La più feroce malattia della storia? Sconfitta con la vaccinazone alla napoletana

Angelo Forgione Il discusso Green Pass, senza girarci troppo intorno, è il nuovo motore per convincere al trattamento vaccinico gli incerti che non vogliano essere colpiti da forti limitazioni, cioè il modo per introdurre surrettiziamente un obbligo vaccinale virtuale.
È sempre accaduto, nella storia delle vaccinazioni, che si utilizzassero metodi alternativi per spingere le persone a sottoporvisi, partendo dall’Ottocento, in epoca di prime inoculazioni della storia, quelle contro il terribile vaiolo, quando le paure erano ben più diffuse di quanto non lo siano oggi. A quel tempo, il nemico da combattere era la malattia infettiva più feroce di sempre, decisamente più contagiosa e letale del Covid. Prima della scoperta assoluta del metodo di immunizzazione si contavano ogni anno 400.000 morti da virus “variola”, soprattutto fanciulli. Ne moriva uno su tre di quelli contagiati, e solo negli stati italiani ne risultavano colpiti sei giovani su dieci. Chi si salvava, restava comunque sfigurato, e spesso cieco.L’epocale scoperta fu fatta in una campagna inglese, inoculando in un bambino di otto anni del pus estratto dalle pustole sviluppate da una mungitrice di vacca che aveva contratto il vaiolo bovino, più blando di quello umano. Il ragazzino non sviluppò il vaiolo in forma grave, quella umana, ma contrasse l’assai meno pericoloso “variola vaccinae”. Da qui il nome che arriva fino a noi, un aggettivo divenuto sostantivo, con cui si procedette alle prime inoculazioni anche nei territori italiani.

Partendo da un’epidemia scoppiata nel 1801 a Palermo e contrastata da alcuni medici inglesi, il primo programma di vaccinazione di massa della Penisola italiana fu avviato nel più grande e popoloso stato preunitario, il Regno di Napoli e Sicilia, dove il re, Ferdinando di Borbone, per inoculare bambini, orfanelli e trovatelli, istituì nel 1802 una “Direzione vaccinica” nel Real Albergo dei Poveri di Napoli, con succursali nelle altre province del Sud. E però, in un periodo di arretratezza culturale della popolazione, la paura per quel nuovo metodo che immetteva nel braccio un virus di origine bovina non era inferiore a quella per il vaiolo. Il metodo, per la commistione tra animale e uomo, veniva considerato un insulto alla natura dagli ambienti più conservatori, che diffondevano enormi timori con la previsione di apocalittiche conseguenze per le persone appena inoculate con il vaiolo bovino, dai cui corpi sarebbero dovute spuntare intere teste di mucca o anche solo corna, code e zoccoli. Nulla di tutto questo si verificò, ovviamente, ma per le paure di eventuali conseguenze mortali, per l’avversione di certi ambienti religiosi per i quali infettare volontariamente le persone sane significava andare contro la volontà di Dio e anche per la divisione dei medici sull’opportunità dell’inoculazione, nei primi due decenni dell’Ottocento non si fece vaccinare che il quindici percento della popolazione napoletana.E allora, nonostante le problematiche che l’inoculazione poteva comportare, Ferdinando di Borbone decise di imprimere una svolta, stabilendo cioè nel 1821, per la prima volta nei territori italiani, che la vaccinazione fosse obbligatoria, almeno per i bambini, i più esposti al rischio. La legge prevedeva la misura di interdizione dalla pubblica amministrazione dei cittadini disertori, che così non avrebbero potuto richiede alcunché ai ministeri e avrebbero perso il posto in graduatoria se avevano già chiesto sussidi. Sempre per legge, toccava ai parroci, fin lì restii a diffondere la pratica vaccinica, di imbonire e convincere i fedeli, dovendo “incolpare” i genitori più riluttanti a sottoporre i loro figli alla vaccinazione. C’era poi l’incentivo economico di una sorta di lotteria di Capodanno per ogni distretto, affidata agli stessi parroci, che alla fine di ogni anno dovevano provvedere ad estrarre a sorte un nome ogni cento vaccinati, vincitore di un premio in denaro.Il decreto numero 141 del 6 novembre 1821 riguardante la “inoculazione del vajuolo vaccino” era chiarissimo:

“Abbiamo risoluto di decretare, e decretiamo quanto segue.Art. 1. Tutti coloro i quali han tenuto la riprensibile condotta di trascurare la vaccinazione onde preservare la propria prole, o gl’individui della famiglia ch’essi governano, non potranno godere di alcun tratto della nostra sovrana munificenza, sotto qualunque titolo. Le loro petizioni non avranno corso ne’ nostri reali ministeri, né saranno accolte in qualsivoglia amministrazione, se non sieno accompagnate dal documento, che il petizionario è stato vaccinato, e che convive in famiglia i di cui individui o sono stati vaccinati, o hanno sofferto il vajuolo naturale prima del presente decreto.
[…]
Art. 7. I parrochi e tutti coloro che preseggono alla istruzione morale del popolo, dovranno inculcare l’uso del vajuolo vaccinico, e far rilevare nelle istruzioni catechistiche ed omelie qual grave colpa commettasi da’ genitori che lasciano esposta la vita de’ figliuoli al pericolo del vajuolo umano.”

L’obbligo di vaccinazione produsse evidenti effetti. Un rapporto riguardo l’attività vaccinica nel 1822, riportato nel settimo volume della Biblioteca vaccinica del 1823, diede conto di 103.079 vaccinazioni nelle varie province del Regno, quasi il triplo rispetto alle circa 40.000 degli anni precedenti. L’andamento restò crescente nei decenni a seguire, diversamente dal vicino Stato Pontificio, dove l’obbligo, imposto nel 1822, fu ritirato nel 1824.
A quel tempo il metodo di vaccinazione internazionale era quello scoperto in Inghilterra, ovvero la vaccinazione umanizzata, consistente nell’inoculare più persone con la linfa vaccinica recuperata dalle pustole del braccio di un uomo affetto dal vaiolo più blando di origine bovina. Ma a Napoli, nel 1801, era stato inventato un metodo alternativo, la vaccinazione animale, per la quale l’inoculazione avveniva con la linfa vaccinica recuperata direttamente dalle pustole sulle mammelle bovine.
L’esistenza di due metodi, anche se uno conosciuto solo a Napoli, equivaleva a dire che esistevano due vaccini diversi, e quello napoletano era non solo più efficace ma anche più sicuro. Con la vaccinazione umanizzata all’inglese le proprietà immunizzanti della linfa vaccinica si affievolivano dopo numerosi passaggi da uomo a uomo, e la pratica provocava facilmente l’insorgenza di sifilide, epatite e tubercolosi. Con la vaccinazione animale alla napoletana, invece, la linfa vaccinica assicurava l’immunizzazione e, non essendo contaminata da germi umani, eliminava il problema della trasmissione di malattie veneree.

Il metodo napoletano della vaccinazione animale fu reso noto alla comunità scientifica internazionale solo nel 1864, durante un convegno in Francia, quando l’Italia venne indicata come la terra della sifilide da vaccino, più di altre nazioni, per via delle epidemie verificatesi al Nord, soprattutto in Piemonte. Lì, come in Lombardia e Liguria, la vaccinazione dei bambini contro il vaiolo era stata imposta per legge solo nel dicembre del 1859, trentotto anni dopo l’obbligo di inoculazione infantile emanato a Napoli. Con quella legge, i bambini non avrebbero potuto frequentare le scuole, misura estesa a tutto il nuovo Regno d’Italia nel 1861.

Dopo il convegno francese, il vaccino animale ideato a Napoli iniziò a trovare applicazione in Francia, in Inghilterra, Germania, Belgio, Russia e poi in altri paesi, soppiantando lentamente il vaccino umanizzato, messo in forte dubbio durante lo stesso convegno. La superiorità della vaccinazione animale rispetto a quella umanizzata, in termini di efficacia e di sicurezza, si fece sempre più evidente, ma il metodo fu adottato con lentezza nello stesso Regno d’Italia, se è vero che alla vigilia della legge del 1888, con cui la vaccinazione antivaiolo fu riorganizzata in modo più organico e resa obbligatoria per tutti i nuovi nati, la vaccinazione animale risultava ancora estesa soprattutto nell’Italia meridionale. Secondo notizie raccolte dalla Reale Società Italiana d’Igiene, ai primi posti per numero di comuni in cui si praticava l’innesto di linfa vaccinica ricavata dai bovini vi erano Calabria, Campania e Puglie, in proporzione pressoché doppia rispetto a Lombardia e Veneto e quadrupla rispetto ai fanalini di coda Piemonte e Sardegna.La vaccinazione umanizzata fu definitivamente abbandonata a inizio Novecento per procedere esclusivamente con la vaccinazione sicura ed efficace, quella animale made in Naples, con cui l’umanità si avviò alla trionfale vittoria contro il vaiolo. L’aggiunta di glicerina, introdotta negli anni Cinquanta per diminuire ulteriormente la carica batterica, unitamente ai progressi della microscopia e della metodologia di conservazione degli antidoti, contribuì sostanzialmente alla campagna avviata nel 1966 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’eradicazione definitiva della malattia, ufficialmente decretata nel 1980, a tre anni dall’ultimo caso diagnosticato in Somalia. Un anno più tardi, l’Italia revocò l’obbligo di vaccinazione contro il non più terrificante vaiolo, ormai sconfitto. Un risultato straordinario se si considera che si trattava, e si tratta tuttora, della più diffusa e devastante tra le malattie dell’uomo, capace di uccidere e far soffrire miliardi di persone, e attualmente l’unica debellata. Un risultato reso possibile dal prezioso contributo della medicina napoletana, modello di un’attenta politica di vaccinazione nell’Europa dell’Ottocento.Scommetto che non ne avevate mai sentito parlare, vero?

Quanto evidenziato è solo la sintesi di uno degli argomenti del mio prossimo libro.
Leggerete, se vorrete.

Napoli, il regno dei vaccini nell’Europa no-vax

Angelo Forgione Se oggi è il SARS-CoV-2, causa del Covid-19, a mettere in ginocchio il mondo, nel Settecento il flagello endemico era il variola, causa del vaiolo, la malattia infettiva più diffusa e più grave nell’Europa di quel tempo. Spaventava tutti, dacché colpiva giovani e bambini, e una persona malata su sei moriva, mentre chi non lo contraeva in forma maligna e letale facilmente restava cieco o deforme. Alla metà del secolo si contavano 60 milioni di morti, soprattutto bambini, e solo negli stati italiani ne risultavano colpiti sei giovani su dieci.

Anche Filippo di Borbone, primogenito di Carlo III di Spagna, morì a 30 anni, nel settembre del 1777, affetto dalla malattia. Il fratello Ferdinando, re di Napoli e Sicilia, scosso dal lutto, seguì l’esempio della suocera Maria Teresa d’Asburgo, illuminata imperatrice che, nel 1768, aveva fatto introdurre a sue spese, provandola innanzitutto su stessa e poi sui figli, l’immunizzazione attraverso la “variolizzazione”, un metodo di prevenzione sperimentato in terra ottomana mediante inoculazione di materiale pustoloso prelevato da lesioni vaiolose o dalle croste di pazienti non gravi e in via di guarigione. La pratica era ostacolata dalla superstizione di certi ambienti religiosi, per i quali infettarsi da persona sana significava andare contro la volontà di Dio, ed era anche di difficile accettazione visto che non era immune da rischi: le persone inoculate, oltre a divenire veicolo di contagio, potevano contrarre la malattia in forma grave e morire. Tra i primissimi a validare l’inoculazione era stato il medico pugliese Domenico Cotugno, che a Napoli, nel 1769, aveva pubblicato il De sedibus variolarum syntagma, in cui aveva sostenuto l’ancora delicata pratica.
Ferdinando, con grandissimo coraggio e sfidando le paure diffuse, incaricò il medico pisano Angelo Maria Gatti, esperto della pratica, di “variolizzazarlo”, suscitando da Madrid la contrarietà di suo padre, il cattolicissimo Carlo III. Cattolico era pure Ferdinando, ma aveva sposato una figlia di Maria Teresa d’Asburgo, la giovane Maria Carolina, persona assai colta e ben disposta ai progressi della scienza, colei che aveva fatto venire il medico Gatti dal Gran Ducato di Toscana dopo l’inoculazione del virus al fratello, il granduca Pietro Leopoldo; e così, nel marzo del 1778, a 26 anni, il Re si fece variolizzare, al pari della quasi coetanea consorte, scrivendo poi al padre che, dopo un bel po’ di pustole comparse sul viso e sul corpo, le cose procedevano bene e si sentiva più tranquillo.

Le inoculazioni del virus del vaiolo divennero sempre più una priorità per Ferdinando e Maria Carolina dopo l’ancor più dolorosa morte dell’amato primogenito, il piccolo Carlo Tito, scomparso per la terribile malattia nove mesi dopo, a soli tre anni. E dunque la coppia reale fece variolizzare il piccolo Francesco, nuovo erede al trono di un anno di età, e le sorelle maggiori Maria Teresa e Maria Luisa, per poi ordinare l’inoculazione obbligatoria per i ragazzi dell’appena costituita Real colonia delle Seterie di San Leucio, dove esisteva una vaccheria per l’allevamento delle vacche sarde. Il virus infettava non solo gli uomini ma anche i bovini, i quali la trasmettevano alle mungitrici, in forma più blanda e con lesioni limitate alle mani.
Nel paragrafo XV, capitolo II, del Codice delle Leggi Leuciane del 1789, interamente dedicato al vaccino contro il vaiolo, si leggeva:
“Vi sarà perciò una Casa separata totalmente dall’altre in luogo di aria buona, e ventilata, chiamata degl’infermi. In questa ne’ debiti tempi di autunno, e primavera d’ogni anno si farà a tutti i fanciulli e le fanciulle della Società l’inoculazione del vajuolo”.

Nella primavera del 1801, durante un’epidemia di vaiolo a Palermo che mieteva migliaia di vittime, e su richiesta di Maria Carolina che aveva perso una sorella sempre per la malattia, l’impavido Ferdinando sfidò lo scetticismo generale e si avvalse di due medici inglesi, Joseph Marshall e John Walker, recatisi in Sicilia per immunizzare i marinai britannici di stanza sull’Isola, e avviò quello che è da considerarsi il primo programma di vaccinazione su larga scala dei territori italiani. Dopo aver fatto variolizzare i suoi figli, ordinò ai medici delle province di fare lo stesso con le centinaia di migliaia di orfanelli e trovatelli delle loro giurisdizioni. Furono coinvolti oltre diecimila bambini in meno di un anno.

Nell’agosto del 1802, il Re istituì un apposito organismo sanitario, la Direzione Vaccinica, con sede nel Real Albergo dei Poveri di Napoli e succursali nelle altre province del regno.

Tra il 1803 e il 1810, il giovane medico napoletano Gennaro Galbiati, chirurgo ostetrico dell’Ospedale degli Incurabili e allievo di Domenico Cotugno, perfezionò l’inoculazione, rendendola più sicura ed efficace. Il suo metodo si rifaceva alla scoperta dal medico inglese Edward Jenner, il quale aveva intuito che inoculando il più blando vaiolo degli animali anziché quello umano si sarebbe ottenuta ugualmente l’immunità, e aveva iniziato a sperimentare la scoperta, deducendo che da tale immunizzazione il virus si presentava nella forma bovina, quindi senza gravi conseguenze, e non in quella umana più pericolosa. Il metodo, definitivamente verificato nel 1796 e conosciuto come “inoculazione jenneriana”, utilizzava il virus vaccinico come agente virale, ed era di fatto il primo “vaccino”, nome derivante appunto dall’aggettivo latino “vaccinus”, derivato di vacca. Domenico Cotugno, ne era divenuto convinto sostenitore.

Cosa fece di innovativo Galbiati? Con il metodo Jenner, il materiale infetto dei bovini veniva trasferito da animali infetti a uomini sani, come nella variolizzazione, e ciò aveva lo svantaggio di poter trasmettere, nel successivo trasferimento da uomo a uomo, altre patologie infettive umane, soprattutto la sifilide. Galbiati introdusse il trasferimento del materiale infetto in vacche giovani e sane, e da queste ritrasferito all’uomo. Inoltre eliminò il trasferimento da uomo infetto a uomo sano ed introdusse il passaggio attraverso un bovino, che aveva anche il vantaggio di produrre quantità maggiori e standardizzate di materiale da trasferire ai bambini da vaccinare.

La vaccinazione animale ideata da Jenner e perfezionata da Galbiati venne avversata dagli ambienti più conservatori perché considerato un insulto alla natura, data la commistione tra animale e uomo. L’opposizione venne soprattutto dalla Commessione Centrale di Vaccinazione, il nuovo nome dato nel 1807 da Giuseppe Bonaparte alla Direzione Vaccinica dopo l’invasione francese a Napoli. L’istituto, tra il 1808 e il 1819, nonostante gli scetticismi e le paure della popolazione, registrò 280.000 immunizzazioni, la maggior parte eseguite utilizzando il vaccino di derivazione umana.

Fu poi con il Decreto n. 141 del 6 novembre 1821 “riguardante la inoculazione del vaccino vajuolo” che lo stesso Ferdinando di Borbone, una volta recuperato il trono di Napoli, rese obbligatoria con severe norme la vaccinazione dei bambini del regno, per la prima volta negli stati d’Italia. Il sovrano operò per scoraggiare il fronte antivaccino e per persuadere gli scettici proprio con l’arma della fede e con l’incentivo di una lotteria nazionale. I parroci, tenuti a mantenere aggiornati i loro registri dei vaccinati, avrebbero dovuto “minacciare” di disgrazie i più riluttanti e ogni anno avrebbero messo tutti i nomi dei vaccinati in un’urna, da cui sarebbe stato estratto il nome di un fortunato vincitore di un cospicuo premio in denaro.

Con i Regolamenti emanati il 10 settembre 1822, commutando la Commessione Centrale di Vaccinazione in Istituto Centrale Vaccinico, fu definita dettagliatamente l’organizzazione dei diversi livelli amministrativi insediati nelle province.

Nel 1843, l’istituzione vaccinica di Napoli fu insignita di un prestigioso riconoscimento dall’Accademia Reale delle Scienze di Francia per il lavoro compiuto in quarant’anni di proficua attività, tra organizzazione e diffusione dei regi decreti, a testimonianza di quanto fosse stato esemplare in tutt’Europa per la prevenzione e la lotta contro il vaiolo.

In prossimità dell’unificazione politica d’Italia, il torinese Massimo d’Azeglio, governatore della provincia di Milano, scrisse al patriota Diomede Pantaleoni: “Ma in tutti i modi la fusione coi napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!”. Faceva davvero paura quella malattia, anche a chi dai napoletani otteneva la soluzione, visto che nel frattempo la retrovaccinazione con l’utilizzo di bovini ideata da Galbiati iniziava ad affermarsi. Nel 1864, durante un convegno medico a Lione, un brillante allievo di Gennaro Galbiati, Ferdinando Palasciano, rese nota in ambito internazionale l’ormai sessantennale esperienza napoletana, invitando a Napoli chiunque volesse visitare gli stabilimenti sorti per produrre il vaccino industriale di derivazione animale messo a punto dal suo maestro, quello che fu poi adottato dall’intera comunità scientifica mondiale mentre la ‫variolizzazione‬ finiva per essere vietata.

L’ultimo caso conosciuto di vaiolo nel mondo è stato diagnosticato nel 1977 in Somalia. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato ufficialmente eradicata questa malattia nel 1980. Un risultato straordinario reso possibile dal prezioso contributo della medicina napoletana, un vero modello nella storia dei vaccini che andrebbe studiato da chi oggi, in tempo di Covid-19, pur essendo napoletano, si dice stupito che l’eccellenza delle cure arrivi incredibilmente da Napoli e da quell’ospedale che porta il nome di Domenico Cotugno, il medico che fu tra i primi ad appoggiare l’inoculazione jenneriana, aprendo la strada del perfezionamento al suo allievo Gennaro Galbiati.

Il vaccino contro Ebola è made in Naples

Angelo Forgione Ebola minaccia l’Occidente? Puntualmente giunge il vaccino! E arriva da Napoli, la città in cui fu realmente scoperta la Penicillina (grazie a Vincenzo Tiberio e Arnaldo Cantani). Il prodotto per la sperimentazione è firmato da Okairos Gsk, operante a Pomezia (Roma) ma fondato dal biologo molecolare napoletano Riccardo Cortese e poggiante sul Ceinge (Centro di Ingegneria Genetica) di Napoli diretto dal napoletano Franco Salvatore, dove lavora la parte più importante dell’attività di ricerca, con un gruppo di venti ricercatori, molti dei quali napoletani. Ed è proprio qui che sono nate e sono state sviluppate le ricerche che hanno condotto al brevetto. Un mezzo miracolo, considerati gli scarsi investimenti italiani nella Ricerca.
L’ho dimostrato in Made in Naples e lo dico in ogni occasione che Napoli continua a civilizzare e che la sua universalità non morirà.