Selvaggia Lucarelli e il Buondì, è amore vero

lucarelli_buondi_1Angelo ForgioneNon è bastata l’incursione di Giuseppe Cruciani sulla querelle dello spot del Buondì Motta (Bauli). A dire la sua è stata anche la provocatrice Selvaggia Lucarelli, che la sera del 23 settembre, non appena approntata la nuova campagna del Buondì Motta (Bauli), aveva corteggiato i tipi social del Buondì con un post facebook arricchito da 14mila reazioni, al quale i tipi social del Buondì non si erano mostrati insensibili, rispondendo alle lusinghe con una bella immagine pubblicitaria dedicata alla golosa Selvaggia. Così, di slancio, era partita la storia di Enza, la deficienza artificiale, sulla pagina della merendina prima che iniziasse la trasmissione degli spot televisivi. Dopodiché, l’ufficio stampa del Buondì, due settimane dopo, aveva fatto recapitare alla Lucarelli un galante carico di irresistibili merendine.
lucarelli_buondi_2In gergo commerciale, qualcuno la chiamerebbe marchetta, ma io non penso che si sia trattato di qualcosa di diverso dal vero afflato, autentica e spontanea passione per il paffuto mottino da parte della seguitissima Selvaggia. E allora, appena ricevuto il dolce dono, eccola dare prova di amore e complicità con un articolo per Il Fatto Quotidiano per proteggere il desiderato e irresistibile Buondì da quei per nulla autoironici napoletani che il giorno prima avevano avuto da precisare che la “musica Napoli” non è “musica neomelodica”. Uno scritto proposto anche su facebook, pieno zeppo di stereotipi con cui i napoletani venivano presi per i fondelli e accusati di prendersi troppo sul serio.
Chi gioca sulla pelle di un popolo è magari la stessa gente che nel 2008, alla vigilia degli Europei di calcio, sostenne la protesta per la campagna pubblicitaria della catena tedesca Media Markt (Media World in Italia) che aveva per protagonista uno stereotipato tamarro italiano con occhiali da sole e pesante catena d’oro al collo. Un chiasso diplomatico tra Italia e Germania, e si scomodò persino l’ambasciatore italiano a Berlino. Una deputata del PD invitò gli italiani in Germania al boicottaggio della catena commerciale. Risultato: Media Markt decise di ritirare lo spot.‬ Cosa voglio dire? Che quando si tratta di italiani stereotipati dagli stranieri, gli italiani perdono la loro amabile autoironia, non ridono, e scatta addirittura la protesta internazionale. Quando si tratta di napoletani stereotipati dagli italiani, invece, i napoletani sono i soliti vittimisti fastidiosi che non sanno farsi una risata. Insomma, così funziona in Italia: Italiano stereotipato all’estero uguale protesta, napoletano stereotipato in Italia uguale vittimismo.
lucarelli_crucianiCopiato e incollato come commento al post di Selvaggia Lucarelli, raccogliendo centinaia di consensi. Poi, all’alba, il commento spariva, come inghiottito nel cuore della notte, prima che chi scrive fosse interdetto dalla pagina della Signora perché in tanti le avevano chiesto di rispondere alla mia analisi e alla mia risposta al suo irridente articolo invece di mettere in risalto gli insulti e le minacce. Perché la Lucarelli solo insulti e minacce gradisce, e quelli attende dopo provocazione ad hoc, non confronti sul piano culturale e intellettuale, altrimenti non sarebbe Selvaggia Lucarelli. Lei, come Cruciani, vuole i napoletani rispondenti a un certo stereotipo, che è poi quello combaciante con la musica dello spot Buondì.
Quando i provocatori di mestiere, seminatori d’odio per interesse di tasca, toccano il fondo, mostrano il loro spessore iniziando a scavare. E per quanto sia normalmente corretto ignorarli, scrivono su giornali importanti e hanno un seguito enorme sui social, e non gli si può consentire di infangare un popolo e la sua cultura con irriverente ironia.
Ridere si può, certo, per non piangere. Carta o bancomat, napoletani, pagate voi.

 

 

 

Incontro a Pompei

Ci vediamo, se vi va, al win&food Vincanto di Pompei mercoledì 16 ottobre, ore 20:30.
Un incontro per parlare di Napoli, di napoletanità alta, di una grande cultura universale, e de “la grande storia del pomodoro da Napoli alla conquista del mondo”, che, vi assicuro, non è per niente roba da poco.
Se vi va di chiacchierare insieme, magari bevendo una bollicina offerta dalla casa, prenotatevi per tempo al 3929971314. Posti limitati.

vincanto

‘Dov’è la Vittoria’ premiato al Campus 3s

Dal 10 al 12 ottobre, alla Rotonda Diaz di Napoli, in programma il Campus3s Givova NAPOLI 2019 di Tommaso Mandato, un immenso ospedale da campo dove tutti potranno recarsi per visite gratuite in varie specialistiche.
Nel cartellone della manifestazione, anche il ‘Premio per la Letteratura dello Sport e della Salute’, che sarà assegnato a Dov’è la Vittoria e ad altre interessanti opere letterarie. Appuntamento venerdì 11, alle ore 18sul palco centrale della manifestazione, per dibattere di passione sportiva che va oltre con i premiati e diversi personaggi di spicco del mondo dello sport.

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La noiosa battaglia contro la deficienza naturale

Angelo ForgioneLo spot del Buondì Motta (Bauli) con connotazione musicale neomelodica sta facendo discutere. Giuseppe Cruciani, nel corso de La Zanzara (Radio 24), non ha perso occasione per provocare i napoletani, strumentalizzando le parole del sottoscritto.

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Di seguito delle mie “doverose” precisazioni all’irriverente conduttore radiofonico:

Caro Cruciani,
io non ti rompo i coglioni, come dici tu con la tua proverbiale eleganza. Vedi, il fatto è che io non ti considero affatto, e scrivo per chi mi legge. Evidentemente mi leggi anche tu, e mi leggesti anche quando sparirono dei faretti a led dai nuovi bagni dello stadio San Paolo. Ricordi? Tu, al solito, ci sguazzasti, come se Napoli fosse l’unica città dove potessero accadere simili cose, e allora elencai tutti i posti pubblici d’Italia dove erano stati rubati faretti a led. E facesti una magra figura, senza neanche accorgertene.
Semmai sei tu che rompi i coglioni ai napoletani, ma con me caschi male, anche se fai il furbetto nella tua potente radio leggendo ciò che ho scritto (non a te ma al pubblico) sulla vicenda dello spot del Buondì e provando a dileggiarmi senza avere il buon gusto e la correttezza di avvertirmi, per giunta con il tipico turpiloquio che ti contraddistingue. Che poi, per interpretare quell’inviso personaggio che ti sei cucito addosso, intendi usare me per irridere tutti i napoletani e la cultura partenopea. E perciò, dopo aver letto il passaggio in cui scrivo “la musica di Napoli è mondo colto”, fai partire più volte dalla regia una strozzata nota iniziale di mandolino, dando sfogo a certa deficienza, ma naturale.
Rilassati, Giuseppe. È chiaro che qui l’ossessionato non sono io ma tu; da Napoli.

Un Buondì a prova di musica napoletana

Angelo ForgioneÈ davvero molto carina la nuova campagna pubblicitaria di Connexia Milano pensata per il Buondì Motta, gruppo Bauli. La protagonista è Enza, il primo esempio di “deficienza artificiale”, che non semplifica la vita ma la complica, non ha risposte ma solo domande, e produce rumori e fastidi di primo mattino alla famiglia che la “ospita” sul tavolo della cucina, diventandone il tormento.
Enza, la deficienza domotica, è incapace di spiegarsi come la colazione possa essere golosa e leggera allo stesso tempo, e vuole capirlo, minacciando di creare disturbo.

In uno degli spot, lo stupido e molesto device minaccia di riprodurre musica fastidiosa di primo mattino. Quale? “Musica Napoli”. E passa alle vie di fatto, irradiando una canzone neomelodica, provocando la spazientita reazione della mamma stizzita dal gradimento della figlia.

Il fatto è che, snobismo a parte, la musica di Napoli è mondo colto e ampio, non riducibile al volgare filone popolare dei neomelodici. Enza, annunciando per ripicca “musica Napoli” piuttosto che più correttamente “musica neomelodica”, assegna tutta la grande musica di Napoli alla deficienza e fa passare un messaggio distorto: “musica Napoli” uguale disturbo, ma anche, subliminalmente, Napoli uguale fastidio. Ed è una sottile svirgolata in una campagna davvero ben pensata nella sua dissacrante creatività.

90 anni fa nasceva la Serie A. A Napoli la prima “radiocronaca”

Angelo Forgione6 ottobre 1929, esattamente 90 anni fa. Era domenica, come oggi, e partiva il primo campionato italiano di calcio a girone unico, denominato Serie A, voluto dai gerarchi fascisti, che esercitavano il loro effetto anche sul Foot-ball, pardon, calcio. Già, perché a Mussolini i termini stranieri proprio non andavano giù e conveniva cancellarli, come tutto ciò che richiamava nel nome l’Internazionale comunista. L’Internazionale si era rinominata Ambrosiana, l’Internaples aveva optato per la più semplice denominazione Napoli, il Genoa in Genova, e via così. 18 squadre, quasi tutte del Nord, tranne il Napoli, la Roma e la Lazio, più o meno come oggi, per la gioia dei gerarchi a capo di CONI e FIGC, ai quali una parvenza di Italia unita almeno nel calcio, come non lo era mai stata, faceva gioco alla proiezione del nazionalismo imperante.
In realtà, il girone unico avrebbe dovuto partire già dal 1926, ma la volontà del regime di integrare il Sud nel campionato aveva fatto rinviare il progetto di altri tre anni. Il movimento meridionale, emarginato per 28 anni, non aveva potuto svilupparsi come quello settentrionale, monopolizzato dagli uomini del Nord a capo della Federazione, e allora le squadre di Roma e Napoli avrebbero dovuto avere il tempo di adattarsi, a suon di fusioni e ripescaggi.
Nell’estate 1928, Leandro Arpinati, fascista di spicco in quel di Bologna, una volta impossessatosi della Federazione, pensò al “girone unico” e stabilì che la stagione 1928/29 avrebbe qualificato 16 squadre per la successiva “Divisione Nazionale di Serie A”, ovvero le prime otto classificate di ognuno dei due gironi di Nord e Sud. Solo che a fine campionato le già ripescate Napoli e Lazio conclusero appaiate all’ultimo posto disponibile al Sud per la nuova Seria A. Gli azzurri, all’ultima giornata, uscirono indenni dalla trasferta sul campo dei biancocelesti e riuscirono a guadagnarsi lo spareggio in campo neutro, che si disputò a Milano una settimana dopo, il 23 giugno.
Quella domenica di primissima estate fu molto calda a Milano, per la presenza di cinquemila sostenitori laziali e, in maggioranza, napoletani. E fu caldissima nella Roma biancoceleste ma soprattutto a Napoli, non solo per la temperatura ma anche per la già smisurata passione dei tifosi azzurri, radunati in centro dal giornale locale Il Mezzogiorno Sportivo, che inviò un giornalista a San Siro per seguire la partita e poi trasmettere in diretta la narrazione della partita ai colleghi a Napoli, che avrebbero raccontato minuto per minuto le fasi salienti della partita ai tifosi. L’esperimento era stato già provato con successo sette giorni prima, e il giornalista Felice Scandone, fondatore della testata, ne aveva decretato il successo dalle pagine dello stesso giornale, raccontando che durante il match di Roma “la folla era diventata imponente, fino a interrompere il servizio pubblico a Piazza S. Ferdinando (oggi Trieste e Trento), ove aveva sede la redazione. I giornalisti napoletani si erano inventati il primo “live” per una squadra di club.
galleria_umberto_serieaA quel tempo non esisteva Tutto il calcio minuto per minuto e nemmeno la figura dell’inviato sportivo, e quella trovata fu talmente pionieristica e innovativa che i trepidanti tifosi napoletani si riunirono in massa sotto la sede del quotidiano, fino a riempire la vicina Galleria Umberto I, per avere notizie dell’importante spareggio in tempo reale.
Michele Buonanno, a Milano, comunicava i suoi resoconti a Felice Scandone, a Napoli, il quale avvisava dal balcone la folla sottostante. Apprensione al vantaggio della Lazio al 17′, tenuto fino all’intervallo, ma l’azzurra marea esplose di gioia due volte in un quarto d’ora del secondo tempo per il pareggio e il vantaggio del Napoli tra il 55′ e il 69′, prima del pari amaro degli aquilotti romani all’80’ che fissò il risultato sul 2-2, anche dopo i tempi supplementari. Partita da ripetere e verdetto rimandato di sette giorni.
Si verificò, tuttavia, una situazione molto italiana, tutta una serie di compromessi durante la settimana che portava al secondo spareggio. Una delegazione di dirigenti della Triestina, approfittando della situazione, si recò in Federcalcio, chiedendo di ammettere la squadra giuliana alla nascente Serie A come prima retrocessa del Nord nella stagione appena conclusa, adducendo la provenienza da una zona che da sempre aveva rappresentato un «focolaio di patriottismo», fin dai tempi della Prima Guerra Mondiale contro l’Austria. I dirigenti di Napoli e Lazio, appreso della richiesta triestina, pressarono per non tornare a spareggiare in campo, ben sapendo tutti quale valore avesse il patriottismo per Mussolini e per il fascismo. Triestina, Venezia e Fiumana, infatti, l’estate precedente, erano state ammesse d’ufficio al Girone Nord per portare nel calcio le rappresentanze dei territori della Venezia Giulia annessi all’Italia nel 1919 dopo la Grande Guerra e simboli dell’Unità completata.
A rallegrare tutti, napoletani, laziali e triestini, ci pensò Arpinati, che, con il benestare del Duce, decise di ammettere i tre club nel massimo campionato di Serie A, allargandolo a 18 squadre. Fece comodo che fosse proprio la Triestina la prima da ripescare del Nord, per evidenti questioni patriottiche. Così fu garantita una maggiore rappresentanza sia alle squadre meridionali che alla Venezia Giulia, da un decennio riscattata dal Regno d’Italia.
La prima stagione a girone unico, la Serie A, partì appunto il 6 ottobre 1929. Prima giornata e fu subito Juventus-Napoli, con vittoria di misura dei bianconeri (3-2). Dopo 34 giornate, a spuntarla per la terza volta fu l’Inter, pardon, Ambrosiana, negando al Genoa, pardon, Genova, lo scudetto della stella (del Nord) mai acciuffato. Il Calcio del Sud si fece finalmente onore, conquistando il quinto posto col Napoli e il sesto con la Roma. Lazio salva, come la Triestina. Accadeva 90 anni fa.
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per approfondimenti: Dov’è la Vittoria (Angelo Forgione)

180 anni fa partiva il primo treno napoletano. Così furono sabotate le “Ferrovie Meridionali”

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Angelo Forgione – Il 3 ottobre 1839 partiva il primo treno della penisola italiana, da Napoli verso Portici. Quattordici anni prima, nel 1825, il nuovo mezzo di locomozione a vapore aveva fatto la sua comparsa in Inghilterra.

Il giovane re delle Due Sicilie, Ferdinando II di Borbone, salito al trono nel 1830, appassionato di meccanica, si dimostrò incline alle novità che il progresso stava producendo e particolarmente attratto dalle nuove macchine locomotive.
Il 25 febbraio del 1836, accolse la richiesta dell’ingegnere francese Armand Joseph Bayard de la Vingtrie per la concessione di una strada ferrata da Napoli a Nocera, verso Salerno. Due anni dopo, il 27 marzo 1838, l’ingegnere Bayard presentò al governo la proposta tecnica ed economica per la tratta da Napoli a Torre del Greco, caratterizzata da alcune opere assai ardite, tra cui un ponte a sei arcate da 7,90 metri in uscita da Torre del Greco e un viadotto a 59 arcate che correva al di sopra della spiaggia di Torre Annunziata e che costituiva il manufatto più spettacolare della linea. Il progetto di Bayard comprendeva anche il tratto verso Nocera dove, all’ambiente marino, si sostituiva la fertile campagna dominata dalla sagoma del Vesuvio. Qui, nei pressi delle rovine romane da poco riscoperte, si trovava la stazione di Pompei. Da qui, la strada ferrata, con un tragitto pianeggiante, attraversava il fiume Sarno presso Scafati, entrando prima in Angri e poi a Pagani per affrontare l’ultimo tratto e raggiungere la stazione di Nocera. La linea comprendeva anche una diramazione per Castellamare che partiva alla fine del viadotto di Torre Annunziata attraversando terreni incolti e valicando il fiume Sarno con un ponte a tre archi di 5,50 metri di luce. I lavori iniziarono ad agosto, e quattordici mesi dopo, il 3 ottobre 1839, fu inaugurato solennemente il primo tratto del percorso, dalla strada dei Fossi di Napoli (oggi corso Garibaldi) al Granatello di Portici. Fu un giorno festoso e di grande orgoglio per la Capitale e per i suoi territori.

Alla prima linea ferroviaria della Penisola seguì, dieci mesi più tardi, la seconda, la Milano-Monza, concessa in appalto a un costruttore austriaco e progettata con tecnologia identica a quella della strada ferrata vesuviana.

Qualcuno ancora oggi racconta che quel treno era un giocattolo del Re, ma la realtà era ben diversa. Il Re inserì la prima strada ferrata in un più ampio progetto che prevedeva la realizzazione di due assi costieri, uno sul Tirreno e uno sull’Adriatico, da congiungere con linee interne, e tre linee in Sicilia. Tutto partiva da Napoli, collegata a Caserta tra il 1840 e il 1843, e poi a Capua due anni dopo, con finanziamento statale.
Lo sviluppo della rete ferroviaria procedette senza particolari ansie, rispettando un programma di risanamento del bilancio statale, gravato dal cosiddetto “debito galleggiante”, il persistente debito contratto con l’Austria e le sue truppe per tenere il trono di Napoli al riparo da ulteriori ribaltamenti dopo il Congresso di Vienna del 1815. Il Regno di Napoli, contando sulle già sviluppate vie del mare e sulla sua importante flotta, aveva già come spostare le merci. Lo sviluppo della rete ferroviaria poté procedere senza particolari ansie, rispettando un programma di risanamento del bilancio statale, gravato dal cosiddetto “debito galleggiante”, il persistente debito contratto con l’Austria e le sue truppe per tenere il trono di Napoli al riparo da ulteriori ribaltamenti dopo il Congresso di Vienna del 1815.

Il Borbone, convinto che il suo trono fosse esclusivamente quello del Sud, non pensò a diventare il Re d’Italia ma a sanare le finanze del suo regno e ad emanciparlo dalle dipendenze straniere, affrancandosi dalla smodata competizione liberista appena abbracciata dei paesi europei e dal perverso indebitamento progressivo presso le banche private che alimentava gli affari dei grandi finanziatori (Rothschild); e intraprese un programma di sviluppo autonomo del tutto svincolato dalla nuova finanza internazionale, che garantì una spesa verificata necessaria a ridurre la crisi del debito. Per dare avvio alla produzione siderurgica interna, estese la produzione di motori a vapore per le navi nel nuovo Real opificio di Pietrarsa, presso Portici, a rotaie, carri-merci e locomotive, tutto made in Naples. Tutto in sinergia con le Reali ferriere di Mongiana, in Calabria, dalle quali uscirono i primi ponti sospesi in ferro d’Italia e le rotaie per le prime tratte ferroviarie. I prodotti erano di qualità eccellente, e nulla avevano da invidiare a quelli francesi e inglesi.
Nel 1860-61 circolavano nella Penisola 75 locomotive made in Italy, di cui 60 erano costruite nelle Due Sicilie. Quattro a uno il rapporto produttivo del treno che alcuni Stati stranieri e lo stesso Piemonte acquistarono dal Regno delle Due Sicilie.

Il risanato Stato napoletano si presentò all’appuntamento con l’Unità del 1861 con il debito pubblico più esiguo d’Europa. Il Regno di Sardegna, al contrario, fortemente indebitato con i banchieri europei anche per l’accelerato sviluppo della propria rete ferroviaria che sopperiva all’assenza di rotte marittime interne, ebbe necessità di invadere il Sud e incamerarne le buone finanze. E allora il piano di sviluppo ferroviario borbonico fu cancellato in corsa e fra i primi provvedimenti del parlamento di Torino vi fu la sospensione dei lavori della ferrovia Tirreno-Adriatica tra Napoli e Brindisi, iniziata nel 1855. Eppure, le gallerie e i ponti erano già stati realizzati, ma a nulla valsero le proteste degli ingegneri convenzionati. Le “Ferrovie Meridionali” furono poi cedute a una compagnia finanziaria privata del banchiere livornese Pietro Bastogi, amico di Cavour e ministro delle Finanze, il quale le subappaltò clandestinamente a un’altra società, ripartendo il capitale tra banche di Milano, Torino e la sua Livorno, per una speculazione sulla costruzione della rete ferroviaria al Sud che coinvolse diversi governi del Regno d’Italia e aprì uno scandalo per il quale Bastogi fu costretto a dimettersi, ma fu “premiato” col titolo di conte da Vittorio Emanuele II. Mentre Pietrarsa e Mongiana venivano cedute a speculatori privati per essere poi smantellate, le Ferrovie Meridionali restarono al palo e quelle settentrionali si svilupparono intensamente con la regia di un’altra guida delle banche del Nord, un altro amico di Cavour, quel Carlo Bombrini che, da comproprietario dell’Ansaldo, coordinò le banche di Torino e Genova nel finanziamento delle imprese settentrionali.

Nacque una narrazione di Napoli e del Mezzogiorno lontana dalla realtà, calunniosa e ingigantita nei problemi che pure affliggevano il Sud pur di convalidarne l’invasione. L’arretratezza meridionale, che equivaleva all’arretratezza settentrionale, fu tradotta in immobilismo, massimo esempio del quale fu resa la sproporzione di estensione delle reti ferroviarie delle due Italie, al netto dei collegamenti marittimi. Falsità smentite dal presidente della Fondazione FS Mauro Moretti, non certo un meridionale e meridionalista, nel suo discorso al pubblico di inaugurazione del Museo nazionale di Pietrarsa del 31 marzo 2017:

«Ferdinando II fu un sovrano illuminato e lungimirante, che volle emancipare le Due Sicilie dalla dipendenza inglese e fece di Pietrarsa la Silicon Valley della tecnologia dell’epoca. I lavoratori di Pietrarsa, consapevoli del patrimonio industriale qui installato e della relativa superiorità tecnologica raggiunta, lottarono contro la delocalizzazione delle attività a vantaggio dell’industria del nord voluta dai sabaudi, fino alla carica dei bersaglieri che causò numerosi morti e feriti gravi».

Distante dai canoni narrativi della storia risorgimentale. Una diversa e più corretta lettura del Re che industrializzò il Regno delle Due Sicilie prima dell’invasione piemontese.

 

per approfondimenti: Made in Naples e Napoli Capitale Morale