” e un “fratacchione”, aveva accresciuto consenso e notorietà, risultando nei sondaggi il governatore più apprezzato d’Italia, insieme al veneto Luca Zaia. Oggi è invece obiettivo della violenta rivolta, a un solo mese dalla rielezione indiscussa e schiacciante. La stessa politica che ha guadagnato voti oggi risulta insufficiente e inadeguata a contrastare il crescendo dei positivi e dell’emergenza ospedaliera, e la conseguente questione economica. Cosa è successo?

È successo che, a riconferma ottenuta, il linguaggio di De Luca è cambiato. Non più sorrisi e divertenti guasconerie ma sguardo torvo e tono autoritario senza concessioni alla teatralità, se si eccettua qualche incursione sulla diatriba per niente sportiva su Juve-Napoli boicottata dall’ASL partenopea. Sono piovuti strali su tutti e tutto. Alla vigilia della finale di Coppa Italia tra Napoli e Juventus, immediatamente dopo il lockdown, quando la situazione epidemiologica in Campania non terrorizzava il popolo, non minacciò proprio nessuno in vista dei possibili festeggiamenti in piazza. E non disse nulla quando i napoletani riempirono le strade del centro dopo l’ultimo rigore trasformato dai trionfanti Azzurri. Oggi piovono anatemi persino su Halloween, “monumento all’imbecillità”. Non si tratta più di capire se sia più utile l’americanata per il commercio in ginocchio o se sia giusto che l’americanata si metta da parte per garantire la salute. Non si tratta più di ridere dell’oltraggio al pudore di chi fa footing sul lungomare con una tuta alla zuava.
Ora la gente, già stressata da un tam tam meditatico insistente che indirizza l’opinione pubblica e snerva, è ormai alla fame, stufa, esasperata dalle promesse del Governo nazionale che aveva annunciato massimo sostegno e garanzie mai totalmente concretizzatesi. “Nessuno perderà il lavoro”, si disse. Certo, come no. E i lavoratori che resistono ad assicurare il servizio nei ristoranti aspettano ancora il pagamento della cassa integrazione del mese di maggio.
Ora che non sono neanche definiti i tragici effetti del lockdown passato il governatore della Campania chiude scuole e ristoranti, e chiede alla presidente del Consiglio di chiudere tutto, ché tanto lui lo farà nel suo territorio, seminando nuove angosce. Mostra la lastra dei polmoni di un trentasettenne ricoverato al Cotugno di Napoli con il Covid, usando la paura quale antidoto contro il diffondersi dei contagi, la stragrande maggioranza asintomatici, che stanno mettendo in difficoltà gli ospedali campani. Dopo aver speso 18 milioni per il Covid Hospital (funziona o no?), sapendo di non essere in grado di gestire le conseguenze prevedibili di una crisi sanitaria, dispensa agitazione. Non è così che si parla alla gente.

La prevenzione non può passare per l’indebolimento psico-fisico delle persone. Indebolire un’intera comunità significa condannarla, e i napoletani non ci stanno, così come i salernitani e tutti i campani. Andrebbero considerate ed effettuate scelte ponderate, evitando di incolpare oltre misura i cittadini, già vittime di politiche sociali assenti e di una scarsa assistenza sanitaria.
Da un mese a questa parte, a urne chiuse, è sparito lo spirito distensivo e a tratti umoristico del guascone De Luca ed è montata l’aggressività. E con questo fare sconsiderato, con questa dura dialettica del terrore, che una categoria provata da mesi di durissime restrizioni, bisognosa di azioni equilibrate e toni rassicuranti, è stata invece stressata sempre più e spinta a scendere in piazza. Poi, purtroppo, sono entrati in scena certi professionisti degli scontri con le forze dell’ordine, che con la vera protesta non avevano un vero legame, e ne hanno approfittato per guadagnare il proscenio. Condanna assoluta, ovviamente, ma tutto questo può succedere quando si aggiunge pressione in una pentola già in ebollizione quale è la complicata Napoli e si fa saltare il coperchio. E succede quando manca la mediazione politica tra Regione e Comune, perché quel che si è visto stanotte è anche figlio di un duro scontro dialettico tra De Luca e De Magistris, che viene da molto lontano e che ha intossicato la Città.

Il Vomero? Vino più che broccoli sul monte Trifolino

Angelo Forgione È la collina che sovrasta Napoli, di cui è diventata parte urbanizzata integrante solo nel Novecento, quando gli antichi villaggi della zona, fino ad allora campestre, furono inglobati nell’edificazione dei nuovi quartieri del Vomero e dell’Arenella. Oggi si tende a dare alla collina il toponimo del quartiere, che, per opinione diffusa, deriverebbe dal vomere, la lama dell’aratro con cui si lavorava il territorio agricolo che fu. Pare però che i Greci chiamassero quel colle “Bomós”, (βωμός, pronuncia: vomós), cioè “altura-altare”. Per loro era il locale Olimpo. Il dubbio sull’origine del toponimo resta, ma sembra invece non esservene alcuno sul fatto che la collina si chiami esattamente Vomero, che invece è il nome dato al quartiere, nato a fine Ottocento. Al colle fu certamente dato ben altro nome dai Romani, i primi a sfruttare quel promontorio per scopi agricoli. Quale? Facendo un’accurata ricerca documentale si apprende che lo chiamavano “mons Trifolinus”, monte Trifolino, per l’erba trifoglio che lo contraddistingueva, ed era la “humus vini patria”, la terra del vino. Un vino che prendeva il nome dal luogo stesso: il Trifolino. Fu citato da Marco Valerio Marziale tra quelli noti nei territori dell’antica Roma in un suo epigramma pubblicato in Xenia qualche anno dopo l’eruzione vesuviana del 79 d.C.
Assai più avanti, nel 1586, lo storico Scipione Mazzella, nella Descrittione del Regno di Napoli, scrisse:

Trifolino è un monte che sta nella città di Napoli, e dal volgo, e chiamato hor monte di Sant’Hermo, hor di San Martino, per essersi su la cima di detto monte una bellissima Chiesa, e monasterio di Monaci Certosini sotto nome di S. Martino […]. Produce questo bello monte nobili vini […].
E chiamato monte Trifolino, per causa del erba Trifoglio che per tutto in gran copia nel detto monte nasce.

In età medievale era chiaramente già diffuso l’uso del nome di Sant’Hermo, cioè di Sant’Erasmo, cui era dedicata una cappella in quel luogo, da cui poi Sant’Elmo, così come è detto oggi il castello in cima al colle che trae il nome dalla certosa trecentesca dedicata al vescovo Martino di Tours.

La larga prevalenza di braccianti e contadini, l’aria salubre e le attrattive naturali del monte Sant’Hermo promossero la realizzazione di luoghi di villeggiatura dell’aristocrazia napoletana, tra cui il grande umanista Giovanni Pontano, uomo di corte aragonese, proprietario di una villa con un’amplissima estensione territoriale che occupava tutta l’area tra Antignano e il Torrione di San Martino.

A metà del Cinquecento venne aperto il sentiero dell’Infrascata, quello che oggi è il tracciato della via Salvator Rosa, per consentire all’aristocrazia napoletana di raggiungere più facilmente le residenze sulla collina dalla città bassa. Tutt’intorno, tra i tanti vigneti della zona, qualcuno coltivava di certo anche i rinomatissimi broccoli di Napoli, acclamata tipicità partenopea che per fama equivaleva in Italia a quel che oggi è la pizza. Un luogo comune vuole la collina come “la terra dei broccoli”, ma evidentemente la tradizione locale più antica era (ed è) senza dubbio quella del vino.

I repubblicani giacobini del 1799 ribattezzarono la collina a modo proprio. Per loro era il “monte Giannone”, in onore del riformista che aveva aperto la strada dell’Illuminismo napoletano seminato da Giambattista Vico. Nome presto scomparso, vista la repentina riconquista del regno da parte di Ferdinando di Borbone, che si interessò al luogo più del padre Carlo e acquistò, nel 1817, i terreni utili all’edificazione del buen ritiro nel verde per sé e per la sua sposa morganatica Lucia Migliaccio, contessa di Floridia. La villa Floridiana” fu realizzata dall’architetto toscano Antonio Niccolini, gran protagonista della stagione neoclassica napoletana, autore del rifacimento totale del Real Teatro di San Carlo dopo l’incendio del febbraio 1816 e pure dell’ancora esistente villa Genzano-Majo all’Infrascata, dove Gaetano Donizetti scrisse gran parte della gloriosa Lucia di Lammermoor, assoluto capolavoro composto a cavallo tra la primavera e l’estate del 1835, in quaranta giorni di intenso lavoro tra l’alloggio cittadino di via Corsea, l’attuale via Cervantes, e il ritiro estivo messogli a disposizione dall’editore musicologo di origine francese Guglielmo Cottrau, che ne era proprietario.

Quando, nel 1860, Giuseppe Garibaldi invase Napoli per consegnarla a Vittorio Emanuele II di Savoia, fece suo un recente decreto borbonico di Francesco II di Borbone, ultimo re di Napoli, e decretò la costruzione “nei siti più propri allo estremo dello abitato della città e sulle colline che la circondano, di case salubri ed economiche per il popolo, e massime per gli operai”. Quartieri operai, dunque, nella intenzioni del populista dittatore delle Due Sicilie, ma solo con l’esplosione del colera del 1884 la collina fu interessata dall’espansione della città, per rispondere alle sempre maggiori esigenze abitative ma anche per speculare sull’edilizia espansiva che interessava le maggiori città del Regno d’Italia e che poi generò l’esplosione dello scandalo della Banca Romana. Sotto la spinta dell’epidemia, con la Legge per il Risanamento di Napoli, i territori tra San Martino e e il villaggio di Antignano, quelli che erano stati del Pontano, furono acquisiti dalla Banca Tiberina, una banca piemontese agevolata dalla monarchia sabauda. L’11 Maggio del 1885, il re Umberto I e la regina Margherita di Savoia presenziarono alla posa della prima pietra per la costruzione del nuovo rione Vomero, che venne formalmente inaugurato il 20 Ottobre 1889 con l’apertura della funicolare che conduceva a Chiaia. Le nuove strade furono battezzate il 19 Aprile del 1890, allorché il Comune definì i trentasette nomi di artisti vari a cui intitolarle. Un anno dopo fu la volta dell’inaugurazione della funicolare che collegava il quartiere alla zona di Montesanto.
Il tessuto viario a maglia reticolare appena nato prendeva corpo con le vie Luca Giordano, Scarlatti, Bernini e Morghen, e con la piazza Vanvitelli, nuovo luogo centrale di aggregazione attorno alla quale furono edificati quattro palazzi pressoché omologhi.
Prendeva il via intanto la costruzione del nuovo rione Arenella, che prevedeva una sua grande piazza centrale, l’attuale Medaglie d’Oro, da cui sarebbero partite a raggiera ben sette strade nuove.

La zona collinare venne così a saldarsi alla città bassa, ma in maniera disordinata, e subito si avvertì un’evidente diversità fra i due livelli cittadini. Nacque una conurbazione sicuramente moderna ed elegante, pronto a rappresentare il nuovo riferimento residenziale in città, ma con un errore concettuale: il piano attuato dalla banca piemontese era bidimensionale, non adatto all’orografia di Napoli, non considerando l’obliquità della città, protesa verso il mare. La verticalità tra i quartieri collinari e il centro fu sostanzialmente ignorata nel progetto urbanistico, e ne fece le spese la vista panoramica. Il periodico d’elite Napoli Nobilissima, nel 1893, così descrisse gli interventi appena realizzati: “Le opere sono mirabili e danno alla città un aspetto ordinato, ma quanto si è guadagnato, tanto si è perduto di notevole bellezza”. Anche il secondo tratto del corso Vittorio Emanuele, l’antica tangenziale voluta da Ferdinando II di Borbone, quello dal Suor Orsola Benincasa all’Infrascata, cioè a piazza Mazzini, fu realizzato costruendo edifici sul lato mare, diversamente dal primo tratto borbonico, dal Santuario della Madonna di Piedigrotta al complesso monastico orsolino, per il quale erano stati rispettati i vincoli di tutela panoramica.

Il nuovo quartiere continuò a prendere forma nei primi decenni del Novecento, ora con una nuova sensibilità estetica. La collina fu terreno fertile per il momento partenopeo del Liberty architettonico, tra il 1900 e il 1920, quando la nuova urbanizzazione abbellì alcune zone della città. Un gran numero di villini e palazzi di incredibile splendore, uno più appassionante dell’altro, che raccontano, a chi oggi è capace di coglierne la bellezza tra gli antiestetici palazzi d’epoca successiva, di un periodo in cui ancora l’ideale architettonico era la ricerca stilistica del bello. Tutta una testimonianza dell’ultimo momento significativo dell’architettura locale, interprete di uno stile floreale internazionale ma declinato alla napoletana, contaminato da tracce di stili moresco, Tudor e neogotico ispirate dal tardo eclettismo del virtuoso Lamont Young, coraggioso e sottovalutato autore di diversi edifici evidentemente distanti dall’impronta accademica cittadina. E poi villini dotati di giardini, chiese, scuole, impianti sportivi, cinema, studi cinematografici (qui nacque la Titanus, poi trasferita a Roma), teatri, ristoranti ed esercizi commerciali, facendo della zona una vera e propria città di sopra attigua a quella di sotto, maggiormente collegata col centro tramite una terza funicolare, inaugurata nel 1928 col nome di “Centrale” per la sua posizione intermedia tra quella di Chiaia e Montesanto.

Il collasso urbanistico prese il via nel secondo dopoguerra, quando l’attività edilizia subì un’impennata vertiginosa in nome dell’opportunistica e più facile via della costruzione selvaggia, priva di ricerca architettonica e di estetica ma unicamente interessata allo sfruttamento dei suoli edificabili. Nel giovanissimo quartere chic i casermoni borghesi spuntarono come funghi, espandendosi verso i nuovi rioni più alti, cambiando definitivamente i connotati alla collina e rendendola ambita ma comunque ben lontana dagli standard di vivibilità che il posto aveva offerto fin lì.

Ma quel lembo verde e disabitato di colle, sotto la Certosa di San Martino, ultima testimonianza della “Napoli gentile” dipinta nella celebre Tavola Strozzi, miracolosamente sopravvissuto al sacco edilizio, non sparì, ed è ancora lì, a ricordare ai meno distratti che quella è, da due millenni, la collina del vino.
Proprio osservando dalla città bassa l’attuale monte Trifolino, Sant’Hermo, San Martino o Vomero che dir si voglia si può osservare l’abbondante porzione verde di parete collinare, al riparo dall’aggressione del cemento. Si tratta dell’antica Vigna dei monaci di San Martino, immediatamente ai piedi della Certosa, nata insieme alla Certosa stessa nel Trecento, vincolata come “bene di interesse paesaggistico” nel 1967 per evitare che fosse completamente divorata dalla lottizzazione ediliza prevista del Piano Regolatore del 1939 e dichiarata Monumento nazionale italiano nel dicembre del 2010 per decreto ministeriale. Un vero e proprio territorio agricolo urbano con una vista mozzafiato sul Golfo e sul Vesuvio. È uno di quei fazzoletti cittadini che fanno insospettabilmente di Napoli la città con più terreni coltivati a vite in Europa dopo Vienna. Da questa porzione di città si ricavano ancora oggi litri di vini autoctoni, tra cui la Falanghina, l’Aglianico, il Piedirosso e il Catalanesca, un bianco molto gettonato nella Napoli aragonese, originariamente fatto con le uve catalane, portate dalla Catalogna alla metà del Quattrocento e piantate sulle vulcaniche pendici vesuviane del Monte Somma per volontà di Alfonso V d’Aragona, il sovrano che nel 1442 trasferì la capitale mediterranea dell’impero catalano-aragonese da Barcellona a Napoli.
Nulla e nessuno, grazie a Dio, hanno potuto contro la vigna dei Monaci sul monte Trifolino, dove i trifogli sono rari e i broccoli non si coltivano più ma il buon vino scorre ancora.

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Made in Naples al MAVV (Reggia di Portici)

Il MAVV Wine Art Museum presenta un ciclo di incontri con Angelo Forgione e i suoi successi in libreria ricchi di storia di Napoli e del Meridione.

Sabato 17 ottobre si inizia con il primo appuntamento: presentazione del libro Made in Naples, un viaggio nel tempo libero da nostalgie e ricco di lucidità, senza mai perdere il contatto con un difficile presente in cui Napoli è, nonostante tutto, ancora protagonista. Una radiografia storica per scoprire chi ha cercato e chi cerca di cancellare, e perché, l’identità di una città che ha fortemente contribuito a plasmare l’Europa.
Con ventidue mattoni, rigorosamente di tufo giallo, l’autore ricostruisce “il muro della cultura napoletana” e ci accompagna in un piacevole viaggio nella storia dal Seicento ai giorni nostri.

Dialoga con l’autore Francesco Castagna (Imprenditore, docente ed esperto di innovazione)

Ingresso gratuito (con brindisi e visita al museo)
Per prenotarsi, inviare un email a staff_angelo_forgione@email.it
MAVV – Museo del Vino / Reggia di Portici – Via Università, 100
(Mascherina obbligatoria – norme anticovid)

Lo scrittore francese JeanNoël Schifano descrive nella prefazione il messaggio che l’autore vuole trasmettere a chi legge il libro:

”Forgione ci dà, con questo decisamente storico e attuale Made in Naples, il grande libro-vademecum per tutti quelli che vogliono sapere, semplicemente, chiaramente, passionalmente a che punto sta, e perché, e fino a quando, la trimillenaria e così giovane e irriducibile Napoli. Il libro da portare con sé come il respiro della propria civiltà e lo specchio della propria vita.”

Libero si eccita per l’impennata di contagi in Campania

Angelo Forgione Renato Farina, co-fondatore insieme a Vittorio Feltri del quotidiano Libero, sullo stesso quotidiano ha detto la sua sul contagio da Covid-19 in Campania e sciorinato ipocrita altruismo in un articolo che mistifica e piuttosto semina astio, in perfetto stile Libero, appunto. Lo so, si tratta dell’ineffabile Libero, ma devo purtroppo occuparmene perché vengo ancora una volta chiamato in causa da Farina, (che evidentemente deve aver davvero apprezzato il mio Napoli Capitale Morale) unitamente a De Luca, De Magistris e Saviano.

“La ruota gira”, recita l’occhiello del suo pezzo sul cartaceo, rispolverando il canovaccio recitato la scorsa primavera del Sud razzista verso il Nord. Nella versione online, invece, si legge di “lezione a De Luca dopo mesi di sfottò”.

L’occasione per mostrare falsa solidarietà è la disponibilità offerta dal governatore Attilio Fontana a concedere il nuovo ospedale Covid della Fiera di Milano ai malati napoletani, fatto oggettivamente apprezzabile quanto lo è stato l’aiuto delle strutture del Sud, nei limiti delle proprie possibilità, ai malati del Nord quando questo era in ginocchio. Magari si capisse che è il tendersi la mano a vicenda che unisce, ma è chimera in un Paese diviso da sempre.

Farina, per togliersi qualche sassolino dalle scarpe, scrive: “Angelo Forgione, già autore di Napoli Capitale Morale, teorizzò la faccenda: «Il focolaio del Covid-19 ha avuto origine in Lombardia, causa le negligenze sanitarie, le pressioni del mondo dell’industria e l’inquinamento atmosferico. Ma il Coronavirus non ha sfondato al Sud…»”.

Sì, scrissi esattamente “il Coronavirus non ha sfondato al Sud…” e continuai così:

“… nonostante i timori, le cassandre e pure le invidie di qualche giornalaccio che a inizio marzo già esultava precocemente per il “Virus alla conquista del Sud” e per l’unità d’Italia, sperando nella presunta indisciplina dei meridionali che poi si è rivelata il solito stereotipo”.

Ma Farina si è guardato bene dal trascrivere completamente il mio periodo, perché sapeva che per cassandre e giornalacci intendevo proprio i Farina, i Feltri, i Senaldi e Libero tutto, autori di titoli e articoli intrisi di astio. Altro che solidarietà. Per quel titolaccio, il Comitato esecutivo dell’Ordine dei Giornalisti deferì Libero esprimendo “dissenso per una reiterata scelta redazionale su temi di grande rilevanza sociale”.

Ne seguirono tante altre di nefandezze scritte, finché lo stesso Feltri, furbo settantasettenne direttore editoriale della testata, in odor di espulsione dall’Ordine, non scelse di liberarsi prima di subire il provvedimento, dimettendosi e stracciando il suo tesserino così da poter continuare ad esprimere le sue opinioni in tutta libertà.

Rassicuro Farina, comunque, perché in Campania il Covid-19 sta sfondando, per così dire, con un numero di tamponi enormemente superiore a quello fatto registrare fino ad Agosto e con una carica virale molto bassa, sicuramente insignificante rispetto a quella catastrofica virulenza che al principio si abbatté sul Nord. Certo, vi è una crescita di ricoveri nella regione governata da De Luca, ma la stragrande maggioranza dei positivi è asintomatica. Su 100 persone infette solo 2 mostrano chiari sintomi Covid, questa è la media al momento. In pochi casi si ci deve confrontare con conseguenze serie o addirittura letali, e speriamo davvero che l’emergenza continui ad avere questi connotati.

Cosa voglio dire? Che purtroppo migliaia di famiglie lombarde hanno dovuto patire dolorosissimi lutti e anche solo enormi sofferenze a lieto fine a causa – lo ribadisco con forza – delle negligenze sanitarie, delle pressioni del mondo dell’industria e anche dell’inquinamento atmosferico del territorio. È una verità che conoscono anche i più onesti lombardi, cui non è mancata la solidarietà autentica dei meridionali per le sofferenze subite a causa di errori amministrativi locali. Circa 17mila vittime lombarde fin qui (in Campania meno di 500) e di tutto questo dolore ho profondo rispetto io e lo hanno avuto tutte le persone citate da Farina. Rispetto che non ha avuto Libero quando, ai principi di marzo, ha gioito per i primi contagi al Sud inneggiando anzitempo all’unità del contagio d’Italia, che solo nel corso dell’estate s’è fatta, e s’è fatta dopo gli spostamenti nelle località balneari del Centro-Sud dei meridionali e dei settentrionali in ferie, che si sono mischiati sotto il Garigliano e nelle Isole. Sarebbe stato più prudente blindare i confini regionali alla riapertura dopo il lockdown, come aveva ipotizzato Solinas, il governatore della Sardegna, suscitando l’ira del sindaco di Milano Sala, pronto a proclamare il boicottaggio lombardo dell’Isola Covid-free che è poi diventata la terra dei contagi di Ferragosto; c’era però tutta un’economia da salvare, non solo quella industriale del Nord ma anche quella turistica del Sud. 543 positivi su 1230 registrati in Campania negli ultimi sette giorni di Agosto erano persone che avevano fatto rientro in regione dopo le vacanze in Sardegna (288) e all’estero (255). Considerando poi i contagiati che ne erano entrati a contatto, si può stimare che oltre i due terzi dei positivi erano riconducibili ai viaggi fuori regione. E poi i tanti settentrionali accolti in Campania che era più facile ascoltare in giro accento nordico piuttosto che partenopeo. Così è iniziata l’impennata dei contagi anche nel territorio con più alta densità popolativa del Paese.


Che poi Farina voglia fare il Farina non mi stupisce. E pur sempre colui che, da vicedirettore di Libero, collaborò con i Servizi Segreti e pubblicò per essi notizie false in cambio di danaro, patteggiando la pena e commutando la reclusione in multa. Un giornalista deontologicamente retto come lui, sospeso dall’Ordine nel 2006, radiato e poi riammesso all’esercizio della professione nel 2014, è perfetta espressione del quotidiano che ha contribuito a fondare e sul quale esprime di fatto soddisfazione per il riscatto lombardo sotto forma di contagi in Campania. Ma quale riscatto? Qui non vi è alcuna contesa tra regioni. Qui vi è una crisi sanitaria ed economica planetaria di fronte alla quale una redazione giornalistica specula miseramente per seminare rancori e per dividere.


https://www.liberoquotidiano.it/news/commenti-e-opinioni/24805415/coronavirus-campania-focolaio-lombardia-apre-ospedali-lezione-vincenzo-de-luca-dopo-mesi-sfotto.html

Sceneggiata napoletana o juventina?

Angelo Forgione Che nazional questione il match fantasma Juventus-Napoli! Che festival della partigianeria! E che superficialità di analisi! Da saggista, da giornalista, studiando il calcio e scrivendone un libro, ho imparato a distaccarmene e ad analizzarlo senza metterci il cuore, perché il calcio-business di cuore non ne ha, e senza metterci l’ancor più dannosa pancia, perché quella è predominante nell’orbita esterna del calcio-business e conduce facilmente nel vortice perverso del giornalismo sportivo condizionato dal tifo, anche quello nazionale, che in questi giorni si è nuovamente smascherato nel tentativo di capire se il Napoli fosse stato davvero obbligato dall’ASL o se avesse recepito la decisione con piacere per sottrarsi al confronto con la Juventus sul campo. Complice al sorgere del dubbio, De Laurentiis è certamente colpevole di aver palesato le simpatie reciproche con il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, e a questo punto il dibattito investe gli evidenti e noti errori di comunicazione del patron azzurro.

Non arrivo in ritardo ad analizzare la vicenda, tra l’altro dopo essermi silenziato volontariamente durante lo tsunami mediatico sollevato dalla mancata partenza degli Azzurri alla volta dell’Allianz Stadium per evitare di esprimermi senza le necessarie conoscenze. In verità sono pure arrivato in anticipo, scrivendo proprio sabato mattina, ben prima del caos scatenato dall’intervento dell’ASL di Napoli, che la partita andava rinviata a prescindere per la complicata evoluzione dell’eventuale incubazione del Covid-19 in seno alla rosa degli Azzurri dopo il match contro il Genoa. Ne andava della sicurezza della Juventus.

Il caso Genoa era esattamente il monito che, dal punto di vista sanitario, metteva a rischio la Juventus e tutti gli individui che il Napoli avrebbe incontrato nella sua trasferta. Dunque, sulla scorta di quanto accaduto alla squadra ligure nei giorni precedenti, l’ASL di Napoli ha disposto l’annullamento della fallace quarantena “soft” per gli Azzurri in odor di allargamento del contagio. Il campanello d’allarme è stata la positività di Zielinski, seguita da quella di Elmas. E qui bisognerà appurare se il Napoli abbia osservato il Protocollo alla lettera, come ha insinuato Andrea Agnelli, o se lo abbia disatteso lasciandoli liberi di tornare ai loro domicili senza comunicarli all’ASL. È questa la vera partita che il Napoli giocherà in tribunale. La dottoressa Maria Rosaria Granata dell’Asl Napoli 2 Nord, intanto, all’emittente campana TeleclubItalia, ha detto che il Napoli non ha sbagliato nulla.
I tamponi effettuati venerdì e sabato, in ogni caso, fissavano la situazione del momento, non certo chiudendo la “finestra”. Così si chiama il periodo di incubazione di un virus, durante il quale si può risultare negativi oggi e positivi domani. È esattamente quello che era accaduto al Genoa, sceso a Napoli senza due positivi e poi risultato già dal giorno seguente il match in piena espansione di un “cluster”, cioè di un gruppo allargato di positivi. Ed è proprio questo il passaggio che non riescono ad afferrare coloro che chiedono perché il Napoli sia stato fermato e il Genoa non lo era stato, o, peggio ancora, perché il Napoli verso Torino sì e la Salernitana, per esempio, in direzione di Verona no pur con due positivi appiedati. L’ASL di Napoli ha valutato che nella rosa del Napoli, verosimilmente contagiata dal cluster genoano (non conclamato la domenica precedente ma nei giorni successivi), potesse essere in corso l’espansione dei contagi e il potenziale cluster partenopeo avrebbe potuto contagiare la rosa juventina. Chiamasi prevenzione, che è poi la parola d’ordine del mondo d’oggi, all’altare della quale si sacrificano intere economie.
Effetto domino scongiurato dall’ASL napoletana, e ogni persona di buonsenso penserebbe che la prudenza era più che giustificata. Non i dirigenti della Juventus, che si sono inopportunamente precipitati a informare che i loro calciatori avrebbero rispettato l’appuntamento di domenica sera, mostrando di fregarsene del pericolo che avrebbero incontrato quelli del Napoli, di fregarsene della pandemia che riprende quota. Se ne sarebbero fregati di certo dopo un possibile contagio, magari con un Ronaldo positivo, e allora ne avremmo viste delle belle. Ma l’ASL di Napoli ha evitato il problema, salvaguardando indirettamente anche il capitale juventino, e invece i vertici bianconeri hanno di fatto urlato al mondo che puntavano al 3-0 a tavolino, supportati dalla Lega con la conferma della data e dell’orario del match, così commettendo, secondo alcuni Giuristi, un illecito penale per il sollecito al Napoli di contravvenire alle disposizioni dell’ASL, che equivale all’istigazione a delinquere.

Manca al dibattito l’unica certezza essenziale: la Sanità, in Italia, è di competenza regionale e le ASL, come opportunamente rileva lo stesso Ministero della Salute, hanno tutte le competenze in materia di isolamento fiduciario e di gestione dei casi e dei focolai. Il Protocollo di cui tanto si discute, adottato dalla Serie A per continuare a giocare ad oltranza e non avere grane con i dirigenti delle pay-tv (si pensi al danno televisivo per la mancata disputa di un match di cartello come Juventus-Napoli), si rifà al placet del Ministero della Sanità, il quale si limita a legiferare ma non a gestire l’emergenza sanitaria, cosa che tocca proprio alle ASL su base territoriale. Qualcuno dice che l’ha firmato anche il Napoli quel Protocollo, e infatti ha firmato un Protocollo che, in tema di gestione di positività, contempla un’alzata di mani di fronte a “provvedimenti delle Autorità statali o locali”. C’è poco da fare: se le varie ASL intervengono, le partite non si disputano. Punto! L’ASL di Napoli è intervenuta, e bisognerà capire perché. Esclusivamente per evitare che il Napoli contagiasse altri individui o anche perché il Napoli aveva infranto il Protocollo dopo la rilevata positività dei suoi calciatori?

Nel gran caos delle mille voci, il festival del giornalismo tifoso non si arresta, e solo stamane il quotidiano sportivo nazionale di Torino titola in prima pagina “Tutti contro De Laurentiis”. Tutti chi? Qualche presidente di club della Serie A in difesa dei propri interessi e del proprio club che è alla canna del gas e ha bisogno dei diritti televisivi come l’ossigeno? Magari sì, ma di certo non sono contro l’ASL di Napoli gli scienziati che di Coronavirus e prevenzione si occupano dalla prima fila. L’onnipresente infettivologo Massimo Galli, dal suo privilegiato osservatorio di Milano, ha ammonito che non è responsabile non accettare le decisioni delle autorità sanitarie, e che il Napoli, partendo per Torino, avrebbe rischiato una denuncia penale. L’oncologo Paolo Ascierto, persino juventino di fede e sannita di stanza a Napoli, ha bacchettato la Lega per l’atteggiamento irresponsabile assunto rispetto alla partita, che a suo dire avrebbe messo a rischio i giocatori della Juventus e rischiato di attivare un altro focolaio. Morale della favola: l’ASL di Napoli blocca il Napoli, i luminari della medicina plaudono alla misura ma certa stampa sportiva di parte (torinese) mette il presidente del Napoli alla gogna.

Un gradino sotto c’è l’opinione dei tifosi schierati sui siti e nelle emittenti televisive locali, come tale Marcello Chirico, tifoso juventino nelle vesti di giornalista de ilbianconero.com, che parla di “sceneggiata degna di loro”, i napoletani. Sembra di stare al bar. La sceneggiata c’è stata, sì, e l’ha fatta la Juventus, ma le è riuscita malissimo, annunciando senza alcuna necessità di farlo che si sarebbe trovata il giorno dopo allo stadio, puntuale all’ora della partita, poi pubblicando la formazione scelta dall’allenatore quando anche gli australiani, dall’altra parte del globo, sapevano che il Napoli non era partito per Torino, e infine lasciando che alcuni tifosi invitati presenziassero sugli spalti (destando la mal celata ilarità degli stessi calciatori bianconeri affacciatisi sul campo) affinché le telecamere dimostrassero che il mondo juventino è responsabile, che la Juventus è una società seria “che rispetta i regolamenti”, come ha sostenuto il presidente Andrea Agnelli suscitando le grasse risate di tutti i non juventini d’Italia davanti alla tivù, memori del doping prescritto, delle sentenze di Calciopoli, dei due scudetti in più ostentati nel salotto di casa, dei rapporti con la tifoseria mafiosa, degli esami d’italiano taroccati a Perugia, etc.
Eppure la Juve avrebbe potuto zittire per una volta tutti i suoi tanti detrattori, dichiarando che non le sarebbe piaciuto vincere a tavolino e che il competitivo Napoli intendeva batterlo sul campo più prima che poi. Sarebbe stata una perfetta dimostrazione di vero stile, e invece ancora boriosa tracotanza.
Forse il Napoli, alla fine di tutta questa storia, subirà penalizzazione in classifica, o forse no, ma una cosa è certa: se De Laurentiis, con i suoi errori di comunicazione, ha insinuato il sospetto di aver sollecitato e accolto favorevolmente il provvedimento dell’ASL, Agnelli ha sicuramente voluto spazzare via ogni dubbio sulla Juventus, che è sempre la Juventus. Esemplare per lui e per tutti gli juventini. Antipatica, sgradevole e urticante per il resto del mondo.

L’ultima genialata napoletana anticovid

Angelo Forgione Napoli, città della moda maschile e dell’alta sartoria, cosa ti inventa per l’autunno-inverno di pandemia? La cravatta con mascherina integrata!
Eccola l’ultima trovata made in Naples e l’ha tirata fuori dal cilindro la sartoria Ulturale. Una quattro pieghe d’alta gamma che porta nel codino gli elastici per le orecchie in modo da poterlo trasformare in mascherina… abbinata alla cravatta.
Si chiama Vattinn’ (a metà strada tra “cravattino” e “vatténne”?), in nome del necessario distanziamento sociale, ed esprime la volontà di “scacciar via” ogni possibile contagio con l’ironia tipica del capoluogo campano. Una genialata al prezzo di 170 euro.