L’euforia tricolore di Napoli raccontata alle Americhe da ESPN

Angelo Forgione Fuera de Juego è un programma televisivo prodotto per la catena ESPN che da quindici anni si occupa di storie di calcio, ed è trasmesso in tutto il continente latinoamericano e negli Stati Uniti. Lo scorso 11 agosto, la fortunata trasmissione ha dedicato uno speciale al primo scudetto del Napoli del 1987, a 30 anni dallo storico traguardo, con ampio dibattito in studio sui risvolti di quel periodo vincente del club partenopeo, compresi quelli sociali legati alla contrapposizione Nord-Sud. A indirizzare il tema è stato il giornalista argentino Daniel Martínez, corrispondente di ESPN, anche sulla scorta della condivisione del mio Dov’è la Vittoria (Magenes). Martinez ha confezionato a Napoli un racconto di quegl’indimenticabili momenti con le voci di Corrado Ferlaino, Giuseppe Bruscolotti, Salvatore Carmando, José Alberti, Antonio Corbo, Romolo Acampora, Gianfranco Coppola e, appunto, il sottoscritto. La mia “riflessione” a 8:18 utile a capire perché un club marginale come quel Napoli potè avere in dote dalla politica il più grande calciatore del mondo.

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95 candeline azzurre, anche se se ne festaggiano solo 91

Angelo Forgione Il 1 agosto 1926, Giorgio Ascarelli radunò i soci dell’Internaples Foot-Ball Club nella sede di piazza Carità. Era presidente del club azzurro da un anno, e aveva ereditato la carica da Emilio Reale, che era presente in qualità di socio alla riunione in cui il suo successore propose:
«Pur grati a coloro che sono stati la nostra matrice, l’importanza del momento e la maggiore dignità cui il nostro sodalizio è chiamato mi suggeriscono un nome nuovo, nuovo e antico come la terra che ci tiene, un nome che racchiude in sé tutto il cuore della città alla quale siamo riconoscenti per averci dato natali, lavoro e ricchezza. Io propongo che l’Internaples Foot-Ball Club da oggi in poi, e per sempre, si chiami Associazione Calcio Napoli».
Esisteva già il sodalizio, esisteva già la maglia azzurra, esisteva già la rosa con Attila Sallustro, esisteva già un nome inglese, che fu semplicemente cambiato e italianizzato, accostato al simbolo del Corsiero del Sole. Non nacque nulla di nuovo. L’Internaples era nato nell’agosto del 1922. Il Napoli italianizzato nel nome aveva già 4 anni.

leggi qui la storia del Napoli

‘Napoli Capitale Morale’ a ‘La Radiazza’

Due chiacchiere sul nuovo libro Napoli Capitale Morale, nel giorno dell’uscita in libreria, al fortunato show radiofonico La Radiazza di Gianni Simioli, sulle frequenze di Radio Marte.

Napoli Capitale Morale, il libro che spiega la storia (e la geografia) d’Italia

Dal Vesuvio a Milano
Storia di un ribaltamento nazionale tra Politica, Massoneria e Chiesa

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La definizione “capitale morale” è sinonimo di Milano, la città che, dall’Unità d’Italia in poi, si è messa alla guida del progresso del Paese e ha saputo guadagnarsi il ruolo di città-faro, pur non essendo la capitale ufficiale. Eppure, alla vigilia della spedizione di Garibaldi e della conquista del Sud da parte di Vittorio Emanuele II di Savoia, Milano era città subordinata a Vienna, cioè alla capitale di quell’Impero austriaco che dialogava con la capitale del Regno delle Due Sicilie, Napoli, la “capitale morale” dell’Italia pre-risorgimentale.
Napoli e Milano, La “capitale morale” preunitaria e quella postunitaria, le città che hanno fatto la storia dell’Opera, i due poli uniti da rilevanti intrecci tra il Quattrocento e il Settecento, tra il Rinascimento e l’Illuminismo, allontanate dall’Unità nazionale e completamente separate dall’americanizzazione post-bellica, si proiettano nel futuro come diverse realtà dello stesso Paese. Ma davvero si tratta di mondi inconciliabili?

Napoli Capitale Morale è un documentato racconto dei percorsi e degli incroci tra le città-metafora delle due Italie, con un occhio vigile alle componenti Politica, Massoneria e Chiesa. È un chiarimento dei loro destini, necessario per ragionare su quanto ereditano dalle rispettive scelte storiche, culturali, economiche e urbanistiche, e per individuare i motivi delle differenti velocità del loro sviluppo. Una narrazione di due paradigmi, utile alla comprensione dell’origine della “Questione meridionale” e del differente progresso di Nord e Sud del Paese.

ncm_foto_libroDici “capitale morale” e pensi a Milano. Dici Milano e pensi a finanza e panettone, ma anche ai suoi simboli: la Scala, il Corriere della Sera, l’Alfa Romeo. Eppure, il padre del glorioso teatro scaligero non avrebbe mai potuto costruire quella sala e la Milano neoclassica di fine Settecento se prima non fosse stato a imparare a Napoli. In quel teatro si giocava così febbrilmente d’azzardo che uno scaltro barista milanese, con l’opportunità di servir bevande, riuscì a spillare tanti soldi ai suoi concittadini come croupier da guadagnarsi la direzione del più importante San Carlo di Napoli e diventare nientemeno che “il principe degli impresari”, determinando dal Golfo le carriere internazionali degli artisti italiani e mettendo su, con la fortuna messa da parte, l’impresa edile che innalzò la basilica di San Francesco di Paola. E fu un napoletano trapiantato a Milano a fondare Il Corriere della Sera, il quotidiano oggi più diffuso in Italia, e fu ancora un napoletano a definire Milano la “capitale morale”, ma con un significato ben diverso da quello che gli si è dato erroneamente dal dopoguerra in poi. E sempre un napoletano, nel primo Novecento, salvò dal fallimento la giovane fabbrica di automobili di Milano, creando il mito motoristico della “casa del biscione”. Si potrebbe proseguire oltre a snocciolare gli incroci tra le due città, ma tanto basta per dedurre quanto sia significativa l’impronta di Napoli nella storia recente della città della Madonnina e nei suoi simboli e per rimandare alla lettura di Napoli Capitale Morale. Nel titolo è chiarissimo il riferimento a Milano, la co-protagonista, ma è Napoli la prima attrice, perché oggi è la controversa metropoli del Sud ad aver bisogno di essere decifrata e capita, raccontandone il percorso ma tenendo d’occhio quello del capoluogo lombardo, che sembra non aver bisogno di approfondimenti. Sembra, appunto, perché gli elementi dominanti della narrazione di entrambe si sono ridotti ai ritardi partenopei e ai progressi meneghini, alla criminalità organizzata napoletana e alla finanza milanese. Il paradosso di Napoli è l’occultamento dei suoi valori positivi dietro l’immagine imposta del male; quello di Milano è l’eccessivo ingombro della sua immagine di città impegnata nel profitto. Eppure vi fu un tempo dei Lumi e della Cultura in cui Napoli dialogava con Vienna, allorché la corte asburgica portò la cultura partenopea e le novità del Regno borbonico nel sottoposto Ducato di Milano, compreso l’emblema contemporaneo della cultura milanese, quel Regio Ducal Teatro di Santa Maria alla Scala che fu diretta emanazione del Real Teatro di San Carlo di Napoli e del Teatro di Corte della Reggia di Caserta. Dal 1861 in poi è stata Milano ad anticipare tutti, tant’è che la sua galleria “Vittorio Emanuele” in ferro e vetro ha fatto da modello per la “Umberto I” di Napoli.
Due anni di indagine e scrittura per chiarire come si sia concretizzato un capovolgimento nazionale: da Napoli, universalmente riconosciuta come la città più importante dell’Italia di metà Ottocento, a Milano, periferica contea asburgica cresciuta enormemente di rilevanza, fino ad affermare la sua identità di metropoli moderna ed europea. Due città che, per diversi aspetti, hanno in Torino la rivale comune e che, forti delle proprie identità, hanno cancellato Roma dalle loro toponomastiche. Due metropoli che rappresentano il Nord e il Sud, raccontate sullo sfondo delle vicende politiche nazionali, ma anche di quelle apparentemente estranee della Chiesa e della Massoneria in conflitto tra loro, che invece proprio nelle evoluzioni del processo unitario ebbero grande importanza.

Napoli Capitale Morale
edizioni Magenes
collana ‘Voci dal Sud’
pagine 320

Indice del libro

Introduzione

I – Tra Rinascimento e dominio di Spagna
La nascita della Napoli europea – Napoli e Milano nell’Italia delle arti e delle armi
La dominazione spagnola e l’età barocca – le trasformazioni sociali al tempo dei Vicereami

II – Napoli modello per Milano nel secolo dei lumi
La nascita del tempio napoletano della musica – la rivoluzione architettonica del teatro
L’erudito Karl Joseph von Formian – un diplomatico asburgico porta la cultura di Napoli a Milano
Mozart nel paese della musica – il genio di Salisburgo influenzato dai musicisti napolitani
Giuseppe Piermarini, il padre della Scala – un vanvitelliano apprende a Napoli e applica a Milano

III – Dai massoni ai giacobini
Il rosicruciano Raimondo de’ Sangro – il primo Gran Maestro dei territori italiani
La politicizzazione delle logge – lo scontro tra poteri nella capitale della Massoneria italiana del ’700
L’intromissione degli Illuminati di Baviera – un agente segreto a Napoli per sobillare i frammassoni
La diffusione del giacobinismo – il completo deragliamento della Massoneria

IV – L’Italia di Napoleone: Beauharnais a Milano, Murat a Napoli
La grandeur di Milano – la città specchio del potere di Napoleone
Napoli a Gioacchino Murat – il Maresciallo dell’Impero diventa Re del Sud
La nuova facciata del Teatro di San Carlo – il milanese Barbaja irrompe sulla scena partenopea
Napoli anello debole della grandeur – scontro in famiglia tra Napoleone e Murat

V – Verso il Risorgimento
La nuova sala del Teatro di San Carlo – Antonio Niccolini firma il teatro più bello del mondo
Il regno di Domenico Barbaja – “il principe degli impresari”, la primadonna e il successo di Rossini
Lo slancio verso il progresso – Napoli e Milano in cerca di autonomia
La Scala verso la gloria risorgimentale – il teatro di Milano diviene simbolo dell’Unità
Milano con la rivale Torino, Napoli con Roma – l’unione anti-austriaca al Nord e il legittimismo al Sud
La Massoneria risorgimentale – il contributo delle logge alla cancellazione del Regno di Napoli

VI – Nel Regno d’Italia
Il processo di modernizzazione – crescita di Milano e ritardo di Napoli tra Unità e Grande Guerra
Napoli e Milano tra le due Guerre – dalla riorganizzazione fascista ai bombardamenti degli Alleati

VII – Dal dopoguerra al terzo millennio
Gli anni Cinquanta e Sessanta – la ricostruzione postbellica e il “miracolo economico”
Gli anni Settanta e Ottanta – la grande recessione e il gran disimpegno
Gli anni Novanta – dalla Tangentopoli milanese all’effimero “rinascimento napoletano”

Direzione futuro

Intervista per il Roma

versione integrale a cura di Fiore Marro

La nuova frontiera della divulgazione identitaria passa attraverso le giovani leve arrivate nel periodo post-neoborbonico. Firma eccellente di questo nuovo filone letterario è senza dubbio Angelo Forgione, che ha elaborato, in questi tempi, l’idea dell’appartenenza territoriale espressa anche attraverso il mondo del calcio, in questo caso sponda Napoli azzurra. Molto interessanti sono considerate dai più le sue tesi socio–economiche del fenomeno che contraddistingue il nord ricco e opulento al sud sfruttato e tenuto nella incomprensibile ristrettezza. Il suo primo libro, Made in Naples (Magenes, € 15), ha raggiunto un’ottima se non eccelsa distribuzione di vendita, soprattutto nell’antica capitale sebezia. Proviamo a conoscerlo più da vicino.

Da dove nasce l’interesse per i temi che tratti?

«Nasce dalle mie radici e dalla mia indole. Sono napoletano, e poi sono curioso. Essere napoletani impone l’osservazione di mille contrasti tra bello e brutto, tra nobile e plebeo, tra sfarzo e miseria. La curiosità ti conduce a non ignorarli, a non considerarli normali, a capirli e a decifrare la realtà in cui vivi per come si è originata, non limitandoti a una semplice fotografia del presente. Napoli è uno stimolo continuo e io non le sono mai stato indifferente, neanche nell’età dell’incoscienza. La mia realtà e la mia indole mi hanno condotto a capire Napoli, il Sud, l’Italia, e a voler raccontare tutto.»

Dunque, Napoli è responsabile nel tuo sentire l’esigenza di raccontare. Se tu fossi nato a Milano o Bologna avresti intrapreso la stessa strada?

«Non saprei dire quanto mi avrebbe potuto stimolare un ambiente diverso, meno difficile e più inclusivo. Gli impulsi sarebbero stati certamente diversi, ma penso che alla fine la verità è al centro di tutto, e prima o poi vi si arriva se è quella la meta, da qualsiasi parte si intraprenda il cammino. Di certo, partendo dal mio ambiente, ho percorso anche il tragitto di quelle città. A breve, infatti, sarà nelle librerie il mio terzo lavoro, imperniato sulle vicende incrociate di Napoli e Milano, le capitali morali d’Italia, quella pre-unitaria e quella post-unitaria, i due paradigmi per comprendere l’intera vicenda storica della Penisola. La verità appartiene a tutti e passa dappertutto.»

Spesso nel tuo blog scrivi di storia napoletana. Perché, a tuo avviso, è importante ricordare?

«Perché l’identità è un aspetto vitale di un luogo, ed è un valore da preservare nel mondo globalizzato. Là dove c’è, esiste un popolo. L’identità napoletana sopravvive miracolosamente, rivitalizzandosi continuamente, nonostante tutto. Napoli si è fatta, più di ogni altro luogo occidentale, cuore di una riflessione che riguarda le metropoli più antiche d’Europa, che hanno smarrito il loro orientamento. Se n’è accorta l’UNESCO, che protegge l’antica Neapolis per i suoi valori universali senza uguali che hanno esercitato una profonda influenza su gran parte dell’Europa e oltre. E prima ancora se n’è accorto l’ICOMOS, un comitato di oltre settemila tra architetti, geografi, urbanisti e storici dell’arte che già nel 1995 ha certificato che Napoli ha radici culturali completamente diverse da qualsiasi altra città italiana e che il confronto sarebbe inutile anche con città vagamente somiglianti come Barcellona e Marsiglia, poiché Napoli rappresenta l’unicità. Il problema è che l’unicità napoletana, la sua identità, sono state declinate sotto il profilo folcloristico nell’ultimo secolo, tant’è che i turisti si recano a Napoli principalmente per i suoi colori, per i suoi sapori, per i suoi suoni, spesso dimenticando la sua aristocratica cultura, e solo quando vi si immergono comprendono che è anche una città ricca d’arte. Se vogliamo che Napoli venga percepita per quella gran capitale di cultura qual è abbiamo l’obbligo di raccontarla per bene, anche ai napoletani.»

Cosa pensi del revisionismo storico borbonico e duosiciliano?

«È prezioso, ma non va incanalato nella rabbiosa contrapposizione Nord-Sud, non in un’esaltazione neo-meridionalista gravida di improduttivi nostalgismi, ma va convogliato nell’autentico meridionalismo intellettuale. La revisione storica, qualsiasi essa sia, è importante se condotta seriamente. La storia non può aderire a un’unica versione dei fatti, è una scienza indagabile e necessita di ricerca per purificare la contaminazione dei racconti e approssimarsi quanto più possibile alla comprensione della realtà che si vive nel presente. Sulla storia borbonica, poi, si è costruita l’Italia, e l’Italia si è fatta con le armi, non con la volontà popolare. È un’esigenza improcrastinabile raccontare la storia degli sconfitti con maggiore equilibrio. Non si può più perdere tempo.»

Perché hai voluto fondare un movimento come VANTO e in cosa si differenzia dagli altri (molti) movimenti “meridionalisti”?

«VANTO è un acronimo che sta per Valorizzazione Autentica Napoletanità a Tutela dell’Orgoglio. Si tratta di valorizzazione, cioè di individuazione di valori napoletani, di napoletanità autentica, che non va confusa con le imposture costruitevi attorno. Si tratta di orgoglio da tutelare, cioè quello di testa da proteggere dai dannosi sentimenti di pancia. Non so in cosa l’idea VANTO sia differente, ma di certo prova ad elevarsi culturalmente, a usare e a fornire gli strumenti della cultura per proteggere la napoletanità da chi la sabota, sia che si tratti di napoletani che di non napoletani. E questo vale anche per la meridionalità, di cui Napoli è punta dell’iceberg, il bersaglio più facile.»

A chi sono rivolte le tue opere, cioè qual è il tuo pubblico, se ti rivolgi ad un pubblico ben preciso?

«Scrivo per esprimere me stesso e scrivo per chi vuole conoscere la storia d’Italia, di Napoli, e la società in generale da un punto di vista alternativo. È chiaro che il mio pubblico sia composto da chi vuole conoscere Napoli e il Sud, la loro storia, la storia d’Italia vista da Sud. C’è tanta gente, anche non meridionale, che ha voglia di vederla in modo diverso da come la pone il racconto convenzionale. Devo dire che diverse attestazioni di apprezzamento arrivano anche dagli stranieri, tanto per Made in Naples quanto per Dov’è la Vittoria, che ha interessato la stampa spagnola e persino l’importante network americano ESPN.»

Come valuti il fenomeno Gomorra?

«Il dibattito è delicato. La denuncia del Male è esercizio giusto, e il successo del libro Gomorra, del resto, è nato proprio per questa. Gomorra ha acceso la falsa speranza di poter combattere con efficacia la malavita organizzata attraverso una più ampia condanna. Nessuno imputò a Saviano di gettare fango su Napoli, Caserta e la Campania tutta quando diede alle stampe il suo primo libro. Nel frattempo, la Camorra è rimasta ugualmente dominante, e sono spuntati pure nuovi inquietanti fenomeni. È proprio con l’eccessiva spettacolarizzazione del Male che la denuncia di Saviano ha iniziato a perdere parte dei consensi del popolo campano e di parte del mondo della cultura. A guardar bene le cose, non si può negare che il simbolo della lotta al malaffare sia diventato al tempo stesso icona della dannazione, e abbia reso il luogo da cui estirpare il Male esso stesso il Male inestirpabile. Saviano, oggi, è per alcuni un eroe e per altri uno sciacallo. Il fatto è che una narrazione del Male non può cancellare la speranza e non può finire per proporre modelli del Male invece che smontarli. L’immagine di Napoli, nel mondo, è stata eccessivamente caricata di valori negativi, imposti da insistenti e redditizi filoni letterari e cinematografici, che hanno ancor più occultati i valori positivi. Tutto con gran facilità, e Dio solo sa quanta fatica si faccia per accendere le luci sulle eccellenze napoletane.»

Cosa significa raccontare la napoletanità attraverso il calcio?

«Significa raccontare un’espressione contemporanea dei napoletani, forse l’unica in cui il popolo sa essere compatto e non dannatamente individualista. Il Napoli accende la fascinazione del territorio, è il simbolo dell’auto-riconoscimento nella squadra che porta il nome della propria città, della propria provincia, è un veicolo di appartenenza a una precisa identità culturale. Lo è più di tutte le squadre, anche della stessa Roma, squadra di una città più grande ma condivisa con la Lazio. E se le città del Sud offrono gran supporto alle squadre del Nord, Napoli è in gran maggioranza napoletana, proprio per quella spiccata identità che affeziona al territorio. E poi è l’unica squadra della città, per cui non c’è bisogno di fare distinzione linguistica. L’aggettivo “napoletano” vale per il tifoso e per il cittadino. A Roma vi sono il romanista e il laziale, a Torino il torinista e lo juventino, a Milano il milanista e l’interista, a Napoli l’appartenza calcistica e la cittadinanza combaciano per sovrapposizione e si unificano. Col Napoli non è difficile raccontare un aspetto della napoletanità. E col Calcio è facile raccontare la storia d’Italia. Col mio libro Dov’è la Vittoria racconto proprio la storia italiana filtrata dal Calcio, che è espressione industriale e sociale del Paese. Il Calcio è uno strumento di lettura tra i più efficaci, insospettabilmente.»

Quale futuro ti auguri per il Sud?

«Un futuro certamente diverso dal presente. Il Sud di oggi è respingente, per erroracci dell’Unione italiana ma anche dalla più giovane Unione europea, che sembra avere poco a cuore la valorizzazione della Florida d’Europa, in una posizione geografica strepitosa, al centro del Mediterraneo. Risorse enormi, risorse sprecate per un territorio che è in coda alla classifica di competitività delle regioni dell’Unione Europea. Il Mezzogiorno è ricco di risorse ma povero di ricchezza, e questa è l’esatta dimensione di quel che suol dirsi “colonia”. Il Sud non era arretrato rispetto al Nord prima del 1861 ma poi è nata la “Questione meridionale”. Ora è scivolato, insieme alla Grecia, in una questione Sud-Europea, allo stesso modo coloniale. Basta vedere come l’Italia si sia piegata all’Europa per la realizzazione del TAP nel Salento, in un contesto in cui il nord e il sud del Continente sono in contrapposizione per garantirsi un ruolo privilegiato come hub di approvvigionamento energetico. Di gas, in Italia, ne abbiamo anche fin troppo, e però il nostro Governo ha cantierizzato un’opera invasiva dicendola necessaria per alimentare fonti energetiche e ridurre la dipendenza italiana dal gas russo di Gazprom. Ci hanno raccontato che dal TAP dovrebbe giungere gas dell’Azerbaijan, ma i giacimenti azeri vanno verso la netta diminuzione della risorsa, e il governo di quel paese ha chiesto alla Russia di importare del gas per soddisfare la sua domanda. Morale della favola, attraverso il TAP potrebbe ugualmente giungere in Europa del gas russo. Dunque, altro che riduzione della dipendenza da Gazprom ma gas a costi lievitati. Con buona pace della volontà popolare dei salentini. A proposito… la Gazprom è il colosso che sponsorizza lautamente la UEFA Champions League e che, indirettamente, porta non gas ma milioni di euro al calcio continentale. Vedete che il Calcio catalizza i massimi interessi e i più grandi temi in cui siamo coinvolti?»

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Se ne va Oliviero Beha. Mi definì “screanzato”.

Angelo Forgione Se ne va la voce libera di Oliviero Beha, un Maestro di Verità senza compromessi, penna che detestava l’ipocrisia e l’ignoranza del Paese. Volli fortemente una sua prefazione per il mio Dov’è la Vittoria. In realtà volevo che lo leggesse e speravo che lo approvasse, da napoletano a fiorentino, e sarebbe stata una conferma di assoluta validità. Non fu facile, perché avere una sua prefazione non era per tutti, anzi, era per pochissimi. Discutemmo a lungo su Calciopoli, e quando finì di leggere il manoscritto definitivo mi disse che avrebbe volentieri scritto per me. Fu come passare un esame, e a pieni voti, poiché mi fece capire che avevo dato anch’io qualcosa a lui. Non me lo disse apertamente; me lo scrisse in una email, quando mi consegnò l’ambito preludio al mio libro accompagnato da una semplice ma appagante riga: “Come leggerà, sono un Suo fan, sia pure ragionato”.
Era freddo, severo, ma limpido e generoso. Mi definì “screanzato” per il mio sapere osare, perché sapeva che riuscifa facile solo agli “screanzati” come lui. Aveva capito che avevo intrapreso l’impervia strada verso la comprensione della realtà, e scrisse che avevo fatto benissimo a raccontare tutta la verità sul mondo del Calcio italiano.
Qualche suo cauto collega, per ricordarlo, lo definisce “a volte eccessivo”. Altri, quelli che lui chiamava giornalisti mafiosi della tivù o scrittori camorristi omeopatici, neanche lo ricordano nei loro post e tweet, e non deve stupire. La verità è che la Verità è molto, ma molto scomoda, e chi ha definito l’Italia “un paese sfatto, in coma” e il sistema mediatico nazionale “colpevole di un’opinione pubblica demente” è scomodo anche da morto.
Ripropongo, integralmente, la prefazione che scrisse per il mio lavoro, perché anche chi non l’ha letto possa comprendere cosa pensava Oliviero, fiorentino trapiantato a Roma, della “Questione meridionale” e come accolse la mia ottica meridionalista.

UN AFFARE DA “SCREANZATI”

Scrive uno dei più grandi autori del Novecento italiano, Tommaso Landolfi, stile e fantasia raffinatissimi, che “succiare l’universo come un uovo è un affare da screanzati”. È un po’ quello che mi è capitato di pensare alla fine di questo lungo, denso, necessario e bellissimo saggio di Angelo Forgione che tiene insieme “Calcio & Società” in Italia e non solo, nel tempo e nello spazio, nell’economia e nella politica.
Quella che il saggista mette in campo fin dall’inizio è una sorta di complicata ma efficace “macchina del tempo”. Si va in su e in giù sulle montagne russe della grande storia e della cronaca più interessante tra l’Unità d’Italia e i giorni nostri. Proprio come sui vagoncini delle montagne russe in un qualche parco dei divertimenti, a volte ci si sente come sbalzati nell’aria sui saliscendi, ma poi la bravura dell’autore ti evita l’espulsione, ti tiene ben dentro il vagoncino, e il libro ti permette di dare un’occhiata generale a ciò che è successo in questo Paese in circa 150 anni di Unità e 120 di Calcio.
Il punto è che mentre questo gioco alternato, diacronico e sincronico, rende appetibilissimo e prezioso il saggio quando si riesce a focalizzare un’epoca più o meno distante, il discorso si fa più rischioso quando la penna si cala nelle vicende contemporanee.
È arduo, senza la distanza temporale che dà allo sguardo un altro tipo di ritmo, riuscire a giustapporre tessere di mosaico ancora troppo sfuggenti perché troppo intrise di attualità. Questo scrivere sul filo del rasoio senza però tagliarsi è il merito maggiore di un libro impegnativo, per chi lo ha scritto e per chi lo legge. Pieno di fatti, a partire dalla tesi documentata dell’effetto disgregante del Calcio tra le tifoserie, quindi la “ggente”, quindi quei cittadini di una Nazione che quasi mai si comporta da tale o anche soltanto lo sembra.
Dov’è la Vittoria è un bel titolo, immediatamente riconducibile alle contrapposizioni geografiche, geopolitiche, geoantropiche dell’ex Belpaese, e fa riferimento in modo inequivocabile all’inno nazionale. Forgione aveva pensato inizialmente a un altro titolo: Palla al centro. L’avrei gradito alla stessa maniera perché polisemico in profondità, con vari strati di interpretazione, anche se apparentemente facile.
Le differenze tra Nord e Sud, misurate negli scudetti e in tutta la porzione sociale, economica, imprenditoriale, finanziaria, politica e ahimé (troppo spesso) delinquenziale di una “Questione meridionale” ovviamente irrisolta da quando l’espressione è stata coniata nel 1873, dopo che invece – udite udite! – fino all’Unità le sperequazioni economiche tra le due Italie erano assai meno marcate, vengono perimetrate egregiamente in un campo di Calcio.
Ce n’è per tutti, con un’analisi ricca e accattivante. Penso, solo per citarne un aneddoto significativo tra mille, a quando si racconta di un Riccardo Muti salito giovane e sconosciuto da Napoli al Conservatorio di Milano negli anni Sessanta che veniva chiamato “il terrone”… Aneddoto incastonato in pagine precise sul tifo, il razzismo, il Calcio come veicolo di sfrangiamento sociale e imbarbarimento sostanziale ed epidermico.
Un libro “contro”, dunque? Un libro che sgonfia un pallone che la cronaca quotidianamente ci restituisce sgonfio di suo per rigonfiarlo mediaticamente e politicamente ogni volta? Non esattamente. C’era bisogno, anche sobbalzando sull’ottovolante, di un circuito completo, la cui completezza rendesse magari anche impervia la concatenazione e la comprensione, giacché è quell’universo “succiato come un uovo” nella compressione di un solo volume a rendere a volte ostico l’insieme.
Ma lo “screanzato” Forgione ha fatto benissimo a osare. È un libro che ha diritto di cittadinanza tra quelli che finora raramente sono stati capaci di intrecciare il Calcio con la società che lo contiene e di cui è espressione macroscopica. Mi sarà e vi sarà utile prima come lettura e poi come consultazione, tra le molte cose che si dimenticano e quelle che si ignorano. Perché in realtà al centro del libro e della realtà che dispiega non c’è la palla, bensì noi stessi.

Oliviero Beha

Come i meridionali sono diventati juventini

Angelo Forgione Il calcio è una straordinario termostato sociale, capace di regolare la temperatura del popolo. I potentati economici l’hanno sempre usato, sin dal principio, per ingrandire i loro affari, accrescere il proprio consenso e sedare le proteste operaie. In Italia, il binomio Juventus-Fiat ha sempre rivestisto significati particolari, come, ad esempio, negli anni del “miracolo economico”, quando migliaia di meridionali salirono a Torino per produrre automobili. La storia dei compressori Fiat per frigoriferi con cui fu acquistato Pietro Anastasi, un vero e proprio blitz per strapparlo di forza all’Inter, è solo la punta dell’iceberg di una strategia industriale attuata dalla famiglia Agnelli per far diventare juventini i meridionali.
Con la chiusura delle frontiere dopo la disfatta della Nazionale italiana contro la Corea nel 1966, la Serie A parlò italiano dal 1967 al 1980. La Juventus iniziò a pescare al Sud, da dove provenivano gli operai che ingrossavano la comunità operaia di Torino. Alla fine degli anni Sessanta, il capoluogo piemontese era diventato la terza più grande città “meridionale” d’Italia dopo Napoli e Palermo. I calciatori del Sud divennero allora fondamentali per la strategia di fidelizzazione del tifo.
Furono proprio i meridionali di Torino, quelli che stavano costruendo le fortune economiche degli Agnelli, a iniziare a tifare in massa per la squadra del padrone, trasmettendo la juventinità ai parenti rimasti al Sud, sui quali faceva facilmente presa tutto ciò che gravitava attorno al miraggio della ricchezza e del successo settentrionale. Il Torino divenne la squadra dei torinesi, la Juventus quella dei lavoratori provenienti dal meridione. La squadra bianconera dominò gli anni Settanta, ingrandendo la sua tifoseria con nuove generazioni di fedelissimi immigrati – figli e parenti – che si identificarono con le vittorie della “zebra”, sul cui blocco fu costruita la Nazionale che vinse i Mondiali del 1982. La Juventus si rese così la squadra d’Italia, e il suo nome, che non era quello di una città e non imponeva il cliché del campanile, agevolò il processo di diffusione della sua popolarità.
Oggi, la gran massa di tifosi meridionali che sostiene la Juventus deriva da quell’eredità familiare e dalla fascinazione del potere esercita in tutti gli abitanti delle province del calcio, cui riesce facile
poter dire la propria scudetti alla mano.

Maggiori approfondimenti su Dov’è la Vittoria (Magenes, 2015)