La strage dei pini di Napoli

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Angelo Forgione Circa duecento pini mediterranei sono stati abbattuti nella zona intorno al parco Virgiliano di Posillipo, tra viale Virgilio e via Tito Lucrezio Caro, e non solo, dopo il tempestoso vento che il mese scorso è costato la vita a uno studente universitario a Fuorigrotta.
Spariti interi filari stradali di alberi malati di un parassita, comparso a Napoli nel 2015 e ora avvistato anche a Roma. È la cocciniglia-tartaruga, originaria della zona sud-orientale del Nord America, che succhia la linfa e riempie le cortecce di funghi, portando alla morte di tronchi e radici. Radici, quelle dei pini, che sono comunque molto superficiali, orizzontali, e non adatte a resistere a forti venti come quelli che ormai interessano anche le nostre latitudini. Si chiamano appunto “mediterranei” questi pini, ma ormai il clima è diventato tropicale, porta parassiti lontani e i venti spirano a oltre 150 km/ora. Bisogna farci i conti.
Talmente superficiali le radici dei pini che ormai da anni hanno sollevato le strade della panoramica e unica Posillipo, in condizioni belliche. Non solo manto stradale dissestato ma anche marciapiedi divelti. Una volta, qui, vi correvano i bolidi della Formula 1. Il circuito di Posillipo si disputò tra il 1933 ed il 1962, ma poi le condizioni della superficie stradale divennero impraticabili, e lo spettacolo finì.
1100 pini piantati nel 1930, in pieno Ventennio fascista. Ora ne sono rimasti 600, quasi la metà, di cui 200 secchi e altri 200 destinati a morire tra un paio di anni, dicono gli agronomi. Ne restano altri 200, quelli in migliore condizioni nella parte alta di via Manzoni.
Alberi in ogni caso non adatti alle strade di città, sì, anche perché in ambito urbano un pino difficilmente raggiunge i 100 anni, e questi ne hanno già 80. Ma mettiamoci pure decenni di incuria, di mancate potature e opportune cure fitosanitarie del patrimonio arboreo per prevenire la proliferazione del parassita. Era già successo con le palme. Ora la strage è dei pini. Strage necessaria, a questo punto, ed è inutile gridare allo scandalo, perché erano in condizioni di salute gravi e l’intervento era di sicurezza, prima che ci rimettesse la vita qualcun altro e al comune toccassero grane e risarcimenti onerosi.
Il vero problema, ora, sono le prospettive. Andrebbero rimosse le ceppaie, eliminate le radici morte, e si dovrebbe rifare l’asfalto. Andrebbe ri-progettato il paesaggio con un intervento come quello del Ventennio, forse con specie di alberi dalle radici meno superficiali, per non ripetere l’errore. Ma in una città in grave dissesto di finanze non vi può essere riqualifica urbana così importante, non vi può essere quel necessario lavoro di concertazione con paesaggisti, urbanisti, Soprintendenza, Comune ed esperti del settore che una zona specifica per bellezza richiederebbe.
Lo scenario di Posillipo è mutato. Verrà la primavera, e poi l’estate, e il sole picchierà. E se non vi sarà intervento straordinario vi sarà per anni il deserto, e resteranno a vista le ceppaie dei tronchi, con le radici dei pini morti sotto il manto stradale-pedonale, che persisterà nelle condizioni di sconquasso in cui versa da decenni. Resterà, chissà per quanto tempo, il cimitero dei pini di Posillipo.

Geografia e antropologia del tifo italiano

citta_antijuventineAngelo Forgione – A dicembre 2018, il quotidiano sportivo torinese Tuttosport ha pubblicato la top 10 delle città più anti-juventine, esclusa Torino, ponendo al primo posto Napoli, davanti a Fiorentina e Bologna. Un’indagine senza spiegazioni, che però trova riscontro in quanto ho ampiamente argomentato nel mio Dov’è la Vittoria (Magenes), definendo la “classica” Napoli-Juventus la partita più significativa del Calcio italiano sotto il profilo sociale.

Si tratta infatti di due club con due tifoserie agli antipodi. Il Napoli è a pieno titolo un simbolo di appartenenza e legame territoriale. È il riferimento principe di una vasta provincia che, coi suoi 3 milioni di abitanti circa, è la terza d’Italia per popolazione, e non condivide il territorio con nessuno, diversamente da quanto accade a Torino, ma anche a Roma, Milano e in tutti i maggiori centri del Vecchio Continente.

Gli juventini sono in ogni dove d’Italia, ma non più numerosi dei granata nell’area urbana di Torino, dove si è bianconeri soprattutto se figli o nipoti di immigrati del Sud. Lì vi sono il torinista e lo juventino. A Napoli, invece, esiste il napoletano a troneggiare sulle minoranze. Napoletano è il tifoso e napoletano è il cittadino. L’appartenza calcistica e la cittadinanza, a Napoli, combaciano per sovrapposizione e si unificano.

Copertina DOV'È LA VITTORIA 2Secondo la mappa geografica del tifo, tracciata dall’osservatorio sul capitale sociale Demos & Pi, la Juventus è la squadra più “nazionale”, nel senso che il bianconero è presente in modo massiccio nelle 4 aree geografiche (Nord-ovest, Nord-est, Centro, Sud e Isole), anche se interisti, milanisti, napoletani e romanisti fanno fortissima ma localizzata concorrenza. Ma la Juventus è anche la più detestata dello Stivale, il bersaglio preferito delle ire più accese dei tifosi delle squadre avversarie. Per questioni di contesa del potere sportivo, gran parte dei sostenitori milanisti e interisti indica proprio la Juve come prima squadra “nemica”, nonostante la disputa interna per la supremazia cittadina. Lo stesso fanno romanisti (pur astiosi verso i cugini laziali), napoletani e fiorentini, per i quali influisce nell’animosità la spiccata identificazione territoriale da opporre al simbolo massimo dell’identificazione egemonica e della “nazionalizzazione”. Sono questi i tifosi che vedono nella Juventus l’emblema del tifo apolide, privo di ogni radicamento geografico.

Tre sono le principali scintille d’innesco del tifo, tutte legate all’identificazione antropologica: l’eredità patriarcale, la fascinazione richiamata dal territorio e quella evocata dal successo. I napoletani sono iniziati dalla seconda, gli juventini soprattutto dalla terza. La Vecchia Signora si fidanza con tutti, anche con i meridionali. Non si può certamente dimenticare che nel Paese dell’emigrazione da Sud a Nord il tifo è, più che altrove, un veicolo di riconoscimento e affermazione sociale. Già nell’Europa di fine Ottocento gli operai attratti dai centri industrializzati, quelli dove il Football andava attecchendo, ebbero un comportamento collettivo: sradicati dalla loro terra, avvertirono la necessità di sposare dei riferimenti locali, trovandoli nel Calcio, in modo da sentirsi meno emarginati e piantare nuove radici. Lo stesso accadde a Torino, lì dove il Calcio era fiorito, ovviamente, con la prima industrializzazione italiana, quella che nel secondo Ottocento aveva generato il “triangolo industriale” privilegiando Torino, Milano e Genova e depauperando il Mezzogiorno. Negli anni del “miracolo economico” si realizzò la più grande migrazione di massa mai verificatasi nella nostra penisola: milioni di persone si spostarono dal Mezzogiorno, abbandonando i campi per andare a lavorare nelle fabbriche del Nord. Riempirono il “Treno del Sole”, un convoglio che dal 1954 al 2011 unì i due estremi della Penisola, da Palermo a Torino. Il capoluogo piemontese passò dai 719.300 abitanti del 1951 a 1.167.968 del 1971, mentre il suo hinterland fece registrare un aumento di popolazione dell’80%. I nuovi arrivati presero il sopravvento sugli immigrati del Nord-est e delle campagne piemontesi. In ordine di flussi, si trattava di pugliesi, siciliani, calabresi, campani, lucani e sardi, che fecero di Torino una città meridionale di dimensioni paragonabili a Palermo.

Gli immigrati trovarono lavoro in Piemonte, ma anche cartelli con un avviso mortificante: “Non si fitta ai meridionali”. Quegli operai, con un lavoro ma riversati nelle condizioni di vita più disagiate e al limite della sopravvivenza, dovettero trovarsi un tetto ma anche un modo per combattere l’emarginazione, nonostante fossero pronti a contribuire massicciamente, con la loro preziosa manodopera, alla realizzazione del prodigio industriale. Il Calcio divenne un pretesto per farsi accettare, il veicolo più immediato per sentirsi più integrati. La Juventus, fino ad allora sostenuta prevalentemente dalla buona borghesia torinese, ebbe bisogno di un’immagine familiare da offrire ai lavoratori meridionali della Fiat e una mano la diede la fallimentare spedizione al Mondiale inglese del ‘66, segnata dalla disfatta contro la Corea del Nord: la Federazione impose la chiusura delle frontiere, a partire dalla stagione 1967-68, nel tentativo di far crescere nuovi talenti nazionali. Come mai in passato, il grande Calcio iniziò ad attingere da ogni regione d’Italia, e a trarre notevoli benefici da questa situazione furono le grandi squadre settentrionali, le uniche dotate di osservatori, che trovarono fortune nel serbatoio dei giovani del Sud. Nel maggio del ‘68 la Juventus concluse il primo acquisto geopolitico della storia calcistica italiana prelevando dal Varese il centravanti catanese Pietro Anastasi, pioniere dei calciatori meridionali saliti al Nord per fare fortuna, che, nel trapasso tra fine anni Sessanta e inizio anni Settanta, divenne l’icona del popolo degli emigranti e la sua foto in maglia bianconera entrò prepotentemente nelle case torinesi come in quelle siciliane. E poi il sardo Antonello Cuccureddu, il siciliano-campano Giuseppe Furino e il salentino Franco Causio. Una significativa rappresentanza dei cosiddetti “sudisti del Nord” nei cinque scudetti juventini degli anni Settanta che accrebbe la sempre maggiore simpatia degli emigranti meridionali e dei tanti appassionati nel Mezzogiorno per la Vecchia Signora.

Furono proprio i meridionali di Torino, quelli che stavano costruendo le fortune economiche della famiglia Agnelli, a iniziare a tifare in massa per la squadra del padrone, trasmettendo la juventinità ai parenti rimasti al Sud, sui quali faceva facilmente presa tutto ciò che gravitava attorno al miraggio della ricchezza e del successo settentrionale. Il Torino divenne la squadra dei torinesi, la Juventus quella dei lavoratori immigrati. La squadra bianconera dominò gli anni Settanta e i primi Ottanta, ingrandendo la sua tifoseria con nuove generazioni di fedelissimi immigrati – figli e parenti – che si identificarono con le vittorie della “zebra”, sul cui blocco fu costruita la Nazionale che vinse i Mondiali del 1982. La Juventus si rese così la squadra d’Italia, e il suo nome, che non è quello di una città e non impone il cliché del campanile, agevolò il processo di diffusione della sua popolarità. Ancora oggi il Meridione è pieno di feudi juventini, e la gran fetta di appassionati di certe zone che scelgono in età infantile il cavallo vincente si identifica nelle squadre più blasonate, Juventus su tutte. Invero, anche Milan e Inter attingono all’immenso serbatoio del Sud, là dove è pieno di sostenitori che non accettano di legarsi alle squadre delle proprie città per non condannarsi all’impossibilità di competere ai massimi livelli; pur di recitare un ruolo da protagonista in pubblico, barattano la sconveniente identità col vantaggioso potere. Il bambino non vuole perdere perché non vuol soffrire, e crescendo si porta dentro quella paura. Solo una piccola parte, in età più matura, abiura l’iniziale scelta di cedere alla seduzione dei vincenti, la cui motivazione d’origine è tutta in una frase pronunciata dall’icona juventina Giampiero Boniperti: “Sono da compatire quelli che tifano per altri colori, perché hanno scelto di soffrire”.

Ecco perché nessuna squadra è tanto amata e sostenuta quanto la Juventus. Ma anche tanto detestata, perché con le sue vittorie nazionali fa soffrire gli altri e perché rappresenta il simbolo sportivo dello sfruttamento dei ricchi padroni sul proletariato operaio.

Lo juventinismo, come il milanismo e l’interismo, supera i confini regionali; cresce allontanandosi dai nuclei territoriali delle squadre forti e attecchisce nei piccoli e medi centri che non riescono a emergere nel Calcio che conta. I bambini di Siracusa, Olbia, Matera, Teramo, Macerata e altre città fuori dai grandi giochi e lontane dai grandi capoluoghi devono necessariamente fare una scelta che consenta loro di partecipare, di non sentirsi totalmente esclusi, e per convenienza inconscia si affezionano alle squadre più gloriose, oppure a quella che sta compiendo un ciclo vincente al momento dell’esplosione della passione calcistica. Per questo motivo Juventus, Milan e Inter sono le squadre degli appassionati territorialmente “decentrati”, quelli che vivono nelle province senza una storia calcistica. Ma anche le squadre di quei distretti rappresentati da realtà calcistiche di un certo rilievo, però storicamente incapaci di recitare un ruolo primario, lì dove è spesso ostentata una fedeltà sdoppiata, una duplice passione: per la squadra locale, che non ha legami stretti con la vittoria, e per quella in grado di vincere, che non ha legami stretti col territorio. È un modo di vivere il tifo che aiuta a gestire e risolvere un contrasto interiore, più frequente nel Mezzogiorno e tipico di importanti centri come ad esempio Bari, alla cui fede locale è spesso accostata quella per una delle tre big.

Al contrario, il Napoli è, al Sud, una realtà a sé stante, un monolito quasi sacro. Non si può simpatizzare per il Napoli e per la Juventus allo stesso tempo, soprattutto attorno al Vesuvio, in una provincia amalgamata indivisibilmente alla sua squadra di Calcio. Napoli e il Napoli creano un vortice continuo di identificazione con pochi paragoni nel mondo. Il club azzurro è interpretato come unico vessillo sotto il quale cercare una dignità cancellata.

È un sacrosanto diritto di ognuno scegliersi la squadra per cui tifare, anche se questa è di un altro territorio, soprattutto in un ambiente sportivo in cui gli imprenditori stranieri comprano club che rappresentano città con cui non hanno alcun legame e in cui militano calciatori di ogni nazione, ma attenzione a non minimizzare l’importanza economica dei tifosi, autori di una scelta di fede sportiva e di appartenenza spontanea che determina vantaggi economici essenziali per l’esercizio delle società. Vantaggi che derivano in buona parte proprio dalla passione cieca dei tifosi. Dalla stagione 2010-11, infatti, la ripartizione dei diritti televisivi è contrattata in modalità collettiva: il 40% è assegnato in parti uguali a ogni società, il 5% è ripartito rispetto alla graduatoria dei comuni di provenienza per popolazione, il 30% è distribuito sulla base del computo di tre diversi parametri ottenuti dai risultati sportivi, il restante 25% è frazionato in base alla classifica delle tifoserie per quantità, fino a un massimo del 6,25%. Più sostenitori hanno i club, più soldi portano a casa. È tutta qui l’importanza delle scelte di appartenenza dei tifosi, che pure qualche soldino al botteghino lo portano e di prodotti ufficiali ne comperano. Compreso il passaggio, è facile evidenziare quanto sia influente la massa di tifosi del Sud che sposano fedi nordiche, incidendo in tal modo nella distribuzione a favore di territori lontani di parte dei proventi delle pay-tv e dei ricavi commerciali.
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Maggiori approfondimenti su Dov’è la Vittoria (Magenes)

Vicino a Ruffo nella follia del pallone

Angelo Forgione – Le parole pronunciate ad Agorà da Federico Ruffo, il reporter che ha condotto l’inchiesta di Report sui rapporti tra il mondo Juventus e quello della ‘ndrangheta, sono davvero chiarificatrici di un clima di follia che vive il nostro paese fondato sul pallone, sgonfio peraltro.

Ruffo è un giornalista di inchiesta al servizio di un programma attendibile, serio, prima ancora che tifoso della Juve. Un giornalista che per amore del suo lavoro e della verità non ha esitato a fare informazione e approfondimento su un lato oscuro della sua squadra del cuore. La conseguenza calcolata era che non avrebbe potuto più andare allo stadio, non avrebbe potuto più godersi una partita della sua squadra al bar o in un club. Rovinarsi la ricreazione non era un rinuncia impossibile per chi voleva fare il proprio lavoro, e bene, ed era niente in confronto all’ignominia delle intimidazioni che avrebbero preso piede. Ruffo le sta subendo. Dalle minacce e dagli insulti sul web, montati alle prime anticipazioni dell’inchiesta, si è passati alle vie di fatto. Benzina versata sulle scale della sua abitazione romana, non oltre la porta di casa solo perché il suo cane ha allontanato gli ignoti intrusi, non prima di aver verniciato una croce rossa sulla parete del ballatoio. Qualche esaltato che voleva “solo” spaventare Federico o qualcosa che avrebbe dovuto concludersi più drammaticamente?

foto: Il Mattino

A Ruffo esprimo la mia più completa vicinanza, e non è frase di circostanza, perché posso immaginare cosa stia patendo da un mese a questa parte. Da anni, e cioè da quando mi spendo nella mia attività in cui spesso analizzo fatti di calcio sotto il profilo sociologico, ricevo messaggi di insulti e minacce sul web, pubblici e privati, da parte di tifosi juventini. Almeno dal 2012, quando portai alla ribalta nazionale l’indegno servizio del TgR Piemonte in cui il giornalista Giampiero Amandola, all’esterno dello Juventus Stadium, invitava due supporters bianconeri a riconoscere dalla puzza i tifosi napoletani.

Offese scritte che non sono nulla rispetto all’odore di benzina che si è insinuato nella testa di Ruffo. Solidarietà da chi interpreta l’informazione come una questione seria e delicata, e poi c’è chi invece continua a puntare il dito su tutta la redazione di Report, in queste ore accusata dai tifosi juventini di aver architettato un complotto con la stampa napoletana perché si creasse un clima di odio nei confronti dell’ambiente bianconero.

Intimidazioni, minacce e violenze verbali hanno minato la serenità di un professionista che non campa di antijuventinismo ma di giornalismo, di quello serio e utile, non certo come quello di certi “pennaruli”, ai quali non dovrei dare neanche asilo in questo pezzo se non finissero per farsi opportunamente querelare dalla vittima e se non servisse a far intendere che per fede calcistica si può arrivare alla completa cecità, ma di quelle bieche e pericolose.

Sergio Vessicchio, per esempio, campano di Agropoli, direttore della testata online Tuttojuve.net, autore di un cervellotico editoriale con il quale ha messo in dubbio la sincerità di Ruffo, la veridicità delle sue denunce, l’autenticità delle sue sofferenze. Vessicchio non crede a una sola parola di Ruffo, e lo definisce “un giornalista comunista che fa la vittima per ottenere visibilità e consenso”, e magari qualche voto in una futura tornata elettorale. Lo scritto di Vessicchio, che se la prende anche con Maurizio Pistocchi, è chiaro frutto di una difesa ideologica di fede juventina, la stessa di Ruffo, ma declinata in modo disonorevole, privo di professionalità, di rispetto e di sensibilità nei confronti di un uomo provato da un momento difficile. Indegno modo di difendere non la categoria dei giornalisti ma la Juventus e la sua sfera, azionando la macchina del fango già alla vigilia, a inchiesta solo annunciata: “si sta creando un’attesa fuori da ogni aspettativa per questa Report solitamente tv fangaiola ispirata da merdaioli comunisti che hanno nel dna l’odio sociale. Falliti. (…) Pur di di veder distrutta la cosa più bella che questa ex nazione vanta fanno di tutto”.

Per un tifoso non c’è niente di peggio che condividere la fede sportiva con un personaggio noto e credibile che denuncia chi rappresenta quella stessa fede. E infatti il tifoso giornalista Vessicchio non è nuovo ad attacchi a giornalisti veri, quelli seri prima che juventini. Qualche tempo fa si scagliò anche contro Marco Travaglio, reo di aver dichiarato pubblicamente che la Juve non lo avrebbe interessato più finché avrebbe vinto con l’inganno e per aver accusato Andrea Agnelli di non riconoscere le sentenze, poi di frequentare ancora il radiato Luciano Moggi e dopo anche i mafiosi. Non poteva tollerare, Vessicchio, che la credibilità di Travaglio minasse l’immagine di una “società modello nel mondo”.

Ma il tifoso giornalista è “famoso” anche per altre avventate uscite di diverso genere di cui ne porta traccia il web. E però questa contro Ruffo è certamente la peggiore, quella più inopportuna, e bene ha fatto il reporter della Rai ad annunciare querela.

Il clima di odio attorno ai giornalisti che raccontano la realtà del calcio, e non solo, non ci piace. Vessicchio è la dimostrazione che questo bruttissimo clima lo creano i tanti tifosi giornalisti e non i giornalisti tifosi, che forse sono pochi, ma abbastanza per non far sentire solo Ruffo. No che non lo è, e anche io sono con lui.

Pistole puntate sui calciatori

Angelo ForgioneL’attaccante del Napoli Milik rapinato del Rolex in zona Varcaturo, solita storia di incursioni predatorie ai danni dei calciatori e solito clamore quando accade a Napoli e dintorni, come se si trattasse di un inferno a parte. Ho visto la solita sfornata di servizi televisivi e giornalistici che mai ho il dispiacere di vedere quando simili episodi si verificano altrove. Tutti a sottolineare che è assai lunga, lunghissima, la lista di calciatori del Napoli, un tempo idoli intoccabili e poi improvvisamente e stranamente finiti nel mirino dei banditi, che sanno perfettamente chi vanno a colpire e spesso fanno ritrovare la refurtiva. Uno dei rapinatori di Insigne, dopo averlo spaventato con la pistola, gli dice “La prossima partita dedicami un gol”.
Nessuno però a evidenziare che la sequela si verifica, non casualmente, da quando è iniziata l’era De Laurentiis, precisamente dal ritorno in Serie A, dopo che il presidente ha tagliato ogni laccio tra il club e certi soggetti delle curve imponendo un decalogo col quale ha “consigliato” ai suoi di sciogliere l’abbraccio e di non partecipare più alle iniziative dei gruppi organizzati. Il collaboratore di giustizia Salvatore Russomagno, nel corso del processo per la rapina di un orologio a Behrami nel 2012, disse in aula che esisteva una strategia di un gruppo ultras della Curva A per punire i calciatori azzurri che, su divieto della SSC Napoli, non presenziano più ai loro eventi. La Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli aprì un procedimento, senza però riuscire a produrre prove. Fatto sta che certe intimidazioni al club esplosero con una pioggia di petardi “cobra” voluta da alcuni soggetti della Curva B nel corso della partita Napoli-Frosinone al San Paolo del dicembre 2006. Le intemperanze durarono diversi minuti e costrinsero l’arbitro Orsato a sospendere più volte la gara. Le indagini scoperchiarono un fenomeno estorsivo ai danni del Napoli e appurarono che il club di De Laurentiis aveva tagliato la fornitura di biglietti alle sigle ultras capeggiate da pregiudicati. Per tutta risposta, gli “esagitati” avevano deciso di intervenire in maniera coatta, prima dando fuoco al “dirigibile” dello stadio destinato alla stampa e poi “manifestando” nella gara contro i ciociari. Uno dei responsabili così aveva minacciato un dirigente partenopeo: «Ho campato con il Napoli (di Ferlaino) per 50 anni, anche tu e Pierpaolo Marino (ex Dg) tenete i figli. Mi sono fatto quattro anni di galera, se ne faccio altri quattro non succede niente». Gli arrestati finirono a processo e condannati per associazione a delinquere, incendio doloso, lancio di esplosivi, minacce e tentata estorsione. E pagarono anche i danni al Napoli, che li chiese costituendosi parte civile.
Tutto finito? Neanche per idea. Il Napoli chiuse il campionato con la promozione in Serie A, e dal ritorno nella Massima Serie, coincidenza che sia, sono iniziate le rapine ai suoi calciatori e alle loro compagne.

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E mentre le rapine ai calciatori del Napoli si susseguivano come mai in passato, Andrea Angelli e altri dirigenti della “restaurata” Juventus violavano le norme federali intrattenendo rapporti con ultras (mafiosi), agevolando – secondo la sentenza di colpevolezza – “le perduranti e non episodiche condotte illecite” nella gestione dei tagliandi dello Stadium. Ancora avvolta nel mistero la morte dell’ultrà Raffaello Bucci, ex collaboratore della Juve, morto suicida, o così pare. Ne sapremo forse di più il 22 ottobre, grazie all’annunciata inchiesta di Report.
Ma il giornalismo all’acqua di rose difetta ampiamente di approfondimento e trova molto più congeniale parlar di rapine continue ai calciatori del Napoli, come se si trattasse di un problema esclusivo di una città più sudamericana che europea. Poi ci sono i sensazionalisti della radio e della tivù, magari imposti da qualche ufficio comunicazione davvero influente, quelli che Napoli la detestano e sguazzano in certe notizie, definendola l’unica città dove si puntano le pistole in fronte ai calciatori. “Non succede da nessun’altra parte la stessa cosa, in nessun’altra città!”, tuona il solito Cruciani, per il quale è goduria piena poter cavalcare il clamore che si genera ad arte quando accade a Napoli, ma non quando accade anche lì, e là pure.
A Milano, per esempio, dove Icardi si è visto puntare al volto una pistola, nei pressi dell’Arena Civica.
A Roma, dove Panucci è stato rapinato davanti casa con pistola puntata alla tempia. Come Mexes, al quale hanno addirittura portato via la figlia piccola.
A Torino, dove l’impavido Bonucci ha pure reagito a un uomo a viso scoperto che gli ha puntato una pistola ad altezza del viso.
A Madrid, dove Koke è stato rapinato con pistola in volto nel parcheggio di Plaza de Olavide.
E potremmo continuare con gli scippi senza minaccia o i furti negli appartamenti dei bersagliati calciatori, di cui le cronache sono piene ad ogni latitudine, ma l’elenco l’ho già fatto più volte e mi stufa fare il copia, incolla e aggiungi. Se mi ripetessi ancora sarebbe come dire che non esistono più le mezze stagioni. Ce n’è una sola, quella degli stereotipi, e dura tutto l’anno.

L’antropologia lombrosiana del napoletano e quella del milanese

Angelo Forgione – Hanno destato scalpore le parole dell’imprenditore brianzolo Gian Luca Brambilla pronunciate alla trasmissione Agorà (Rai 3) circa l’abitudine dei napoletani a non pagare il biglietto per viaggiare sui mezzi pubblici: “Antropologicamente, il napoletano vuole usare i mezzi pubblici gratis e deve avere servizi fatiscenti”.
Concetti lombrosiani basati su realtà specifiche. Napoli è effettivamente afflitta da un cospicuo problema di evasione tariffaria sui mezzi pubblici, sia pure in maniera molto inferiore che a Roma, Bari e Reggio Calabria e non troppo superiore a Firenze (a Milano, Atm fornisce solo il dato della metropolitana e non è possibile accertare il dato complessivo), ma si tratta in ogni caso di una realtà parziale sulla quale non è corretto esprimere un giudizio di carattere antropologico su un popolo. Se delinquere è peggio che viaggiare gratis sui mezzi pubblici, ad essere lombrosianamente arroganti come il Brambilla e stando alle statistiche sui reati in Italia, si potrebbe asserire, a buona ragione, che i milanesi sono “antropologicamente” delinquenti. Già alla fine dell’Ottocento, il politico Napoleone Colajanni, analizzando la delinquenza della città di Napoli in confronto a quella di Milano, dimostrò che, complessivamente, nel triennio 1896-1898, i reati nella città lombarda (senza meridionali ed extracomunitari) erano in numero maggiore che in quella campana, nonostante l’eccessiva pressione daziaria del Regno d’Italia dei Savoia cui erano stati sottoposti i napoletani, superiore a quella esercitata sui milanesi, avesse comportato, tra il 1872 e il 1899, sofferenti condizioni di povertà e parassitismo. I dati furono commentati da Francesco Saverio Nitti nella sua pubblicazione Napoli e la questione meridionale del 1903.

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Ancora oggi, Milano risulta la città italiana dove si registrano più reati. Secondo il rapporto Censis sulla filiera della sicurezza in Italia nel 2016, realizzato insieme a Federsicurezza e pubblicato a giugno 2018, nel capoluogo lombardo si consumano il 9,5% del totale di quelli commessi in Italia, e si registrano 7,4 reati denunciati ogni cento abitanti, dato che fa guadagnare alla città del Duomo il primato anche per il numero di crimini in rapporto alla popolazione. Le statistiche milanesi sono ben al di sopra della media italiana, pari a 4,1 reati ogni 100 abitanti.
Qualcuno provi dunque a sfidare i luoghi comuni e a dire in tivù che Milano è la città della delinquenza, più delinquente di Napoli, e poi veda cosa accade.

Napoletani broccoli e mandolino

Angelo Forgione I napoletani di quattro secoli fa? Famosi per i loro broccoli prima che rivoluzionassero le loro abitudini e quelle altrui col pomodoro e lo diventassero per la loro pizza e per gli spaghetti.
Basta andare nel Seicento e osservare il Gioco di Cuccagna illustrato dall’incisore bolognese Giuseppe Maria Mitelli, in cui si mostravano “le principali prerogative di molte città d’Italia circa le robbe mangiative”, per vedere i miti alimentari del tempo barocco, diversi da quelli di oggi. Non tutti, perché le mortadelle di Bologna, i torroni di Cremona e i cantucci di Pisa, ad esempio, hanno resistito ai secoli. Ma i broccoli (friarielli?) dei napoletani, non a caso detti “mangiafoglia” a quel tempo in cui attorno la città insistevano ricchissimi orti, sono curiosi assai, come pure le provole di Roma o, in qualche misura, il formaggio di Piacenza, allora più famoso del pure antico Parmigiano Reggiano delle vicine Parma (culatello) e Reggio. Insomma, qualcosa è cambiato.

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L’assassinio di Umberto I, il re dell’Italia affamata

Angelo Forgione – Il 29 luglio del 1900, a Monza, Umberto I di Savoia, dopo anni di sofferenze del popolo italiano, veniva colpito a morte da tre colpi di rivoltella sparati da Gaetano Bresci, un giovane anarchico, emigrato per necessità di lavoro in America e sorteggiato per tornare appositamente per assassinare il Re d’Italia, il quale di attentati falliti ne aveva superati indenne già tre, anche se la storiografia ne conta solo due. Il primo, il meno noto, era avvenuto a Foggia il 16 novembre 1878, quando l’internazionalista Alberigo Altieri aveva tentato di lanciarvisi contro, braccato in tempo. Il giorno seguente, un nuovo attentato a Napoli: Giovanni Passannante, anarchico repubblicano di provenienza lucana, si era scagliato verso la carrozza reale con un piccolo temperino in pugno. Il Re era riuscito a sottrarsi al fendente e aveva fatto arrestare l’aspirante regicida. Passannante, soggetto ad interrogatorio, aveva dichiarato che con il suo gesto aveva provato a riscattare lo stato di disgrazia in cui era stato ridotto il Mezzogiorno dai liberali che, a suo dire, avevano tradito gli ideali risorgimentali per ricoprire ruoli importanti ed arricchirsi.
Umberto I di Savoia, dopo richieste di grazia, aveva poi commutato la pena in ergastolo ma imposto il cambio del nome della cittadina di Passannate, da Salvia a Savoia di Lucania, come ancora si chiama, e sottoposto il condannato a un’aspra ed esemplare vendetta, delle più tremende: reclusione in isolamento nella torre costiera di Portoferraio d’Elba, letteralmente sepolto vivo in una umida e lugubre cella di un metro e cinquanta centimetri di altezza posta sotto il livello del mare, zavorrato a una corta catena, pesante una ventina di chilogrammi. Così, intombato, era rimasto per due interminabili anni, fino alla malattia fisica e mentale. Altri otto, a seguire, li aveva trascorsi recluso sopra il livello marino, nella stessa torre, in precarie condizioni di salute e di igiene, fino al manicomio e alla morte, alla soglia dei 61 anni. Questo spettava a chiunque avesse espresso la rabbia per la miseria e le tasse al Sud, e per chi avesse rimarcato il crescente disagio sociale dell’Italia da poco unita.
Il 22 aprile 1897, il sovrano aveva subito un terzo attentato, stavolta a Roma, nel cuore politico della nazione. Come Passannante, l’anarchico laziale Pietro Acciarito si era mescolato tra la folla all’ippodromo delle Capannelle e si era lanciato verso la carrozza reale, armato di coltello. Ancora una volta, il Re aveva schivato l’offensiva e ne era uscito illeso. Anche per Acciarito una rigida pena all’ergastolo con gravi conseguenze per la salute mentale dell’aspirante regicida.
Poco più di tre anni e toccò dunque a Gaetano Bresci. E se nei primi tre attentati le lame non erano andate a segno, i colpi di rivoltella al polmone e al cuore de Re non lasciarono scampo. Umberto I pagò con la vita il conferimento della Croce di Grand’Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia e la carica di senatore al generale Fiorenzo Bava Beccaris, il cosiddetto “macellaio di Milano”. La crisi sociale in cui era piombata l’Italia dei Savoia non era più esclusività del Sud ma aveva sfiorato persino la rampante Milano, anche se non in maniera paragonabile a Napoli, ove il pane costava anche 60 centesimi al chilo, mentre negli spacci lombardi toccava quota 35. E così, a maggio del 1898 era scoppiata la protesta popolare all’ombra del Duomo, la “rivolta dello stomaco”, spenta con durezza dall’assedio delle forze armate. Uno scontro impari, affogato nel sangue di centinaia di cittadini dai cannoni di Bava Beccaris, il quale, per la sanguinaria repressione, ebbe le cariche istituzionali in nome del “grande servizio reso alle istituzioni e alla civiltà”.
Gaetano Bresci, non appena ucciso il Re, dichiarò di aver voluto vendicare le vittime delle repressioni e l’offesa della decorazione al generale Bava Beccaris. Qualche mese dopo fu trovato impiccato alla grate della sua cella al carcere di Santo Stefano.

(per approfondimenti: Napoli Capitale Morale (Magenes, 2017)