95 candeline azzurre, anche se se ne festaggiano solo 91

Angelo Forgione Il 1 agosto 1926, Giorgio Ascarelli radunò i soci dell’Internaples Foot-Ball Club nella sede di piazza Carità. Era presidente del club azzurro da un anno, e aveva ereditato la carica da Emilio Reale, che era presente in qualità di socio alla riunione in cui il suo successore propose:
«Pur grati a coloro che sono stati la nostra matrice, l’importanza del momento e la maggiore dignità cui il nostro sodalizio è chiamato mi suggeriscono un nome nuovo, nuovo e antico come la terra che ci tiene, un nome che racchiude in sé tutto il cuore della città alla quale siamo riconoscenti per averci dato natali, lavoro e ricchezza. Io propongo che l’Internaples Foot-Ball Club da oggi in poi, e per sempre, si chiami Associazione Calcio Napoli».
Esisteva già il sodalizio, esisteva già la maglia azzurra, esisteva già la rosa con Attila Sallustro, esisteva già un nome inglese, che fu semplicemente cambiato e italianizzato, accostato al simbolo del Corsiero del Sole. Non nacque nulla di nuovo. L’Internaples era nato nell’agosto del 1922. Il Napoli italianizzato nel nome aveva già 4 anni.

leggi qui la storia del Napoli

Discriminazione territoriale: cronistoria della resa del calcio italiano

Angelo Forgione Ancora a parlar di cori di discrimazione territoriale negli stadi, e il disco andrà avanti per molto altro tempo ancora, tra chi si indigna, chi sorvola serenamente e chi promette impegno per risolvere il problema. La verità è che nessuno vuole più provarci peché il problema è culturale, ha radici storiche, fa parte della “cultura” italiana e non è risolvibile senza un’educazione al rispetto. Chi è nelle stanze dei bottoni lo sa benissimo e preferisce non mettervi mano. L’unico tentativo compiuto è misaremente fallito, e si è rivelato un boomerang per l’immagine del calcio italiano, che ha quindi preferito sotterrare tutto e silenziare il problema.
Fu l’UEFA a chiedere provvedimenti a tutte le 53 federazioni europee, dopo aver approvata la risoluzione Il Calcio europeo contro il razzismo durante il 37° Congresso Ordinario di Londra del maggio 2013, in cui il Parlamento del Calcio europeo decise di inasprire le pene per i casi di razzismo. Partirono gli ormai famosi spot coi volti dei calciatori a pronunciare «No to racism», e la FIGC recepì le nuove direttive, modificando il proprio codice di giustizia sportiva e stabilendo la chiusura dei settori degli stadi in caso di manifestazioni discriminatorie. L’effetto finì col peggiorare il problema e squalificare l’Italia agli occhi del mondo, col susseguirsi di chiusure di porzioni di impianti a Milano, Torino, Roma e non solo, dove i tifosi dimostrarono alle società di infischiarsene e di reggere serenamente un braccio di ferro da vincere ad ogni costo contro la Giustizia Sportiva. Toccò a Carlo Tavecchio, appena eletto, dar sfogo alle pressioni dei dirigenti dei grand club e a riconvertire le sanzioni in semplici multe a danno delle società sportive, ben disposte a darsi il piccolo pizzicotto sulla pancia pur di spegnere le polemiche. Solo che Tavecchio esordì malissimo e il fantomatico Opti Poba lo fece squalificare in ogni sede internazionale, prima dall’UEFA e poi dalla FIFA. Per salvare la faccia al calcio italiano si immolò Andrea Agnelli, con uno studio presentato all’UNESCO nel novembre 2015 in cui l’insulto discriminatorio veniva ritenuto innocuo e definito “catartico”.
È in questi passaggi che è racchiusa la cronistoria della resa del calcio italiano alla storia d’Italia. Pagano i napoletani, non tutti i meridionali, e continueranno a incassare perché la storia ha voluto così.

La speranza cinese di Tavecchio e la sacralità del San Carlo

Tratto da Club Napoli All News del 4 gennaio, due chiacchiere con Francesco Molaro e Vincenzo Balzano sulle parole di Tavecchio, la polemica su Maradona-Siani al teatro di San Carlo e la partita dell’anno Napoli-Real, senza dimenticare un ricordo di Pino Daniele.

Tavecchio: «Con il rispetto per Roma e Napoli, bisogna contrapporre Milano a Torino»

Il numero uno della Figc, Carlo Tavecchiointervistato da Giovanni Capuano per Radio 24 (Milano), alla domanda «quanto può resistere il calcio italiano, in un momento di stasi, senza le due milanesi ad alto livello?» ha risposto così:

«Il calcio italiano non è in fase di declino ma abbiamo la carenza da recuperare di Milano, che è non soltanto la città ma anche la Lombardia. Milano, con la sua storia, non può essere assente da un palcoscenico dove, con tutto il rispetto di Roma e Napoli, Torino ha una superiorità dal punto di vista dell’organizzazione e della cultura della vittoria.
Una Juve forte è importante a livello internazionale, ma vedremo presto se quello che sta avvenendo a Milano produrrà quello che deve produrre».

“Quello che deve produrre”. Insomma, per il garante di tutto il calcio italiano, lombardo di Ponte Lambro, solo Inter e Milan possono fare quello che non può riuscire a Roma e Napoli, le grandi del calcio “meridionale”, ovvero contrastare il dominio juventino. La competizione, insomma, dev’essere Torino-Milano, non Nord-Sud (Sud-Sud è eventualità impossibile). Tavecchio indica tra le righe dov’è la vittoria, e tutto sembra normale.
La storia di cui parla il presidente federale è quella di chi ha costruito i propri successi sulla forza del Triangolo industriale, orfano dal dopoguerra di Genova (prima vincente col Genoa), ma sempre vivo nei trionfi dell’asse Torino-Milano. La cultura della vittoria di quelle squadre è nata sullo squilibrio territoriale, da cui anche quello calcistico, tra il Nord e il Sud.
Le parole di Tavecchio confermano, ancora una volta, la mentalità settentrionale che non prevede sviluppo meridionale, in nessun campo, neanche in quello calcistico. È evidentemente ancora vivo il retaggio della FIGC anteguerra, quella che non consentì al movimento meridionale di crescere e che discriminò le squadre del Sud fino all’intervento coatto del regime fascista.
Tavecchio dovrebbe chiedersi perché, secondo un freschissimo studio di Ipsos e StageUp, il Napoli è la squadra italiana che negli ultimi 5 anni ha guadagnato più tifosi, con un incremento del 61%. E dovrebbe ringraziare almeno il club azzurro, di proprietà italiana, che è diventato un modello di gestione sportiva, che va in Europa da sette anni ininterrotti a fare anche belle figure pur rappresentando il territorio più povero del Continente (il Sud-Italia) e che è al posto 16 del ranking UEFA per club, mentre il Milan è al 41 e l’Inter al 43. Lo scorso anno, il Napoli ha chiuso il campionato a 82 punti, proprio record, quanti ne fecero l’Inter e il Milan che vinsero lo scudetto nel 2010 e 2011, prima dell’esplosione delle aspirazioni di Andrea Agnelli, e se non ha primeggiato è solo perché ha trovato l’assatanata Juventus dei record.  Con Milan e Inter al posto di Napoli e Roma, negli ultimi anni, la Serie A in Champions avrebbe fatto qualche figuraccia in più. Se quelle squadre dovessero riuscire a scalzare Napoli e Roma in futuro, sarà perché i cinesi avranno speso bene i loro soldi, non per chissà quale diritto storico acquisito. I Berlusconi e i Moratti, la recente classe imprenditoriale meneghina, ovvero la storia che ha fatto grandi le squadre milanesi, non era più all’altezza.
Era relatimente noto che Tavecchio fosse tifoso dell’Inter. A questo punto è evidente per chi parteggi la FIGC. Una città, anzi due. Dal 1898, non è cambiato granché.

Auguri Napoli, ma nascondi l’età. Sono 94!

Angelo Forgione 1 agosto 2016, giorno di festeggiamenti per i 90 anni del Napoli che si misura contro il Nord del Calcio. È questa la reale definizione della ricorrenza, perché in realtà il Napoli, in questo agosto, festeggia di fatto 94 anni di vita, quattro in più di quelli che ci suggerisce la storia mal narrata. Faccio chiarezza, ancora una volta, dopo aver già divulgato nel mio libro Dov’è la Vittoria (Magenes, 2015) e in diverse altre occasioni, anche allo stesso presidente Aurelio De Laurentiis in una mia conferenza sulla storia del caffè al Mostra Agroalimentare Napoletana M.A.G.N.A., il quale mi rispose alla sua maniera: «Il Napoli è nato nel 2004».
magna_adl_dlv_cutInganna tutti la data del 1926, che non è la data di fondazione del club ma quella del cambio di denominazione per motivi politici. Dal nome inglese a quello italiano, dettato dall’applicazione della Carta di Viareggio, uno statuto ufficializzato proprio nell’agosto 1926 dal commissario straordinario della FIGC e presidente del CONI Lando Ferretti per mettere letteralmente il movimento calcistico italiano nelle mani del Fascismo e ricondurre il Calcio al processo di “nazionalizzazione” mussoliniana. Il Napoli, questo Napoli, era già nato nell’agosto del 1922, quando si realizzò la fusione tra Naples Foot-Ball Club e l’U.S. Internazionale Napoli e si costituì l’Internaples Foot-Ball Club, che elesse come presidente Emilio Reale (patron anche della vecchia U.S. Internazionale) e scelse il colore azzurro. Quella squadra, il primo Napoli, militava nella Lega Sud della Prima Divisione Nazionale, divisa in due competizioni distinte del Nord e del Sud. internaplesDal 1898, infatti, anno di fondazione della Federazione Italiana Foot-Ball, poi FIGC, il Nord-Italia monopolizzava il campionato italiano, rendendolo espressione del “triangolo industriale” appena nato e relegando le squadre centro-meridionali al ruolo di comprimarie, prima escludendole dai tornei che assegnavano il titolo di campione d’Italia e poi fingendo, nel 1912, di ascoltarne le proteste con la concessione di una finalissima tra le squadre vincitrici di un Girone Nord (con Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia e Veneto) e di un Girone Sud (con Toscana, Lazio e Campania). Finali pro forma, perché tutti, compresa la FIGC, erano ben consci del divario creato tra i due movimenti calcistici – uno in cui i soldi delle zone industrializzate avevano condotto al semiprofessionismo e l’altro ancora fermo al totale dilettantismo – e sapevano che le finalissime non avrebbero espresso alcun significato tecnico-agonistico.
Nel 1925, la precaria situazione finanziaria dell’Internaples convinse Emilio Reale a cedere il club al facoltoso commerciante Giorgio Ascarelli, più adatto a garantire sicurezza al club. Il nuovo presidente, il secondo della storia del club (non il primo come si racconta), ingaggiò l’allenatore lombardo Carlo Carcano, già calciatore della Nazionale, e la giovane promessa piemontese Giovanni Ferrari. Dalle giovanili fu promosso in prima squadra un certo Attila Sallustro. Quella compagine arrivò a giocarsi, con esito infelice, la finale di Lega Sud contro l’Alba Roma, valevole per l’accesso all’inutile finalissima nazionale per lo scudetto.
Lì irruppe il regime fascista, impegnato nel processo di “nazionalizzazione” del Regno d’Italia. Mussolini, non consentendo che il Calcio italiano restasse spaccato tra Nord e Sud e mostrasse disgregazione sociale, impose d’ufficio alla FIGC, tramite il CONI, l’unificazione delle due leghe territoriali in un’unica ‘Divisione Nazionale’. Bisognava però pur tener conto dell’abissale divario generato tra le squadre settentrionali e le altre, e la fusione fu attuata in modo graduale, privilegiando inizialmente e politicamente i sodalizi delle grandi città, Roma, Napoli e poi Firenze, fin lì impossibilitate a misurarsi con quelle di Milano, Torino e Genova. La Divisione Nazionale si sarebbe articolata in 20 squadre, di cui 17 sarebbero state del Nord e 3 del Sud, e più precisamente: le prime 16 squadre della Lega Nord; la diciassettesima dello stesso campionato da designare con un torneo tra le retrocesse (vinse l’Alessandria); le restanti tre dalla ex Lega Sud, ossia le due finaliste Alba Roma e Internaples, più la Fortitudo Roma, quest’ultima ammessa perché presieduta da Italo Foschi, uno degli ideatori della riforma fascista del Calcio. I sodalizi del Nord protestarono per le decisioni superiori, riunendosi più volte a Genova, Torino e Milano, ritenendo le tre squadre di Napoli e Roma inadeguate alla competizione e usurpatrici di posti spettanti al Calcio settentrionale. L’ostracismo, però, dovette piegarsi alla volontà politica.
internaples_1926_2A Napoli, a quel punto, si pose un problema serio. Mussolini detestava gli inglesismi, e pur italianizzando il nome Internaples ne sarebbe venuta fuori la “Internazionale”, che ricordava l’Internazionale comunista, avversaria politica del Fascismo. Il presidente Ascarelli, di origine ebraica, suggerì allorà la più opportuna adozione del semplice nome italiano della città. articolo_1926Il primo giorno di Agosto, al ristorante D’Angelo, sulla collina del Vomero, l’assemblea dei soci formalizzò semplicemente un cambio di nome di una società che era stata fondata nel 1922: da Internaples Foot-Ball Club ad Associazione Calcio Napoli. Il giorno seguente, 2 agosto, la Commissione di Riforma dell’Ordinamento della Federazione emanò ufficialmente la ‘Carta di Viareggio’, con cui nacque finalmente il campionato unito. Il 3 agosto l’A.C. Napoli ottenne l’affiliazione alla nuova Lega Nazionale. articolo_corriere_viareggioL’8 agosto, il settimanale Tutti gli Sport pubblicò un articolo in cui si leggeva di “interessamento benevolo del Governo nella questione che non si sarebbe risolta se non fra molti anni di umiliazioni, di abile politica del Sud verso i papaveri del Nord“, di “eguaglianza dei diritti e dei doveri di tutte le società italiane”, di “sacrificio iniziale” delle “società di testa in favore di quelle finora ingiustamente trascurate”, di “legittima aspirazione a progredire” della squadre e dei calciatori del Sud.
stemma_sscnapoli_1926Il Napoli si presentò con un nuovo stemma: il Corsiero del Sole, un cavallo sfrenato, emblema della città capitale dal XIII secolo, simbolo dell’indomito popolo partenopeo. A conferma che non si trattò di fondazione ma di semplice cambio di denominazione, nella nuova rosa figurarono otto elementi della stagione precedente, compreso quell’Attila Sallustro che sarebbe diventato in seguito l’idolo dei tifosi. I risultati della stagione (solo 1 punto in classifica), disastrosi nell’impatto col “Calcio industriale”, trasformarono, per tradizione orale, il cavallo rampante in ciuccio malandato. Il Regime non si arrese e ripescò più volte le retrocesse pur di supportare il processo di unificazione tra Nord e Sud del Calcio italiano. Anzi, nel 1927 si verificò la fusione delle due squadre romane, anch’esse a fondo classifica, e nacque l’attuale AS Roma, ammessa alla Prima Divisione.
Tra sali e scendi dalla A alla B, il 25 giugno del 1964 l’ A.C. Napoli, soffocata dai debiti, cambiò ancora denominazione in Società Sportiva Calcio Napoli, sodalizio che venne decretato fallito il 2 agosto 2004 e poi rilevato il successivo 6 settembre, attraverso l’acquisto del titolo sportivo, dall’attuale proprietà, che lo denominò provvisoriamente Napoli Soccer. La precedente denominazione fu ripristinata il 24 maggio 2006, con l’acquisizione del marchio e dei trofei più importanti della storia azzurra. Insomma, si tratta di un’unica società nata nel 1922 e rinominata quattro volte nel corso degli anni (1926, 1964, 2004, 2006). E non é perché nei suoi primi quattro anni di attività non le era consentito misurarsi direttamente con i club del Nord che bisogna considerarla più giovane di quanto non sia. Così le sottraiamo sì quattro anni di discriminazione settentrionale ma anche il primo periodo di vita.

 contributo video concesso da Giammarino Editore

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Maradona e la congiura dei baroni: «Ferlaino e Matarrese mi hanno fatto fuori!»

maradona_congiuraAngelo Forgione «Tra De Laurentiis e Ferlaino butterei ovviamente giù Ferlaino, perché all’inizio andavamo d’accordo ma, alla fine, lui e Matarrese hanno manovrato per farmi fuori». Lo ha detto Diego Armando Maradona, intervenuto alla trasmissione “In casa Napoli” sull’emittente Piuenne. E però le opinioni che hanno avuto più risalto sono state quelle sul tecnico Sarri, che per l’ex Pibe de Oro «non è il tecnico giusto per un Napoli vincente. Colpa di De Laurentiis». Mi perdonerete, ma a me interessa decisamente più il risentimento per l’ex patron azzurro e per l’ex presidente della Federazione che organizzò il mondiale della grande delusione nazionale, perché è un passaggio storico del Calcio mai chiarito di cui mi sono interessato approfonditamente nella scrittura del mio ultimo libro Dov’è la Vittoria.
Forse un giorno Diego ci racconterà cosa accadde il 17 marzo del 1991, e perché fu trovato positivo all’antidoping nonostante fosse dipendente dalla cocaina da almeno otto anni, dai tempi dei suoi disagi catalani, quelli in cui furono le sue mani a rovinarlo. Forse ci racconterà perché la strana immunità terminò proprio quando la tossicodipendenza raggiunse picchi tali da renderlo ingestibile, e solo nel momento in cui il Napoli piombò nella seconda metà della classifica, cioè a chiusura di un ciclo di 5 anni di podi e trionfi di un club che spendeva molto più di quanto incassava. Forse un giorno ci racconterà perché da allora ha preso ad accusare di mafia Antonio Matarrese, senza mai una risposta, e perché ha iniziato a detestare Corrado Ferlaino, che pure ha sempre incassato. Forse un giorno Luciano Moggi ci racconterà perché proprio prima della partita, con perfetta contemporaneità, annunciò alla stampa la fine del suo rapporto col Napoli, dichiarando che lo storico ciclo azzurro era ormai chiuso. Forse anche l’ex compagno Andrea Carnevale, un giorno, ci dirà cosa volle intendere qualche tempo fa dicendo che «fin quando gli è servito, Ferlaino ha usato Diego». Forse anche Massimo Mauro ci spiegherà perché «con un altro presidente avremmo vinto 6 scudetti invece di 2». Forse anche Giovanni Verde, già vicepresidente del Csm, ci chiarirà perché a la Repubblica abbia dichiarato di essere convinto che Maradona sia stato tradito: «Maradona non pensava mai di poter essere sorpreso dal doping e sia lui che il suo staff mi lasciarono intendere che si trattava di una trappola, utile a rescindere il contratto». Sicuramente non sarà il GIP Vincenzo Trivellini a spiegarci perché, dopo le accuse di Zeman al Calcio italiano nel 1998, archiviò la posizione di Matarrese nonostante la Guardia di Finanza avesse riscontrato la sparizione dal laboratorio antidoping CONI dell’Acqua Acetosa dei risultati delle analisi chimiche sul ramo Calcio. E non sarà neanche lo stesso Matarrese a spiegare perché, una volta azzerato il laboratorio, dopo decenni di Calcio apparentemente pulito, finirono improvvisamente nella rete dei controlli Bucchi e Monaco del Perugia, Couto e Stam della Lazio, Guardiola del Brescia, Davids della Juventus, Caccia e Sacchetti del Piacenza, Torrisi del Parma, Gillet del Bari, Da Rold del Pescara e via discorrendo.
Maradona continua a intingere la sua lingua nel fiele e indirizzare parole avvelenate a Ferlaino e Matarrese, in ogni occasione. Forse un giorno i tifosi del Napoli sapranno la verità, o forse no.
Intanto, di questa vicenda, ne ho ricostruito il torbido scenario nel mio saggio, cercando di spiegare quello che Diego non spiega quando si dice rovinato dalla congiura dei baroni.

L’ipocrisia di Tavecchio e della giustizia sportiva

Angelo Forgione Cori dal 1′ al 90′ contro Napoli. Striscioni offensivi nei riguardi di Antonella Leardi, madre di Ciro Esposito, accusata di lucrare sulla morte del figlio. Allo stadio Olimpico di Roma è andata in scena una nuova vergogna, e a nulla è servito il comportamento esemplare dei napoletani nel corso della partita di andata. Lasciamo stare che dal libro scritto la signora Leardi non caverà un euro e devolverà tutto in beneficenza (come in passato a beneficio del ‘Gemelli’ di Roma). Lo striscione più indecente è quello che recitava “Daniele con noi”, come a dichiararsi tutti idealmente solidali a un accusato di omicidio in quella curva giallorossa.
I romanisti non solo non si sentono colpevoli dell’omicidio di Ciro Esposito, dimenticando quanto odio razzista vomitano nei confronti dei napoletani anche quando non c’è il Napoli di scena nella capitale. Eppure l’Olimpico è l’unico stadio d’Italia che, in regime di squalifiche dei settori, ha subito la chiusura non solo delle curve ma anche delle tribune. Neanche la Roma, nel suo comunicato ufficiale, si è degnata di stigmatizzare il comportamento dei suoi tifosi fascisti, ma questo fa parte del teatrino. Come dello stesso teatrino fa parte l’atteggiamento del presidente della FIGC Carlo Tavecchio, che si è detto sorpreso per quanto accaduto e ha condannato il tutto annunciando l’interesse della Procura Federale, che non porterà a nulla. “Le partite del nostro campionato – ha detto Tavecchio – dovrebbero essere un luogo di gioia e non di insulto, per questo lavoriamo sulla trasmissione dei valori alla base del calcio: l’ignoranza e la violenza sono mali sociali che si estirpano con progetti comuni, di tutte le componenti sportive e politiche, oltre al contributo fondamentale dei media”. Parole vuote di un massimo dirigente federale inadeguato ed evidentemente già bruciato alla sua elezione, senza alcuna credibilità in tema di razzismo, artefice (per volontà altrui) della modifica con effetto immediato, alla sua elezione, dei rognosi articoli 11 e 12 del Codice di Giustizia Sportivo relativi alla chiusura dei settori per “discriminazione territoriale”. Con le manovre estive, risultato raggiunto: niente sanzioni dure, niente dibattiti televisivi, niente indignazione e tanti cori e striscioni offensivi nel luogo del delitto. Tutto come prima, peggio di prima. Un’ipocrisia senza fine.
Sfugge ai più che la modifica dell’articolo 12 stabiliva l’applicazione di ammende, invece delle tanto contestate chiusure parziali degli stadi, ma, nei “casi più gravi”, permaneva al comma 6 l’obbligo di disputare partite a porte chiuse; casi “da valutare in modo particolare con riguardo alla recidiva”. In sostanza, restò in piedi almeno la “valutazione”, ovvero l’interpretazione da parte del giudice sportivo, però soggettiva e influenzabile dalle già rumorose pressioni esterne. Quello della vigilia di Pasqua non è forse un caso così grave da meritare la chiusura dell’Olimpico?