Le banconote e le fedi di credito del Banco di Napoli

Angelo Forgione  Il 15 giugno 1926, il Governo Mussolini, con il Regio Decreto n. 1195, approvava la convenzione che riconosceva alla Banca d’Italia l’esclusiva sul servizio di emissione delle banconote. Fino ad allora, e dal 1866, erano state legalmente autorizzate anche il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia.
La Società delle Nazioni, per fronteggiare il caos monetario del dopoguerra, aveva obbligato gli Stati Europei ad istituire le Banche Centrali. In Italia, la situazione necessitava di riordino di alcuni istituti di emissione in difficoltà, in conseguenza all’incontrollato finanziamento dell’industria e dell’impresa settentrionali, e al conseguente scandalo della Banca Romana. Nel 1893 nacque la Banca d’Italia, fondendo la Banca Nazionale del Regno d’Italia e due banche toscane. Il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia, invece, superarono la crisi brillantemente e continuarono la loro attività autonomamente.

In seguito al decreto del 1926, dunque, il Banco di Napoli perse la possibilità di stampare cartamoneta, in quel momento la più bella tra tutte le banconote in lire che il Banco di Napoli, in sessant’anni, aveva emesso, nonché le più curate e apprezzabili tra quelle delle cinque banche autorizzate, poi diventate tre.
Veramente ammirevoli quelle della serie “Uomini Illustri di Napoli”, una delle più accurate che la storia della cartamoneta possa vantare, emessa dal Banco dal 1909, una volta constatato che i biglietti emessi in precedenza, benché anch’essi pregevoli sotto il profilo estetico, erano stati fatti oggetto di numerose falsificazioni.
Mentre le emissioni degli altri istituti raffiguravano regnanti e uomini politici, quelle del Banco di Napoli presentavano artisti, scrittori ed intellettuali partenopei di rilievo mitteleuropeo (Salvator Rosa, Torquato Tasso, Gaetano Filangieri e Giovan Battista Vico), inaugurando un criterio estetico che venne poi ricalcato, oltre mezzo secolo più tardi, della Banca d’Italia, durante gli anni della Repubblica. Sia sul fronte che sul retro, alcuni soggetti mitologici, riferimenti alla città natale dell’archeologia moderna.

I biglietti, anzi bigliettoni, da 50, 100, 500 o 1000 lire, rappresentarono al meglio la capacità tecnica e artistica della scuola grafica napoletana. Furono realizzati dalle Officine di Stampa Carte Valori Richter & C. di Napoli, che riprodussero su pregiata carta in fibra di cotone i ricercatissimi disegni realizzati da Giovanni Maria Mataloni, improntati a uno sviluppo avanzato dei canoni Liberty del tempo. Innovativa anche la sovrapposizione di tre tecniche di stampa: tipografica, calcografica e flessografica. La stampa calcografica, con matrici ad incavo, venne ripresa dalla Banca d’Italia a partire dal 1919.

Il 1.000 lire era stampato su carta bianca con un fondo policromo, grigio violaceo, e recava sul fronte l’immagine di Giovan Battista Vico nel medaglione di sinistra e la testa allegorica di Ercole (in filigrana non visibile nell’immagine) nel medaglione di destra. Il retro, su un ornato verde oliva, recava la testa di Psiche nel medaglione di destra.

Il 500 lire era stampato su carta rosa-beige e recava sul fronte l’immagine di Gaetano Filangieri a sinistra e la testa di Apollo (in filigrana non visibile nell’immagine) a destra. Il retro, su un or- nato color nocciola, recava l’immagine della testa della Medusa Rondanini.

Il 100 lire era stampato su carta azzurro chiaro e recava sul fronte l’immagine di Torquato Tasso a sinistra e la testa di Proserpina (in filigrana non visibile nell’immagine) a destra. Il retro, su un ornato rossastro, recava l’immagine di un busto virile in bronzo antico rinvenuto nella Villa dei papiri di Ercolano.

Il 50 lire era stampato su carta avorio e recava sul fronte l’immagine di Salvator Rosa sulla sinistra e la testa della ninfa Partenope (in filigrana non visibile nell’immagine) a destra. Il retro, su un ornato bluastro, l’effigie della testa di Minerva.

Con l’esclusiva di emissione alla Banca d’Italia non fu più possibile produrre i pregevoli biglietti del Banco di Napoli, che restarono utilizzabili per i pagamenti fino al 30 giugno 1927 e convertibili in biglietti della Banca d’Italia fino al 30 dicembre 1930.
Il Banco continuò comunque a emettere le fedi di credito, una cartamoneta ante litteram introdotta nel 1569 dagli antichi banchi pubblici napoletani. Si trattava di un documento cartaceo cui era riconosciuto valore di moneta, che poteva essere emesso se vi era il corrispettivo in moneta metallica, e poteva essere girato con indicazioni in merito alla causale del pagamento. Servì a combattere la diminuzione dei contanti, causata dalla falsificazione delle monete d’argento e dalla “tosatura”, ossia l’asportazione di metallo prezioso dal loro bordo, oltre al costante trasferimento di danari napoletani a Madrid.

L’attività degli otto banchi pubblici napoletani proseguì fino al 1794, allorché Ferdinando di Borbone li riunì nel Banco Nazionale di Napoli, poi ribattezzato Banco delle Due Sicilie nel 1808 da Gioacchino Murat, infine suddiviso da Ferdinando II, alla metà dell’Ottocento, in Real Banco di Napoli o dei dominî di qua dal Faro e Real Banco di Sicilia o dei dominî di là dal Faro. Con l’Unità d’Italia, i due banchi gemelli furono semplificati in Banco di Napoli e Banco di Sicilia.

I due istituti, dopo il 1861, dovettero adeguarsi al sistema monetario sabaudo. Con la legge Pepoli del 1862 la lira piemontese fu estesa a tutto il nuovo Regno d’Italia, ma le banche di Napoli e di Sicilia ottennero il privilegio di emettere banconote nel 1866, continuando a produrre le sue storiche fedi di credito, che inizialmente si differenziarono dalle banconote (con l’immagine dell’Italia turrita) per la stampa a bella posta del cavallo sfrenato, il simbolo di Napoli, sullo sfondo del Vesuvio fumante e del Golfo . Per l’incisione ci si affidò a una tra le più qualificate ditte dell’epoca, la Bradbury Wilkinson & Co. di Londra, e ne vennero fuori biglietti di alto gusto estetico (un esempio è la fede di credito da 50 lire, misure 168×98 cm, in foto).

Le fedi di credito furono emesse addirittura fino agli inizi del 2000, quando il glorioso e antico istituto napoletano, travolto dal progressivo impoverimento novecentesco del Mezzogiorno, fu assorbito dall’Istituto Sanpaolo-Imi di Torino.

Resta comunque conservata nell’Archivio Storico del Banco di Napoli e in diversi musei di settore la memoria delle banconote napoletane e di quella che per quattro secoli è stata la colonna portante del solido sistema monetario meridionale, così avanzato da attribuire a Napoli il primato in tema di conti bancari.

Roma e Napoli: quell’antico rapporto che ha arricchito l’Italia

Angelo Forgione Meraviglia dell’Europa antica, Roma ha celebrato il 21 aprile il suo formale 2779 compleanno. Fondazione coeva a quella di Napoli, quantunque la città partenopea, nel 2025, abbia festeggiato “solo” i 2500 anni di Neapolis per sottrazione dei quasi tre secoli in più di Parthonope/Palepoli.

Roma faro della civiltà antica, ma non esattamente “culla della civiltà occidentale”, come ha scritto la premier Giorgia Meloni sui suoi profili social per celebrare la data. Quella è Atene, la Grecia, conquistata militarmente nel 146 a.C. dai Romani, che hanno modellato la loro cultura sulla civiltà greca; hanno assimilato la mitologia greca e dato un diverso nome alle divinità elleniche, integrandole sincreticamente con le proprie; hanno importato in massa statue greche e ricalcato le opere celebri; hanno adottato l’architettura greca e i suoi ordini (dorico, ionico e corinzio), integrandoli con le proprie tecniche ingegneristiche. Orazio riassunse questo rapporto così: “La Grecia conquistata conquistò il feroce vincitore”.

Roma ha riletto l’ellenismo e creato la sua cultura evoluta fondendo l’estetica greca alla sua organizzazione sociale, laddove alla polis, la città-stato greca, escludente ed elitistica, ha sovrapposto la sua civitas, un sistema giuridico e amministrativo assai più partecipativo.
I Romani, pur conservando una forte identità basata sul pragmatismo, l’ingegneria e il diritto, riconobbero la superiorità dei Greci nelle arti e nel pensiero. Mandarono i giovani ad acculturarsi ad Athenae, per studiarne la filosofia e la lingua, ma anche nella vicina Neapolis, definita “quasi graecam urbem” da Tacito negli Annales, alla quale, con il Foedus Neapolitanum, fu consentito di conservare la lingua greca e le grecità delle sue tradizioni e dei suoi costumi, utili alla classe dirigente romana nel processo di romanizzazione della Magna Grecia.

Ed è proprio grazie a Napoli che la Roma di oggi è “museo a cielo aperto, cultura e memoria” (Giorgia Meloni, cit.) e che si mostra in tutta la meraviglia delle sue antiche vestigia, riscoperte sull’esempio di Carlo di Borbone prima e del figlio Ferdinando poi.

Al principio dell’Ottocento, quando Napoli era affollata da 320mila abitanti e la più piccola e degradata Roma pontificia, ormai lontanissima da quella imperiale, ne contava 150mila, i papi non spendevano granché per dare lustro alla cupa capitale. Molte costruzioni antiche erano sotterrate dai sedimenti naturali e dalle costruzioni successive, e le rovine visibili, come il Colosseo, risultavano pure “mangiate” dallo sfruttamento rinascimentale per nuove edificazioni. Cave di marmo, insomma.

L’esempio e l’impulso vennero dai rinvenimenti romani attorno al Vesuvio, da quelli greci di Paestum, della Reale Accademia Ercolanese, dall’Herculanense Museum di Portici e del Real Museo di Napoli (oggi MANN), siti grazie ai quali da Napoli fiorì l’arte neoclassica in luogo di quella barocca.

Se Carlo aveva avviato gli scavi e conservato i reperti, attirando studiosi come Winckelmann, Ferdinando aveva fatto portare via dal Palazzo Farnese di Roma, di sua proprietà, le sculture greche rinvenute a metà del Cinquecento nelle Terme di Caracalla per darle in mostra pubblica ai napoletani, agli artisti e agli studiosi viaggiatori, con fortissima irritazione di papa Pio IV.
Negli appunti di viaggio di Goethe, alla data del 16 gennaio 1787, si legge: “Roma sta per perdere un grande capolavoro dell’arte antica. Il re di Napoli farà trasportare nella sua capitale l’Ercole Farnese. Gli artisti sono tutti in lutto, ma intanto avremo occasione di vedere quanto era nascosto fin qui”.

Napoli, città greca in cui trovarono casa delle sculture greche, era fiorita anche con l’incoraggiamento all’arte. Un incoraggiamento che fece esplodere pure il talento di Antonio Canova, che a Napoli trovò “situazioni di paradiso” e incontrò ricca committenza, pubblica e privata. Fu proprio lo scultore veneto a ritratte il re Ferdinando in veste di Atena-Minerva, protettrice delle arti con l’elmo della saggezza in capo, per accogliere i visitatori del Real Museo, allegoria in onore del sovrano che, raggruppando le collezioni di Antichità, aveva lanciato l’immagine neoclassica di Napoli, a rappresentarne il contributo decisivo per la formazione della cultura classica in Europa e oltre.
Ormai affermato come caposcuola del Neoclassicismo, lo scultore di Possagno fu chiamato da Napoleone a lavorare a Parigi, e lì, nel 1810, gli chiese di non portare via opere antiche “né da Roma, né da Napoli”. Rifiutò la proposta di restare definitivamente in Francia fatta dall’Imperatore, che provò a convincerlo proponendo quale risarcimento ciò che i papi non avevano fatto per Roma, diversamente da ciò che i Borbone aveva promosso nei dintorni del Vesuvio e non solo: “L’Italia potrà rindennizzarsi cogli scavi. Io voglio scavare a Roma: ditemi, ha egli il Papa speso assai negli scavi?”.

Napoleone stava impreziosendo Parigi desiderando dai suoi architetti un Neoclassicismo più pomposo, lo stile Impero. Aveva gradito le nuove costruzioni neoclassiche di Milano, firmate da un allievo di Luigi Vanvitelli, il marchigiano Giuseppe Piermarini, ingaggiato da Karl Joseph von Firmian, governatore austriaco di Milano, che aveva voluto portare in Lombardia le novità di Napoli. Vi aveva vissuto alcuni anni, in carica di ambasciatore di Vienna, e si era appassionato profondamente a quel che si andava creando nella capitale borbonica.

A Roma si iniziò in quel periodo a salvare il Colosseo. Abbandonato e spogliato di marmo per secoli, era stato consacrato nel 1749 da Papa Benedetto XIV per porre fine alle spoliazioni. Gli appunti di Goethe (2 febbraio 1787) ci dicono che nel 1787 vi ci viveva un eremita in una cappelletta, e sotto le volte in rovina si riparano i mendicanti. Tra il 1806 e il 1845, furono costruiti grandi speroni in laterizio per sostenere le arcate pericolanti, definendo l’aspetto attuale.
Napoli aveva riacceso l’interesse artistico e anche scientifico per l’antico, ma Roma restò frenata dai papi e dalla ristrettezza delle casse cittadine, finché non fu conquistata da Vittorio Emanuele II e resa capitale dell’Italia unita. Solo allora iniziarono campagne di scavo massicce, da cui la riscoperta sistematica del Foro Romano. Tra il 1930 e il 1932, in occasione dell’apertura di via dei Fori Imperiali, vennero portati alla luce importanti resti come il Foro di Cesare. Soprattutto durante il ventennio fascista, in nome del mito di Roma imperiale, la capitale crebbe a dismisura e toccò il milione e mezzo di abitanti (poi pure ampiamente superati).

Oggi, le testimonianze del passato romano, e non solo romano, continuano a emergere in tutta Italia, dai centri principali alle aree periferiche, ma non tutti sono consapevoli che il prezioso passatismo italico è stato in realtà stimolato dalla Napoli borbonica, la culla dell’Antico riscoperto, figlia della Grecia antica, la culla della civiltà occidentale.

Pietrangelo Buttafuoco: «Napoli produce cultura. Roma non riesce a sostenere il paragone»

Pietrangelo Buttafuoco, filosofo catanese, scrittore e attuale presidente della Biennale di Venezia, si spende in un articolato e condivisibile elogio per Napoli «città-mondo, la vera grande capitale culturale» nel corso della trasmissione radiofonica “La Radiazza” (Radio Marte), incolpando il Sud di essersi consegnato al Nord predatore in nome di una civilizzazione dietro la quale si è nascosta una colonizzazione disidentificante.

Napoli e il Sud (con il Veneto) arginano la flessione dialettale in Italia

Angelo Forgione A fine gennaio l’Istat ha pubblicato un rapporto sull’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere in Italia, che evidenzia una diminuzione dell’uso dei dialetti un po’ dappertutto, soprattutto nel Nord-ovest del paese, anche se sono sempre più apprezzati.

Metà della popolazione dai 6 anni in su parla solo o prevalentemente italiano in famiglia, con gli amici e con gli estranei. L’uso esclusivo del dialetto è assai limitato e relegato alla cerchia familiare e amicale. Poco più di una persona su dieci utilizza solo o prevalentemente il dialetto in almeno un ambito relazionale. Molto contenuta la quota di chi parla solo o prevalentemente dialetto in tutti gli ambiti relazionali (2,3%).

È una tendenza iniziata con il boom economico del dopoguerra, la crescita della scolarizzazione e i grandi flussi migratori soprattutto dal Sud verso il Nord Italia.
Eppure i dialetti non sono affatto morti, e non sono più considerati elemento di scarsa istruzione. Non è più così ampio lo stigma culturale che li accompagnava quando connotavano la fascia di popolazione meno istruita, quindi incapace di esprimersi in italiano.
È semmai la scarsa istruzione a rendere difficoltosa l’espressività verbale, in qualsiasi linguaggio, italiano e dialetto compresi. Si possono ben conoscere l’italiano e il proprio dialetto nello stesso tempo, e l’uno non interferisce con la padronanza dell’altro, nello stesso rapporto che c’è tra l’italiano e le lingue straniere. Anzi, il bilinguismo attivo migliora le funzioni cerebrali, e per esso si intende anche l’alternanza costante tra l’idioma che impariamo sui banchi di scuola e quello che assorbiamo tra le mura domestiche.

Campania, Calabria, Sicilia e Veneto sono i principali feudi del bilinguismo interno, le regioni in cui è più alta la percentuale di uso alternato di italiano e dialetto in famiglia e tra amici, confermando come nel Mezzogiorno la lingua locale resti il collante sociale per eccellenza nelle relazioni di fiducia.
E se la Calabria svetta su la Sicilia e la Campania per uso in modo esclusivo o misto del dialetto in famiglia, è la Campania a primeggiare per l’uso del dialetto con le amicizie e gli estranei.

Il napoletano si difende meglio che altrove. È vivo e vegeto nella produzione culturale e artistica, ed è usato in modo alternato all’italiano da quasi cinque persone su dieci, mentre la media italiana è di meno di tre persone su dieci. Nei modi e nei contesti giusti, è ritenuto più efficace della lingua nazionale quando occorre rimarcare un concetto ed enfatizzarlo.

Quando il raggio della conversazione si estende agli estranei, il panorama linguistico subisce generalmente una virata drastica verso l’italiano, che diventa il codice quasi universale per la stragrande maggioranza della popolazione nazionale.
In Toscana e Liguria, l’uso del dialetto in famiglia crolla vertiginosamente, coinvolgendo rispettivamente solo il 13,4% e il 15,9% della popolazione. Le due regioni limitrofe si confermano le regioni più ancorate all’uso esclusivo dell’italiano pure tra amici, con percentuali che superano l’80%, con il Veneto che resta l’eccezione del Nord mantenendo un forte legame con la parlata locale per oltre la metà dei cittadini.

Dove si parla (almeno) il dialetto in Italia

In napoletano non si dice «t’amo» ma «te voglio bene assaje». Falso!

Angelo Forgione Da qualche tempo, i napoletani si sono persuasi che la lingua dell’amore non preveda la più eloquente delle dichiarazioni d’amore. Niente «t’amo»: bandito! Si dice «te voglio bene assaje». È davvero così? Facciamo chiarezza.
Il fatto è che esiste un napoletano popolare, sostanzialmente solo parlato, e parlato dal popolo, ed esiste un napoletano letterario, quello parlato e scritto altamente, che ha dato grande dignità al dialetto, rendendolo lingua.
È un po’ come nel caso del condizionale “vorrei”, che il napoletano popolare traduce con l’imperfetto congiuntivo “vulesse” in luogo del letterario “vurria”. I pochi che scrivono e parlano un napoletano alto usano il secondo, anche nel terzo millennio, mentre la massa usa diffusamente e pur correttamente il primo. Il che non significa che uno dei due sia sbagliato. Anzi!
Dunque, affermare che il verbo “amare” in napoletano non esiste, con la prima persona al presente addirittura bandita, è scorretto.

I Borbone volevano lasciare libero il paesaggio

Angelo Forgione Come non parlare di storia di Napoli nella Giornata nazionale del Paesaggio? È la città delle gouaches, in un’epoca in cui la fotografia non c’era e il desiderio dei viaggiatori del Grand Tour settecentesco di serbare l’inimmaginabile emozione visiva del Golfo di Napoli fu appagata commissionando ai pittori che si incontravano sul posto dei dipinti di facile trasporto. A quel tempo, Goethe scrisse che Roma, a confronto della grande apertura di cielo di Napoli, appariva come un vecchio convento in posizione sfavorevole.
È la città della celebre Scuola di Posillipo, grande espressione Ottocentesca del tradizione vedutista, in cui furono coinvolti diversi artisti di mutazione del gusto rispetto al modello settecentesco delle gouaches, fedeli alla trascrizione pittorica del vero con aggiunta di più marcate suggestioni romantiche.

Del resto Neapolis, la nuova Napoli, nacque esattamente con l’intento di preservare la veduta piena del Golfo, allorché il piano urbanistico ippodameo generò tre grandi direttrici da est a ovest su tre livelli protesi sul mare, i plateiai (poi decumani in epoca romana), secondo un modello scenografico “a terrazze” che assicurava la vista del mare agli abitanti e la veduta di un’urbanizzazione monumentale per settori ascendenti ai naviganti.

Circa ventidue secoli dopo, nell’Ottocento, durante l’espansione di Napoli sulle colline, in un ampio piano progettuale voluto nel 1839 dal re Ferdinando II per la definizione de “l’Abbellimento della città di Napoli”, l’amministrazione borbonica restava de facto ancora fedele alle antiche finalità greche, e vietava l’edificazione di edifici che ostruissero la vista panoramica nelle strade sulla linea di costa con dei lungimiranti rescritti reali in materia di tutela e difesa paesistica, affinché fosse preservata la vista d’insieme della città bassa, del golfo e del Vesuvio, magari in eruzione.

Il Real Rescritto del 28 luglio 1841, relativo alla strada di Posillipo, così recitava:

“[…] fermo restando il principio, che sulla strada di Posillipo non si possono innalzare o costruire fabbriche che impediscono la vista del mare, né ricostruire le antiche senza il permesso del Consiglio istesso”.

Il 22 gennaio 1842, lo stesso divieto fu esteso alle strade collinari di Poggioreale e Capodimonte:

“[…] ancora alle strade del Campo e Capodimonte, per quello che riguarda gli edifici, che toglierebbero alle medesime la veduta delle campagne sottoposte e del mare”.

Qualche anno più tardi, in conseguenza alla realizzazione del corso Maria Teresa, oggi Corso Vittorio Emanuele, fu pubblicato un apposito Real Rescritto datato 31 maggio 1853:

“Lungo la novella strada corso Maria Teresa sia vietato ai proprietari dei fondi alzare edifizi, muri o altre costruzioni, le quali impediscano o scemino la veduta della capitale, dei suoi dintorni e del mare, dovendo rimanere affatto scoperta la visuale del lato sinistro della strada medesima dalla Cesaria ad andare a Piedigrotta”.

Ne venne fuori un primo tratto di strada che, della Madonna di Piedigrotta di Mergellina fino al complesso monastico di Suor Orsola Benincasa, fu definito nelle cronache del tempo come “il più bel loggiato del mondo”.
La zona a valle venne peraltro destinata a verde da un piano redatto dal consiglio edilizio borbonico nel 1859.

Strada che doveva approdare fino a Capodimonte, ma con la caduta borbonica nel 1861 tutto fu stravolto.
Il Corso, nel 1873, fu portato solo fino al congiungimento con la zona della Cesarea, la piazza Mazzini di oggi, e senza i vincoli paesistici che avevano fatto del primo tratto un’elegantissima strada panoramica di costa. È infatti notevole e visibile la differenza estetica tra il tratto borbonico e quello “piemontese” nella strada ai giorni nostri.
Immaginiamocelo con il lato mare completamente privo di edifici come nel tratto rimasto panoramico a monte del Parco Margherita. E immaginiamoci quel panorama senza il grattacielo nel centrale rione Carità, con i suoi trenta piani innalzati a cento metri di altezza, a sfregiare brutalmente la riconosciuta e incomparabile bellezza della baia di Napoli, totem a bella posta – si fa per dire – di una bellezza sfigurata e violento schiaffo al panorama sferrato dalla Società Cattolica di Assicurazioni di Verona tra il 1954 e il 1957.

Appena dopo l’unità d’Italia, le banche piemontesi e romane, nella sfrenata bolla edilizia che condusse allo scandalo della Banca Romana, edificarono con criteri “bidimensionali” adatti a città pianeggianti, ignorando l’orografia dei luoghi e le tre dimensioni tipiche della città obliqua, protesa verso il mare. Un’omissione visibile, oggi come allora, nella rarità di aperture panoramiche con vista sul Golfo.

Nel 1893, il periodico d’élite Napoli Nobilissima così descrisse gli interventi appena realizzati sulla collina del Vomero:

“Le opere sono mirabili e danno alla città un aspetto ordinato, ma quanto si è guadagnato, tanto si è perduto di notevole bellezza”.

Quella bellezza alla quale non ci si abitua mai, e che sempre ci stupisce quando un panorama napoletano ci appare all’improvviso, nascosto dietro una curva e in tutti quei luoghi dove è ancora cortesemente lasciato libero il paesaggio.

Prossimi appuntamenti

Avellino, 20 febbraio – Circolo della Stampa, ore 17:30
Presentazione teatralizzata con Masaniello e PierMacchié

Sarno (Sa), 27 febbraio – Mamà food music drink, ore 18:30
discussione con Francesco Emilio Borrelli

Fuksas: «Direi che Napoli è la città più bella al mondo se non fossi romano»

Massimiliano Fuksas, che per Napoli ha realizzato la stazione Duomo della matropolitana, dice che proprio Napoli è la città più bella del mondo, ma senza dirlo. O meglio, senza poterlo e volerlo dire perché orgogliosamente romano.
È che un romano che conosce Napoli si rende conto che, sì, Roma è più bella architettonicamente, ma la ricchezza storica, culturale, artistica, paesaggistica, territoriale, popolare e umana di Parthenope fanno la differenza con tutte. Perché Napoli è città-mondo, e l’hanno mostrato gli autori di La città ideale, programma di Rai Tre che, dopo Singapore, Helsinki, Dubai, Copenaghen, Montevideo e Tokyo, ha chiuso con gioia e meraviglia la sua prima serie tuffandosi tra archeologia, arte, musica, spettacolo, gastronomia, scienza, rigenerazione urbana, riscatto sociale e quell’oltre che, tutto insieme, davvero solo Napoli può offrire. Rivederla (clicca qui) può aiutare a capire che, se cacciare i veneziani da Venezia non cancella Venezia, cacciare i napoletani da Napoli cancella Napoli.

La vera Canzone di Napoli e la sua storia a Santa Maria la Nova

Per gli amanti dei grandi classici della vera Canzone napoletana, l’appuntamento è per sabato 24 gennaio, ore 20:00, presso il Complesso monumentale di Santa Maria la Nova, nel cuore di Napoli, con Gennaro Pisapia & Gruppo Smeraldo, e la partecipazione straordinaria di Angelo Forgione con Napolitiamo e il racconto della grande tradizione canzonistica partenopea.

Per info e prenotazioni:
tel. 3791777405 oppure Azzurro Service (clicca qui)

Napolitiamo a Torre Annunziata

Appuntamento con Napolitiamo a Torre Annunziata (NA), lunedì 29 dicembre, ore 18:00, presso il Palazzo Criscuolo, in corso Vittorio Emanuele III.
Una presentazione musicata e tetralizzata, con Masaniello e Piermacchié.