Salvini, “benvenuto” al Sud

lega_sudAngelo Forgione – Proprio come Napoleone, che fu incoronato Re d’Italia nel Duomo di Milano il 26 maggio del 1805, Salvini si prende la corona politica del Paese il 26 maggio 2019, e lo fa con i crescenti voti del Sud.
Sembrava un film surreale qualche anno fa, e invece la sceneggiatura si sta avverando: Matteo Salvini sta scendendo nel Regno del Sud, che resta al momento feudo pentastellato, sì, ma con meno certezze di prima. Partendo dalla conquista dell’Abruzzo, i consensi meridionali per la Lega (Nord) sono aumentati. Anni di odio e di offese, di cori e di strali, improvvisamente mandati in archivio con una svolta non culturale ma di facciata, finalizzata all’espansione del consenso oltre il recinto padano, perché si sa, i napoletani e i meridionali puzzano ma i voti e i soldi non hanno odore.

Ai meridionali sembra non interessare più di tanto che la conversione leghista non abbia trovato alcuna corrispondenza nell’attività parlamentare. Piuttosto, avanti con i referendum per le autonomie di Lombardia e Veneto, che da soli sarebbero bastati a prendere le distanze. Eppure i meridionali sono cascati nei discorsi alla pancia di Matteo Salvini, e in tanti stanno lentamente voltando le spalle all’ultimo baluardo della protesta, il Movimento 5Stelle, per aprire le porte al nemico padano di ieri, l’ammazza-terroni. Altri elettori pentastellati, delusi dall’accordo di governo giallo-verde, hanno deciso di non decidere, ingrossando il vero primo partito d’Italia, quello dell’astensionismo, che al Sud supera il 50%, con picchi vertiginosi del 62-63% nelle regioni insulari.

Probabilmente quella dei meridionali verso la Lega (Nord) è solo un’infatuazione passeggera, come tante altre negli ultimi decenni seguiti al crollo del populismo cattolico-nazionale della Democrazia Cristiana e alla mancanza di certezze, ma ciò che sembrava impossibile è compiuto.
Di sovrani e conquistatori venuti dal Nord e accolti con entusiasmo dalle genti meridionali sono pieni i secoli andati. È pur sempre il Sud che rifiutò la conquista piemontese, che rimpianse i Borbone dopo aver toccato con mano le promesse tradite dei Savoia, ai quali però restò fedele al referendum del 1946 pur di respingere il “vento del Nord” che voleva decidere per tutti.

Lo scorso anno, alle Politiche, il Mezzogiorno tributò ai 5Stelle un consenso popolare che nemmeno la DC dei tempi migliori. Un mix di protesta e di aspettative portò a un voto contro il potere e per il reddito di cittadinanza, che sta forse diventando un boomerang, poiché la platea degli inclusi è inferiore a quella degli esclusi, quelli che prima nutrivano aspettative e ora risentimenti.

Oggi, per una coincidenza di fattori favorevoli, abbiamo un presidente della repubblica siciliano, un premier pugliese, un vicepremier e un presidente della Camera napoletani. Non accadeva da decenni, ma non cambia la realtà: il Sud non fa opinione politica, e non la fa perché il meridionalismo intellettuale non è più espressione politica come fino al periodo bellico del Novecento, restando esclusivamente espressione culturale che evidentemente non riesce a formare l’idea politica (autenticamente legata agli interessi territoriali) delle classi dirigenti meridionali.

A giudicare dall’aria che tira, il Sud sta imboccando la strada di Salvini. Cosa sta succedendo? Cosa si aspetta dalla Lega (Nord) il meridione che assiste a uno svuotamento senza precedenti? Figli ne nascono persino meno che al Nord, i giovani vanno a studiare o a lavorare altrove, e i genitori si arrendono alla depressione se non decidono di seguirli per accudire i nipoti. Restano gli anziani, i meno istruiti, i migranti e le mafie, che però tarpano le ali allo slancio meridionale e fanno grandi affari con quella settentrionali. Può essere Salvini la soluzione?

La Campania resta la regione meno leghista d’Italia, ma anche qui il consenso per il Carroccio è sensibilmente cresciuto, ed equivale il secondo posto tra i partiti. E #Napoli, l’antica capitale che ne ha subite di tutti i colori dalla Lega (Nord), che conserva la sua identità e non dimentica le offese, resta la provincia meno tollerante verso Salvini, anche se qualcuno che non tira avanti coi sussidi sembra più disposto a chiudere un occhio di quanto non lo fosse in passato.

Intanto il momento politico in Italia sorride alla Lega (Nord), e quello al Sud e da neo-colonizzazione in corso. Una neo-colonizzazione che è tutta nelle parole e nei fatti di Luigi Di Maio. Fu lui a dire in Rai, nel giugno 2017, «io sono del Sud, sono di Napoli, di quella parte d’Italia cui la Lega diceva “lavali col fuoco”, e non ho nessuna intenzione di allearmi con la Lega Nord».
Ha fatto lui per primo quello che sta facendo l’elettorato meridionale, da “mai con Salvini” a “noi con Salvini”.
La dignità calpestata è sempre il principio della fine.

Festa del Lavoro… che non c’è

Angelo Forgione – Risulta davvero difficile festeggiare il Lavoro in Italia. Sofferente, tragico, farlo sapendo che il nostro Mezzogiorno è la macroarea europea con il più alto tasso di disoccupazione.
Forse qualcuno non se ne è ancora reso conto, ma il Sud sta vivendo una delle peggiori situazioni economico-lavorative nella mai gloriosa storia italiana e i dati confermano scientificamente la sua drammatica condizione.
La forbice tra Nord e Sud continua a divaricarsi, con il meridione che risulta il grande assente nella gestione del governo Lega-M5S. Eurostat certifica che la percentuale italiana dei senza lavoro nel 2018 è del 10,36%, toccando il 17,8% nel Sud e il 19,8% nelle isole. Ben cinque regioni italiane – Campania, Sicilia, Calabria, Puglia e Sardegna – doppiano la media europea, con le prime tre elencate che si collocano negli ultimi dieci posti su 280 regioni per disoccupazione giovanile. Peggio stanno solo alcune aree della Grecia, i territori d’oltremare francesi di Mayotte e Guadalupa e le enclave spagnole in Marocco di Ceuta e Melilla.
Ma c’è anche chi al Sud il lavoro, sommerso o no, ce l’ha. Per questi “fortunati” dovrebbero celebrarsi i diritti conquistati e la sicurezza. Come no! Solo chi conosce il Mezzogiorno può capire quanto sia immorale il mercato del lavoro meridionale, guastato da certi spietati datori che offrono stipendi da fame in cambio di orari insostenibili, perché tanto c’è sempre un affamato alla porta pronto a sottoporsi allo sfruttamento e alla scarsa attenzione alle norme di sicurezza, mentre i più dignitosi finiscono per andare ad arricchire territori lontani.Ma le differenze non sono solo tra Nord e Sud e tra vecchi e giovani. Ve ne sono anche tra uomini e donne, tra salari maschili e salari femminili.
E come ogni anno, in occasione della Festa del Lavoro, ricordo con perseveranza le prime vittime del mondo operaio per mano governativa, i lavoratori di Pietrarsa, caduti 23 anni prima dei colleghi di Chicago ai quali gli Stati Uniti dedicarono il 1° maggio poi divenuto giorno internazionale dei diritti dei lavoratori.
Due anni fa, inaugurando il Museo Ferroviario nei luoghi dell’eccidio, il presidente della Fondazione FS Mauro Moretti disse:
«I lavoratori di Pietrarsa, consapevoli del patrimonio industriale qui installato e della relativa superiorità tecnologica raggiunta, lottarono contro la delocalizzazione delle attività a vantaggio dell’industria del Nord voluta dai sabaudi, fino alla carica dei bersaglieri che causò numerosi morti e feriti gravi» (video).
A Pietrarsa, luogo simbolico, si attendono ancora i sindacati per un 1° maggio di un’Italia che sappia guardarsi allo specchio.

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Il Mezzogiorno sempre più Europa dei poveri

Angelo Forgione“Scurdammoce ‘o ppassato”, dice un’ecumenica canzone napoletana che richiamava il popolo del dopoguerra alla rinascita e alla riscoperta delle cose belle della vita. Utile esortazione all’oblio quando c’è da mettersi alle spalle un doloroso trascorso, se c’è un presente migliore da potersi godere. Ma il passato proprio non si può dimenticare quando è una ferita aperta. Il passato, quando è presente, preannuncia il futuro prossimo e quello remoto, e allora hai voglia a chiedere a un meridionale di dimenticarlo quando la “Questione meridionale” resta sempre aperta e si aggrava. Può semmai essere solo una battuta in una trasmissione comica della tivù nazionale per distendere il pensiero dopo un intervento di riflessione meridionalista, e va bene così.
Nessuna disputa regionale all’interno dei singoli Stati europei ha mai prodotto qualcosa che si avvicini, per ampiezza di territorio interessato e persistenza nel tempo, alla “Questione meridionale” italiana. Il fatto è che il dualismo d’Italia non ha eguali in Europa, per dimensioni e continuità di sedimentazione, e si fa più drammatica nel presente che sembra eternità.
A dirci quanto i meridionali non debbano dimenticare il passato ci pensa il prossimo bilancio a lungo termine dell’Unione europea, quello dei fondi 2021-2027, programmato sulla scorta delle statistiche Eurostat circa il PIL pro-capite delle regioni europee, che indicano ancora che Calabria, Sicilia, Puglia, Campania, Molise, Sardegna e Basilicata sono le più povere d’Italia, ma anche tra le ultime d’Europa, quelle con reddito pro-capite inferiore al 75% della media europea, messe meglio solo di qualche colonia francese d’oltremare e di alcune aree dell’est.
La situazione continua a peggiorare, poiché Sardegna e Molise, che nella scorsa programmazione erano un gradino più sù, tra le regioni “in transizione”, cioè tra il 75% e il 100% della media europea, retrocedono tra quelle “meno sviluppate”. E le cose non vanno meglio al Centro con il declassamento di Umbria e Marche.
Le regioni del Nord, invece, continuano a viaggiano a un PIL pressoché doppio, con Trentino-Alto Adige, Lombardia, Valle d’Aosta ed Emilia Romagna in testa a una situazione complessiva di relativo benessere.

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Il Mezzogiorno è sempre più povero, aggravandosi la condizione di una delle macroaree più arretrate nell’ambito dell’Eurozona, la meno cresciuta nei primi venti anni del XXI secolo. Eppure oggi in Calabria, Sicilia, Puglia e Basilicata si estraggono e si raffinano buone percentuali del fabbisogno nazionale di petrolio, benzina, gasolio e gas. La Basilicata, ad esempio, è la regione più ricca di petrolio in Europa, ma la più spopolata d’Italia. Le royalties, le quote percentuali per lo sfruttamento dei pozzi che le compagnie petrolifere “concedono” alle casse regionali del territorio di estrazione, sono tra le più basse del pianeta, veramente inique rispetto al ritorno economico, non utili a una sensibile ricaduta virtuosa sul territorio di sfruttamento.
È evidente che qualcosa non torna in un Meridione che è sempre più una colonia energetica e commerciale da sfruttare, e sono i soldi. Il termometro di questa condizione di colonialismo interno è fornito dalla Sardegna, ora retrocessa, ma mai stata più solida delle altre regioni meridionali che ha raggiunto in fondo. Non lo era neanche nel 
2006, quando quelli dell’Unione Europea la pensarono diversamente e, conclusa la prima programmazione comunitaria del 2000, la esclusero dall’Obiettivo 1, il livello massimo di fondi strutturali destinati al recupero delle regioni europee meno sviluppate, per promuoverla tra quelle “in transizione”. I livelli di reddito e PIL pro-capite sardi erano leggermente più alti delle altre regioni del Sud solo per l’incidenza della Saras (Società Raffinerie Sarde) sulla percentuale di ricchezza prodotta nell’isola. La realtà è che, allora come oggi, la Saras Spa, alla quale va aggiunta la controllata Sarlux Srl, è nettamente e per distacco la prima azienda regionale per fatturato. I proventi delle attività della famiglia milanese Moratti vanno in Lombardia e tornano in Sardegna solo per quanto consumato sul territorio di produzione, ovvero un quarto della raffinazione complessiva. In un periodo di bilanci floridi, la Saras fece lievitare l’indice del prodotto interno lordo isolano senza alcun beneficio diretto sul posto, e privò di fatto la Sardegna dei fondi comunitari nelle programmazioni 2007-2013 e 2014-2020. E intanto la grande Isola restava molto più distante dal continente di quanto non dicano i circa 450 chilometri di Mar Tirreno da compiere per andare da Cagliari a Civitavecchia. La Sardegna è ancora l’unica regione d’Italia in cui non ci sono autostrade, ma solo strade a scorrimento veloce. Solo per il 2021, salvo ulteriori ritardi, è preannunciata la fine dei lavori della Strada Statale a scorrimento veloce Sassari-Olbia, prima autostrada che possa dirsi tale.
L’Unione europea, leggendo gli ultimi indici del PIL pro-capite, si è dunque accorta che la anche la Sardegna è sostanzialmente un territorio nel baratro, e l’ha automaticamente e giustamente declassata ad area “meno sviluppata” (insieme al Molise), assegnandole una fetta di fondi più cospicua, cosa che avrebbe meritato anche negli ultimi quindici anni. Retrocessione causata da una lunga serie di bilanci in rosso della Saras dal 2009 al 2015, motivo anche di cessione del pacchetto di maggioranza dell’Inter FC da parte di Massimo Moratti nel 2013, dopo aver indebitato il club pur di vincere e far morire di collera juventini e milanisti, e fine della storia nerazzurra della famiglia, che negli anni Sessanta, proprio mentre si realizzava la Saras a Sarroch, aveva già lasciato i colori milanesi per sposare quelli rossoblu del Cagliari Calcio, e consentire alla squadra dell’Isola di vincere lo storico scudetto. Un tricolore utile all’industria lombarda e alla politica democristiana per propagandare il “Piano per la Rinascita della Sardegna”, un processo di industrializzazione, programmato e pilotato dal Governo di Roma, col quale pezzi di un paradiso terrestre furono consegnati all’industria altamente inquinante, quella petrolchimica, che tuttora continua a produrre i suoi danni ambientali.
Oggi il Cagliari è in mano a Tommaso Giulini, ex consigliere d’amministrazione dell’Inter e altro milanese dell’industria chimica, la Floursid di Macchiareddu, che produce fluoroderivati inorganici a Macchiareddu con lo sfruttamento di una materia prima sarda, la fluorite del giacimento di Silius.
Il popolo sardo è evidentemente dipendente da fattori esterni, che falsano l’economia del territorio. La Saras, dopo la sequela di bilanci in rosso, ben sette, è tornata a far segnare il saldo positivo. Un bene, sì, ma soprattutto per la Lombardia, la regione del Comune di Milano e quello di Brescia, detentori congiuntamente del 50% del capitale di A2A, la Società per azioni che gestisce l’inceneritore di Acerra, nel Napoletano. Il che significa che parte degli utili dallo smaltimento dei rifiuti campani finiscono direttamente ai due municipi lombardi, che possono metterli a bilancio e reinvestirli sui loro territori. Così, grosso modo, va l’Italia, e vedimmo e nun c’ô scurda’.

Mughini offende ancora Catania

Angelo Forgione – Ancora disgustato dall’irriverenza di Giampiero Mughini nei confronti della natia Catania, in diretta nazionale nel salotto pomeridiano di Caterina Balivo.
«Ho sposato la Juve ed è stata la scelta più importante della mia vita. Pensa se io avessi amato l’Acireale o il Catania»… manco queste società avessero messo in fila scandali a ripetizione, chessò, roba di doping o di manipolazione degli arbitri.
Se avesse amato l’Acireale o il Catania, Mughini avrebbe sostenuto squadre dalla storia certamente meno imbarazzante, e avrebbe imparato a sostenere la sua bellissima terra, valore che non si baratta neanche con tutti gli scudetti puliti e macchiati del mondo.

‘Ndrangheta, cancro dell’Italia piemontese come mafia e camorra

Angelo Forgione – «Lei ha detto parole terribili». Così uno sgomento Corrado Augias, durante la trasmissione Quante Storie di sera, commenta quanto detto da Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica a Catanzaro, che gli ha appena sbattuto in faccia la verità dei malviventi meridionali assoldati dai garibaldini e dell’impiego dei danari delle massonerie per corrompere gli alti ufficiali borbonici nella risalita del Sud dalla Sicilia verso Napoli.
Augias è consapevole che l’Italia sia nata male, ma non perché il Nord ha forzato il Sud e ha legittimato le mafie, avvalendosene. No, l’Italia, secondo la sua visione, è nata male perché «la bella mela rossa aveva un baco dentro, ed era nel Mezzogiorno».
Terribile è il parto dell’Italia, e terribile è il bigottismo di chi pure parla di retorica scolastica ma non ha saputo leggere la storia degli ultimi 158 anni e finge di cascare dal pero, di fronte a chi rivede in modo critico la storia e la riscrive, attribuendo ai veri responsabili, i “padri” della patria e i vari governi d’Italia, le colpe dell’affermazione delle mafie meridionali, cancro dell’Italia piemontese.

Il vero potere mafioso in Calabria, come quelli in Sicilia e in Campania, è nato proprio dal perverso abbraccio tra la politica piemontese, la massoneria e la delinquenza meridionale.
L’evoluzione del potere economico e finanziario delle cosche calabresi inizia proprio nel 1869, durante le elezioni amministrative a Reggio Calabria, quando il blocco dell’alta borghesia legata ai latifondisti assoldò la “picciotteria” (il termine ‘ndrangheta si impose solo dal 1929) per compiere attentati e vessazioni ai danni del blocco dei borghesi filo-borbonici e della Chiesa, in procinto di vincere la tornata elettorale. Era già successo in Sicilia e a Napoli, per volontà di Garibaldi, in occasione dello sbarco dei Mille e del plebiscito per l’annessione del Sud al regno sardo dei Savoia. Il potentato latifondiario vinse, e la malavita venne messa al servizio dei partiti governativi in tutta la provincia di Reggio Calabria, ma i brogli furono talmente evidenti che il prefetto fu costretto a invalidare il consiglio comunale, il primo ad essere sciolto per mafia quando ancora non esisteva il reato di associazione mafiosa o la legge per lo scioglimento dei comuni.

Nel ‘900 la relazione tra mafia e politica divenne sempre più stretta. Per il terribile terremoto del 1908 a Messina e Reggio Calabria, il Governo dell’epoca stanziò 180 miliardi di lire. La classe dirigente locale pretese la gestione di quei soldi, e il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, altro statista piemontese di grande spicco, volle in cambio che il popolo fosse tenuto a bada. Fu il primo atto di un Governo centrale per soggiogare i meridionali, e da quel momento si susseguirono continue leggi per il Sud che sarebbero servite solo ad alimentate dipendenza dallo Stato.
La ‘ndrangheta, ancora oggi, fa riferimento alla massoneria con affiliazioni in cui si nominano personaggi del Risorgimento: Mazzini, Garibaldi e Cavour. Tutti nemici del legittimismo borbonico e dei borbonici, come gli inglesi e la loro massoneria, i veri mandanti della cancellazione delle Due Sicilie dalla geopolitica mediterranea. Il patto del Gran Maestro Giuseppe Garibaldi con i picciotti siciliani e calabresi e i camorristi napoletani di allora è il simbolo di un abbraccio ancora esistente voluto da Londra. Perché le mafie ci furono inoculate dagli inglesi per destabilizzare la nazione napolitana e minarne la politica mediterranea in vista dello scavo del Canale di Suez verso l’Oriente ed il Nord Africa.
I mafiosi tornarono utili anche agli Alleati anglo-americani nel corso della “liberazione” dal Fascismo, che alle mafie e alle logge aveva tagliato i viveri. È un’eredità cancerogena, finalizzata a privare il Meridione della possibilità di sfruttare il suo enorme potenziale.
Nel mio saggio Napoli Capitale Morale, tra i vari argomenti che spiegano il ribaltamento nazionale, parlo anche di massoneria, della sua evoluzione storica, del suo ruolo fondamentale nelle vicende d’Italia, delle dipendenze dalle logge britanniche quanto delle parentele con le mafie meridionali, cioè con società segrete di tipo paramassonico piramidale nate intorno al 1830, in piena degenerazione carbonara e all’incoronazione dell’anti-inglese Ferdinando II, ma in due città ricche per quella che era l’Italia dell’epoca quali erano Napoli e Palermo, mica povere come oggi. E non è un dettaglio.

Giornata mondiale della pasta, regalo di Napoli al mondo

pasta

Angelo ForgioneLa pasta è la produzione italiana per eccellenza, celebrata nel mondo ogni anno il 25 ottobre con il World Pasta Day.
Invenzione tutta della Magna Grecia, non certo dei cinesi, che la pasta di grano duro la mangiano solo nei ristoranti italiani. A introdurre la pasta secca in Italia furono gli arabi di Sicilia nel XII secolo, e fu Federico II di Svevia, nel secolo successivo, a farla conoscere ai napoletani, per il quale i “maccheroni” divennero pietanza da ricchi, serviti come dessert, a fine pasto, fritta e condita con miele e zucchero. E così la parola “macaron”, prese a indicare in Francia una pasta dolce, un pasticcino, e ancora ai giorni nostri è così.
Cinque secoli più tardi, nella seconda metà del Settecento, proprio a Napoli avvenne la vera svolta con la rivoluzione agricola di Ferdinando di Borbone, che, in quel tempo, incoraggiò la prima produzione in larga scala della pasta di grano duro reperito in Capitanata di Puglia, e trasferito a Torre Annunziata via mare, partendo dai porti di Bari e Brindisi. Prima di lui mai furono menzionati piatti a base di pasta nei documenti della Mensa Reale di Napoli.
Nelle strade di Napoli, invece, erano già ricercatissimi da decenni. I “maccaronari” ambulanti li condivano con solo formaggio, ed è proprio assaporandoli in questo modo spoglio ed essenziale che il popolo napoletano coltivò il gusto per la pastasciutta, attinente all’arte di cuocerla più che a quella di condirla. Fino ad allora, e per secoli, la pasta era stata calata nell’acqua ancora fredda e lungamente cotta, anche per un’ora intera, affinché si facesse morbida e fondente. Mentre tutti la gustavano stracotta e gommosa, i “maccaronari” di Napoli cambiarono la procedura introducendo un metodo tutto loro: la cottura veloce in acqua bollente, per garantire maggior rapidità di servizio. Scoprirono che ne derivava anche miglior consistenza al palato e alta digeribilità. Quella che tutti gli italiani e il resto dei popoli che oggi gustano pasta chiamano “cottura al dente” nacque nelle strade di Napoli del secondo Settecento.
Nella rivoluzione agricola di Ferdinando di Borbone venne anche il momento del pomodoro, e cambiò il condimento dei maccheroni. Ora in rosso, diventarono velocemente il piatto di pasta per eccellenza dei napoletani, capace di decretare il definitivo tramonto dei precedenti condimenti barocchi e l’alba di un nuovo e definitivo gusto. Gli altri italiani si adeguarono con molta lentezza. Solo nel primo Novecento e dopo la Prima guerra mondiale, di pari passo con i progressi dell’industria della pasta secca di grano duro e poi di quella del pomodoro, con Napoli a guidare entrambi i processi, si affermò in tutto lo Stivale il connubio pasta-pomodoro e l’espressione «cottura al dente». E poi oltre i confini d’Italia e d’Europa. Spaghetti al pomodoro, come la pizza, divennero simbolo di italianità. Venivano da Napoli, che faceva regali preziosi al mondo.

Le prime automobili? Ci pensarono i siciliani

Angelo Forgione – Archeologia automobilistica! Nel 1836, a Capodimonte, Napoli, Ferdinando II di Borbone, Re delle Due Sicilie, firmò un accordo “per l’introduzione in Sicilia di una vettura a vapore senza bisogno di rotaje”. Una vettura senza binari cos’era se non l’antenata dell’automobile?
Il documento che lo prova è conservato nella Collezione delle leggi e dei decreti reali del 1836, I semestre, edita presso la reale stamperia di Napoli. Si tratta del decreto n° 3337 con il quale si accorda una privativa (monopolio) di cinque anni ai signori Giuseppe Natale e Tommaso Anselmi per l’introduzione in Sicilia di vetture a vapore senza bisogno di rotaie di ferro. La caldaia motrice sarebbe stata certamente fornita dalla fabbrica pubblica di Pietrarsa inaugurata tre anni prima alle porte di Napoli, tra San Giovanni a Teduccio e Portici, per la lavorazione di motori a vapore per le navi e per le nascenti locomotive ferroviarie.
La concessione, però, venne data con un vincolo stringente: Natale e Anselmi “si intendono decaduti dalla patente se, entro un anno dalla consecuzione della medesima, non sarà messo in esecuzione l’oggetto per il quale è stata accordata la privativa”. Evidentemente, la locomotiva automobile siciliana non fu mai realizzata poiché risultava davvero difficile direzionarla per il peso dell’apparato caldaia.
Fu realizzata invece la prima locomotiva italiana su binari, la Bayard per la Napoli-Portici, inaugurata tre anni dopo.
Poi, nel 1899, a Torino, il meccanico cuneese Giovanni Battista Ceirano ispirò i fondatori della Fiat per la costruzione di vetture a motore a scoppio, azienda di cui si impossessò Giovanni Agnelli con un complesso gioco azionistico-bancario con cui scalzò nel 1906 i fondatori.

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