Il giorno della memoria

Gaeta_fineChi diede il diritto a degli italiani di assediare altri italiani? Di puntargli contro odio, fucili e cannoni?

Quali gli ideali, se non quello di conquista di ricchezza che muove chiunque faccia guerra?

Poteva farla Napoli l’Italia, da Sud a Nord, e senza spargimento di sangue. E sarebbe stato un altro paese.

Il 13 febbraio 1861, dopo aver ferocemente resa al suolo “la fedelissima” Gaeta, a conclusione di una guerra di occupazione che chiamano “unificazione”, l’invasore piemontese conquistava la fu Magna Grecia, e ne faceva colonia.

Oggi, 13 febbraio 2020, l’Eurispes certifica che dal 2000 al 2017 il Centro-Nord ha sottratto 840 miliardi di sola spesa pubblica al Sud. Senza contare tutto quello che il Sud passa al resto del Paese in termini di acquisti di beni e servizi (70 miliardi/anno), di formazione scolastica e universitaria dei propri ragazzi che emigrano (20 miliardi/anno), di emigrazione sanitaria (2 miliardi/anno) e di raccolta dei risparmi negli sportelli bancari (700 miliardi/anno) che finiscono per finanziare le aziende settentrionali. Dal 2000 al 2017. E dal 1861 al 1999?

Elogio del kayak, andar per mare a Posillipo

La spiaggia cancellata a Napoli è un grosso scempio compiuto tra il 1884 e il 1904. Un forte limite al rapporto dei napoletani con il loro mare, ma non per la mia libertà di andare in paradiso, che è un consiglio per tutti. Perché in fondo la serenità deve avere in sé qualcosa di immenso, ingovernabile, selvaggio.

I primi sette minuti de ‘Il Re di Napoli’

Tratto da La Radiazza di Gianni Simioli (Radio Marte), la prima discussione sui contenuti del neonato il Re di Napoli.

Mario come Gino

Angelo Forgione – “Il rispetto si ottiene lavorando, non con la violenza. Quello non è rispetto”. Così Mario Granieri, pizzaiuolo di Forcella, che il 4 gennaio ha trovato la porta del suo locale crivellato da proiettili di pistola. Il giorno seguente qualcuno è andato a rivendicare l’azione casco in testa, intimando di non denunciare. Ma Mario, che il sogno di aprire una pizzeria tutta sua l’ha cullato per tanto tempo, è andato dritto alla Polizia.
Chissà quante di queste storie scorrono in silenzio nel cuore di Napoli in crescita turistica, attraversato da un nuovo fiume di soldi che si ingrossa sull’onda delle pizzerie, dei ristoranti, delle pasticcerie, dei bar, delle botteghe e dei tanti B&B spuntati come funghi. E forse la bomba dedicata a Gino Sorbillo, colpendo il simbolo del buon cibo di Napoli, la pizza, e il massimo protagonista in zona, voleva fare proprio rumore come non sono riusciti a fare certi spari a Mario e pure a Biagio, proprietario di un minimarket. Forse qualcuno voleva far esplodere un messaggio con l’ordigno. Forse è il caso di pensare che c’è chi reclama una fetta.
Oggi toccherà all’ennesima passerella di un ministro degli Interni. Prometterà ancora di sradicare il male, ma l’unico sradicamento è quello dei napoletani perbene, la stragrande maggioranza, che finiscono per andar via anche per la malefica minoranza che nessuno lassù ha realmente intenzione di azzerare.
La moglie di Mario, magari per le figlie, vorrebbe abbandonare. Ma lui no, vuole restare, anzi, non ci pensa proprio a rinunciare a quella pizzeria tanto sognata alla quale ha dato un nome significativo: “Terra mia”. Non di chi spara e piazza bombe. Che poi lo fa a volto coperto, su una moto potente o dandosela a gambe. Capirai che coraggio.

Con la demagogia non si combatte la camorra

Angelo Forgione – Chi tocca Gino Sorbillo tocca tutti i pizzaiuoli napoletani, un patrimonio immateriale dell’Umanità.
Chi tocca Gino Sorbillo tocca tutti i napoletani che parlano al mondo con la loro professionalità.
Chi tocca Gino Sorbillo tocca, in un attimo e senza fatica, l’immagine di Napoli, che oggi sarà di nuovo sporcata nelle tivù mentre noi impieghiamo mesi e sudore per lustrarla.
Chi tocca Gino Sorbillo tocca il cuore di Neapolis, “i Tribunali”, la più resistente identità urbana d’Occidente.
Chi tocca Gino Sorbillo tocca un lavoratore instancabile, come lo sono gli autentici napoletani, che sanno farsi da soli nelle difficoltà.
Chi tocca Gino Sorbillo tocca tutti gli esercenti che non hanno nome e visibilità ma che ogni giorno, a Napoli, vengono taglieggiati dal cancro sociale.
Chi tocca Gino Sorbillo tocca un uomo perbene e una persona umile e generosa.
Chi tocca Gino Sorbillo tocca un mio amico, ma amico di tanti. E un amico non resta mai solo, neanche sotto le bombe dei più vigliacchi tra i delinquenti.

E mentre esplodono bombe in pieno centro antico di Napoli e ad Afragola, ancora attendiamo quel centinaio di poliziotti annunciati a ottobre dal ministro Salvini, quando ha promesso di “sradicare, deportare, cancellare e isolare la camorra” andando “quartiere per quartiere, via per via, pianerottolo per pianerottolo”. Ma non è che li attendiamo con impazienza, intendiamoci. Di certo non cambierebbero la storia. E a cosa servirebbero? Salvini sa anche lui che il Sindacato Italiano Lavoratori di Polizia ha denunciato che a Napoli operano solo 4.500 poliziotti, un organico sottodimensionato di almeno 600 unità. E sa pure che a Napoli ci sono solo sette volanti garantite dalla Questura a disposizione nelle fasce notturne, alle quali si aggiunge qualcosina dei commissariati. E noi dovremmo credere che la lotta contro i circa cinquanta clan camorristici della città la possano vincere 100 uomini in più (magari senza auto e senza benzina)? E quello che a La Radiazza (Radio Marte) ho chiesto a Pina Castiello, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. E la risposta la potete valutare da voi.
Il “bla-bla-bla” della politica non dà risposte neanche alle domande secche. E a Napoli, nel 2019, ancora esplodono bombe.
La verità è che la criminalità si contrasta tagliando le radici delle attività illecite. Lo Stato non lo fa perché ha interesse a “usare” le mafie come ammortizzatore sociale per il Sud. Non hanno voluto agire incisivamente ben sei ministri dell’Interno di origini napoletane e campane, tra il 1988 e il 1999, e non sarà un ministro leghista a voler combattere una battaglia epocale.

A Pordenone l’exploit del buontempone

Angelo Forgione “Lasciare pulito, non siamo a Napoli!!!”. È questo il messaggio apparso su tre cassonetti della spazzattura di una via residenziale alla periferia di Pordenone.
Con Gianni Simioli, a La Radiazza (Radio Marte) ne abbiamo parlato con Fabio Pacetta, il napoletano che ha filmato la spiacevole sorpresa, per poi chiamare il sindaco della città friulana, che ha giustamente preso le distanze da quanto scritto sui bidoni. “Se la città fosse tappezzata di cartelli contro Napoli – ha detto il primo cittadino – potrei anche capire questa protesta della rete. Si è trattato dell’iniziativa di un cretino e Pordenone non ha nulla a che fare con questa persona”. E lo sappiamo, ma non è questo il punto. Il punto è che piccoli episodi del genere, causati da tanti singoli deficienti, si ripetono qua e là, ed educano al disprezzo di Napoli, per la gioia di alcuni personaggi più o meno influenti dal punto di vista mediatico che non perdono occasione per alimentare una spirale antica e inarrestabile.
Il Comune di Napoli ha risposto con un video di Raffaele Del Giudice, assessore all’ambiente, e con una lettera al sindaco friulano. Magari con un impegno maggiore di operatori ecologici ne avrebbe avute tutte le ragioni.
Il deficiente che ha scomodato Napoli per umiliare i suoi vicini incivili, ammesso che lui sia civile, si faccia un viaggio culturale a Napoli. Scoprirà di non essere a Pordenone, senza nulla toglierle.

Lucio Dalla e quella scintilla pugliese che l’ha reso napoletano

Angelo Forgione – «Se ci fosse una puntura intramuscolo con dentro tutto il Napoletano me la farei, anche se costasse duecentomila euro». Parole senza musica di Lucio Dalla, un bolognese purosangue che disse di voler rinascere a Napoli in una seconda vita.
Dalla fu rapito dalla lingua dialettale napoletana, e perciò cambiò il suo modo di comporre musica, tendendo alla lirica. Fu una trasformazione intima ancor prima che artistica, innescata dal dialetto delle isole Tremiti, geograficamente pugliesi ma foneticamente napoletane-ischitane, e poi completata dalla vista del Golfo di Napoli, ammirato dalla stanza di Caruso a Sorrento.
Un piccolo grande particolare storico-geografico che ho rivelato a La Radiazza (Radio Marte), interpellato dopo la telefonata di un radioascoltatore. Ci ha pensato Gianni Simioli a telefonare a una signora tremitese per parlare in napoletano e verificare se a largo del Gargano fosse come parlare con una compaesana. Davvero un bel momento di radio identitaria.