Il vero Nobel per l’antibiosi

Angelo Forgione – Pensate cosa significhi la scoperta della penicillina e dell’antibiosi per l’umanità, e come fosse facile rischiare la vita per il graffio di un gatto fino a solo ottant’anni fa. Scoperta, di fatto, compiuta a Napoli da Vincenzo Tiberio decenni prima del premio Nobel Alexander Fleming, che sapeva del suo predecessore. Una storia che merita giustizia e riconoscimento da parte della comunità scientifica internazionale.
L’ho raccontata ad AdnKronos, insieme al nipote del vero scopritore delle proprietà antibatteriche delle muffe, con tanto di riconoscimento del presidente dell’Istituto Superiore di Santità.
Aspettando che le istituzioni italiane si attivino per dare il giusto risalto a un ricercatore molisano che a Napoli ha posto le basi per la guarigione dell’umanità da semplici infezioni.
E si continua a far luce sulla storia oltre la mistificazione e la banalizzazione.

Una piazza per Totò

Angelo Forgione Caro Totò, ti hanno finalmente consacrato. Prima snobbato e ora insignito, dalla Laurea honoris causa a una piazza nel tuo quartiere, e chissà che non portino qui, prima o poi, la tua tanto bistrattata statua.
“Al mio funerale sarà bello assai – dicesti in vita – perché ci saranno parole, paroloni, elogi, mi scopriranno un grande attore: perché questo è un bellissimo Paese, in cui però per venire riconosciuto di qualcosa, bisogna morire”. Forse immaginavi di essere apprezzato più velocemente post mortem, almeno nella tua Napoli, dove corresti a riposare. E invece hai incontrato l’ostracismo dell’intellighenzia partenopea, che al tuo ricordo non ha voluto dar vigore. Ma la livella, ce l’hai insegnato tu, sistema tutto. Ed eccoti qui, riconosciuto tra i simboli universali della Napoli del Novecento, a furor di popolo, non d’altri.

(ph: Riccardo Siano)

largo_toto

Addio a Pasquale Squitieri, napoletano libero

Angelo Forgione Scompare il regista Pasquale Squitieri, napoletano del rione Sanità, uomo libero e fuori dagli schemi. Tra i suoi lavori, ebbe il coraggio di raccontare, nel 1999, la colonizzazione del popolo meridionale con Li Chiamarono… Briganti!, film molto contestato e rapidamente ritirato dalle sale su pressione di certi settori occulti. In seguito, quella pellicola, nonostante l’assoluto ostruzionismo della casa produttrice, la Medusa Film, divenne scintilla vagante grazie alla viralità del web. E ancora lo è.
Nel corso dell’Ischia Film Festival del giugno 2015, Lina Sastri ed Enrico Lo Verso, protagonisti di quel cult, rimarcarono il boicottaggio subito. L’attrice disse che era stata osteggiata e oscurata da qualcuno di potente, risultando introvabile anche in versione home-cinema. Lo Verso ricordò che i manifesti e i trailer uscirono a film già bandito dalle sale. Il regista si era documentato all’archivio di Stato, ma la censura non gli concesse di continuare la sua battaglia culturale.
Squitieri fu anche il primo a contestare Saviano, in un’intervista, anche questa divenuta virale in rete, rilasciata al regista indipendente Walter Ciusa nel corso dell’edizione 2009 del Festival del Cinema di Venezia, poco dopo l’esplosione del successo di Gomorra.
Nel 2015 aveva annunciato il tema di un suo prossimo progetto. Voleva realizzare un film per raccontare lo splendore preunitario di Napoli  “lo splendore che tutto il mondo ci ha rapinato – disse – e che tutti gli artisti hanno utilizzato”. Non ha avuto il tempo di osare ancora.

Tra speranza e dannazione, perché Roberto Saviano divide

saviano_striscione

Angelo Forgione “La camorra e rinnegati non hanno nazionalità. Napoli ha bisogno d’amore, non di fango!!! Napoli nazione”. È il messaggio impresso su uno striscione dedicato a Roberto Saviano, a Napoli per presentare il suo La paranza dei bambini (Feltrinelli) tra centinaia di fan al rione Sanità. Messaggio chiaro. Lui, simbolo dei rinnegati, che nulla avrebbe di napoletano, come gli uomini del crimine. Dunque, lo scrittore di camorra come i camorristi, colpevoli di infangare Napoli e ammantarla d’odio. Forte affondo di stampo indipendentista, che Saviano ha commentato da facebook così:

Questo striscione campeggia a Napoli abbarbicato sul ponte della Sanità. Questo striscione lo ha messo lì chi odia Napoli. Perché fango non è raccontare, fango è uccidere, spaventare, terrorizzare, togliere speranza e azzerare ogni futuro possibile.

Accusa rispedita ai mittenti. Per Saviano sono i suoi contestatori a odiare Napoli.
L’autore del best-seller Gomorra gode di grandissimi apprezzamenti ma è anche vero che si sta allargando una schiera di chi, ad ogni sua uscita, soffre di fortissimi dolori di pancia. Il dibattito è delicato, delicatissimo, quantunque la semplificazione dello scenario riduca tutto alla disopprovazione dei sui libri e dei suoi temi, che raccontano al mondo del torbido sostrato della malavita campana. Non è questo il punto sul quale si è annodato lo scontro. La denuncia del Male è esercizio giusto, giustissimo, e il successo di Saviano, del resto, è nato proprio su questa. Gomorra ha il gran merito di aver reso letteratura fruibile ciò che i cronisti hanno precedentemente raccontato qua e là nel corso di tanti anni, di portare l’inchiesta in trincea sui comodini e di accendere i riflettori su un mondo conosciuto ma al tempo stesso indecifrabile. E ha acceso la speranza di poterlo combattere attraverso una più ampia condanna, una coscienza ben più diffusa. Era in realtà una falsa speranza, perché non sono i lettori sparsi nel mondo ad avere il potere di combattere la micro e macro criminalità italiana o a potervisi opporre, pur con tutto lo sdegno possibile. Dei mali bisogna parlare affinché si risolvano, e non era imputabile a Saviano – nessuno lo fece quando Gomorra sbancò in libreria – di gettare fango su Napoli, Caserta e la Campania tutta. Ma la lotta alla camorra non sembra aver fatto passi avanti dal 2006, anno di pubblicazione del romanzo, e sono anzi spuntati nuovi inquietanti fenomeni. Competeva e compete al cosiddetto Stato, ed è questo, solo questo, artefice di prospettive di soluzione, ammesso che vi sia la volontà di aprirle. È proprio così che Saviano, napoletano contro il Male di Napoli, con Gomorra sotto il braccio e sotto scorta, da solo a “lottare” contro il grande crimine, è diventato simbolo della lotta alla camorra, e la percezione del suo eroismo è cresciuta proporzionalmente all’incapacità dello Stato di estirpare un cancro nativo della Nazione, non di Napoli.
Dopo i libri e la speranza accesa, sono spuntati discutibilissimi film e ben confezionate serie-tivù. Alle varie stagioni televisive di Gomorra è in procinto di accodarsi anche la produzione di Zero Zero Zero, e non è difficile preconizzare un futuro in video per il fresco di stampa La paranza dei bambini. Tutto con incarichi di supervisione e diritti di autore. E nel frattempo hanno preso il sopravvento i consigli degli editori, che ormai sparano ben in vista il nome Saviano in copertina, a sovrastare i titoli dei suoi libri, ben consapevoli che di un autore-simbolo si venda il nome prima di ciò che scrive. È proprio con l’eccessiva spettacolarizzazione del Male che la denuncia di Saviano ha iniziato a perdere parte dei consensi. Non si tratta di idiosincrasia ai temi dei suoi libri ma di sdegno per il lucro su tutta l’industria che vi si è creata attorno, deteriorando oltremodo l’immagine di Napoli.
La reazione è umana. Traendo in diversi un grasso vantaggio dalla spettacolarizzazione del Male, la denuncia di Saviano sta perdendo forza persuasiva, e gli si imputa di non voler cambiare le cose, perché non converrebbe a molti. Lo scrittore, al contrario, continua a dare la rassicurante sensazione di voler accendere una luce, costi quel che costi, ma il suo nuovo libro è ancor più cupo, privo di speranza. Le baby-gang di cui narra le tristi gesta sono espressione di un fenomeno in forte ascesa negli ultimi anni, proprio quelli dei modelli imposti dalle serie-tivù a lui riconducibili. Ecco perché, per i suoi detrattori, Saviano non può più essere considerato un martire, non più emblema vivente di riscatto. A guardar bene le cose, non si può negare che il simbolo della lotta al malaffare sia diventato al tempo stesso icona della dannazione, in qualche modo emblema della marcescenza che denuncia, e abbia reso il luogo da cui estirpare il male esso stesso il Male inestirpabile. Questo è per molti Napoli oggi, non le sue eccellenze, che andrebbero esposte e non sottoposte alla dannazione imposta attraverso la spettacolarizzazione della camorra.
Ognuno può dare una personale risposta alla fatidica domanda: Saviano fa il bene o il male di Napoli? Certamente non rinfrancano alcune reazioni suscitate, per quanto stupide. Qualcuno, dopo una presentazione del nuovo libro a Milano, sulla fanpage facebook, ha scritto di Napoli come di “città priva di cultura” in cui non mettere mai piede da turista. Chiacchiere da social network ma anche spunto di riflessione.

saviano_commento

Simbolo della lotta alla camorra e icona di dannazione, è qui che ci si divide su Roberto Saviano, che ha compreso da tempo, attraverso i social network, di avere fedeli ammiratori e coriacei detrattori. Non si tratta di chi odia Napoli e neanche di camorristi, come qualcuno ha insinuato, ma – ne sono certo – di appassionati lettori della prima ora di Gomorra. In quel che ne è seguito si è lasciato il proscenio alla dannazione, che in realtà non regna. Questo è l’errore che paga lo Scrittore, il quale sta contribuendo a togliere la speranza da lui stesso accesa. Toccava davvero a uno scrittore farlo?

Elizabeth Strout e l’umanità dei medici napoletani

Buone notizie da Napoli. Elizabeth Strout, scrittrice americana di successo e Premio Pulitzer nel 2009, ringrazia i medici dell’ospedale Cardarelli di Napoli per l’ottima assistenza ricevuta nei giorni scorsi, durante un suo transito in città, quando è stata improvvisamente ricoverata d’urgenza per un’appendicite.
Non si tratta di solo encomio alla Sanità napoletana, che resta comunque lontana da standard accettabili, ma – va evidenziato – di elogio alla cortesia e alla sensibilità dei napoletani, a prescindere dal fatto che si trattasse di medici.
La letterata ha parlato di “incredibili sprazzi di umanità e bellezza in un luogo e in una circostanza così particolari”, e ha affermato che “sul piano umano i napoletani vincono di gran lunga sugli americani”.
Certo, magari bisogna essere illustri pazienti per potersela passare bene in un ospedale. Ma altrove, evidentemente, neanche basta.
Il personale del Cardarelli ha salutato la scrittrice regalandole una stampa raffigurante un’immagine storica della facciata dell’ospedale.

“Modello Milano”, ingegneria politico-mediatica per pulire l’Italia

Angelo Forgione Due date: martedì 13 e mercoledì 14 ottobre. La prima coincide con l’arresto del vicepresidente della Regione Lombardia Mario Mantovani, ex assessore alla Salute ma anche ex senatore e sottosegretario alle Infrastrutture del governo Berlusconi. L’ordinanza a suo carico si riferiva a una gara d’appalto da 11 milioni di euro sul trasporto dei malati dializzati che sarebbe stata truccata su richiesta del braccio destro del governatore Roberto Maroni, Massimo Garavaglia, responsabile del Bilancio. Il giorno dopo, a Napoli, durante una seduta del Consiglio Comunale, il consigliere Carlo Iannello di Ricostruzione democratica – Red, propose l’eliminazione dei biglietti omaggio per lo stadio a beneficio delle autorità comunali, pratica diffusa in tutta Italia che a Napoli qualcuno cercava invano di abbattere. La proposta fu bocciata con 22 voti contrari contro 5 favorevoli, ma soprattutto con una discussione dai toni a tratti grotteschi.
Milano e Napoli, arresto dei vertici della Regione Lombardia e figuraccia dei consiglieri comunali napoletani. Ora pesate i due eventi, stabilite quale fosse più grave e rispondete alla seguente domanda: quale notizia ha fatto più scalpore? Ebbene sì, si è parlato, e si continua a parlare, solo dei “fattarielli” di Napoli. Dei fattacci di Milano non si è saputo più nulla. Da Gramellini a Giletti, tutti a condannare i consiglieri partenopei, incapaci di rinunciare a ciò di cui non fa rinuncia nessun consiglio comunale dell’Italia del pallone. A metà ottobre nessuno avrebbe potuto immaginare cosa si prefigurava all’orizzonte.
28 ottobre: il presidente dell’Associazione Nazionale Anticorruzione Raffaele Cantone, ricevendo dal sindaco di Milano Giuliano Pisapia il “Sigillo” della città, investiva nuovamente Milano del ruolo di “capitale morale d’Italia”. Un do ut des con cui la città, a quattro giorni dalla chiusura dell’Expo dell’alimentazione, veniva associata alla nuova parolina magica “modello”. Cantone, nominato all’ANAC da Matteo Renzi, e dallo stesso Renzi mandato a vigilare sull’Expo milanese, si prendeva le critiche dal presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Rocco Sabelli: «troppo vicino alla politica». A partire da lui, tutti improvvisamente a rimpirsi la bocca del “modello Milano” dagli scranni del Governo Renzi. Il “modello Milano” da esportare a Roma, città che per Cantone non avrebbe gli anticorpi per sconfiggere la corruzione, diversamente dalla compatta Milano, o presunta tale. A soli due giorni dalle lusinghiere parole del magistrato napoletano, in sostituzione del decaduto sindaco di Roma Ignazio Marino, il Viminale nominama in qualità di Commissario straordinario dal Viminale il prefetto di Milano Francesco Paolo Tronca, persona che aveva vigilato sull’Esposizione universale in Lombardia. Era proprio lui a spiegare il “modello Milano”: «non è altro che un modo di lavorare avanzato, in piena sinergia e con unità di intenti, guardando agli obiettivi da raggiungere». Tradotto in soldoni, la serietà delle istituzioni, mica la rivoluzione milanese della governance politica! Altro che metodo avanzato, il “modello Milano” non è altro che la pulizia morale delle istituzioni che dovrebbe regolare la vita politica di ogni città, compresa Milano, dove gli arresti e le mazzette continuano a fare notizia senza fare notizia. La verità è che il “modello Milano” è una scopa con cui si è nascosto sotto al tappeto tutta la sporcizia del dietro le quinte dell’Expo, tutto il marcio degli scandali della vigilia che avevano fatto del capoluogo lombardo, città guida d’Italia, già la Milano di Tangentopoli, una delle capitali della corruzione e del malaffare, almeno finché il silenzio non calò su quei misfatti che stavano rovinando la già misera immagine del Paese. Creato il “modello”, ora torna utile per ripulire la disastrata Roma, perché il Giubileo romano ha da funzionare come l’Expo milanese. A distanza di poco più di un anno dalle tangenti meneghine tutto è cambiato. Per volontà superiore e col contributo mediatico di chi fu chiamato ad arginare l’emorragia, ma anche dell’informazione, per cui ora tutto ciò che è milanese è esemplare. Vogliamo crederlo o iniziamo a farci delle domande a televisore spento?

Italia inquinata. Sud avvelenato.

Situazioni drammatiche per Terra dei Fuochi, Taranto, Sardegna e Sicilia

Angelo Forgione – L’hinterland agricolo della conurbazione Napoli-Caserta, l’area industriale di Taranto e gli insediamenti industriali di Sardegna e Sicilia sono sempre più i simboli moderni delle speculazioni e degli interessi personali che hanno generato picchi tumorali in aumento e devastazione del territorio. L’aggiornamento dello studio epidemiologico “Sentieri” condotto dall’Istituto Superiore di Sanità rafforza la disperazione urlata da oncologi e specialisisti negli ultimi anni.
Nella Terra dei Fuochi, quella tra Napoli e Caserta, dove, secondo la Commissione parlamentare d’Inchiesta preposta, il picco si raggiungerà intorno al 2060, si muore di più “per l’esposizione a un insieme di inquinanti ambientali che possono essere emessi o rilasciati da siti di smaltimento illegale di rifiuti pericolosi o di combustione incontrollata di rifiuti sia pericolosi, sia solidi urbani”. L’eccesso di mortalità per l’esposizione a un insieme di inquinanti rispetto al resto della regione è del 10% per gli uomini e del 13% per le donne nei comuni in provincia di Napoli, mentre per quelli in provincia di Caserta del 4 e del 6%. Nella Terra dei Fuochi i bambini nascono malati. “Non si osservano eccessi di mortalità ma resta meritevole di attenzione il quadro che emerge dai dati di ospedalizzazione che segnalano un eccesso di bambini ricoverati nel primo anno di vita per tutti i tumori: nella provincia di Napoli un eccesso del 51% e nella provincia di Caserta e del 68% rispetto al “rapporto standardizzato di ospedalizzazione”.
Gravissima la situazione anche a Taranto. Lo studio “conferma le criticità del profilo sanitario della popolazione di Taranto emerse in precedenti indagini. Le analisi effettuate utilizzando i tre indicatori sanitari sono coerenti nel segnalare eccessi di rischio per le patologie per le quali è verosimile presupporre un contributo eziologico delle contaminazioni ambientali che caratterizzano l’area in esame, come causa o concausa, quali: tumore del polmone, mesotelioma della pleura, malattie dell’apparato respiratorio nel loro complesso, malattie respiratorie acute, malattie respiratorie croniche”. Inoltre, “il quadro di eccessi in entrambi i generi riguarda anche molte altre patologie, rafforzando l’ipotesi di un contributo eziologico ambientale in un’area come quella di taranto ove è predominante la presenza maschile nelle attività lavorative legate al settore industriale”. A Taranto la mortalità infantile registrata per tutte le cause è maggiore del 21% rispetto alla media regionale.
E non va meglio in Sardegna, dov’è la maggiore estensione nazionale di siti contaminati. Qui la situazione peggiore è per Porto Torres e i quartieri settentrionali di Sassari (esposti a maestrale e tramontana), con un eccesso generalizzato di mortalità per tumori rispetto al resto della Sardegna. Complessivamente 447.144 ettari sardi rientrano nei due siti di interesse nazionale per le bonifiche ambientali del Sulcis-Iglesiente-Guspinese e di Sassari-Porto Torres.
In quanto a concentrazione di S.I.N., la mappa stilata nel 2013 dall’Istituto Superiore per la
Protezione e la Ricerca Ambientale (guarda la mappa) è terrificante per la zona che va dalla provincia meridionale di Napoli al basso Lazio. Particolare allarme destano i siti siciliani delle aree di Milazzo, Gela, Biancavilla e Priolo. Ma sono tutti i S.I.N. italiani a presentare un quadro estremamente preoccupante: l’incrocio di mortalità, incidenza oncologica e ricoveri fa emergere un aumento dei tumori anche del 90%. E le politiche sanitarie e ambientali restano oscurate dai fumi, insieme al cielo.