Napoli Capitale Morale a Mattina 9

Due chiacchiere con Claudio Dominech su Napoli Capitale Morale e, più in generale, su Napoli, il Sud e l’Italia a ‘Mattina 9’ (Canale 9 Napoli).

Operazione SOS Napoletano

sos_napoletano

La lingua napoletana è sempre più presente su cartelloni pubblicitari, insegne commerciali di Napoli e iniziative commerciali varie, ma aumentano gli errori, anche da parte di napoletani stessi, non solo di scrittura di un idioma “vulnerabile” che va trasformandosi per molteplici cause, prima fra tutte l’assenza d’insegnamento, in un territorio in cui è già deficitario l’apprendimento delle lingue internazionali. Proviamo a far da soli.
Di seguito, i link per il download di due file pdf di grammatica napoletana, di cui uno di grammatica essenziale curato dal sottoscritto e un altro, assolutamente completo, redatto nel 1889 da Raffaele Capozzoli.

► Vedemecum di grammatica napoletana essenziale di Angelo Forgione

► Grammatica Napoletana completa di Raffaele Capozzoli

Nuovo record per i musei italiani nel 2017

Campania stabilmente seconda con interessante risultato della Reggia di Caserta


Angelo Forgione
2017_mibact_regioni
Il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo ha presentato i numeri dei musei italiani del 2017, costantemente in crescita. Battuto ancora un record, quello del 2016, da 45.383.873 a 50.103.996 visitatori. Una crescita nella quale la Campania gioca un ruolo importante, coi suoi 8.782.715 visitatori e un +10,66 rispetto allo scorso anno. «La Campania – fa notare il ministro Dario Franceschini è ormai stabile al secondo posto della classifica delle regioni più virtuose: la rinascita di Pompei è stata sicuramente da traino ma sono state molto positive anche le altre esperienze delle gestioni autonome dalla Reggia di Caserta, al Museo archeologico Nazionale di Napoli, a Capodimonte, a Paestum».
Il Lazio resta la regione leader, dai 20.317.465 ingressi del 2016 ai 23.047.225 del 2017 (+13,44). Roma continua a fare da polo attrattivo internazionale, ma cresce Napoli con il suo polo tutto ancora da sfruttare appieno, motivando le lusinghiere previsioni di Franceschini per il suo ritorno nell’élite internazionale.
La Campania, dunque, si conferma seconda regione e rafforza il suo dato con circa 850mila ingressi in più rispetto al dato del 2016. Ancora molte le potenzialità inespresse, ma crescono gli Scavi di Pompei, quelli di Ercolano e Paestum, la Reggia di Caserta e il Museo Archeologico Nazionale. Segnali confortanti anche per il Museo di Capodimonte a Napoli, ancora attardato, coi suoi noti problemi logistici, ma finalmente nella top-30.
Classifica confermata anche per la Toscana, terza sullo zoccolo di Firenze, che torna a crescere dopo la flessione del 2016, toccando quota 7.042.018 (+10,22%). Inattacabili i tre gradini del podio, anche per il Piemonte e per la Lombardia, regioni dalla crescita molto più contenuta, soprattutto la seconda, che non ha goduto del dato offerto lo scorso anno da Mantova, la Capitale Italiana della Cultura 2016.
I più alti tassi di crescita si sono registrati in Liguria (+25,93%) e in Puglia (+19,48%), mentre male il dato dell’Abruzzo (-11,96%), delle Marche (-4,29%) e dell’Umbria (-5,32%)
2017_mibact_museiI dieci luoghi della cultura più visitati nel 2017 sono stati il Colosseo/Foro Palatino (7.036.104), gli Scavi di Pompei (3.382.240); gli Uffizi (2.219.122), le Gallerie dell’Accademia di Firenze (1.623.690), Castel S.Angelo (1.155.244), la Venaria Reale (1.039.657), il Circuito Museale Boboli e Argenti (1.000.482), il Museo Egizio di Torino (845.237), la Reggia di Caserta (838.654) e Palazzo Pitti (579.640). Tra i primi dieci siti, la miglior crescita è della Reggia di Caserta (+22,80%), anche se resta stabile al nono posto, con uno scarto di 201.003 visitatori rispetto alla Venaria Reale di Torino (lo scorso anno erano 328.963).
Oltre la top-10 vi sono la Galleria Borghese, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Ercolano, Villa d’Este e Paestum. Al 30° posto spunta l’importante Museo di Capodimonte di Napoli, del cui complesso primeggia invece ancora il Parco tra i luoghi della cultura gratuiti più visitati, secondo solo al Pantheon di Roma.
Nei dati non sono riportati il risultati di Sicilia, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige, regioni a statuto speciale (ma lo sono anche la Sardegna e il Friuli V.G.) che gestiscono autonomamente i beni culturali.
Notizie dunque positive, ma è bene ampliare lo sguardo almeno all’Europa e chiarire che i nostri musei e siti culturali, nonostante la crescita, non attirano come altri giganti dell’esposizione internazionale. Se storniamo Colosseo e Pompei, che non sono propriamente dei musei, il primo tale, ossia gli Uffizi, con i suoi 2,2 milioni di visitatori, è lontano dal Louvre (circa 9 milioni di ingressi), dal British Museum (6,7), dalla National Gallery (6,4) e pure dai Musei Vaticani (6,2), che non appartengono allo Stato italiano.

Il razzismo positivista-leghista dei tifosi bergamaschi a Napoli

lombroso

Angelo Forgione Guardavo la partita Napoli-Atalanta di Coppa Italia quando le telecamere della RAI indugiavano sui tifosi della squadra orobica, bergamaschi della cosiddetta “Città dei Mille”, in trasferta a Napoli. Immediatamente trasalivo individuando quell’uomo barbuto su sfondo nerazzurro esposto in bella vista. Cesare Lombroso sbattuto in faccia ai napoletani, proprio lui, il teorizzatore dell’inferiorità dei meridionali, della loro tendenza a delinquere, diffusa dalla scuola antropologica criminale del Positivismo, l’uomo che caricò di pregiudizi l’analisi della situazione di arretratezza socio-economica in cui venne a trovarsi il Sud dopo l’Unità.

Avevo trattato il personaggio nel mio libro Dov’è la Vittoria, per chiarire ai lettori come fosse esploso il razzismo interno italiano, poi manifestato anche negli stadi dagli anni del boom economico del dopoguerra. Ed eccolo lì lo scienziato della vergogna, puntualmente finito sullo stendardo di una delle tifoserie più razziste d’Italia, quella dei bergamaschi identitari, ai quali, per restare in abito calcistico, conviene dimenticare che il bergamasco di sangue Beppe Signori fu radiato dalla Giustizia sportiva (da ritirato) per riciclaggio di denaro sporco e rinviato a giudizio penale per associazione a delinquere, poiché capo di un gruppo di scommettitori incalliti che istigavano vari calciatori a combinare le partite e sostenevano economicamente un altro gruppo operativo composto da calciatori e faccendieri slavi. Entrambi i clan erano dei livelli piramidali di una vasta associazione criminale con vertice a Singapore, dedita all’alterazione dei risultati di partite in tutto il mondo. Per non parlare dello storico capitano dell’Atalanta Cristiano Doni, anch’egli implicato in associazione a delinquere dedita alla manipolazione dei risultati sportivi, mentre il napoletano Fabio Pisacane diveniva ambasciatore FIFA per aver denunciato un tentativo di combine e aperto così le indagini sul calcioscommesse.

Il razzismo di retaggio postivista è penetrato lentamente in certe curve del Nord sull’onda leghista dell’ultimo trentennio. L’antropologa francese Lynda Dematteo, studiosa del fenomeno leghista, autrice del libro ‘L’idiota in politica – Antropologia della Lega Nord’ (Feltrinelli, 2011), ha analizzato i punti in comune tra alcune tifoserie lombarde – quella atalantina in testa – e la Lega Nord, dalle simbologie adoperate all’anti-meridionalismo.
E allora eccolo di seguito un sunto di quel che ho evidenziato nel mio libro, per chi avesse voglia di capire come funziona l’Italia dalla sua origine.

— capitolo ‘La discriminazione territoriale’ —

[…] L’asservimento dei popoli delle ex Due Sicilie passò per l’affermazione della teoria dell’inferiorità del Mezzogiorno, diffusa dalla scuola antropologica criminale del Positivismo. La dottrina si avvalse delle teorie scientifiche sulla fisiognomica del criminologo socialista Cesare Lombroso, con le quali si intese inchiodare i meridionali a una presunta predisposizione alla delinquenza. Lombroso, veronese, osservò i crani dei cosiddetti briganti, braccati dalle milizie piemontesi, oggetto di autopsia nonostante le leggi che già dal 1883 imponevano la sepoltura dei cadaveri dei detenuti. L’antropologo giunse alla personalissima conclusione che i meridionali avessero una vocazione naturale all’omicidio che mancava nei settentrionali. Indicò questa tendenza nella presenza della “fossetta occipitale mediana”, riscontrabile su molti crani del Sud Italia. E bollò come delinquenti la gente del Sud come espressione di sottocultura e di una razza ritenuta inferiore, tendente a delinquere atavicamente. Così scrisse nella sua principale opera, ‘L’uomo delinquente’, nel 1876:

È agli elementi africani e orientali (meno i greci), che l’Italia deve, fondamentalmente, la maggior frequenza di omicidii in Calabria, Sicilia e Sardegna, mentre la minima è dove predominarono stirpi nordiche (Lombardia).

Dopo la sua morte, Lombroso fu sottoposto a un’autopsia che tenne conto delle sue stesse teorie: “Soggetto afflitto da cretinismo perpetuo”, fu l’esito dei risultati. Fu proprio il suo corpo a smentirne le sue teorie razziste e sarebbe stata poi la storia d’Italia a invalidarne abbondantemente gli studi, tra delitti di serial killer, mitomani, “mostri” e truffatori d’alta finanza del Settentrione.
Certe argomentazioni, però, furono riprese da altri sostenitori dell’inferiorità razziale dei meridionali e ispirarono l’opera dell’antropologia positivista del secondo Ottocento. A cominciare dal lombardo di sinistra Enrico Ferri, pure direttore de ‘l’Avanti!’, teorizzatore del “tipo napoletano”, secondo cui il popolo meridionale era propenso a delinquere per atavica inferiorità biologica e non doveva mescolarsi alle razze del Nord d’influenza celtica. Particolare incidenza l’esercitò il criminologo siciliano Alfredo Niceforo, che ricalcò la teoria della distinzione etnica in Italia e la configurò in due diverse razze: l’euroasiatica ariana al Nord e l’euroafricana negroide al Sud e nelle isole. Onesti, presentabili, laboriosi e cooperativi quelli appartenenti alla prima; truffatori, sudici, oziosi e individualisti gli altri. Nel saggio ‘L’Italia barbara’ contemporanea del 1898, Niceforo coniò per la seconda categoria l’espressione “razza maledetta”, condannando con asprezza i meridionali a un cronico sottosviluppo e a uno stadio primitivo di evoluzione psichica, tali da meritarsi di essere trattati “col ferro e col fuoco”. All’innata brutalità di siciliani e sardi accostò il congenito servilismo dei napoletani, descritti come individui senza alcuna personalità:

I segni dell’inferiorità e dello stato ancor primitivo che affettano la psiche del popolo napoletano si palesano con mille altre manifestazioni della sua vita sociale e in specie col servilismo. Nessuna plebe è così servile come quella delle provincie napoletane […]. L’uomo servile è un individuo senza personalità e le società servili sono società in cui il carattere non esiste […].

Con la pubblicazione ‘Per la razza maledetta’, sempre del 1898, Napoleone Colajanni si contrappose alle teorie dei positivisti e al conterraneo Niceforo, ricordandogli che egli stesso era siciliano e apparteneva, per origine, alla “razza maledetta”, quella “dannata alla morte come le razze inferiori dell’Africa, dell’Australia, ecc. che i feroci e scellerati civilizzatori dell’Europa sistematicamente distruggono per rubarne le terre”.
Le tesi degli antropologi Lombroso, Ferri e Niceforo, e poi quelle di Giuseppe Sergi, Pasquale Rossi e altri, ancora oggi sostenute dal britannico Richard Lynn, professore di psicologia all’University of Ulster (http://www.napoli.com/viewarticolo.php?articolo=32817), configuravano un rapporto tra Nord e Sud simile a quello che le potenze coloniali riservavano ai popoli conquistati, costruendo l’inferiorità razziale del meridionale per legittimare il dominio settentrionale. Il vero problema non era la distinzione ma la classificazione scientifica tra razza superiore e “razza maledetta” tracciata dai positivisti, che influenzarono il pensiero di psichiatri, medici, politici e magistrati, e plasmarono l’opinione pubblica del Nord, adeguando il linguaggio all’ideologia delle classi dirigenti e avviando una più diffusa e metodica negazione ideologica della dignità del popolo del Sud.
I più noti meridionalisti unitari dell’epoca non stettero a guardare e contestarono la teoria della “razza maledetta”, denunciando che era stata formulata per giustificare le disuguaglianze territoriali e nasconderne la creazione a tavolino. Oltre a Napoleone Colajanni, anche Ettore Ciccotti, Gaetano Salvemini e Giustino Fortunato puntarono i piedi e si opposero al fronte positivista, stimolando il dibattito sulle disparità economiche e sociali che si erano create con l’Unità. Il progresso civile dell’intero Paese passava attraverso l’integrazione dei popoli, ma la classe dirigente, in buona parte settentrionale, deresponsabilizzata dai positivisti, strumentalizzò la teoria della “razza maledetta” per distrarre la discussione sulla “Questione meridionale”, che era soprattutto una questione economica da confondere in altre complicazioni sociali.
Le disillusioni postrisorgimentali portarono, tra il 1870 e il 1920, a una massiccia emigrazione meridionale e veneta alla volta delle Americhe, beneficiarie delle braccia della undesirable people per i lavori più pesanti. All’arrivo dei bastimenti nel porto dell’isolotto newyorchese di Ellis Island, la distinzione tra italiani del Nord e italiani del Sud riprendeva significativamente quella teorizzata da Alfredo Niceforo: veneti da una parte, meridionali da un’altra.
Nella prosecuzione del peccato originale ebbero precise responsabilità la scuola, la borghesia, la stampa e la politica nazionale di trapasso tra Ottocento e Novecento. Sul periodico ‘L’Ordine Nuovo’ del 3 gennaio 1920, Antonio Gramsci scrisse che la “Questione meridionale” si sarebbe potuta risolvere solo con un’alleanza antiborghese tra gli operai rivoluzionari del Nord e i contadini del Mezzogiorno, evidenziando che i primi nutrivano pregiudizi per i secondi perché subivano l’influenza della società in cui vivevano. L’ideologo sardo, nel suo saggio sulla “Questione meridionale” del 1926, accusò il Partito Socialista dell’errore di aver alimentato un diffuso preconcetto sulla gente del Mezzogiorno tra la stessa classe operaia del Nord, cavalcando e supportando le teorie del Positivismo:

È noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle masse del Settentrione: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo dell’Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato, la colpa non è del sistema capitalistico o di qualsivoglia altra causa storica, ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari, temperando questa sorte matrigna con l’esplosione puramente individuale di grandi geni, che sono come le solitarie palme in un arido e sterile deserto. Il Partito Socialista fu in gran parte il veicolo di questa ideologia borghese nel proletariato settentrionale; il Partito Socialista diede tutto il suo crisma a tutta la struttura “meridionalista” della cricca di scrittori della cosiddetta scuola positiva, come i Ferri, i Sergi, i Niceforo, gli Orano, e i minori seguaci, che in articoli, in bozzetti, in novelle, in romanzi, in libri di impressioni e di ricordi, ripetevano in diverse forme lo stesso ritornello; ancora una volta la “scienza” era rivolta a schiacciare i miseri e gli sfruttati, ma questa volta si ammantava dei colori socialisti, pretendeva di essere la scienza del proletariato.

Le disparità create avevano generato una nuova miseria del Mezzogiorno, storicamente inspiegabile per le masse popolari d’Alta Italia, che non sapevano e non comprendevano che l’Unità era avvenuta per imporre l’egemonia colonialistica del Nord sul Sud e che il Settentrione cresceva in rapporto diretto con l’impoverimento meridionale. Il ragionamento popolare fu che se il Sud non riusciva a progredire sotto il profilo economico-industriale era per cause endemiche, scritte nel codice genetico meridionale. Il popolo settentrionale finì con l’abbracciare ciecamente il Positivismo sposato alla politica, acquisendo per mentalità la teoria della “razza maledetta”. […]

Il seguito lo troverete nel libro, se vorrete, o lo osserverete negli stadi italiani e non solo, se avrete occhio.

San Gennaro continua a portare turisti a Napoli ma i servizi restano al palo

Angelo Forgione Quando Josep Ejarque di FourTourism presentò il Piano Strategico del Turismo “Napoli 2020” finalizzato a rendere il capoluogo vesuviano una delle principali attrazioni europee, disse: «San Gennaro ha mandato i turisti a Napoli anche se non è stato fatto niente per attrarli. Ora bisogna rimboccarsi le maniche per portarceli». Era lo scorso aprile, e così si ammetteva che i meriti erano dell’insicurezza europea piuttosto che di pur sbandierate strategie d’immagine. La “provvidenza” patronale continua a mandare i turisti a Napoli, ma la città continua ad accoglierli in modo del tutto approssimativo. Pulizia delle strade deficitaria, anche quelle centrali; trasporti insufficienti e addirittura inesistenti a Capodanno (vergogna!); carenza assoluta di programmazione; monumenti fatiscenti e scarsamente illuminati a sera; canteri ovunque; inciviltà incidente; sicurezza percepita all’esterno molto scarsa.
I viaggiatori si innamorano della città, della sua umanità, dell’esperienza unica della napoletanità e del suo patrimonio culturale (anche se il Piano Stratetico non punta su questo ma esclusivamente sull’identità), ma non trovano standard europei, non la capitale continentale del turismo che dovrebbe e potrebbe tornare ad essere. La bellezza di Napoli attenua le carenze, ma quella è un dono di Dio e della Storia. Quanto può bastare per trattenere l’esercito dei viaggiatori mandato da San Gennaro? Prima che tutto rischi di esaurirsi sarebbe il caso di capire che non siamo nel Settecento del Gran Tour, in cui i tesori culturali attiravano i viaggiatori europei, ma nel Duemila, epoca di spietata concorrenza che corre su binari meno colti. E senza servizi non tutti tornano. Attrarli in massa, in queste condizioni di improvvisazione, è impossibile.

‘Napoli Velata’, il femminino secondo Özpetek

Angelo Forgione per napoli giornale – Dopo il ritorno alle sue radici, con Rosso IstanbulFerzan Özpetek consacra al cinema le similitudini riscontrate tra la sua città di origine e Napoli, abbandonandosi al fascino della città vesuviana nel noire in chiave erotica-esoterica Napoli Velata.
È una storia caricata di mistero, audace nel presupposto, che mette la storia personale di un complesso personaggio femminile al centro di una Napoli complessamente barocca, ricca di un’umanità eterogenea. Adriana, un’attempata Giovanna Mezzogiorno, è una donna disagiata e duale, sensuale e istintiva nella vita privata ma anche fredda e razionale nella sua professione di medico legale, e incarna Napoli, doppia e contrastata. La donna è posseduta sessualmente e mentalmente dal virile Andrea (Alessandro Borghi), a tal punto da immaginare una realtà inesistente con un fratello gemello, identico nelle sembianze ma diametralmente opposto nella sessualità, dotato di un femminino decisamente marcato, frutto dell’inconscio e del desiderio della protagonista. È l’elemento mentale a menare le danze e a confondere lo spettatore, nel pieno di un disagio causato da uno choc infantile, a causa del quale Adriana perde il contatto con la realtà e inizia a viaggiare lungo un difficile percorso mentale totalmente isolato e proprio, rappresentato scenicamente dal prologo, una ripresa prospettica della scala elicoidale del palazzo Mannajuolo di via Filangieri, metafora psicanalitica e freudiana della complessa spirale mentale in cui un soggetto indebolito dagli eventi infantili può restare intrappolato, ma anche espressione figurata dell’utero femminile, poi richiamato in una successiva scena girata nella Farmacia degli Incurabili.

Il racconto è intriso di eterosessualità, ma non abbandona l’omosessualità tanto cara al regista con l’accoppiamento danzante di Valeria (Isabella Ferrari) e Ludovica (Lina Sastri) dietro a una maschera, e descrive pienamente le due polarità, rappresentate nei “gemelli” Andrea e Luca ma anche racchiuse nella figura di Pasquale, un inappuntabile Peppe Barra che finisce per interpretare sostanzialmente se stesso. Numerose sono le figure femminili, tutte fondamentali, a rimarcare la femminilità che Özpetek ha riconosciuto in Napoli: «Napoli è donna perché nel modo di fare dei napoletani c’è il lato migliore della vita». E il lato migliore della vita, nel film, è il sesso istintivo, l’unione dei corpi, in una lunghissima e spinta scena tutt’altro che velata, senza tabù e senza controfigure.
Il tema ricorrente è chiaramente quello del velo, a partire dal titolo, che richiama al Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino nella Cappella Sansevero del Gran Maestro Raimondo de’ Sangro, per proseguire con la “Figliata dei Femminielli”, il rito che si rifà al mito platonico dell’androgino, durante il quale un velo viene posto tra la scena e lo spettatore per invitare a sentire più che a vedere. E ancora, nella Farmacia degli Incurabili, dove Pasquale spiega il significato di un velo scolpito, sorretto da tre angioletti, rappresentante i misteri alchemici della Massoneria, prima di approdare davanti al bassorilievo dorato dell’utero velato.
Altro simbolo ricorrente è la scala, tra palazzi e scalinate urbane, metafora di ripido e faticoso cammino iniziatico verso la conoscenza e la soluzione. Quella del Palazzo Mannajuolo ha pure la forma di un occhio, ancora un altro elemento ricorrente, ripetuto in un oggetto simbolo della pellicola, cioè la “vista” che va oltre la vista. “Qui non vident videant”, chi non vede veda, imperativo evangelico che si lega alle esperienze di Adriana e che ben si accosta a Napoli, città davvero velata, che necessita di essere sentita e non semplicemente osservata, spesso attraverso un filtro distorto dall’esterno. È l’esperienza personale di Özpetek, folgorato dalla città una volta fattane l’esperienza: «Non conoscevo davvero la bellezza di questa città prima di toccarla con mano, ma quando mi ci sono immerso per preparare La Traviata al teatro San Carlo ho deciso di raccontarla al cinema». E l’ultima scena di un film che, volutamente, confonde il suo esito, sembra proprio un suggerimento ad “ascoltare” una delle città più indecifrabili del mondo: Adriana lascia la Cappella Sansevero e si allontana di spalle imboccando la strada laterale, e allora la ripresa la segue, gira l’angolo dopo di lei e mostra una strada vuota. La donna c’è, perché se ne odono i passi, ma il “cieco” non la vede.
«Racconto i segreti di una città che conosce oro e polvere, –  dice Özpetek – una città pagana e cristiana, mistica e realistica allo stesso tempo. Il contrasto è la sua bellezza, condita da una sensualità che è nell’aria e nel comportamento dei napoletani. Come si fa a non innamorarsi di Napoli e dei napoletani? È simile alla mia Istanbul per il sentimento delle persone e per il loro atteggiamento, e poi entrambe hanno il mare. Napoli per me è la vera cultura italiana, rappresenta l’Italia nelle sue radici».

Napoli e Milano sul palco

È andata in scena l’anteprima dell’adattamento teatrale di Napoli Capitale Morale all’Avanposto Numero Zero di Napoli.
Sul palco, con le letture di Marilia Marciello e le musiche del Maestro Raffaele Cardone, per la regia Egidio Carbone Lucifero, ho portato l’essenza del dialogo tra Napoli e Milano, interrotto dall’Unità e dall’Italia sradicata dalle sua Cultura.
A far Cultura, nonostante tutto, ci proviamo.