Lucio Dalla e quella scintilla pugliese che l’ha reso napoletano

Angelo Forgione – «Se ci fosse una puntura intramuscolo con dentro tutto il Napoletano me la farei, anche se costasse duecentomila euro». Parole senza musica di Lucio Dalla, un bolognese purosangue che disse di voler rinascere a Napoli in una seconda vita.
Dalla fu rapito dalla lingua dialettale napoletana, e perciò cambiò il suo modo di comporre musica, tendendo alla lirica. Fu una trasformazione intima ancor prima che artistica, innescata dal dialetto delle isole Tremiti, geograficamente pugliesi ma foneticamente napoletane-ischitane, e poi completata dalla vista del Golfo di Napoli, ammirato dalla stanza di Caruso a Sorrento.
Un piccolo grande particolare storico-geografico che ho rivelato a La Radiazza (Radio Marte), interpellato dopo la telefonata di un radioascoltatore. Ci ha pensato Gianni Simioli a telefonare a una signora tremitese per parlare in napoletano e verificare se a largo del Gargano fosse come parlare con una compaesana. Davvero un bel momento di radio identitaria.

Il colera è Libero

Libero, il solito Libero (di fare informazione razzista), spara il titolo che fa razzismo a tutto tondo. Qualcuno informa che il colera è tornato in Italia dopo il i fatidico 1973, e non è così, poiché solo l’ultimo caso si è verificato nel 2008, a Milano, identico a quello di oggi a Napoli, e pure più drammatico: un egiziano di ritorno dal suo paese, morto in un ospedale lombardo. Aveva contratto la malattia a casa sua e venne escluso il rischio di epidemia nel territorio milanese. E quanti casi analoghi accadono in Gran Bretagna? una dozzina nel 2015, dicono gli ultimi dati dell’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC), perché Il colera è endemico in molti paesi tropicali, in Asia e Africa, ed è facile importarlo.
Ma anche il vibrione del 1973 fu importato da fuori, benché ancora oggi, e per quella indegna descrizione dei fatti, l’immagine di Napoli sia facilmente associata dall’ignorante di turno alla parola “colera”.

Alberto Angela a Pompei batte la Pausini al Circo Massimo

Alberto Angela, con il suo Stanotte a Pompei, asfalta Laura Pausini in concerto al Circo Massimo nella prima serata di sabato 22 settembre. Su Rai1, il divulgatore ha conquistato 4.233.000 spettatori, pari al 24.3% di share, mentre su Canale 5 la cantante si è fermata a 1.553.000 spettatori, pari all’8.8%. Clamoroso trionfo della serata dedicata alla storia del sito archeologico vesuviano sul concerto musicale nell’antica Roma in prima visione.
La storia e l’archeologia vincono la sfida contro la musica, anche se Alberto Angela ha sempre garantito buoni risultati di audience alla Rai. Il perché del successo del personaggio? Empatia, semplicità e un certo fascino sulle donne.

Ammucchiata social sul trono di Napoli

Angelo Forgione – In quattro sul trono del Palazzo Reale di Napoli, per scattare foto e conquistare i social. In qualche modo ci sono riuscite le quattro signore in tiro che, a una serata organizzata da “Wine&Thecity”, travolte da un impeto di vanità, hanno scavalcato i cordoli dissuasori, hanno calpestato il prezioso tappeto del Settecento palermitano e si sono accomodate sullo scranno ottocentesco che fu di Ferdinando II di Borbone e del figlio Francesco. E così sono finite addirittura sui siti di mezza Italia.
Giù dal trono le reginette dei social, e via i mercanti dal Tempio.
Guardare ma non toccare il patrimonio di Napoli.

Un museo della pizza a Napoli?

Angelo Forgione – Annunciato un “museo della pizza” a New York che – si legge nel comunicato – “consentirà ai visitatori di conoscere la storia della pizza ricostruendone l’origine e la diffusione in tutto il mondo”.
Nulla contro, ma sono davvero curioso di sapere se i newyorchesi, che spesso si affannano a rivendicare la paternità della pizza, racconteranno che la pizza non è un simbolo del capitalismo americano ma prodotto del socialismo napoletano, e che diventa a Napoli, e nel Settecento, quel che è oggi. Lo diranno loro come si chiamava il primo pomodoro che finì sul disco di pasta, rendendolo rosso? E da dove nasceva, visto che quello che portarono i conquistadores spagnoli era ben diverso? E lo diranno loro quando nasce la pizza delle pizze, cioè la “margherita”, come non fanno neanche gli stessi napoletani? E ancora, racconteranno che la prima pizzeria al mondo è Port’Alba, nel 1738? Sicuramente divulgheranno che la loro prima pizzeria, Lombardi’s, del 1905, nella Little Italy di Manhattan, era dell’emigrante napoletano Gennaro Lombardi.
Confido nella conoscenza della storia della pizza da parte degli storici americani, e ritengo necessario un museo della pizza anche nella città della pizza, Napoli, soprattutto alla luce della crescita del turismo, sia straniero che italiano, nel capoluogo campano.
Qualcosa pare muoversi, ma c’è bisogno che gli artisti pizzaiuoli napoletani, insigniti del riconoscimento Unesco, facciano squadra. È arrivato il momento di raccontare davvero la pizza, perché fin qui non è stato fatto per bene e i napoletani stessi gustano la loro pietanza tipica senza sapere bene cosa si porta dietro.

Trump accoglie i Borbone e scatta l’ironia

Angelo Forgione Il Presidente degli Stati Uniti d’America, a Pasqua, ospita i principi di Napoli a Mar a Lago, in Florida, e parte l’ironia della stampa d’Oltreoceano come pure dei social per l’incontro con gli eredi di un regno che non esiste più dal 1860. Ma c’è poco da ridere perché, al di là dei rapporti amichevoli tra Donald Trump e la coppia principesca e a prescindere da ciò che gli USA hanno determinato negli equilibri geopolitici del mondo moderno, il legame degli Stati Uniti con Napoli, siglato da Gaetano Filangieri e Benjamin Franklin nel 1781, è sempre onorato dalla diplomazia statunitense, di fatto celebrato da David Thorne, ambasciatore americano in Italia dal 2009 al 2013, in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia festeggiati nel 2011.

Addio a Giuseppe Galasso, grande storico ma non acuto meridionalista

Scompare Giuseppe Galasso. Napoli e l’Italia perdono un grande storico, figura d’alto profilo del mondo intellettuale nazionale. Tuttavia, della sua lezione non tutto è da promuovere. La sua visione della Questione meridionale, poco moderna, soffriva di una visione liberale di retaggio risorgimentale. Del resto, da Presidente della Società di Storia Patria, non poteva che essere uno schierato risorgimentalista.

Il ricordo a La Radiazza (Radio Marte).