Occhio ai napoletani in quarantena

Angelo Forgione In tempo di quarantena forzata, i napoletani rispettano o no i divieti? Sembrerebbe proprio di sì, a detta delle Forze dell’Ordine. Prima di Pasqua ci aveva pensato la Polizia Metropolitana, con competenza su tutto il territorio provinciale, a dire ai microfoni del TgR Campania (e del presidente dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Verna) che i napoletani si stavano attenendo alle restrizioni governative, anche alla Pignasecca, una delle zone della città di Napoli maggiormente sotto osservazione fino a qualche giorno fa.

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Poi è arrivato il delicato week-end pasquale, dove qualche ressa pure si è vista, soprattutto per la spesa del giovedì santo condito dall’immancabile e tradizionale zuppa di cozze.  Il Comando della Polizia Locale di Napoli ha comunicato che tra sabato e domenica di Pasqua le multe sono state 20 su 2.500 cittadini controllati, oltre a 3 esercizi commerciali verbalizzati su 550 controllati.

Eppure l’informazione nazionale non sembra ancora convinta e continua ad attenzionare in modo particolare Napoli. Certo, sembrano finite le incursioni a caccia dell’assembramento negli antichi rioni mercatali della città, pieni di piccole rivendite di generi di prima necessità, nei vicoli stretti dell’economia spicciola partenopea che fa la differenza all’occhio profano, là dove la fila non può essere che in direzione dell’obiettivo di turno. All’inizio del lockdown la Pignasecca e il borgo dei Vergini alla Sanità erano finiti sotto tiro degli obiettivi fotografici e televisivi. Poi se ne sono accorti un po’ tutti che si tratta di peculiari zone mercatali, e che i trasgressori non sono solo un problema napoletano. Le foto, in realtà, andavano fatte dall’alto, non con prospettiva schiacciata ad altezza uomo, con teleobiettivo e nei vicoli più stretti. E allora ci si sarebbe resi immediatamente conto che i clienti delle rivendite, in zone di densità di popolazione esorbitante come la Pignasecca, stavano ordinatamente in fila rispettando il distanziamento sociale, e che magari erano proprio i commercianti a disciplinarlo demarcando gli spazi con vernice orizzontale e nastro verticale.

pignasecca

Gli irriducibili dell’informazione provano ora a cercare l’assembramento nei quartieri borghesi. Ma è stata sfortunatissima Elena Biggioggero, inviata per Agorà (Rai 3) del 15 aprile, nel dimostrare che nel quartiere Vomero c’è troppa gente in giro alle 8 del mattino, quando qualcuno va comunque a lavorare. Lei, però, riceve la linea alle 8:37, quando il grosso dei lavoratori napoletani si è già spostato e all’incrocio tra via Luca Giordano e via Scarlatti non transita che qualche automobile, peraltro rispettando diligentemente il rosso al semaforo. Difficile, così, dimostrare che Napoli sia più indisciplinata di altre città popolose. Piuttosto, è lei che si avvicina troppo al suo ospite e lo tocca prima di limitarsi a dire che la zona è pedonale, mentre in realtà la strada alle sue spalle è veicolare. Niente folla, e la Biggioggero a dirsi sfortunata, a mostrarsi imbarazzata, mentre Serena Bortone da Roma testimonia che, secondo un’altra inviata, Napoli è deserta.

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Un plauso va in ogni caso ad Agorà, che ha acceso le telecamere in una Napoli diversa da quella che spasmodicamente si vuol mostrare in tivù, tutta vicoli e folclore. E pure al Tg1, che ha lanciato una Napoli più ampia: via Toledo, Mergellina, il Maschio Angioino, la fontana del Sebeto a largo Sermoneta. Niente antichi rioni mercatali, niente vicoli popolari, niente traffico pedonale da spesa di quartiere e quindi solo chi conosce Partenope avrà avuto la percezione che non si trattasse di Milano, la città più a rischio in questi giorni. Grazie dunque al Tg1, che una Napoli deserta e controllata l’ha scelta – guarda un po’ – per commentare il record di denunce a Pasquetta in tutt’Italia per il mancato rispetto delle misure di contenimento del Coronavirus. Certo, i trasgressori ci sono anche all’ombra del Vesuvio come dappertutto. Qualcuno di troppo in giro, da Nord a Sud, e via coi richiami di sindaci e governatori ad ogni latitudine. Incoscienti persino in Lombardia e Piemonte, pizzicati nelle seconde case in Riviera ligure, e traffico segnalato in aumento sull’Autostrada dei Fiori, dove i Carabinieri, in vista di Pasqua, hanno allestito posti di blocco all’uscita di tutti i caselli. Ma la percentuale degli indisciplinati napoletani non è sopra la media nazionale. Alla fine la vera notizia è che in 24 ore, sui canali Rai, è apparsa una Napoli senza panni stesi al vento. Da non credere!

Napoli, Campania, Sud: la culla del vino

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Angelo ForgioneI vini del Nord, nel secolo scorso, hanno beneficiato di un vantaggio enorme su quelli del Sud nelle preferenze degli appassionati. Eppure i vini italiani sono nati nel Meridione, in quella Magna Grecia dove, tra il VII-VI secolo a.C., furono introdotte la vitis vinifere madri di quelle che ancora oggi danno i vini che beviamo. L’Aglianico, per esempio, è greco già nel nome: “ellenikon”, latinizzato “ellenico” e poi divenuto “allianico” in epoca aragonese, da cui “aglianico” per effetto della pronuncia spagnola della doppia elle. La Falanghina è vite vinifera che sempre i Greci introdussero sulle colline degli oggi detti Campi Flegrei, legandole a dei pali piantati nel terreno su più file e schierati come fossero una falange d’assalto, la tipica “falangae” del mondo ellenistico, da cui il nome dell’uva bianca Falanghina.
Aglianico è anche il Taurasi, greco come il Greco di Tufo e il Fiano di Avellino, i DOCG irpini ai quali si affianca quello beneventano, l’Aglianico del Taburno, a fare della Campania una delle regioni del Vino d’eccellenza.

La prima zona di produzione del vino in Italia è con tutta probabilità proprio la Campania, dove i Greci si spinsero per trovare la fertilità vulcanica. Gli Etruschi, che pure coltivavano la vite di tipo selvatico nelle zone centrali d’Italia, a contatto con i Greci conobbero i nuovi vitigni di origine orientale e li incrociarono con le varietà locali.
Strabone, nel suo Rerum Geographicarum del 18 dopo Cristo, descrisse un Vesuvio cinto tutt’intorno da campi coltivati. Qualche anno dopo la tragica eruzione del 79, un epigramma di Marco Valerio Marziale chiarì che i fecondi terreni vesuviani, prima della tragedia, erano in gran parte coltivati a vite, e descrisse un Vesuvio un tempo verdeggiante di vigneti ombrosi le cui pregiate uve avevano fatto traboccare le tinozze, sostenendo romanticamente che Bacco aveva amato il vulcano più dei nativi colli di Nisa prima che tutto giacesse sommerso da fiamme e lapilli.
Anfore e affreschi di Pompei ed Ercolano ci dicono proprio che i Romani, facendo tesoro dei vini greci, svilupparono enormemente la vitivinicoltura in Campania Felix, producendo vini flegrei, vesuviani, sorrentini e più ampiamente campani, i più pregiati dell’Italia antica. Su tutti il Falernum (Falerno), “il vino degli imperatori”. Tra i tanti, bevevano anche il Trifolinum, un vino prodotto probabilmente sul colle che sovrastava Neapolis, ovvero l’attuale Vomero. Lo si evince leggendo Marziale e, più avanti, lo storico Scipione Mazzella nella Descrittione del Regno di Napoli scritta nel 1586, in cui si apprende che Trifolino (da trifoglio) era chiamato il monte dove nel Trecento fu costruita la Certosa di San Martino, volgarmente detto monte di Sant’Hermo (cioè di Sant’Erasmo), da cui San’Elmo.

Proprio osservando l’attuale Vomero, o monte Trifolino/Sant’Hermo, si può notare che una porzione di parete collinare è rimasta intatta. Si tratta dell’antica Vigna dei monaci di San Martino, immediatamente ai piedi della Certosa, nata insieme alla Certosa stessa nel Trecento, salvata dall’aggressione edilizia nei secoli a seguire e dichiarata Monumento nazionale italiano nel dicembre del 2010. Un vero e proprio territorio agricolo urbano coltivato a vite con una vista mozzafiato sul Golfo e sul Vesuvio. Da quel pezzo incontaminato di Napoli vengono fuori litri di vini autoctoni, tra cui la Falanghina, l’Aglianico, il Piedirosso e il Catalanesca, un bianco molto gradito nella Napoli aragonese, originariamente fatto con le uve catalane, portate dalla Catalogna a Napoli alla metà del Quattrocento e piantate sulle vulcaniche pendici vesuviane del Monte Somma per volontà di Alfonso V d’Aragona, il sovrano che nel 1442 trasferì la capitale mediterranea dell’impero catalano-aragonese da Barcellona a Napoli.

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Pezzi che parlano dell’antichissimo rapporto di Napoli con il vino a chi è più attento. Già, perché sono davvero in pochissimi, napoletani compresi, a sapere che la città di Napoli, dopo Vienna, è quella con più terreni coltivati a vite in Europa. Un primato a cui non ci si crederebbe, eppure la Napoli di oggi, un milione di persone accalcate, conserva ancora parte dei suoi antichi vigneti e li protegge nei suoi quartieri. La collina del Vomero e il declivio di Posillipo che degradano dolcemente verso il mare e sui Campi Flegrei, il cratere spento degli Astroni ad Agnano, il Maioriello di Capodimonte, i Camaldoli, Chiaiano e altri fazzoletti di città nascondono piccoli vigneti metropolitani, preziosi appezzamenti verdi, macchie più o meno grandi di eroici filari tra le costruzioni che colorano il paesaggio e ne diventano parte integrante. Un patrimonio salvato dall’estinzione di cui si parla poco e niente, ma che esiste in silenzio e resiste al trascorrere dei secoli. Una particolarità che conserva a sua volta un unicum napoletano molto apprezzato da enologi ed amanti del vino. Napoli, ma anche la sua provincia, presidiate dal Vesuvio e dai vulcani dei Campi Flegrei, costituiscono infatti uno dei pochi territori al mondo a preservare il tipo di coltivazione “a piede franco”, patrimonio genetico originario della vite europea, ossia la coltura senza l’impiego della vite americana come portainnesto. I filari napoletani di oggi sono davvero eredi diretti delle prime piante portate dai Greci in Campania, una rarità dovuta alla conformazione vulcanica del terreno sabbioso, caratteristica che da una parte rende il lavoro più difficile ma dall’altra ha consentito ai vigneti partenopei di tenere lontana l’aggressione parassitaria, quindi di preservare la biodiversità vegetale, la purezza dei vitigni e una maggiore concentrazione di profumi nelle uve, con sentori di mineralità e sapidità che rendono i vini di Napoli tipici e differenti, impossibili da produrre in altre zone del mondo.

Non solo a beneficio degli amanti del vino, è utile evidenziare che a Napoli, nella prima metà dell’Ottocento, fu istituita la Compagnia Enologica Industriale per il miglioramento della vinificazione del Regno delle Due Sicilie, il primo esempio di associazionismo applicato al perfezionamento dei vini attraverso l’approfondimento dell’enologia. I giornali italiani ne riportarono i successi ottenuti in pochi anni attraverso le sperimentazioni compiute nella fornitissima cantina nella zona di Piedigrotta, diffondendo in Toscana, in Lombardia, in Veneto e un po’ ovunque il desiderio di creare altre aggregazioni simili. La Società Enologica Lombardo-Veneta, costituita a Milano nel 1838, fu iniziativa di alcuni impresari locali decisi a fondare – si leggeva nell’atto costitutivo“una Ditta enologica sulle basi della Compagnia delle Due Sicilie creata in Napoli, ove l’industria vinaria ha fatto tali progressi, di aver potuto emancipare quel regno dalla passività estera, e metterlo in grado di far concorrenza colla Francia nella esportazione”.

Con la regressione postunitaria causata dalle politiche filosettentrionali del Regno d’Italia i vini del Sud persero appeal. La decadenza sociale e politica di fine Ottocento, l’abbandono delle campagne meridionali, il contemporaneo sviluppo industriale dell’enologia piemontese e toscana, nonché l’aggressione della fillossera, causarono enorme danno alla produzione enologica del Sud, destinata ad essere terra di vini sfusi da taglio per equilibrare e irrobustire i vini settentrionali ma anche francesi. Mentre il vino dei Borbone, il Piedimonte, spariva, il vino dei Savoia, il Barolo, diventava “il Re dei vini”.

Oggi il Piedimonte è tornato in auge, riscoperto da un ventennio e ben rilanciato fino a rendere la sua versione contemporanea, il Pallagrello, un vino di buona tendenza. È uno dei tanti segnali della riscossa dei vini meridionali, che guadagnano sempre più posizioni nel gradimento del pubblico e nell’esportazioni. La Campania contribuisce alla crescita con l’eccellenza DOCG dei grandi vini irpini e beneventani, ai quali si aggiungono i vini DOC della provincia di Napoli, dell’area vesuviana, di Capri e Ischia, del Litorale Domizio, dell’Alto Casertano, dell’Aversano, della Costiera Amalfitana e del Cilento. Una regione culla del vino che, insieme alla Sicilia, alla Puglia, alla Basilicata e alla Calabria, ha rialzato la testa e la qualità delle sue bottiglie, con tutti il carico di storia che si portano dentro.

Giancarlo Siani senza retorica

Angelo Forgione – È il giorno del 34esimo ricordo di Giancarlo Siani. Un giorno intriso anche di retorica attorno a un nome e un simbolo di cui spesso si abusa.
Dopo 34 anni, la camorra e le altre mafie sono vive e vegete, sempre necessari ammortizzatori sociali per scongiurare l’esplosione di pericolose tensioni sociali di un Sud ai margini del progresso. Il giornalismo, poi, è in agonia, tra compensi da fame, mancanza di tutela ed esercizio della professione di chi la verità non la cerca o, peggio ancora, la nasconde nel buio degli occulti diktat. Giancarlo era egli stesso un precario, un ragazzo che almeno intravedeva il miraggio del giornalismo di professione, e i giornalisti precari sono molti più che allora.
In questi anni ho visto nascondere la verità sul traffico di rifiuti tossici in Somalia scoperto da Ilaria Alpi (e Milan Hrovatin), e poi sulla situazione egiziana dopo la rivoluzione del 2011 descritta da Giulio Regeni, che giornalista non era ma scriveva articoli dietro pseudonimo. Ho visto trattative tra Stato e mafia. Ho visto lo Stato e il giornalismo asservito depistare per nascondere. La triste verità è che chi racconta verità scomode, con la schiena dritta e senza servilismo, non è tutelato e rischia la pelle.
Stamattina sono stato nel posto esatto in cui Siani prese pallottole di schiena, in via Romaniello. È qui il luogo silenzioso della vera riflessione, non le vicine rampe intitolate alla sua memoria. È qui che si “vede” Giancarlo riverso nella sua Méhari.

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Chiacchierata napoletana al ‘Mattin8’

«Quando parla Forgione di Napoli è una bella boccata d’ossigeno».
Lusinghiero complimento di Salvatore Calise durante una piacevolissima chiacchierata su Napoli, la sua cultura e la sua identità al Mattin8 (Canale 8).

“Napoli come Raqqa”, ma nessuna aggressione all’ambulanza

Angelo Forgione – Uno squilibrato sfonda un lunotto laterale di un’ambulanza nell’affollato quartiere Vomero e di lui non c’è traccia. “Napoli come Raqqa”, dice Silvestro Scotti, presidente dell’Ordine dei Medici della Campania, esasperato da diverse aggressioni registrate in passato. Troppo esasperato, perché di vergognose aggressioni agli operatori del 118 avvengono sempre di più, a Napoli come in ogni zona d’Italia, e basta fare una ricerca su Google per capire che di allarmi ne arrivano un po’ da ogni dove. E però nessuno si è mai spinto a dire che Roma o Torino, tanto per fare degli esempi, sono come Raqqa, la sfortunata città siriana sotto assedio. Una slogan in pieno stile The Sun, finito su tutti i telegiornali e quotidiani d’Italia, ai quali non è parso vero di sentirlo dire da un napoletano e di rimbalzarlo al Paese.
Po si fa largo una verità: l’aggressione non è mai avvenuta. Le indagini hanno appurato che l’ambulanza, pur di velocizzare i tempi del soccorso di una persona svenuta in un bar, aveva tagliato la parte centrale pedonalizzata di piazza degli Artisti, tranciando una fune ancorata a un paletto di ferro, che così è stato fiondato contro la fiancata dell’automezzo, mandando in frantumi il lunotto laterale e ferendo un’infermiera a bordo.
Insomma, una messa in scena degli stessi soccorritori per coprire un errore di manovra e il danno procurato, oppure un ricamo dei media sulla pelle del buon nome della città.
Chiaro che il problema della sicurezza degli operatori del 118 resta, ma resta anche l’ennesimo danno d’immagine arrecato alla città che non può essere sanato con le rituali e neanche scontate smentite, prive di quel carico emotivo che un’aggressione immotivata porta all’opinione pubblica.
Una vicenda che dovrebbe far pensare su come sia facile infangare la reputazione di Napoli e dei napoletani, e come questa parta spesso dai napoletani stessi.

ambulanza

A Napoli è nata la via delle Stelle

stella_totoNapoli, la città in cui è nato il cinema italiano, ha da oggi la sua “walk of fame”, la via delle Stelle. Si parte dal grande Totò. Una commissione stabilirà, di volta in volta, le star del cinema napoletano da fissare nei marciapiedi di via Scarlatti al Vomero, il quartiere delle primissime case di produzione e degli “studios”.
Un grande plauso va all’attore e regista napoletano Sergio Sivori, direttore artistico del “Vomero Fest”, e a Maria Rosaria Picardi per aver fortemente voluto un evento di riscoperta delle radici napoletane del cinema nazionale.

Totò, guitto e massone, artista snobbato e ora festeggiato dalla sua Napoli

statua_totoAngelo Forgione Ha preso il via il “Maggio dei Monumenti” di Napoli, edizione 2017 dedicata a Totò, scomparso 50 anni fa. Tanti gli eventi in calendario per celebrare la maschera popolare,  napoletana e universale, del principe Antonio de Curtis. Tra gli appuntamenti più significativi, quello in programma per il 13 maggio, nell’ambito del “Vomero fest”, che nasce per ricordare la memoria storica delle prime di produzione cinematografica d’Italia (tra cui la Titanus), sorte nel primo Novecento proprio al Vomero. In quella data sarà inaugurata una “walk of fame” napoletana, tra via Luca Giordano e via Scarlatti, con l’apposizione della prima “stella” in pietra lavica e bronzo, a sei punte e ispirata alla forma del Castel Sant’Elmo, dedicata proprio a Totò.
Enorme, debordante l’entusiasmo attorno la figura del “principe della risata”. Eppure si tratta di un personaggio particolarmente snobbato dall’intellighenzia napoletana e dalle passate amministrazioni della Città. Ne danno prova il mai inaugurato museo alla Sanità e la statua in bronzo a lui dedicata, oggi al Rione Alto, in una piazzetta tra via Sigmund Freud e via Onofrio Fragnito, che è diventata per tutti “piazzetta Totò” senza che fosse mai stato ufficializzato il toponimo dal Comune di Napoli. Il monumento, opera dello scultore porticese Vincenzo Borriello, fu realizzato nel 1979 grazie a una colletta e un’asta d’opere d’arte organizzate dal pioniere delle tivù private, l’ingegner Pietrangelo Gregorio, attraverso i teleschermi di Canale 21. Una volta fusa, la statua fu boicottata da certi ambienti intellettuali e finì per essere conservata nei depositi comunali per circa vent’anni. Solo nel 1999, in occasione del centenario della nascita di Totò, la circoscrizione Arenella propose di riesumarla per collocarla in una piazza centrale del quartiere. Dopo le immancabili nuove proteste, il Comune decise di installarla nell’area pedonale del Rione Alto, cioè di mandarla in una zona periferica dove non avrebbe dato fastidio a nessuno. Il 17 aprile di quell’anno si tenne l’inaugurazione alla presenza di Liliana de Curtis, figlia dell’artista, che da allora, in posa da guitto, fa sorridere i passanti della zona.
“Al mio funerale sarà bello assai perché ci saranno parole, paroloni, elogi, mi scopriranno un grande attore: perché questo è un bellissimo Paese, in cui però per venire riconosciuto di qualcosa, bisogna morire”. Così disse Totò, che forse immaginava di essere apprezzato più velocemente post mortem. E invece non dev’essere stata sufficientemente sostenuta la sua figura, quantunque la sua appartenenza alla Massoneria possa far pensare il contrario. Antonio de Curtis fu infatti iniziato nel 1945, aderendo prima a una loggia napoletana Fulgor di Monte di Dio  e poi confluendo nella Fulgor Artis di Roma, fondata nell’Ottocento da Gustavo Modena, padre del teatro moderno italiano, insieme a molti importanti attori dell’epoca (Aldo Fabrizi, Gino Cervi, Aldo Silvani, Checco Durante, Carlo Dapporto). Il nobile della Sanità lavorava a Roma e ogni volta che scendeva a Napoli vedeva le distruzioni della guerra. Lo faceva nottetempo per donare bigliettoni da diecimila lire alle famiglie meno abbienti della Sanità. decurtis_massoneSpinto dalla voglia di fare beneficenza, abbracciò la Fratellanza, convinto che mirasse a finalità evolutive. Lui stesso, in seguito, fondò la Loggia artistica Ars et Labor, e ne fu Maestro Venerabile fino alla morte, quando ricopriva il 30° grado del Rito Scozzese Antico e Accettato. L’adesione massonica dell’attore era riconducibile alla Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori, una loggia nazionale conciliante col Vaticano, volta alla libera ricerca personale e religiosa, e meno incline all’eccessiva politicizzazione dell’attività massonica esercitata dall’anticlericale Grande Oriente d’Italia, dalla quale venne fuori per scissione tra il 1908 e il 1910. Pare però che la frequentazione latomica di Totò si spense quando questi comprese che la Massoneria non appagava i suoi ideali di benefattore. Solo nel 2012, attraverso la figlia Liliana, gli è stato consegnato il Brevetto di 33° Grado, l’ultimo e il più importante della scala iniziatica dello scozzesismo, al quale ambiva all’inizio del suo percorso iniziatico. In quell’occasione fu recitata ‘A Livella, la poesia scritta negli anni cinquanta che meglio di tutte incarna i valori massonici nei quali il Principe de Curtis credeva fortemente: “la morte – scrisse Totò – ci rende tutti uguali, poveri e ricchi, nobili e gente comune; il valore più importante resta la fratellanza”.
Massone deluso o meno, Totò fu in ogni caso impegnato in attività di beneficenza e pure di aiuto a persone dello spettacolo cadute in disgrazia. Prima snobbato e ora insignito di Laurea honoris causa. Personaggio simbolo della Napoli del Novecento, a furor di popolo, e non d’altri.

Concorso fotoletterario “Arenella e Vomero nella Napoli capitale”

C’è un luogo all’Arenella, popoloso quartiere di Napoli, in cui Gaetano Donizetti ha scritto buona parte della Lucia di Lammermoor, una della sue opere più famose, inscenata in tutto il mondo. Ed è anche un posto di gran pregio architettonico. Eppure il fatto e il luogo sono delittuosamente misconosciuti, come tanti altri attinenti alla zona collinare condivisa dall’Arenella e dal Vomero che conservano memorie da riscoprire, testimonianze del passato che possono riattivare una curiosità intellettuale e dare il là a un’impensabile rivalutazione storica del territorio. È per questo che ho accettato la proposta fattami dal consigliere municipale Mimmo Cerullo di MO di fare da testimonial al concorso fotoletterario “Arenella e Vomero nella Napoli Capitale”, indetto dalla V Municipalità di Napoli. Si tratta di una competizione aperta a tutti i cittadini con almeno 14 anni di età, invitati a partecipare con delle fotografie di posti della zona collinare corredate da un breve testo in cui si evidenzi l’importanza dei soggetti ritratti. L’intento è quello di stimolare la conoscenza e la memoria storica, di fare identità anche in una Municipalità che conta circa 120mila abitanti, una città nella città, demograficamente grande quanto Bergamo, a proposito di Donizetti, o Pescara, e poco meno popolata di Salerno (135mila).
Al netto della presenza del Museo e Certosa di San Martino e del Castel Sant’Elmo, l’Arenella e il Vomero non sono considerate zone di rilievo turistico. Eppure di storia collinare da riscoprire ve n’è tanta, e sono certo che il concorso possa dare un gran contributo in tal senso. Io darò il mio, e sarà un piacere poter premiare i vincitori il 27 maggio nella sala consiliare “Silvia Ruotolo”. Magari, quel giorno, rivelerò dove Donizetti ha scritto la Lucia di Lammermoor, il gran trionfo al San Carlo alla sera del 26 settembre1835.

Angelo Forgione

Regolamento e scheda di partecipazione:
http://www.comune.napoli.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/32542

pagina facebook con quotidiana pubblicazione dei luoghi più interessanti da fotografare e descrivere presenti nella Napoli collinare:
https://www.facebook.com/quintamunicipalita/?fref=ts

Comunicato stampa della V Muncipalità:
ANGELO FORGIONE TESTIMONIAL DEL CONCORSO FOTOLETTERARIO “ARENELLA E VOMERO NELLA NAPOLI CAPITALE”!
Lo scrittore e giornalista Angelo Forgione, opinionista, storicista, colto meridionalista napoletano, sarà il testimonial del concorso che vuole riportare alla luce i monumenti e le memorie dei quartieri collinari della città di Napoli attraverso immagini e testi realizzati da semplici cittadini. Non poteva essere fatta scelta migliore, verrebbe da dire, essendo Forgione uno scrittore al servizio della storia e dell’identità, esperto di Questione Meridionale, curatore del blog V.A.N.T.O. (Valorizzazione Autentica Napoletanità a Tutela dell’Orgoglio) e da tempo profondamente impegnato in prima linea a contribuire al rilancio della città. In questo caso, Forgione darà il suo contributo alla conoscenza di quartieri considerati a torto poco interessanti sotto il profilo turistico e invece ricchi di testimonianze della Napoli Capitale. «Arrivata la proposta da Mimmo Cerullo, consigliere di MO! della V Municipalità, che sta portando avanti il progetto, ho accettato con grande piacere. Ritengo un privilegio aiutare a portare alla conoscenza dei più la storicità dei luoghi dell’Arenella e del Vomero – ha detto Forgione – e poter premiare i vincitori di un concorso che trovo, nel suo formato, assolutamente originale e intrigante!» Forgione, autore di due libri di grande successo come Made in Naples – Come Napoli ha civilizzato l’Europa (e come continua a farlo) (2013), in cui è chiarito come in nessun altro testo perché Napoli è considerata dall’Unesco la culla della cultura occidentale, e Dov’è la Vittoria – Le due Italie nel pallone (2015), in cui sono ricostruiti gli intrecci politico-economici che hanno decretato l’egemonia settentrionale nello sport nazionale, e in procinto di lanciare il suo nuovo libro dedicato alle storie intrecciate di Napoli e Milano, sarà presente agli eventi promozionali e alla premiazione del concorso che si terrà nell’aula consiliare della V Municipalità “Silvia Ruotolo” il prossimo 27 maggio alle ore 17.00. «Sono molto, molto contento che Angelo Forgione abbia accettato un ruolo nella promozione dell’immagine del nostro concorso fotoletterario dedicato all’Arenella ed al Vomero. Il suo appoggio ci garantisce diffusione e, soprattutto, un’accresciuta importanza nei confronti dell’informazione e dei Napoletani» ha commentato Mimmo Cerullo di MO!, promotore del concorso insieme all’ideatore Antonio Lombardi e Unione Mediterranea.

Il vecchio ‘San Paolo’ compie 57 anni

in un video del 1959, le immagini della storica inaugurazione

Angelo Forgione Un momento di storia non solo sportiva di Napoli: 6 dicembre 1959, inaugurazione dello stadio “del Sole” di Fuorigrotta, poi ‘San Paolo’ in ricordo dello sbarco dell’Apostolo sulle coste flegree nel febbraio dell’anno 61. Opera dell’architetto razionalista Carlo Cocchia, nella visione di armonia stilistica del nuovo quartiere Fuorigrotta legata alle altre strutture similari e contemporanee (Arena Flegrea, fontana dell’Esedra, edifici della Mostra d’Oltremare e facoltà di Ingegneria), alcune delle quali firmate dallo stesso architetto.
sanpaolo_corsportIl finanziamento governativo del 1848 e la sua decennale costruzione risultarono indigesti ai rappresentanti delle grandi squadre del Nord, a tal punto che quelli del Napoli andarono all’aspro conflitto in Federazione. Già retrocesso sul campo, il club azzurro fu punito d’ufficio per un illecito sportivo non dimostrato, ricevendo dalla Lega di Milano una punizione per il tentativo di voler coalizzare i club del Sud contro i “poteri forti” del Calcio settentrionale, che facevano opposizione all’ambizioso progetto di realizzare un monumentale e necessario stadio al Sud, il futuro ‘San Paolo‘. Le indagini portarono a una decina di incontri combinati in quella stagione, di cui almeno cinque di Serie A. L’unico club a pagare moralmente fu il riottoso Napoli, schiaffeggiato per dimostare chi comandava.
Il nuovo stadio si rese necessario dopo la guerra. Lo stadio ‘Partenopeo’ di Napoli, simbolo della modernità fascista, con una capienza di quarantamila spettatori, non esisteva praticamente più. In vista dei Mondiali in Italia del ‘34 era stato edificato in cemento armato al posto del vecchio ‘Vesuvio’, stadio con tribune in legno voluto nel ‘30 da Giorgio Ascarelli al rione Luzzatti di Gianturco, ma fu raso al suolo dai raid aerei nel 1942. Il Napoli si era visto costretto a trasferirsi al ‘Campo sportivo del Littorio’ al Vomero (1929), poco dopo requisito dalle forze armate tedesche e utilizzato come campo di concentramento per i napoletani da deportare in Germania, divenendo uno dei luoghi simbolici delle Quattro giornate di Napoli. Conclusa la guerra, il Napoli tornò a giocare in quell’impianto, ormai al limite dell’agibilità. E infatti, durante l’incontro Napoli-Bari del ‘46, una tribuna cedette durante l’esultanza per un goal della squadra di casa: 114 feriti finirono all’ospedale. Ci vollero ben tredici anni per abbandonare una simile precarietà e inadeguatezza.
Il 22 dicembre ‘49 fu finalmente deliberata dal Comune di Napoli, col supporto del CONI e del Governo, la costruzione di un colossale stadio, ormai necessario, ma per vedere la sua inaugurazione si dovette attendere un decennio esatto.

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1954 – Achille Lauro e il primo ministro Mario Scelba presentano il plastico del nuovo stadio

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il cantiere, aperto il 27 aprile 1952

Il 6 dicembre ’59, il Napoli prese possesso della sua nuova comoda e impnente casa. E fu subito record della Serie A. Miglior esordio non poteva celebrarsi: vittoria sulla Juventus (2-1). Le nordiche verificarono immediatamente quello che avevano temuto e ciò che già significava per i napoletani il loro nuovo tempio del calcio.
Poi deturpato il quartiere di Fuorigrotta, e sfigurato anche lo stadio con lo scempioso restyling dei Mondiali 1990, l’impianto è purtroppo divenuto un problema per le casse comunali e un limite per le ambizioni del Napoli.

(maggiori approfondimenti su Dov’è la Vittoria – Magenes).

Nel servizio dell’11 dicembre dell’Istituto LUCE, il filmato di quella “assolata” domenica di del dicembre di cinquantacinque anni fa.

Il culto del caffè a Napoli (Acino Ebbro – Radio Siani)

Tratto da Radio Siani, l’intervento di Angelo Forgione alla trasmissione Acino Ebbro di Marina Alaimo sulla storia del caffè e del suo radicamento nella cultura napoletana e italiana.

L’intera puntata, con l’intervento di Paola Campana della torrefazione artigianale Campana, che racconta le diverse varietà, le origini geografiche e il metodo di tostatura, è disponibile qui.