Italia, ammore e malavita

 

Angelo Forgione Discutibili riflessioni su Napoli, Sicilia e Calabria di Daniele Piervincenzi dopo il pestaggio subito a Roma, anch’egli spiazzato dal fatto che la protervia mafiosa non appartenga solo al Mezzogiorno. La vicenda ha fatto emergere un problema di ignoranza e pregiudizio che ha profonde radici storiche. Il filtro distorto del Positivismo di fine Ottocento ha fatto supporre che solo al Sud sarebbero potute nascere e pascere le mafie, e dove se no? Se però riavvolgiamo il nastro del tempo scopriamo che il fare delinquenziale in Italia esplode enormemente nella stagione spagnola del Cinquecento, capace di lasciare evidenti segni nei territori italici conquistati, a Sud come a Nord, a Napoli come a Milano, accomunate da un vincolo di sottomissione alla corona di Spagna, tra controllo delle masse da parte dei governi ispanici, imposizione di pagamenti di gabelle inique e crescita di movimenti popolari protestanti. Basta leggere ‘I Promessi Sposi’ di Alessandro Manzoni per capire che quella Milano era violenta, molto violenta. Quella Milano sostituì il diritto con i Don Rodrigo e gli Azzecca-garbugli, e ai soprusi dei suoi nobili si trovava soluzione solo facendo ricorso alla protezione di altri nobili più potenti, che sguinzagliavano i Bravi, il loro braccio armato e prepotente. Contestualmente, a Napoli prese piede l’Organizzazione Segreta dell’Ordine per la tutela degli interessi della plebe, manovrata dai Compagnoni, arroganti malavitosi che replicavano i modi dei soldati e dei nobili spagnoli, secondo le regole della Garduña española, una confraternita criminale di cavalieri fondata a Siviglia e completamente votata al crimine. Insomma, niente Stato a Sud e niente Stato a Nord, e tutti iniziarono ad arrangiarsi come potevano. Non che nei territori pontifici andasse tanto meglio. A Roma, Caravaggio, già rissoso giovane a Milano, uccise il ternano Ranuccio Tommasoni, prepotente capo di una banda malavitosa di Campo Marzio.
Le cose, evidentemente, procedevano di pari passo, ma poi, nella prima metà dell’Ottocento, nacquero le mafie meridionali, in due città ricche come Napoli e Palermo, in piena degenerazione carbonara, come società segrete paramassoniche dedite al crimine e rispondenti alle logge inglesi, interessate a destabilizzare il Regno delle Due Sicilie. Queste, dopo aver contribuito a cancellare il pericoloso e nemico regno borbonico, si imposero nel sud del Regno dell’Italia unita, là dove lo Stato era meno presente, e dove la povertà iniziava ad essere maggiore che al Nord. Fu lasciata ad esse la gestione dell’economia di quei territori depressi, per i quali iniziarono a rappresentare veri e propri ammortizzatori sociali, ancor più nel dopoguerra, quando rialzarono la testa dopo la repressione fascista. Ma un cancro è un cancro, e non conosce confini. Un cancro si allarga, crea metastasi, e si estende oltre. Negli anni Sessanta le mafie sono approdate al Nord, nel territorio più ricco, alla ricerca di affari più remunerativi. Ora che la situazione è completamente sfuggita di mano, con chi ce la vogliamo prendere?

Littizzetto, D’Amico e la civil Torino all’olandese

Angelo Forgione L’induismo lo chiama karma, cioè “azione”, a cui corrisponde una conseguenza, nel bene e nel male. I napoletani, che tutto traducono in massime di grande saggezza popolare dai tempi di Giambattista Basile, traducono il karma negativo così: Nun sputà ‘ncielo ca ‘nfaccia te torna! (non sputare verso l’alto perché la saliva ti torna in faccia). Effetto boomerang. Per chi ci crede, ciò che parte dalle azioni individuali impiega un certo lasso di tempo, più o meno lungo, per tornare alla fonte, in modo diretto oppure indiretto. Possono volerci anche anni, ma per Luciana Littizzetto è bastata una sola settimana. Era stata lei a tirare in ballo i napoletani come esempio italiano di massima inciviltà per dimostrare che gli olandesi di Rotterdam avevano fatto anche peggio, e pertanto gli italiani tutti potevano ritenersi alleggeriti, tutto sommato, del loro autolesionismo.
«Vogliamo parlare di quelli che hanno distrutto piazza di Spagna, i tifosi? Cos’erano, napoletani? Erano olandesi, dei civilissimi olandesi». Dopo una settimana è subito da aggiornare quella frase che tanto ha fatto parlare, e che pure ha diviso gli stessi napoletani in una discussione sul presunto vittimismo partenopeo (chissà perché). Derby della mole: agguato al pullman della Juventus per le vie di Torino e bombe carta sui supporters granata. Un padre prende a calci il torpedone juventino tenendo per mano il figlioletto. Una giornata di ordinaria follia nel capoluogo sabaudo, una delle tante. Ieri a Torino, la prossima volta chissà dove. Cos’erano, olandesi? Erano torinesi, dei civilissimi torinesi. Avrebbe dovuto dirlo la Littizzetto in Rai, ma ha finito col farlo dal pulpito di Sky la bella Ilaria D’Amico da Roma, stupita dell’inaudita gravità dei fatti in una una città – per lei – civile ed abitata a una tifoseria composta. Stupisce semmai che una persona preparata come la compagna di Buffon inciampi in un simile convincimento, evidentemente persuasa che Torino fosse diversa dalla sua Roma (ultimamente nell’occhio del ciclone), da Napoli e da Palermo.
Così funziona, Signori, perché per chi ha il responsabile e delicatissimo ruolo di parlare alla Nazione insegue ostinatamente la certezza che Torino e il Nord progredito siano la culla della civiltà, lontana dal degrado sociale del retrivo Sud napoletanizzato. E se il Nord sgarra è perché é meridionalizzato. Non mi perdo nel tanto caro approfondimento storico alle radici della civilizzazione, non capirebbero quelli che hanno certezze e mai qualche dubbio.
E giù dibattiti, i soliti, con conduttori e opinionisti ad affannarsi per denunciare che tutto resta sempre uguale, e che la violenza non va via dal nostro Calcio. È una routine stucchevole perché il Calcio attira violenza dalla sua prima ora, soprattutto nell’Italia dei campanili. Già nel 1914 i sostenitori di Livorno e Pisa, un po’ come guelfi e ghibellini, si scambiarono sassate e colpi di pistola. Idem nel 1925 tra bolognesi e genoani, nella stazione di Porta Nuova a Torino. Come riporto nel mio prossimo libro in uscita a maggio (Dov’è la Vittoria, Magenes editore), nel 1928 fu Lando Ferretti, il presidente del CONI, a denunciare con facile lungimiranza nel suo Il libro dello sport (Libreria del Littorio, 1928) cosa sarebbe diventato il gioco del pallone per gli italiani:

“Le fortune travolgenti del Calcio fra noi, per il suo meraviglioso adattarsi al temperamento della stirpe, sono uno dei fatti salienti della ripresa sportiva italiana. Certo il Football ha potentemente contribuito a questa ripresa, ma oggi col suo incipiente professionismo e con le sue aspre contese campanilistiche cui dà luogo, ne compromette i successivi sviluppi.”

Se non ci scappò il morto a inizio Novecento fu solo per una lunga serie di fortunati esiti o per volontà superiore, se vi pare. Ma 27 vittime negli ultimi 51 anni, dentro e fuori gli stadi italiani, parlano chiaro. Ci hanno rimesso la pelle troppe persone, tra tante aggressioni, scazzottate, coltellate e qualche conflitto con le forze dell’ordine. Al Nord come al Sud.

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Aggressione ai tifosi del Foggia? La devastazione parte dai pugliesi?

Angelo Forgione – Lungi da chi scrive difendere i soliti violenti, sempre di più, che si scannano col pretesto di una partita di calcio, ma meritano una revisione gli incidenti verificatisi Sabato 17 Novembre in via Caldieri, all’uscita della tangenziale del Vomero, dove è transitato un bus che stava portando decine di tifosi del Foggia allo stadio “Arturo Collana” per la partita con il CTL Campania valevole per il Campionato Nazionale Dilettanti. Le accuse sono piovute sui tifosi napoletani incolpati di una vile aggressione. Si è detto che gli ultras napoletani (?) hanno teso un agguato premeditato ai tifosi foggiani danneggiando il loro autobus e dando fuoco alle auto.
Sono passati cinque giorni in cui se ne sono sentite di cotte e di crude, ma nessuno si è preso la briga di analizzare le immagini amatoriali degli accadimenti che, se analizzate con maggiore attenzione, pare proprio facciano evincere qualcosa di diverso. Sembra che siano stati i tifosi foggiani a danneggiare con mazze e pietre alcuni motoveicoli sulla strada, provocando una reazione (non certo giustificata) dei napoletani. La stampa nazionale ha parlato univocamente di aggressori napoletani raggruppatisi all’improvviso e addirittura il Foggia calcio, attraverso un comunicato stampa, ha condannato l’aggressione e chiesto punizioni esemplari. Tutto l’ambiente dauno si è detto allibito e ha chiesto di scovare i responsabili di un’aggressione “immotivata”.
Immotivata? A vedere il video ripreso da uno stabile sulla strada si può avere un’indicazione sull’accaduto. Partiamo dal presupposto che è verosimile che chi ha documentato la cosa non era li fuori al balcone e sia stato attirato dai rumori. È altrettanto verosimile quindi che prima di accorgersi di quanto stava avvenendo e poi prendere la telecamera sia passato qualche minuto. Il filmato mostra chiaramente in partenza che il pullman dei tifosi foggiani è fermo, preceduto da un paio di  furgoncini bianchi di cui uno a bloccare il traffico. Proprio da quei furgoncini sono già scesi altri tifosi foggiani che visibilmente sono radunati sul fianco destro dell’autobus intenti a danneggiare alcuni scooter sotto tiro sul lato della strada, rovesciati e fatti oggetto di colpi con corpi contundenti. A 0:03 si vede chiaramente un uomo mentre sferra tre randellate ad uno dei motoveicoli per poi rientrare a bordo del pullman, e questo dimostra che è un foggiano. Non si riesce a capire se uno di loro abbia già inoltrato un fumogeno in una vettura condotta da un passante napoletano capitato li per caso e sfortuna, fermo in coda, che di li a poco vedrà la sua automobile andare in fiamme; o se lo farà qualcun altro scambiandolo per pugliese. Sta di fatto che i tifosi foggiani si sono spinti quasi fino alla rotonda, tant’è che a 0:06 si vede un uomo correre sul marciapiede per risalire sull’autobus dopo aver notato l’arrivo dei napoletani. A quel punto spunta dal fondo della strada, proveniente dalla rotonda, un’adunata locale richiamata da quella violenza gratuita che evidentemente già durava da qualche minuto. Anch’essi armati di mazze che corrono in direzione dei foggiani i quali, capito il pericolo, se la danno tutti a gambe rientrando di corsa sia a bordo del pullman già in movimento che del furgoncino bianco (cosa che si vede benissimo). Quando i napoletani raggiungono l’automezzo più grande lo colpiscono mentre l’autista mette tutti in salvo.
Detto che ciò che ruota attorno al calcio è argomento che disgusta sempre più, va rimarcato che questo caso ha assegnato ai napoletani colpe non proprie oltre a quelle della reazione ugualmente condannabile. Il video non mostra cosa sia accaduto prima, e non si capisce se vi sia stato già un contatto tra le due fazioni in precedenza, ma certifica che i napoletani sono sbucati (o riapparsi) a devastazioni da parte foggiana in corso. Dopo, testimoni anonimi raccontano di circa cinque “tifosi” foggiani che, una volta arrivati allo stadio, sarebbero scesi dall’autobus e avrebbero assaltato, armati, la caserma dei Carabinieri di via Gemito, costringendo gli occupanti a barricarsi dentro. Pare che anche il bar Diodato di Via Ribera sia stato devastato dai pugliesi.
Assistere all’indolenza o la malafede di chi non verifica con un minimo di intuito o correttezza i fatti per cercare di capirli spaventa e fa pensare sia per l’informazione che per la verità da acclarare sempre. Il giudice sportivo non ha preso decisioni, tutto evaporato, e viene da chiedersi che tipo di trattamento avrebbero avuto questi fatti se fossero accaduti in occasione di campionati maggiori. Al governo, alla Federcalcio e a tutte le leghe, maggiori e minori, consigliamo di rimettersi in discussione perchè la violenza avanza sempre più. Altro che osservatori e repressione.

Aggressione agli svedesi. Non sono napoletani, chiamatele bestie!

Tifosi svedesi vengono in città sfidando un viaggio scomodo per godere di una trasferta di sole, cibo e divertimento. Finiscono in ospedale in tre perchè dei teppisti camuffati da ultras li sorprendono vigliaccamente a volto coperto con coltelli e mazze da baseball in una pizzeria del centro. È il trionfo dell’ignoranza!
Non è la prima volta che certi fatti accadono nella zona, lontano dallo stadio e il giorno prima della partita. Questo è teppismo puro e la partita è un mero pretesto per creare disordini e dare sfogo all’istinto tribale di qualche anima nera in cerca del proprio diversivo premeditato. Il tifo non c’entra niente, questi non sono né tifosi né napoletani ma semplice feccia di Napoli da cui ogni vero napoletano deve prendere le distanze. Sono loro che costringono gli innamorati della città e della sua storia a dover lottare ogni giorno per ripararne i danni.
Senza leggi e pene esemplari tutti si ripeterà. Siamo loro ostaggi e paghiamo ogni giorno per chi distrugge l’immagine di una città stanca. Grazie al ristoratore per essere intervenuto in difesa dei suoi clienti con il risultato di prendersi una coltellata. È lui che ha onorato il nome dei Napoletani. E infatti ha pagato.

Intanto V.A.N.T.O. condivide l’iniziativa degli amici Carmine Attanasio e Francesco Borrelli (Verdi Ecologisti Campania) che chiedono di individuare e punire immediatamente i responsabili della vile aggressione ed invitano gli albergatori del lungomare ad ospitare gratuitamente, nelle loro strutture e per tutto il fine settimana, gli svedesi aggrediti. Gino Sorbillo della storica pizzeria ai tribunali si è gia reso disponibile ad ospitare gratuitamente fino a domenica sera, a pranzo e a cena, gli svedesi aggrediti mentre Arturo e Antonio Sergio titolari del caffè Gambrinus li invitano a colazione. I Verdi chiedono al sindaco Luigi De Magistris che il Comune di Napoli riceva poi tali tifosi e si faccia carico del loro ritorno in Svezia.
V.A.N.T.O., associandosi, chiede altresì che il Comune, una volta individuati i responsabili, si costituisca parte civile per danno d’immagine della città nel mondo. Inoltre non dimentichi di ringraziare il ristoratore e il cameriere che si sono presi delle coltellate per tentare di ripristinare l’ordine e difendere i malcapitati in una città che specialmente la sera è terra di nessuno.

Simone Schettino: «è massacro mediatico da fermare»

Simone Schettino: «è massacro mediatico da fermare»

a “La Radiazza” l’artista chiarisce la “lettera del Vesuvio”

Ecco un sunto de “La Radiazza” di Gianni Simioli co-condotta eccezionalmente da Simone Schettino durante la quale l’artista stabiese ha fatto maggiore chiarezza sui presupposti da cui nasce la sua lettera a Tosel interpretata metaforicamente dal Vesuvio. Un’occasione per sgombrare il campo da equivoci e per parlare a più ampio raggio della situazione politico-sociale in Italia, uscendo dalla riduttiva campana calcistica, proprio mentre il fondatore del partito secessionista italiano è uscito di scena nel peggiore dei modi. Un interessante disamina alla quale ha dato un contributo anche Angelo Forgione puntando il dito sui napoletani chiamati a difendere senza difendere.

Tosel, il calcio-business e il disinganno

Tosel, il calcio-business e il disinganno

ipocrisia e finzione, ma Napoli si svegli!

Angelo Forgione – Ci devo ritornare e avrei voluto evitare, ma i risvolti in sede di giustizia sportiva mi impongono di tenere aperta la questione Juventus-Napoli. Con la nausea dettata dalle ultime vicende di calcioscommesse, il calciatore Masiello che ha confessato di aver fatto autogoal per vendersi una partita e non solo una. Fino a ieri era un botta e risposta a sfondo sportivo-culturale, un pretesto per parlare a noi più che agli altri che difficilmente ascoltano. Ma poi la questione è diventata di principio etico visto che il giudice sportivo Giampaolo Tosel non ha preso alcuna decisione nei confronti della Juventus, né per i cori razzisti oltre il regolamento né tantomeno per le aggressioni ai bambini e disabili di fede azzurra.
Premesso che il giudice sportivo sanziona in base al referto arbitrale, il problema è più ampio perchè investe i calciatori che potrebbero segnalare i cori razzisti (ricordate Zoro del Messina o il portiere Kawashima dell’Anversa?) ai direttori di gara, i quali a loro volta dovrebbero rilevarli autonomamente in quanto, appunto, non consentiti dalle norme. Dunque, anche ieri sul tavolo di Tosel non è arrivata alcuna nota a referto, evidentemente. Detto questo, ciò che accade fuori lo stadio è ben altra cosa, e Tosel può essere sordo ma non cieco.
Questo vale per quel che di vergognoso accade a Torino piuttosto che a Napoli e in tutte le parti d’Italia, fermo restando che il razzismo è intollerabile e, sulla carta dei regolamenti federali e solo su quello, intollerato.
Il mio amico Pino Aprile scrive nel libro “Giù al Sud” che per far sentire l’effetto del razzismo basta usare un metodo gandhiano: invertire i fattori, nella fattispecie rigirare al Nord gli slogan oggettivamente razzisti contro il Sud; al Salone del libro di Torino, così come altrove, disse alla platea: “Torino è una fogna da derattizzare, perchè anche i topi votano”, e mentre un fremito percorreva gli ascoltatori giustamente offesi, avvertiva che nella frase originale di Calderoli la città-fogna è Napoli. Cosa succederebbe allora se i tifosi del Napoli cominciassero a invocare frane di valli nordiche, esondazioni di fiumi e terremoti? Cosa accadrebbe se si urlasse all’indirizzo di Torino o Milano “la vergogna dell’Italia siete voi”? Sarebbe un “fatto” di cui parlerebbero tutti i giornali e le tv d’Italia. Eppure i napoletani gli argomenti storici li avrebbero, senza doversi inventare nulla; Vesuvio wash it? Bidet what’s it! Basterebbe urlare “lavatevi” ai piemontesi che non conoscevano il bidet prima di scoprirlo a Napoli, gridare “colerosi” ai milanesi che lo sono stati più volte o “terremotati” ai friulani, etc etc.
Le aggressioni e gli agguati a bambini e disabili sono state denunciate agli organi di polizia. Gli striscioni erano evidenti e nessuno li ha rimossi. I cori erano rumorosi e nessuno li ha sentiti, destinatari a parte. Ma qualcuno continua a fare finta di nulla, a non parlarne a livello nazionale e a preservare un certo potere e un determinato stato di cose. Tutto quello che accade a Napoli è giustamente sanzionato e messo sotto la lente d’ingrandimento, ma quello che accade altrove è talvolta un mistero di Pulcinella. A Napoli si dice che ‘o pesce feta d’ ‘a capa, e quindi violenza e razzismo non sono colpa dei tifosi gretti, napoletani compresi, ma delle istituzioni del calcio che fingono di introdurre delle norme contro il razzismo per poi non applicarle o farlo solo quando qualche giocatore di colore si rizela come invece non accade ai calciatori nati a Napoli e provincia. Loro tirano avanti, preferiscono giocare e basta, evidentemente meno sensibili al problema. Perchè? Perchè il problema non esiste. Perchè il razzismo ha effetto in egual misura sia su chi lo esercita che su chi lo subisce: il non napoletano ritiene l’offesa legittima e insiste, il napoletano altrettanto e tira avanti. Non è affatto un caso che a difendere Napoli siano giocatori del Napoli non napoletani. Cioè, il razzismo non è più razzismo in quanto intolleranza ma diventa prassi. Per i neri è diverso perchè sentono il problema che è universalmente tale, non prassi. In poche parole, il razzismo verso Napoli è prassi, non problema, ed è quindi consentito; e tutto questo fa da sempre parte della nostra storia, nasce con l’unità d’Italia quando i piemontesi definivano i Napolitani (tutto il Sud) “beduini affricani” con due effe. Prima non accadeva, dopo accade ancora.

Da questo pulpito lo diciamo da anni ma le cose non cambiano. Però continuiamo a denunciarlo, nella consapevolezza che il calcio è espressione finta e maligna di un paese maligno e finto. Ipocrisia, violenza, razzismo, calcioscommesse… questo è il valore diseducativo di uno show-business che arricchisce tutti tranne chi lo tiene in piedi di tasca propria con biglietti, abbonamenti alle tv, magliette e merchandising di ogni tipo. Uno show-business che si riveste di buoni e sani valori per nascondere la sua vera funzione. Vale dunque la pena riversare in questa scatola di illusioni tanta passione? Napoli, come sempre, insegna. Nell’esoterica Cappella di Sansevero che detta la “via” all’uomo, c’è una scultura di gran significato (come tutte le presenti) che accompagna il più celebre “Cristo velato”. È il magnifico Disinganno del Queirolo, in cui un uomo (il padre del principe Raimondo) si libera da una rete che rappresenta l’inganno delle perdizioni, dei piaceri e delle passioni mondane, avvertendo l’osservatore sulla principale insidia dell’esistenza umana: la finzione!

Ora i più scalmanati cosa faranno? Andranno a Roma il 20 Maggio a farsi giustizia sommaria cadendo magari in un nuovo tranello? Se questo è il clima, meglio non andarci. Solo l’intelletto può frenare la nostra cecità e le nostre pulsioni tribali, può sbarrarci gli occhi e dirci che siamo tutti vittime della passione calcio, e su questo non c’è alcun dubbio. Ma non per questo dobbiamo evitare di denunciare. Denunciare la nostra consapevolezza di essere schiavi e denunciare che siamo oggetto di uno scontro sociale che qualcuno vuole che perduri in questo paese. E all’indirizzo di Tosel e di chi sta sopra di lui spingiamo il messaggio di un altro amico, Simone Schettino, vittima anch’egli della passione calcistica ma non a tal punto da anteporre il tifo alla sua identità e al suo intelletto. Per lui, come per chi scrive, il rispetto per un’intera comunità è la prima cosa, calcio o non calcio. E non è più ammissibile che tanto orgoglio lo si metta solo ed esclusivamente nelle questioni che riguardano la squadra che porta il nome della città e i colori della sua grande storia. Continuare a inalberarsi e sentirsi napoletani solo quando c’è una palla di mezzo per poi maltrattare la propria città significa avere in tasca un’unica tessera, non quella del tifoso ma quella del vittimista.

indirizzi utili:
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Fabio Fazio e le “contraddizioni” di Maroni

Fabio Fazio e le “contraddizioni” di Maroni

Polemiche leghiste sulle parole di Saviano circa gli affari delle mafie al nord (e sai la novita?). Maroni definisce lo “show” dello scrittore diffamatorio della comunità lombarda.

Ha ragione MARONI o SAVIANO? Esercizio sterile e inutile.

Meglio sfruttare lo spunto per analizzare la figura di FABIO FAZIO che nelle sue trasmissioni (di confronto) non sa rispondere ai suoi interlocutori e, come nel caso vergognoso “BOCCA CONTRO NAPOLI”, lascia che dicano ogni idiozia senza contraddittorio alcuno.

Nel video allegato (in basso) che si riferisce alla puntata di “Che tempo che fa” del 17 Gennaio 2010, il Ministro MARONI, a 00:58:10, dice: “Per me il violento è violento a prescindere. Se ci fosse un leghista preso a fare un atto di violenza ovviamente per me vale esattamente come un qualsiasi altro criminale”.

Maroni era già stato condannato per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale per aver morso il polpaccio di un agente di Polizia.
In sostanza, MARONI SI DEFINISCE CRIMINALE DA SOLO, ma Fazio non sa ravvisarglielo.

E sempre MARONI, a 00:59:10, commenta la sua dichiarazione: “Laddove in uno stadio si ascolti un coro razzista o di quel tipo, si chiude la partita”. E dice: ” si, è difficile distinguere il razzismo dallo sfottò, ma bisogna dare segnali forti in ogni caso. Appena si sente un accenno di coro dubbio, bisogna intervenire”.
Tolleranza zero per Maroni, eppure si continua a sentire in ogni stadio il coro “Vesuvio lavali col fuoco”. E nessuno dice nulla (neanche il Napoletano e Capitano del Napoli Paolo Cannavaro).

Bocca, Maroni, Marchionne… etc.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-10287402-70c3-47fc-a9a9-84d728377ec0.html?p=2