Salvini come Agnelli, e De Laurentiis non ride più

salvini_napoliAngelo Forgione – Gravissime le parole del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, circa l’atteggiamento da tenere in caso di razzismo e discriminazione negli stadi. La sua risposta al problema tutto è stata dichiararsi contrario alla sospensione delle partite, scontrandosi col protocollo in tre fasi della FIFA, che richiede all’arbitro di mettere momentaneamente in pausa una partita al primo accenno di cori discriminatori, poi sospenderla e mandare momentaneamente le squadre negli spogliatoi nel caso il canto persista, e infine, se i cori non finiscono, interrompere definitivamente il match.
Ma cos’altro poteva dire un ministro degli Interni leghista che da giovane militante leghista cantava cori di discriminazione territoriale? E mica solo a Pontida. Lo faceva anche allo stadio Meazza, dall’età di 15 anni. E allora si può buon ben capire che Matteo Salvini, in sede di Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive, ci è andato da tifoso del Milan e da militante della Lega Nord, non da saggio statista.
Qualche giorno fa, in un’altra occasione, Salvini aveva pure detto che non si  deve confondere il razzismo con la rivalità di quartiere, che è anche una cosa bella del calcio. Sembra di leggere l’ormai famigerata relazione della Juventus, in partnership con l’UNESCO, sulla lotta “contro la discriminazione e il razzismo nel calcio”. A pagina 60, nell’analisi del problema interno italiano – leggasi accanimento standardizzato e mascherato contro Napoli – si propone il paradosso di un’analisi assolutoria:

[…] Questo concetto particolarmente controverso viene utilizzato soprattutto in Italia per gli insulti di natura xenofoba fra il Nord e il Sud del Paese […].
[…] L’idea che il campanilismo, il quale racchiude una forma secolare di orgoglio e rivalità locale fra città e regioni, sia semplicemente parte dell’eredità culturale italiana e pertanto non dissociabile dal calcio è condivisa in modo praticamente unanime, anche da coloro che lo avversano.
[…] Le rivalità calcistiche basate sulla storia locale e regionale abbondano ovunque e si possono considerare realmente “il sale” del gioco.

Andrea Agnelli, infastidito dalle continue chiusure delle gradinate di casa, prima di far preparare la relazione da presentare all’UNESCO, disse che “le sanzioni puniscono a mo’ di razzismo il campanilismo, che invece fa parte della nostra cultura. È una nostra peculiarità”.
Matteo Salvini, dopo quattro anni di immobilismo istituzionale e morale, dice esattamente lo stesso. Ed è normale che sia così per certi uomini di cultura nordica per cui offendere i napoletani si tratta di “sale del gioco”. Il loro.
Il Napoli, appoggiando la linea etica tracciata da Ancelotti, ha giustamente storto il naso per le parole del tifoso Salvini, pardon, ministro dell’Interno, e ha fatto sapere che è pronto più che mai a fermarsi sul campo motu proprio per cori discriminatori, siano essi indirizzati a Napoli o al francese, senegalese, napoletano e uomo Koulibaly. Un braccio di ferro che è battaglia culturale da pochi compresa in un paese privo di cultura sportiva e vissuto nei conflitti di campanile nonché nella percezione indotta di un problema unico che si chiama Napoli. Una battaglia culturale che va attribuita ad Ancelotti, purgatosi all’estero e ora sensibile ai guasti italici, al quale si è finalmente allineato anche De Laurentiis, il quale qualche tempo fa aveva dichiarato di farsi una risata su certe espressioni verbali. Ora, finalmente, non ride più. Grazie ad Ancelotti, ha compreso che il divertimento è degli altri.

Juventini “napoletani” contro “torinesi”

juve_sudAngelo ForgioneL’inchiesta Alto Piemonte, di cui si occuperà la trasmissione Report il 22 ottobre, ha reso noti i rapporti tra alcuni dirigenti della società Juventus, tra cui Andrea Andrea Agnelli, ed esponenti della ‘ndrangheta piemontese, in particolare Rocco Dominello, anche capo-ultra del gruppo “I Drughi”, per la vendita di biglietti dei match allo Juventus Stadium attraverso il bagarinaggio. Il processo penale che ne è conseguito ha prodotto la condanna di Saverio e Rocco Dominello per aver fatto da intermediari all’attività di bagarinaggio, mentre il processo sportivo ha portato a una squalifica di Andrea Agnelli per un anno, poi convertita in multa.Un’informativa della Digos ha chiarito che i rapporti tra i vari gruppi della tifoseria organizzata della Juve sono davvero aspri e conflittuali da anni, tra aggressioni, regolamenti di conti e infiltrazioni della criminalità organizzata. È un risiko che si disputa conquistando pezzi di curva, in un tutti contro tutti che ha trovato una sorta di tregua quando Rocco Dominello, utilizzando una certa diplomazia, si è accreditato come affidabile interfaccia tra i gruppi ultrà e la società. Ma ora Dominello è fuori gioco e ogni gruppo, evidentemente, cerca di guadagnare campo.
Difficile capire se in questo scenario si inserisca una faida scoppiata tra un giovane gruppo di tifosi juventini, i “True Boys”, nati di recente in Germania e già con numerosi delegazioni in Italia e a Malta, e uno storico gruppo di juventini di Torino del gruppo “Tradizione”. Motivo o, chissà, forse il pretesto della guerra intestina, i cori razzisti contro la città di Napoli.
Prima del match Juve-Napoli i “napoletani” dei “True Boys” avevano chiesto ai “torinesi” di non cantare cori razzisti contro la loro terra, in nome del comune amore bianconero. Gli ultrà sabaudi se ne sono infischiati e hanno urlato ancora una volta «Napoli colera» e roba del genere, finendo per far chiudere la curva per decisione del giudice sportivo. E così quelli dei “True Boys” hanno protestato, prendendosi una sorta di espulsione dalla Curva Sud da parte dei torinesi di “Tradizione”, autori di un comunicato sui social con il quale il gruppo è stato dichiarato “inesistente” e Salvatore Licciardi, il referente di Casalnuovo di Napoli, il più impavido nel confronto-scontro, definito un “pulcinella”. Costui ha sfidato i “torinesi” e ci ha messo la faccia con una serie di lunghi video in diretta su Facebook. Rilevanti due conversazioni telefoniche a dir poco infuocate, la prima con Umberto Toja, uno dei capi storici di “Tradizione”, qualche tempo fa aggredito a colpi di spranga presso il suo bar torinese per la ritrosia a destinare parte dei proventi del bagarinaggio a una famiglia a capo della mafia calabrese radicata a Torino, e la seconda con un anonimo sgherro dall’accento calabrese o forse siciliano.

Per quel che può contare, la pagina Facebook dei giovani “True Boys” conta 145mila iscritti, mentre i più radicati di “Tradizione” non arrivano a 14mila. Conta certamente che nella curva juventina, in cui sempre più alte sono le tensioni tra le diverse fazioni, prenda posto gente di tutt’Italia, isole comprese, e ognuno, evidentemente, pretende rispetto e, soprattutto, spazio.
Nel frattempo, l’avvocato della Juventus, Luigi Chiappero, ha presentato ricorso contro la chiusura della Curva Sud dello Stadium per i cori razzisti contro Napoli definendo il comportamento dei tifosi bianconeri “indifendibile”, sì… e però lui lo difende indirettamente perché il giudice sportivo non ha applicato la condizionale prevista dal Codice di Giustizia Sportiva. Non l’ha fatto perché il fatto è reiterato ed aggravato dalla recidiva specifica.
Altro che interpretazione creativa… Lo stesso Codice, all’articolo 12 comma 6, infatti, dice chiaramente che “nei casi più gravi, da valutare in modo particolare con riguardo alla recidiva, sono inflitte (…) anche le sanzioni previste dalle lettera e dell’art. 18, comma 1 (obbligo di disputare una o più gare con uno o più settori privi di spettatori).
Tradotto in soldoni, anche il Giudice Sportivo ha valutato, precedenti alla mano, che ormai non c’è più da sospendere la pena per i cori razzisti contro Napoli allo Stadium perché, è dimostrato, scattano in automatico.
Ma Chiappero parla di disparità di trattamento e chiede l’annullamento della sanzione, invece di costituire il club parte civile contro chi lede la sua immagine. La strategia difensiva è la stessa adoperata durante lo scandalo doping e quello di Calciopoli. Così fan tutti, dissero in casa Juve. Più o meno tutti usavano farmaci, non accadeva mica solo nello spogliatoio bianconero. Più o meno tutti contattavano gli arbitri, mica solo i dirigenti juventini. Più o meno tutti cantano cori contro Napoli, mica solo i tifosi della Juve. Il che è in parte vero, come è vero che allo Stadium accade più spesso, troppo spesso, e non solo quando è di scena il Napoli.

Sarri come nessun napoletano mai

Angelo Forgione – Un imbarazzato inviato di JuventusTV in piazza San Carlo a Torino documenta i festeggiamenti per il 7° scudetto bianconero consecutivo, quello del #my7h, tra l’altro conteggiandone 36.
Non è però questo il tema del giorno del mitologico tricolore della Juventus. Tiene banco la sospensione della partita Sampdoria-Napoli per cori discriminatori contro i napoletani, sollecitata da Maurizio Sarri, che il razzismo contro Napoli l’ha sempre denunciato, mostrando persino il dito medio a un manipolo di “calorosi” tifosi juventini prima della partita allo Stadium. C’è voluto lui, toscano di Bagnoli, per fare quello che avrebbe dovuto fare qualche napoletano prima di lui, e questo è storico almeno quanto il record di punti della storia azzurra. Forse ha salutato i napoletani così.

Il disturbo dello juventino napoletano che “segue” il Napoli

juve_sudAngelo Forgione Piccolo siparietto televisivo apparentemente insensato che invece nasconde un problema economico meridionale.
È una costante delle trasmissioni sportive napoletane dedicate al filo diretto con i tifosi: lo juventino di Napoli e dintorni che telefona per affermare la propria fede. Gente che quelle trasmissioni le guarda con costanza quotidiana, perché in fondo si tratta di tifosi del Napoli che non riescono a risolvere un conflitto interiore. Gente che ha iniziato a tifare per la Juventus (ma anche per Milan e Inter) in età infantile, per affermare la propria voce su quella degli amichetti, ma che, in età adulta, non riesce ad avere sufficiente personalità per rimettersi in discussione quando l’identità e la territorialità prendono inevitabilmente il sopravvento. Non c’è dubbio che si tratta di un disturbo della psiche.
È accaduto anche e a me, ospite alla trasmissione Club Napoli All News di Francesco Molaro. Si parlava di Napoli calcio ma soprattutto di Napoli città, tutto in chiave identitaria, e all’improvviso ha fatto irruzione il classico disturbato: «Pagate le tasse, e avrete servizi, voi napoletani», urlava con accento campano, ma come se fosse lombardo o veneto. «Bisogna fare come la Juve, essere vincenti», diceva il disturbato per autoconvincersi della superiorità del popolo juventino, che una città e quindi un’identita, di fatto, non ce le hanno. Anche in questo modo, cioè attraverso i sondaggi sulle dimensioni delle varie tifoserie, il Nord prende soldi al Sud. Per chi non lo sapesse, il 25% dei diritti TV è ripartito in base ai bacini di utenza, cioè traducendo in fette economiche – e sono tanti soldi – la gerarchia delle tifoserie dettata dalle scelte di fede sportiva dell’immensa platea di appassionati, i quali talvolta acquistano anche abbonamenti e biglietti allo stadio e prodotti ufficiali del merchandising. Senza contare i soldi derivanti dal turismo sportivo.

Discriminazione territoriale: cronistoria della resa del calcio italiano

Angelo Forgione Ancora a parlar di cori di discrimazione territoriale negli stadi, e il disco andrà avanti per molto altro tempo ancora, tra chi si indigna, chi sorvola serenamente e chi promette impegno per risolvere il problema. La verità è che nessuno vuole più provarci peché il problema è culturale, ha radici storiche, fa parte della “cultura” italiana e non è risolvibile senza un’educazione al rispetto. Chi è nelle stanze dei bottoni lo sa benissimo e preferisce non mettervi mano. L’unico tentativo compiuto è misaremente fallito, e si è rivelato un boomerang per l’immagine del calcio italiano, che ha quindi preferito sotterrare tutto e silenziare il problema.
Fu l’UEFA a chiedere provvedimenti a tutte le 53 federazioni europee, dopo aver approvata la risoluzione Il Calcio europeo contro il razzismo durante il 37° Congresso Ordinario di Londra del maggio 2013, in cui il Parlamento del Calcio europeo decise di inasprire le pene per i casi di razzismo. Partirono gli ormai famosi spot coi volti dei calciatori a pronunciare «No to racism», e la FIGC recepì le nuove direttive, modificando il proprio codice di giustizia sportiva e stabilendo la chiusura dei settori degli stadi in caso di manifestazioni discriminatorie. L’effetto finì col peggiorare il problema e squalificare l’Italia agli occhi del mondo, col susseguirsi di chiusure di porzioni di impianti a Milano, Torino, Roma e non solo, dove i tifosi dimostrarono alle società di infischiarsene e di reggere serenamente un braccio di ferro da vincere ad ogni costo contro la Giustizia Sportiva. Toccò a Carlo Tavecchio, appena eletto, dar sfogo alle pressioni dei dirigenti dei grand club e a riconvertire le sanzioni in semplici multe a danno delle società sportive, ben disposte a darsi il piccolo pizzicotto sulla pancia pur di spegnere le polemiche. Solo che Tavecchio esordì malissimo e il fantomatico Opti Poba lo fece squalificare in ogni sede internazionale, prima dall’UEFA e poi dalla FIFA. Per salvare la faccia al calcio italiano si immolò Andrea Agnelli, con uno studio presentato all’UNESCO nel novembre 2015 in cui l’insulto discriminatorio veniva ritenuto innocuo e definito “catartico”.
È in questi passaggi che è racchiusa la cronistoria della resa del calcio italiano alla storia d’Italia. Pagano i napoletani, non tutti i meridionali, e continueranno a incassare perché la storia ha voluto così.

Juventus-Napoli, un film già visto e che rivedremo ancora

Angelo Forgione Non mi ha affatto stupito l’atteggiamento dell’arbitro di Juventus-Napoli di Coppa Italia, tipico di chi vuol fare carriera e, per riuscirvi, non può contrariare il potere. Credetemi, ma credetemi davvero… scrivere un libro paradigmatico dei circa 120 anni di calcio marcio d’Italia ti fa vedere tutto il passato ma anche tutto il futuro, anche se non c’eri, anche se non ci sarai. E quando ci sei, sorridi amaramente.
Ieri, in quell’azione di gioco tra le due aree di rigore, si è assistito alla replica di un film già visto, un classico che sarà replicato anche prossimamente. Certo, il servilismo degli arbitri verso la Juventus è sempre latente, a volte manifesto, e l’ “ajutino” viene fuori puntualmente quando un Valeri in versione Ceccarini 1998 fischia rigore per i bianconeri (che non c’è, palla deviata da Reina) dopo un rigore non fischiato per gli azzurri (dubbio). Si tratta di un fischietto evidentemente mediocre che non ha visto la spinta da rigore di Strinic su Dybala, perché se l’avesse vista non ci avrebbe pensato un secondo.
Polemiche sulla Rai? Non sono il vero problema, e non si può neanche ignorare che la tivù di Stato sia espressione di una Nazione che tollera i cori razzisti e chiude i settori degli stadi, limitando la “libera” circolazione degli individui, non sapendo risolvere nessuno dei suoi problemi. Attenzione a limitare l’ottica alla superficialità del calcio. Le criticità sono ben più profonde.
E però, il Napoli non è entrato in campo nella ripresa. E se ti fai sorprendere da rimessa laterale… e se il tuo portiere fa l’assenteista del Loreto Mare… e se lasci due uomini ripartire sul tuo corner, non puoi che perdere la partita, come a Madrid.
Solito calcio italiano, non vale la pena arrabbiarsi. E sbaglia il Napoli per primo a farlo. Reagire vincendo!

(video) Unesco e Juventus contro il razzismo ma non contro la “catartica” discriminazione territoriale

agnelli_unescoAngelo Forgione Nel video, la sintesi della presentazione all’Unesco della relazione sul razzismo nel Calcio Colour? What Colour?, finanziata e commissionata dalla Juventus FC. Una relazione, come già analizzato tre settimane fa, molto discutibile nell’analisi della “discriminazione territoriale”, perché nata da un pensiero ben chiaro già un anno fa, quando Andrea Agnelli dichiarò: «Mi dà fastidio che molte delle sanzioni applicate siano legate alla discriminazione territoriale che punisce a mo’ di razzismo il campanilismo, che invece fa parte della nostra cultura e non è razzismo. Vanno colpiti i “buuu”, gli altri cori sono nostre peculiarità».
Come si ascolta dalle parole dell’autore Albrecht Sonntag, «non si può parlare di razzismo nel Calcio senza considerare ad altri tipi di discriminazioni rivolte ad altri gruppi sociali [che non siano solo i neri]». Il co-autore David Ranc, rispondendo a una domanda di Alessandro Grandesso de la Gazzetta dello Sport, esprime il suo giudizio sulla discriminazione territoriale, mostrandosi ben conscio che il problema italiano sia più grave che altrove e vada oltre la semplice rivalità sportiva e che attenga a differenze sociali tra Nord e Sud del Paese. Si evince che gli autori sono consapevoli della particolarità della situazione italiana, contraddistinta dalla discriminazione territoriale. E però la relazione invita a “tollerare queste forme tradizionali di insulto catartico”, proprio come chiedeva Andrea Agnelli un anno fa. Lo stesso presidente della Juventus, incalzato da una giornalista straniera, risponde che la situazione in Italia è in miglioramento, insabbiando problemi sempre costanti e ormai cronici, peggiorati da quando il Napoli è tornato ai vertici del campionato nazionale. Gli stadi di Torino, Milano, Bologna, Roma e altri ancora avevano messo il Calcio italiano in cattiva luce in Europa, e il presidente della Juventus ha evidentemente preso un’iniziativa per affermare la teoria del “campanilismo culturale”, che già sosteneva quando, con Galliani e altri massimi dirigenti sportivi, impose al presidente della FIGC Carlo Tavecchio il dietro-front sulla discriminazione territoriale.
Il direttore generale dell’Unesco Irina Bokova annuncia di aver sottoscritto un accordo con Andrea Agnelli per proseguire la lotta al razzismo nel calcio con la Juventus, un club che non riesce neanche a educare i suoi tifosi e che, con le indicazioni riportate nella relazione commissionata, pagata e rivestita di autorità internazionale, intende evidentemente minimizzare su un problema nella cui lotta si fa capofila, e influenzare così il pensiero.