Le quattro giornate del Napoli per il colpo di Stato

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Angelo Forgione – Se vuoi prenderti lo scudetto, spesso, devi battere il tuo avversario a casa sua. E il Napoli sapeva di doverlo fare, di dover fare l’impresa, di dover inchiodare la Juventus alla quinta sconfitta in 131 partite di campionato nel suo bunker, per dare una gioia ai tifosi azzurri, che avevano caricato a molla la squadra del loro cuore sin dalla partenza per Torino. Ci voleva convinzione e cattiveria, quella che il piccolo Insigne ha mostrato in volto a Khedira. Ci voleva l’arma di questa rimonta in classifica: il calcio d’angolo. È così, con 5 gol su palla inattiva degli ultimi 8 realizzati, che il Napoli sta sopperendo alla crisi di finalizzazione del suo tridente. Albiol al Genoa, Diawara al Chievo, ancora Albiol e poi Tonelli all’Udinese, e ora Koulibaly alla Juve. Uno con lo schema sul primo palo e ben quattro con la palla messa al centro dell’area di rigore. Callejon, come Mario Rui, allo Stadium, ha provato per tutta la partita il primo metodo, ma all’ultimo corner ha provvidenzialmente optato per il secondo, quello più efficace, e ha funzionato.
A Torino la grossa mole di gioco azzurro non ha prodotto grossi pericoli agli avversari, ma alla fine il risultato ha reso giustizia a chi ha giocato a pallone occhi negli occhi di chi, con sguardo timoroso, ha esclusivamente speculato sul vantaggioso 0-0. Gli agnelli non erano solo in tribuna. Pressing alto e possesso palla, Sarri ha dato una lezione ad Allegri, la più indigesta, che ne è uscito col morale visibilmente a pezzi. È su questo fattore che il Napoli, con l’inerzia a favore, dovrà costruire il sorpasso dopo la rimonta.
L’allenatore degli azzurri è a un passo dalla definitiva consacrazione. Sa di avere la possibilità di scrivere la storia, perché puoi pure vincere sei scudetti consecutivi come nessuno, ma vincerne uno a Napoli ne vale dieci. Sa di avere l’opportunità di dare un’immensa gioia alla sua gente e non permetterà a nessuno di distrarre la squadra dall’obiettivo. Il portone del Palazzo è stato sfondato e i rivoluzionari azzurri sono ormai dentro. Ma nulla è ancora compiuto. La Juve ha ancora il suo destino in mano. Ora tocca salire nella stanza dei bottoni per completare il colpo di stato e prendere il potere.
I napoletani, col sogno nel cuore, si compattino davvero. Basta fischi ai calciatori. Basta offese al presidente. Basta critiche al mister sulla gestione di una rosa che non è certamente ampia e che ha necessitato del sacrificio delle coppe per poter essere calibrata sull’obiettivo del patto, ma qualcuno non l’ha ancora capito. Ora è il momento di spingere il Sud al traguardo negato dalla storia e di lasciare ai cannibali le briciole e il traumatico fallimento. Ora è il momento di fare il prodigio tutti insieme, da popolo vero, per esserne fieri. Vincere con Maradona in campo ci sta. Vincere senza neanche il bomber che l’avversario ti ha strappato non è cosa da poco. Cominciano le quattro giornate del Napoli. La storia è a quattro passi, e sarebbe uno tricolore bello, bellissimo, come il primo.

 

Juventus-Napoli, chi è obbligato a vincere?

Allegri e Sarri. Chi è davvero ossessionato dallo scudetto? Chi scarica le pressioni su chi? Ne ho parlato nel salotto della trasmissione sportiva In Casa #Napoli (Piuenne) per chiarire il perché, nel duello scudetto, la pressione è, in realtà, tutta sulle spalle della Juventus. Bianconeri per il dovere, azzurri per il colpo di stato. E l’allenatore del Napoli, con la sua risposta serena al suo collega, ha fatto intendere proprio che l’ossessione è di chi deve vincere per forza anche il settimo tricolore, non di chi sogna di strapparglielo.

ESCLUSIVA Arenapoli.it – Forgione: “Juventinità al Sud, Napoli-Filmauro e un’idea per ADL.

intervista del 16 febbraio 2018 a cura di Luca Cirillo per Areanapoli.it

Per analizzare il momento della squadra di Sarri all’indomani della sconfitta degli azzurri in Europa League contro il Lipsia, abbiamo contattato il collega Angelo Forgione, giornalista e noto scrittore, autore del fortunato Napoli Capitale Morale, ultimo lavoro letterario dopo Made in Naples e Dov’è la Vittoria, in cui analizza la storia del calcio italiano attraverso analisi socio-economico-politiche.

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La tua segnalazione sul Carnevale di Putignano, il più antico d’Italia ed il più grande del Sud, con una forte connotazione juventina, ha fatto il giro dei media. Il maestro Lello Nardelli, autore del carro e tifoso del club torinese, ha definito i calciatori bianconeri “Eroi moderni”. La “colonizzazione” è anche questa…

Certamente. Si tratta di un’evidente manifestazione di un’affezione storica del territorio pugliese ai colori della Juventus, cosa che vale anche per quelli dell’Inter e del Milan. Del resto funziona così in tutto il Meridione e nel resto del Paese, ma il fatto è che quest’affezione è più forte nelle province del calcio, dove non ci sono squadre capaci di radicare un sentimento locale e di evocare una passione identitaria. Un carro allegorico dedicato all’esaltazione della Juventus è impossibile a Napoli, a Roma o a Firenze, grandi centri con importanti club, ma a Putignano, invece, è possibilissimo, perché nel Barese lo juventinismo è forte e affonda le sue radici nell’emigrazione del dopoguerra. Il carro allegorico juventino è lo specchio della disidentificazione del Sud, e racconta di un’evoluzione sociale dell’Italia e della Questione meridionale.


A chi dice che il calcio è solo passione avulsa da tutto il resto, dall’amore per il territorio, cosa rispondi? Esempio: “io sono di Putignano, perché devo tifare per forza per la Putignanese o per il Bari? E pur tifando per loro, posso tifare per chi mi pare nel campionato di Serie A?”. Tema complesso…

In realtà è un tema semplicissimo. I bambini di questi territori, fuori dal grande calcio e dalla possibilità di lottare per qualcosa di “nazionale”, devono necessariamente fare una scelta che gli consenta di partecipare, di non sentirsi esclusi nei discorsi con gli amici, e per convenienza inconscia si affezionano alle squadre più gloriose. La stessa cosa accade ad altre età, per contare nei discorsi da bar in pubblico. La verità è che esiste anche una componente identitaria che si nasconde dietro alla voglia di vincere, frutto dell’auto-riconoscimento di ciascun appassionato nella squadra che porta il nome della propria città, della propria provincia, del proprio territorio di appartenenza e, che è poi area di precisa identità culturale, ma spesso la si sopprime. A Napoli, Roma e Firenze è più facile far prevalere questo aspetto a prescindere, ma a Bari e dintorni diventa già più difficile. Qui il tifo aiuta a gestire e risolvere un contrasto interiore, e perciò alla fede locale, che diventa prioritaria solo se la squadra del territorio è in Serie A, è spesso accostata quella per una delle tre squadre più vincenti, che è un’assicurazione sulla partecipazione. Il barese tifa magari per il Bari e per la Juve, e così il palermitano e il reggino, cosa impossibile per il napoletano, il romano e il fiorentino, che hanno una sola fede, che sia per le squadre delle città o delle tre più blasonate.

Tali dibattiti sono tornati di attualità anche grazie alla cavalcata del Napoli che negli anni si è affermata come principale avversaria della Juve. Cavalcata che sta innervosendo non poco i sabaudi e i relativi feudi in tutta Italia.

Certo che sì. La Juventus, per i motivi chiariti, è la squadra più amata d’Italia e i suoi sostenitori abbondano in ogni provincia del Paese. La tifoseria del Napoli è agli antipodi di quella bianconera, perché se gli juventini sono ovunque e tifano per una squadra che non rappresenta Torino ma una sua espressione industriale, con tutto ciò che garantisce, i napoletani sono invece concentrati soprattutto in Campania e amano la napoletanità. Napoletano è il tifoso e napoletano è il cittadino, c’è sovrapposizione anche nella terminologia. Napoli e Juventus è un confronto tra fieri napoletani e generalmente italiani, tra una tifoseria che vuole essere e un’altra che vuole avere. Ma c’è dell’altro…

Cioè?

Bisogna tener conto di un fenomeno che sta montando in questo preciso momento storico. Con il Napoli a rappresentare la prima rivale della Juventus, cosa che dura ormai da un lustro e più, i più giovani juventini stanno crescendo con un’avversione al Napoli e ai suoi tifosi piuttosto che al mondo interista e milanista, ora ridimensionati. Ad esempio, ho visto una ragazzina di Messina registrare video su youtube per esternare e motivare tutto il suo odio per il mondo Napoli, nato in questi anni insieme al suo amore per la Juventus. È una dinamica che non dobbiamo sottovalutare.

Questione Younes: si “narra” che il calciatore sia letteralmente scappato dopo aver visto il San Paolo e Castel Volturno. “Taxi, mi porti alla stazione di Villa Literno”. Da lì la fuga. Il tedesco si è spaventato? Siamo così brutti?

Qualcuno prima o poi dovrà spiegarci cosa realmente è accaduto quel giorno, perché non è accettabile che un calciatore firmi, venga da Amsterdam a vedere una partita a Napoli e il giorno seguente se ne esca serenamente dal centro sportivo di allenamento, senza salutare e motivare, e se ne torni da dove è venuto. Possibile che nessun dirigente azzurro accompagnasse il ragazzo? In attesa di capire, l’unica certezza è che Milik ha fatto lo stesso percorso, ma di sola andata; è ancora a Napoli e non mi pare un calciatore spaventato o deluso.

L’Italia fa una fatica enorme a tenere il passo delle big d’Europa. Quanti anni ci vorranno per tornare grandi come negli anni ’80 o è una parentesi storica irripetibile?

Quello degli anni Ottanta fu un momento storico difficilmente ripetibile. L’Italia scialava sulla scia del boom economico dei decenni precedenti, e la crescita economica del Paese era ancora in atto. Nel 1981 fu decisa la liberalizzazione delle sponsorizzazioni, un provvedimento rivoluzionario che aprì le porte agli investimenti delle grandi industrie, che intuirono le potenzialità legate al calcio. Le società italiane, in quel calcio poggiante sulla bigliettazione allo stadio, aggiunsero alle strutture capienti i soldi degli sponsor e gli investimenti degli imprenditori. Con la vittoria dei Mondiali in Spagna, la febbre salì. Il tesseramento del secondo straniero, accordato dalla Federazione a partire dalla stagione ‘82/’83, fu l’ultimo grande cambiamento della Serie A. Ciò permise, nel bene e nel male, l’arrivo di un numero doppio di stranieri, e tutti quanti volevano l’Italia. Di questa sbornia, però, ne abbiamo approfittato senza porci il problema futuro, quello della trasformazione in fenomeno televisivo. Quando sono esplose le pay-tv la Serie A ha pensato solo a spremere il limone dei diritti televisivi, dimenticando che altrove si provvedeva ad approntare stadi moderni e capienti di proprietà, mentre noi restavamo ancorati alle proprietà comunali, e neanche ci siamo preoccupati di contrastare il fenomeno del marchandising falso con leggi e controlli severi. Altrove hanno iniziato a rendersi moderni e noi ci siamo ritrovati indietro, dipendenti esclusivamente dai diritti televisivi e dalle banche. La sentenza Bosman, poi, significò un vantaggio per chi cresceva e un danno per chi restava indietro, come noi. Abbiamo decenni di ritardi e non abbiamo neanche iniziato la risalita. Restiamo sufficientemente competitivi solo per la grande capacità tattica dei nostri allenatori, che non a caso vengono risucchiati dai campionati più ricchi.

Domanda apparentemente fuori contesto: che momento vive Napoli sul versante dell’arte, della comicità, della musica, del cinema ecc. ecc.?

Molto florido. Napoli è la città più dinamica d’Italia sotto questo aspetto. Il cinema napoletano, o a tema napoletano, vince premi su premi. La musica è sempre viva, così come la comicità, anche se di Troisi non se ne vedono in giro. In questo buon momento ci metterei certamente anche la scrittura. Ogni forma d’arte napoletana riesce a segnalarsi a livello internazionale, e questo è segno di un’identità tra le più espressive del mondo.

Continuando, “Napoli velata” di Ozpetek ti è piaciuto?

Nulla di trascendentale ma certamente un bel film, che ti tiene incollato alla sedia per capire e che racconta il femminino di Napoli, perché il regista ha compreso che Napoli è femmina, e necessita di essere capita, sentita, oltre che osservata.

De Laurentiis potrebbe dare una sterzata e stimoli nuovi alla città sul versante artistico o il “mercato” non lo permette? Purtroppo ADL si associa ai cinepanettoni, ma nel suo passato di produttore ci sono prestigiosi titoli di livello internazionale. Il mercato si asseconda o è possibile dettare regole e ritmo?

L’industria del cinema è in forte crisi e non si può fare a meno di cercare il risultato al botteghino. Non c’è più spazio per sperimentazioni e rivoluzioni. Il fatto è che è la SSC Napoli a trainare la Filmauro e non viceversa. Non credo di andare troppo lontano dalla realtà azzardando che se De Laurentiis non avesse acquistato il Napoli la Filmauro non esisterebbe più. Io però gli suggerirei di lavorare a un bel film sulla storia di Napoli, rompendo qualche schema. Non sarebbe un errore.

Tornando al calcio, questo epico duello Napoli-Juventus è arrivato dopo 9-10 anni al suo punto più alto. Davide contro Golia, le idee e la creatività contro lo strapotere economico. E’ l’inizio di tanti duelli per tanti anni ancora o Milan, Inter, Roma e Lazio torneranno a breve ad inserirsi in alta quota?

La Roma, in alta quota, c’è già, ma non riesce a starci con continuità. L’inter sta provando a rialzarsi, ma non la vedo così semplice come qualcuno ha preconizzato all’arrivo di Suning. Il governo cinese ha recentemente tarpato le ali agli investimenti all’estero e tutto comunque passa attraverso la presenza costante in Champions League, cosa non certa neanche per la prossima stagione. Il Milan è ancora lontanissimo da certi livelli, e non ci sono garanzie sul suo futuro societario, mentre la Lazio non può fare più di quello che sta facendo. Il duello Juventus-Napoli durerà ancora a lungo perché, tra i 5 top club d’Italia, sono gli unici due che programmano, sia pure in maniera diversa; due società che non hanno debiti esponenziali, che non sono in mano alle banche o a fondi stranieri e che sono guidate da due proprietà riconoscibili e vicine alla squadra. Per dirla tutta, io non sono tra quelli che sullo scudetto a Napoli dicono “ora o mai più”. È una mentalità perdente, e non è certamente quella che sta dando Sarri alla sua squadra.

L’antidoping ad Antidoping

Angelo Forgione – Circa la trasmissione Antipoding e la trattazione dello scudetto 1988, Alessandro Antinelli, su twitter, ha sostenuto di non aver voluto portare fatti a supporto di una tesi ma di aver raccontato una storia spiegando che il Napoli di oggi è equilibrato soprattutto alla luce della sua storia passata. Ognuno può farsi un’idea, e resta la mia contestazione sull’incompleta ricostruzione delle indagini che seguirono a quello strano finale di stagione, cioè sull’omissione delle confessioni di Pietro Pugliese nel 1994, il quale parlò di inquinamento del risultato sportivo determinato da Berlusconi quale vera causa della frenata del Napoli. In tribunale, il “non poteva non sapere” è motivo di condanna.
Ad Antinelli ho contestato la validità delle dichiarazioni di Leandro Del Gaudio de Il Mattino, il quale ha dichiarato: «Io sono sicuro, e lo dico da cronista prima ancora che da cittadino, del pressing della criminalità organizzata sul Napoli del 1988, anche se non ho le prove, altrimenti ci scriverei un libro sopra». Dunque, non vi sono le prove, e nessuno ce le ha. Anche io non escludo nulla su quegli eventi, ma anche io non ho le prove sul pressing della camorra di allora, e però un libro sul dietro le quinte del calcio italiano l’ho scritto, ma ho raccontato le ipotesi e, soprattutto, le indagini, per filo e per segno. E se Del Gaudio prima dice che non vuole «minimamente intaccare l’onorabilità, la buona fede e l’eccelsa professionalità dei calciatori che scesero in campo», bisognerebbe allora spiegare come si riuscì ad accomodare il risultato sportivo sul campo, fermo restando che Maradona a casa dei Giuliano ci andava, e lo faceva sicuramente per procurarsi la droga, come accertò la Magistratura.
Contesto ad Antinelli il non aver detto che le più recenti rapine ai calciatori erano conseguenza di un decalogo voluto dal presidente De Laurentiis, il quale ha “consigliato” ai suoi calciatori di sciogliere l’abbraccio con elementi delle curve e di non partecipare più alle iniziative dei gruppi organizzati, e quindi l’aver fatto passare il messaggio che il Napoli può ri-vincere lo scudetto perché la camorra è d’accordo.
Il giornalismo di inchiesta è prezioso, e il presupposto di Antidoping è assolutamente lodevole, ma non può essere proposto senza un completo quadro dei fatti e delle relative indagini. Altrimenti si finisce con l’alzare inutilmente polvere dalla soffitta.

La stantia narrazione attorno al Napoli che profuma di scudetto

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Angelo Forgione Il Napoli profuma di scudetto ed ecco che torna una certa narrazione invece un po’ rancida. Ci casca Antidoping, rubrica Rai di Alessandro Antinelli, che nella puntata dedicata a “il Regno di Napoli” mette le mani nei gangli tra malavita e calcio cittadino con eccessiva retorica gomorresca, e si scotta.

Clicca qui per vedere Antidoping “Il Regno di Napoli”

Parlare di incursioni malavitose nel pianeta calcio ci sta tutto, certo che sì; anche a Torino lo sanno. Vero anche che vincere a Napoli è molto più difficile che altrove, e mai sapremo se la frenata scudetto del 1988 fu conseguenza di crollo atletico e rottura di “spogliatoio” o di un’operazione occulta diretta dalla camorra o da qualcos’altro. Vicenda degna di narrazione, ma perché riferirsi solo all’inchiodata per salvare gli allibratori della malavita dalla perdita di centinaia di miliardi di vecchie lire e omettere ancora una volta l’altra versione del misfatto? Perché non raccontare che per alcuni testimoni quel tricolore fu comprato dal rampante Silvio Berlusconi? Nel 1994, il pentito Pietro Pugliese raccontò di un accordo politico occulto per agevolare il Milan. Secondo la sua versione, Salvatore Lo Russo, capo dell’omonimo clan, gli aveva confidato che il presidente dei rossoneri, bramoso di vincere il suo primo tricolore per motivi di immagine e consenso, si era rivolto al suo amico Bettino Craxi, che a sua volta aveva attivato l’influente avanguardia della politica campana dell’epoca (Antonio Gava, Paolo Cirino Pomicino e Giulio Di Donato) per trovare il modo di fermare il Napoli attraverso i legami con l’entroterra. La Magistratura mai trovò conferme a questa silenziata versione, così come non le trovò a quella sempre raccontata del Totonero. Accertò solo che Maradona frequentava certi ambienti perché lì si procurava la droga – una dipendenza è pur sempre una dipendenza – ma lo scagionò dall’accusa di traffico internazionale di stupefacenti.
E poi, per spiegare la lunga sequela di rapine ai calciatori azzurri e alle loro compagne in tempi più recenti sarebbe bastato chiedere all’Antimafia, consapevole per deposizioni accolte che furono messaggi ai calciatori che prendevano le distanze dal tifo organizzato e che non partecipavano più alle iniziative dei gruppi, rispettando un decalogo interno voluto dal presidente De Laurentiis.
Vero, vincere a Napoli è molto più difficile che altrove, e magari si raccontasse che è per localizzazione geografica, perché è Sud, e la camorra è solo una delle tante conseguenze della malaunità ad incidere sulle possibilità di chi opera nel Mezzogiorno.
Magari si raccontasse una Napoli più completa, non solo quella popolare e delle percepite miserie. A Chiaia, al Vomero e a Posillipo si tifa per gli azzurri esattamente come nei quartieri più difficili, ma non interessa perché non sarebbe l’unica Napoli che conviene raccontare.

Parte della tifoseria contesta De Laurentiis, l’uomo che ha portato il Napoli al top

 

Angelo Forgione Finisce (finalmente) il calciomercato e piovono voti alti all’operato del Napoli da parte di direttori sportivi e addetti ai lavori. Mugugna invece una fetta di tifoseria partenopea, e spunta anche un vistoso striscione in città: “non si era mai visto… fai passare un rinnovo per un grande acquisto… ADL buffone”. Dove sta la verità? In questo caso non nel mezzo, perché l’ottica degli esperti di finanza calcistica non è la stessa dei tifosi, che vogliono vincere, non vogliono vedere le sfumature gestionali se non per fare i conti in tasca al conducente, e non vogliono entrare nei dettagli vivi… e più la loro squadra del cuore va vicino al grande traguardo più pretendono che lo faccia. Guai se l’attesa dura troppo.
La verità, dunque, è che la SSC Napoli ha raggiunto davvero l’apice delle sue potenzialità economiche e sta spremendo tutte le proprie risorse. È un club, uno dei pochi in Italia, che fa affidamento sulle sue energie economiche e non si indebita con banche e fondi internazionali, garantendosi il futuro. Insomma, ciò che il Napoli incassa il Napoli spende. Il club si è attestato a 130 milioni di fatturato strutturale da qualche anno, e il problema, ora, è aumentare le entrate per alzare l’asticella. Questo può passare solo attraverso uno stadio di proprietà con strutture ricettive, che ad oggi, ahimè, in una città difficile di teatrini, è solo una chimera. Bisogna dunque abituarsi a questo standard continuo raggiunto, che poco non è, visto che si tratta di uno dei club mai così assiduamente al vertice, un club tra i più in vista in Europa anche grazie al suo progetto tecnico. Ma non ci si può attendere di più.
I rinnovi? Certo che sono cosa grossa, anzi grossissima, quelli di Mertens e Insigne, i cui ingaggi pesano per circa un settimo del bilancio del club, ed è davvero tantissimo! Gli sforzi economici, il Napoli, li sta facendo, certamente commisurati alle proprie possibilità, e quest’estate li ha fatti anche rischiando qualcosa, perché non aveva la certezza ma solo la convinzione di passare il preliminare di Champions League. I diritti tivù e quelli della Champions sono proprio la linfa vitale del Napoli ad alti livelli, e l’alto standard è subordinato al raggiungimento della massima competizione continentale. Ad esempio, se il club non dovesse raggiungerla il prossimo anno dovrebbe certamente rinunciare a parte del patrimonio tecnico. Si può allora discutere di scelte tecniche, non di scelte economiche. Si può discutere di mancanza di una vera alternativa a giocatori fondamentali come Callejon, o di un ricambio in porta che faccia riposare Reina, ma qui entra in gioco la volontà di Sarri, che non ha voluto alterare l’equilibrio perfetto raggiunto lo scorso gennaio, ovvero da quando il Napoli è diventato un meccanismo svizzero. Il resto sono chiacchiere da bar, ma la gestione di un club è una cosa complessa, che va ben al di là del carattere di un presidente e coinvolge anche la realtà territoriale. Ecco, appunto, ve lo ricordo sempre, stiamo parlando del Napoli, Sud Italia, Mezzogiorno, Meridione o che dir si voglia.

Esclusiva DailyNews24 – Angelo Forgione: «Sui roghi c’è una spirale criminale perversa, il Sun si è qualificato per il giornale che è»

intervista di Raffaele Zanfardino per DailyNers24.it

Abbiamo avuto il piacere di intervistare in esclusiva Angelo Forgione, scrittore e giornalista napoletano che è molto attento alle vicende partenopee. Autore di diversi libri, ha contributo a fornire un nuovo punto di vista sull’Unità d’Italia e sul ruolo che ha avuto Napoli nella storia.

Partiamo dal tema più strettamente d’attualità: ci dica il Suo punto di vista sui roghi che stanno devastando la Campania.
Credo che si sia trattato di una spirale perversa, ovviamente criminale, in cui sono confluite varie concause. Da chi ha interesse al rimboschimento a chi vuole bruciare rifiuti tossici. Da chi teme la valorizzazione di un modello di sviluppo virtuoso del Parco Nazionale del Vesuvio fino ai semplici piromani, che hanno approfittato del caos. Tutti ne hanno approfittato, se vogliamo. Specialmente sul Vesuvio, l’economia legata al turismo e all’agricoltura sta togliendo spazio all’illegalità, e perciò si è trattato di vero e proprio attentato criminale, un attacco che andava contrastato con forze maggiori. In Italia siamo vulnerabilissimi a questi fenomeni, e laddove si attiva la criminalità è facile che si verifichino certi disastri. Abbiamo perso migliaia di ettari di bosco ma anche coltivazioni autoctone. Il danno è davvero enorme.

Lei ha parlato anche di possibili frane in autunno: può spiegarsi meglio?
È naturale. Il disboscamento è una delle principali cause dell’amplificazione dei danni da alluvioni. Le radici compattano il terreno rendendolo più forte e, una volta recise, cedono alla violenza degli eventi atmosferici, provocando frane e allagamenti. In Campania abbiamo già il monito del 1988, quando il monte Pizzo d’Alvano, vittima di disboscamento contino negli anni, vomitò fango su Sarno, Episcopio, Quindici e Bracigliano, provocando 160 morti e migliaia di feriti. Tutto questo scempio è frutto dei tempi moderni. Mi preme ricordare che il governo del territorio, nel Sud Italia, era una priorità prima dell’Unità d’Italia, cioè prima dell’estensione a tutto il territorio della legislazione piemontese che non prevedeva adeguate misure di contrasto alle calamità naturali. Sul Vesuvio, per esempio, a inizio Ottocento, fu creato un ingegnoso sistema basato su alvei e vasche, ma anche di reticoli in pietra lavica per il contenimento delle acque piovane, le cosiddette “briglie borboniche”, che ancora oggi sono modello cui si ispirano le “grate vesuviane” in legno, disseminate sulle pareti montuose del Parco Nazionale. Magari sono andate in fiamme anche queste, chissà. Ora si dovrà stare attenti alle forti piogge autunnali che verranno, perché le conseguenze di questi incendi potrebbero essere di particolare gravità.

Cosa ne pensa, invece, della Terra dei Fuochi?
Ogni parola, ormai, è superflua. Tra spietati imprenditori di ogni zona d’Italia, criminalità organizzata e massoneria deviata, il cocktail esplosivo ha prodotto aria malsana nelle campagne tra Napoli e Caserta. Il paradosso è che si respiri aria meno pericolosa a Napoli, cioè in città, piuttosto che nei paesi dell’hinterland. Il problema è l’aria, certamente, e con questo vorrei paradossalmente invitare a moderare gli allarmismi sull’agricoltura locale. Non sono un agronomo, ma mi sono informato presso gli esperti. Il fatto è che una pianta non assorbe tutto quello che si trova nel terreno e possiede un’azione autodepurativa. Cioè, i frutti della terra assorbono in modo selettivo e tendono a rifiutare sostanze inquinanti. Una prodotto della terra, se è inquinato, non cresce e non matura, e quindi se vediamo un prodotto della terra finito vuol dire che quel prodotto è sano. Possiamo mangiare senza fobie. Il problema può semmai esserci nelle acque, o nella filiera del latte, ma i controlli nel settore sono tanti. Ad ogni modo, quello che si sta facendo a questa terra è un delitto, e la terra domina sull’uomo, non il contrario. Siamo e saremo noi a pagarne le conseguenze, e questo per l’arricchimento di “pochi” criminali spietati.

Cosa pensa del quotidiano The Sun che ha tolto Napoli tra le città più pericolose?
Si è qualificato per la reputazione di cui gode, cioè giornale per nulla autorevole. Quell’articolo è stato scritto per “sensazione”, sull’eco dei racconti delle più tetre fiction recenti. Bastava leggere il fantasioso detto “va fa Napoli” che si direbbe in Italia per dire “va all’inferno” per capire che Guy Birchall aveva lavorato di immaginazione. Napoli è una città problematica, molto problematica, forse la più problematica d’Europa, ma la problematicità non corrisponde necessariamente alla pericolosità. A Napoli c’è la camorra che spara nei quartieri popolari, e il numero di morti per omicidio è costantemente alto, più alto che altrove, e però si tratta di guerra tra clan che bersagli selezionati, anche se qualche volta capita che ci vadano di mezzo persone innocenti. Poi, se controllassimo anche le statistiche delle morti per incidenti stradali e quelle per suicidio ci accorgeremmo che Napoli è ben al di sotto delle medie in queste voci, che contribuiscono a dare un quadro esatto della pericolosità di un luogo. In definitiva, Napoli non può dirsi città sicura ma neanche tra le 11 più pericolose del mondo. Descriverla come un far-west è decisamente troppo. Napoli è piena di vita, di giorno e di notte, e questo significa che i napoletani non percepiscono alcun tipo di problema particolare.

Da qualche anno, la narrazione di Napoli (e dell’unità d’Italia) sembra cambiata: a cosa è dovuto?
Non credo che sia cambiata. Napoli continua ad essere considerata per ciò che è, una città bellissima e malata. È cambiata semmai in una parte di opinione pubblica una certa visione delle cause della sua malattia. C’è ancora chi continua a considerarla causa dei suoi mali, e c’è chi invece ha capito che la radice dei suoi problemi sta nella malfatta unità d’Italia, di cui Napoli fu protagonista con Torino e Milano. C’è chi ha capito che non era solo il Sud ad essere arretrato rispetto alle più importanti economie europee ma anche il Nord, che il Settentrione è poi cresciuto in rapporto diretto con l’impoverimento meridionale, e che l’Unità fu imposta per affermare l’egemonia colonialistica del Nord sul Sud. Così è nato il “triangolo industriale” e così è decaduta Napoli, con tutta la sua reputazione, demolita prima dai liberali e dagli stessi esuli napoletani durante il Risorgimento e poi dall’antropologia positivista, che sostenne una genetica inferiorità meridionale. Napoli è crollata definitivamente dopo la Guerra, uscendone distrutta nel tessuto urbano, industriale e nello spirito. Oggi tutto quest’ottica sta diventando più nitida, e sempre più persone si appassionano alla lettura di libri come quelli che scrivo io e altri appassionati indagatori della questione meridionale per restituire consapevolezza e per drenare gli annacquati racconti patriottici. Attenzione però ad addossare solo agli altri e al passato le responsabilità dei problemi che Napoli vive. C’è oggi una gran quantità di napoletani privi di senso civico e ai quali fa piacere sguazzare nelle permissive condizioni in cui vivono.

Lei ha appunto pubblicato recentemente il suo ultimo libro, dal titolo “Napoli capitale morale. Dal Vesuvio a Milano. Storia di un ribaltamento nazionale tra politica, massoneria e Chiesa”: ci può illustrare nel dettaglio di cosa parla?
Parla proprio del percorso parallelo delle due città-faro del Sud e del Nord, delle due capitali morali d’Italia, quella pre-unitaria e quella post-unitaria. Napoli era indubbiamente la città più importante d’Italia al 1860, la vera capitale dello Stivale frammentato, l’unica di rango davvero europeo della Penisola, cioè quello che è oggi Milano. Dialogava con Vienna e San Pietroburgo, e con Parigi e Londra almeno fino al 1856, quando si concluse la Guerra di Crimea. Il gran fulgore della capitale borbonica rendeva persino più ampia che altrove la differenza tra l’elevata qualità di vita urbana e il basso tenore nell’entroterra delle campagne, impoverite al Sud esattamente come i contadi settentrionali. Milano aveva la metà degli abitanti di Napoli, e il suo sviluppo era partito lentamente nel secondo Settecento con Maria Teresa d’Asburgo, che portò la cultura viennese e quella napoletana nella città lombarda. Nel mio libro si legge dei rapporti culturali tra Napoli e Vienna di cui beneficiò anche Milano, dei rapporti tra Luigi Vanvitelli e il suo allievo Giuseppe Piermarini, ovvero l’architetto che tirò su il Teatro alla Scala e un po’ tutta la Milano neoclassica che guardava a Napoli. Si legge di storia e di storie, dal Rinascimento a oggi. Si legge di come, dall’Unità in poi, siano stati interrotti i rapporti tra le due città, di come Napoli sia decaduta in rapporto diretto alla crescita di Milano, fino a collassare completamente con la Seconda guerra mondiale. Si legge si cosa è accaduto con la seconda Italia, quella repubblicana, praticamente fallace come la prima monarchica, fino ad arrivare ai giorni nostri, analizzando il momento e provando a proiettarsi nel futuro. Si legge di influenza della Massoneria in questo ribaltamento italiano, senza mai dimenticare che le forze che l’hanno realizzato sono anche napoletane.

Ultima domanda, passiamo al calcio: è l’anno buono per lo Scudetto del Napoli?
Non lo si può prevedere. Certamente la squadra è motivata e concentrata sul preliminare di Champions League, per il quale anche i nazionali hanno rinunciato alle ferie, recandosi subito all’appuntamento di Dimaro. La Champions è vitale per il bilancio societario. Poi, certo, la squadra, col suo allenatore, vuole provare a fare due gironi di fila in campionato come quello di ritorno dello scorso anno, per poi vedere cosa avrà raccolto. Certamente questo Napoli ha grandi potenzialità ma, come ha avvisato Sarri, pochi margini di miglioramento. Ritengo che la squadra possa e debba migliorare in tre fasi. Il vero problema sarà riuscire a trovare la maniera di vincere le partite contro le squadre arroccate in difesa, quelle che mandano in tilt il gioco in velocità negli spazi degli azzurri. Poi bisognerà chiudere la porta, perché i campionati si vincono con la difesa più che con l’attacco, e bisognerà ridurre al minimo i delittuosi errori difensivi che lo scorso anno sono stati pagati in termini di classifica. Infine, bisogna migliorare in fase di palla inattiva, tanto difensivamente che offensivamente. Troppi goal sono stati presi in questo modo e pochissimi se ne sono realizzati. Se il Napoli progredirà in questi tre ambiti allora sì che potrà davvero ritrovarsi molto alto in classifica.