“Napoli come Raqqa”, ma nessuna aggressione all’ambulanza

Angelo Forgione – Uno squilibrato sfonda un lunotto laterale di un’ambulanza nell’affollato quartiere Vomero e di lui non c’è traccia. “Napoli come Raqqa”, dice Silvestro Scotti, presidente dell’Ordine dei Medici della Campania, esasperato da diverse aggressioni registrate in passato. Troppo esasperato, perché di vergognose aggressioni agli operatori del 118 avvengono sempre di più, a Napoli come in ogni zona d’Italia, e basta fare una ricerca su Google per capire che di allarmi ne arrivano un po’ da ogni dove. E però nessuno si è mai spinto a dire che Roma o Torino, tanto per fare degli esempi, sono come Raqqa, la sfortunata città siriana sotto assedio. Una slogan in pieno stile The Sun, finito su tutti i telegiornali e quotidiani d’Italia, ai quali non è parso vero di sentirlo dire da un napoletano e di rimbalzarlo al Paese.
Po si fa largo una verità: l’aggressione non è mai avvenuta. Le indagini hanno appurato che l’ambulanza, pur di velocizzare i tempi del soccorso di una persona svenuta in un bar, aveva tagliato la parte centrale pedonalizzata di piazza degli Artisti, tranciando una fune ancorata a un paletto di ferro, che così è stato fiondato contro la fiancata dell’automezzo, mandando in frantumi il lunotto laterale e ferendo un’infermiera a bordo.
Insomma, una messa in scena degli stessi soccorritori per coprire un errore di manovra e il danno procurato, oppure un ricamo dei media sulla pelle del buon nome della città.
Chiaro che il problema della sicurezza degli operatori del 118 resta, ma resta anche l’ennesimo danno d’immagine arrecato alla città che non può essere sanato con le rituali e neanche scontate smentite, prive di quel carico emotivo che un’aggressione immotivata porta all’opinione pubblica.
Una vicenda che dovrebbe far pensare su come sia facile infangare la reputazione di Napoli e dei napoletani, e come questa parta spesso dai napoletani stessi.

ambulanza

Territorio italiano disastrato? Perché cancellati gli insegnamenti borbonici.

Angelo Forgione L’ennesima alluvione a Genova ha creato di nuovo distruzione e lutto, per la seconda volta nell’arco di tre anni. Al di là degli sconvolgimenti climatici ormai irreversibili, le cause sono note e raccontano di una delle tante emergenze del territorio italiano, in cui le conseguenze delle calamità naturali producano sempre più danni. Corsi d’acqua ingovernabili, pareti montuose ad alta possibilità di frana, rischio sismico ignorato dal metodo edilizio… lo stato d’allerta ha ormai da tempo superato la soglia dell’imponderabilità. Oggi Genova è di nuovo in ginocchio e rivoltata come un calzino, e nel frattempo abbiamo dovuto assistere al disastro sismico in Emilia. E ritorna in testa la famosa frase di Paolo Villaggio, che tre anni fa tuonò contro la “cultura sudista meridionale borbonica, piaga di tutta l’Italia”, che, al contrario, insegnò a governare il territorio e a limitare gli effetti catastrofici della natura. Se i canali di scolo non fossero stati cementificati e si fosse costruito utilizzando il legno in muratura, così come ci insegnarono i Borbone, non saremmo arrivati a questo. Ribadire con i videoclip quanto ho scritto con maggiore approfondimento in Made in Naples consolida il messaggio, soprattutto se dopo la pubblicazione del lavoro ci hanno pensato scienziati e ricercatori a rafforzarne la veridicità, sconfessando la cultura storica tradizionale e tutti coloro che accusano di nostalgie chi indaga nella storia con serietà. Il passato, invece, può insegnarci a magliorare le conoscenze e la società futura. Vi siete mai chiesti, ad esempio, perché nelle università italiane di ingegneria non si insegna a progettare in legno, col risultato che nelle zone ad alto rischio sismico si costruisce con solo cemento armato, spesso di scarsa qualità?