Italia, ammore e malavita

 

Angelo Forgione Discutibili riflessioni su Napoli, Sicilia e Calabria di Daniele Piervincenzi dopo il pestaggio subito a Roma, anch’egli spiazzato dal fatto che la protervia mafiosa non appartenga solo al Mezzogiorno. La vicenda ha fatto emergere un problema di ignoranza e pregiudizio che ha profonde radici storiche. Il filtro distorto del Positivismo di fine Ottocento ha fatto supporre che solo al Sud sarebbero potute nascere e pascere le mafie, e dove se no? Se però riavvolgiamo il nastro del tempo scopriamo che il fare delinquenziale in Italia esplode enormemente nella stagione spagnola del Cinquecento, capace di lasciare evidenti segni nei territori italici conquistati, a Sud come a Nord, a Napoli come a Milano, accomunate da un vincolo di sottomissione alla corona di Spagna, tra controllo delle masse da parte dei governi ispanici, imposizione di pagamenti di gabelle inique e crescita di movimenti popolari protestanti. Basta leggere ‘I Promessi Sposi’ di Alessandro Manzoni per capire che quella Milano era violenta, molto violenta. Quella Milano sostituì il diritto con i Don Rodrigo e gli Azzecca-garbugli, e ai soprusi dei suoi nobili si trovava soluzione solo facendo ricorso alla protezione di altri nobili più potenti, che sguinzagliavano i Bravi, il loro braccio armato e prepotente. Contestualmente, a Napoli prese piede l’Organizzazione Segreta dell’Ordine per la tutela degli interessi della plebe, manovrata dai Compagnoni, arroganti malavitosi che replicavano i modi dei soldati e dei nobili spagnoli, secondo le regole della Garduña española, una confraternita criminale di cavalieri fondata a Siviglia e completamente votata al crimine. Insomma, niente Stato a Sud e niente Stato a Nord, e tutti iniziarono ad arrangiarsi come potevano. Non che nei territori pontifici andasse tanto meglio. A Roma, Caravaggio, già rissoso giovane a Milano, uccise il ternano Ranuccio Tommasoni, prepotente capo di una banda malavitosa di Campo Marzio.
Le cose, evidentemente, procedevano di pari passo, ma poi, nella prima metà dell’Ottocento, nacquero le mafie meridionali, in due città ricche come Napoli e Palermo, in piena degenerazione carbonara, come società segrete paramassoniche dedite al crimine e rispondenti alle logge inglesi, interessate a destabilizzare il Regno delle Due Sicilie. Queste, dopo aver contribuito a cancellare il pericoloso e nemico regno borbonico, si imposero nel sud del Regno dell’Italia unita, là dove lo Stato era meno presente, e dove la povertà iniziava ad essere maggiore che al Nord. Fu lasciata ad esse la gestione dell’economia di quei territori depressi, per i quali iniziarono a rappresentare veri e propri ammortizzatori sociali, ancor più nel dopoguerra, quando rialzarono la testa dopo la repressione fascista. Ma un cancro è un cancro, e non conosce confini. Un cancro si allarga, crea metastasi, e si estende oltre. Negli anni Sessanta le mafie sono approdate al Nord, nel territorio più ricco, alla ricerca di affari più remunerativi. Ora che la situazione è completamente sfuggita di mano, con chi ce la vogliamo prendere?

Roma Capat Mundi, capitale mafiosa di un paese mafioso

Angelo Forgione Roma si scopre nuovamente capitale mafiosa. Tra il matrimonio dei Casamonica e la testata di Roberto Spada la finzione di Suburra e poca narrazione di un problema concreto della capitale d’Italia, una città di attività terziarie in cui gli affari più lucrosi si fanno attraverso l’acquisizione e il controllo dei servizi e l’infiltrazione sistematica nei settori economici e commerciali, nei servizi pubblici, e dunque negli appalti pubblici. Ostia, nello specifico, è inquinata dal traffico di stupefacenti, dalle attività di usura ed estorsione, e soprattutto dal controllo di numerose attività commerciali e dalla gestione degli stabilimenti balneari sul litorale, dove i muri abusivi impediscono l’accesso alle spiagge pubbliche. Le organizzazioni criminali della Capitale si avvalgono del legame con alcuni personaggi dell’estrema destra romana, capaci di sfoderare inaudita violenza. Le vittime si aspettano il peggio in Sicilia, in Calabria, in Campania, e invece finiscono per scoprirlo dove non se l’aspettano. Più della testa di Roberto Spada, a colpire è la protervia esibita dallo stesso davanti le telecamere, dopo aver dissimulato con apparente tranquillità. Ed è proprio questa l’immagine simbolo del potere che comanda il Paese. Quantunque il ministro Minniti, dopo l’arresto di Spada, si sia affrettato a dire che lo Stato c’è, da Cosa Nostra alla Ndrangheta, dalla Sacra Corona Unita alle mafie foggiane, dalla Camorra a Mafia Capitale, il fenomeno mafioso si estende da Sud a Nord, dalla Sicilia a Milano, Torino, Genova e Bologna, con infiltrazioni nel mondo della politica e degli affari. Al Nord il fenomeno sembra meno gravoso semplicemente perché è più silenzioso. Lì, diversamente che al Sud, gli strumenti utilizzati sono prevalentemente la corruzione, il condizionamento delle istituzioni e lo scambio elettorale.
E casomai sfugga, visto che sfugge che le mafie sono ben oltre il Garigliano, sono roba concreta i collegamenti tra le organizzazioni autoctone e i terroristi, che dalla camorra ricevono documenti falsi per entrare in Europa e che con Cosa Nostra organizzano il contrabbando di petrolio nel Continente per finanziarsi; e poi con la criminalità cinese, con quella rumena e coi gruppi criminali di matrice nigeriana.
Questa è la fotografia di un Paese nato sul patto scellerato tra i padri della patria e i malavitosi meridionali per conquistare il Sud e farne colonia interna, e repubblicanizzato sul patto con le mafie, sdoganando definitivamente la malavita organizzata. Forse qualcuno credeva che il cancro sarebbe rimasto circoscritto alla colonia, e ha fatto male i calcoli.

Cambiano gli stereotipi ma Napoli continua ad attrarre. Che città trovano i turisti?

Quelli di Napoli da Vivere mi hanno chiesto di Napoli a tutto tondo. Ecco riportata l’intervista di Marco Palmieri.

Ha il dna Napoletano, profondo conoscitore e studioso della storia e cultura Partenopea da quando i primi esseri umani arrivarono nella Baia di Napoli. Proviamo a scoprire la passione e l’amore per questa città di Angelo Forgione, giornalista, scrittore e saggista. Buona lettura!

Quali sono i ricordi della tua infanzia? Ovviamente molto vaghi, ma ho avuto la grande fortuna di essere l’ultimo di cinque figli, e di vivere quindi i primi anni della mia vita in una famiglia numerosa, il che significa che almeno i racconti non mi mancano.

Cosa sognavi di fare da grande? Ricordo che mi piaceva giocare con gli sterzi, quelli finti e quelli veri. Mi facevo realizzare plance su tavole di legno dai miei fratelli maggiori e immaginavo di essere alla guida di qualche vettura. Mio padre mi faceva sterzare sulle sue gambe nel cortile condominiale. Credo di aver sognato di diventare un autista o un pilota.

Cosa ti appassiona di più del tuo lavoro? Della scrittura mi appassiona la ricerca, l’approfondimento degli eventi del passato non vissuti, cosa che mi consente di comprenderli e di conoscere le motivazioni che li hanno originati. La storia è scienza, e necessita di continua e rigorosa indagine. A me interessa operare da ricercatore storico per chiarire il presente e stimolare il miglioramento del futuro. 

Quali sono le tue fatiche letterarie, di cosa trattano? Tre saggi, scritti in sei anni di duro lavoro, due per ognuno.

Made in Naples, pubblicato nella primavera del 2013, con sottotitolo Come Napoli ha civilizzato l’Europa (e come continua a farlo) e con prefazione dell’italianista francese Jean-Noël Schifano, che l’ha definito “la bibbia dei napoletani”. Un libro in cui sono andato ben al di là dei riconosciuti e ormai conosciuti primati storici partenopei per aggiungerne di nuovi e davvero insospettabili. Immediatamente segnalato tra i più interessanti lavori di rivisitazione della cultura napoletana, si è consolidato nel tempo sia per la validità di ricerca storica che per i dati di vendita. Nelle librerie di Napoli e provincia è di quelli immancabili negli scaffali di storia e cultura locale, e del resto basta digitare su Google “i migliori libri su Napoli” e trovarlo ormai in vista tra i classici di sempre.
Nella primavera del 2015 ho partorito Dov’è la Vittoria, sottotitolo Le due Italie nel pallone (aspetti sportivi della malaunità politico-economica), con prefazione del compianto Oliviero Beha, nel quale ho raccontato la storia del calcio italiano e inquadrato l’origine del divario delle performance sportive tra club del Nord e del Sud nella creazione della Questione meridionale. Perché il nostro calcio è specchio della situazione storico-politica, e ho voluto raccontare come il movimento sportivo del nascente “triangolo industriale” si sia appropriato di questo sport e abbia ghettizzato il resto del Paese finché non è intervenuto il nazionalismo fascista. Eloquente un passaggio della prefazione di Beha, uno che difficilmente metteva la sua firma su un lavoro altrui, e lo faceva solo quando condivideva appieno: “Ma lo ‘screanzato’ Forgione ha fatto benissimo a osare. È un libro che ha diritto di cittadinanza tra quelli che finora raramente sono stati capaci di intrecciare il Calcio con la società che lo contiene e di cui è espressione macroscopica”.
Ed eccoci all’estate 2017, con Napoli Capitale Morale, sottotitolo Dal Vesuvio a Milano – storia di un ribaltamento nazionale tra Politica, Massoneria e Chiesa, un lavoro in cui ho messo in parallelo e in relazione le storie di Napoli e di Milano dal Rinascimento a oggi, per fare luce completa sulle vicende all’origine della Questione meridionale e le ragioni delle differenti velocità tra Nord e Sud dell’Italia di oggi. Pure questo saggio, per l’attenta e dettagliata descrizione degli eventi e per i nuovi argomenti proposti, si è reso subito protagonista tra le letture di quest’estate e anche per esso vale la ricerca dei migliori libri su Google, che si digiti Napoli ma anche Milano.

Insomma, tre lavori molto apprezzati, come dimostrano le tante valutazioni, tutte a cinque stelle, dei clienti Amazon, cosa che, oltre a gratificarmi, mi stimola a continuare nel metodo di lavoro adottato sei anni fa.

Quando presenti i tuoi libri che differenze trovi tra Nord e Sud? Nessuna. Chi propone argomenti di interesse e stimoli culturali è sempre ben accolto, a prescindere da quel che può essere il punto “geografico” di vista. Chi si reca a una presentazione di un libro è già incuriosito del tema o dal titolo. L’importante è modulare la discussione in base al pubblico che si ha di fronte, ma ciò che davvero è fondamentale è coinvolgere e sorprendere. Qualche giorno fa, per esempio, a La Feltrinelli di Napoli, presentando l’ultimo mio lavoro a un pubblico evidentemente locale, ho parlato molto più di Napoli che di Milano, ma alla fine si sono avvicinati dei turisti milanesi che erano entrati casualmente in libreria e, attratti dal titolo del mio libro, avevano deciso di sottrarre tempo alla loro passeggiata per curiosare in sala. Sono rimasti fino al termine, avvicinandosi con libro alla mano per ringraziarmi e congratularsi. La cultura, se è presentata con serietà, vince sempre, anche se ha dei connotati apparentemente territoriali. Ecco perché dico che sono prevenuti tutti coloro che provano ad attaccare al meridionalismo intellettuale, che è scienza seria, l’etichetta di leghismo rovesciato.

Cosa puoi dirci sull’informazione di oggi riguardo a Napoli? È guasta, perché è interessata alle sue ombre e snobba le sue luci. L’elemento principale della narrazione attuale è la criminalità organizzata, che occulta i valori positivi dietro l’immagine imposta del male. Quella del bene è sempre più oscurata dalla propaganda di insistenti filoni giornalistici, letterari e cinematografici che non propongono speranza ma solo dannazione. L’immensa cultura di Napoli non è un dato diffuso e la Città non è neanche percepita unanimemente come una capitale di Cultura quale è, eppure è uno scrigno pieno di un ricchissimo patrimonio ed è ancora oggi la città più viva sotto il profilo artistico dello Stivale. Il problema è che, come dimostra la recente Mostra del Cinema di Venezia, le qualità degli artisti napoletani sono valorizzate ed evidenziate quando si prestano a una narrazione che non valorizza davvero la città ma la inchioda all’immagine della maledizione. I protagonisti si sforzano di dire che Napoli non è solo camorra, ma poi accade che un giornalista del quotidiano britannico The Sun inserisca Napoli tra le 11 città più pericolose del mondo solo perché suggestionato dalla lettura de La Paranza dei bambini di Saviano, salvo poi depennarla dalla lista una volta rimproverato di aver usato questo elemento di giudizio. Il problema, evidentemente, è ampio e non riguarda la sola informazione, e viene da molto lontano. Nel secondo Ottocento, mentre nascevano l’espressione “Questione meridionale” e il “triangolo industriale” Milano-Torino-Genova, fu diffusa tra le masse popolari Nord-Italia una presunta diversità antropologica di Napoli e del Mezzogiorno in genere, ad opera della scuola criminale del Positivismo, che caricò l’analisi di enormi pregiudizi. La guerra, poi, ha inginocchiato la città e ha fatto incancrenire la povertà, l’emigrazione e la malavita. Ora siamo di fronte a una mutazione degli stereotipi e della retorica, passati dal più innocente “pizza e mandolino”, che peraltro ha vilipeso due simboli di grande dignità, al più eclatante “gomorra e boss delle cerimonie”. 

Perché sui social Napoli è spesso usata per fare audience? Non solo sui social. La retorica su Napoli, a base di camorra che strizza l’occhio a tutto il mondo, fa vendere libri, crea interesse su serie-tv e film, ma è anche utile per scrivere titoloni sui giornali per venderli, e per alimentare dibattiti e talk-show televisivi che fanno crescere l’auditel. Nel mondo moderno, in cui non conta la realtà ma la percezione che se ne ha, la dimensione della devianza di Napoli è amplificata dal condizionamento dei mezzi di comunicazione di massa, ed è falsata da una narrazione pregna di significati deteriori che non si riscontra per altri luoghi. L’opinione pubblica è educata a quest’immagine, ha una percezione sbagliata, e gli utenti dei social, che amano sfogare le proprie repressioni e i propri istinti bassi dietro una tastiera, alimentano il pregiudizio e l’odio di cui si nutrono. La verità è che Napoli è la città più espressiva d’Italia, nel bene e nel male, ed è quindi una sorta di brand riconosciuto di cui tutti cercano di sfruttare l’immagine senza pagarle i diritti. 

Come ti spieghi che il turismo a Napoli è in crescita? È una questione contingente derivante dallo spostamento dei flussi turistici in Europa e nel mondo dettato dal terrorismo e non dipende da chissà quale strategia napoletana. Del resto ce l’ho fatto capire qualche mese fa lo spagnolo Josep Ejarque di FourTourism, esperto di management turistico, incaricato dal Comune di Napoli di dirigere un comitato tecnico per la redazione di un piano strategico del turismodicendo pubblicamente che «San Gennaro ha mandato i turisti a Napoli anche se non è stato fatto niente per attrarli». Ora, però, bisogna seriamente darsi da fare per incrementarli, per fare in modo che tornino e che siano nostri sponsor a casa loro, e non possiamo certo riuscirci finché presenteremo una Napoli sporca, degradata, inefficiente, perennemente cantierizzata e coi monumenti e gli edifici storici che cadono a pezzi e restano pure al buio di notte. Guardate le condizioni delle facciate del Real Teatro di San Carlo e della Galleria Umberto I, una vergogna che fa arrossire, soprattutto confrontando ad esse il teatro alla Scala e la Galleria Vittorio Emanuele II di Milano. E nessuno si indigna! Oggi Napoli offre l’esperienza della napoletanità, che è un’esperienza unica e non standardizzata di vita gioiosa e buon umore, e piace tantissimo per questo, ma pesa negativamente sul buon giudizio finale la sua connotazione di città dall’aspetto decadente, dall’anarchia imperante e dall’inciviltà strisciante. Fatevi un salto su qualche scogliera di Posillipo o Mergellina e troverete di tutto. Fatevi un giro a San Martino il sabato sera, e troverete i resti del selvaggio bivacco. Oppure una passeggiata serale a via Toledo o via Chiaja, tra scatoloni e rifiuti di ogni sorta. Manca un vero governo della città. Manca un’idea di città. E mancano l’amore per la storia e per i luoghi, l’educazione e un civismo diffuso a ogni livello, e così offriamo la preziosa ma offesa Napoli ai turisti, i quali sanno misurare la distanza tra narrazione e realtà napoletana ma non per questo chiudono gli occhi come facciamo noi.

Cosa è per te la Napoletanità? È un’identità che si manifesta in molteplici forme, la più espressiva e antica che ci sia in Italia, dai tempi di Neapolis greco-romana, che già allora, col Foedus Neapolitanum, impose le sue tradizioni ellenistiche e la sua lingua greca a Roma latina. Volete che vi dimostri come tutto questo sia ancora vivo dopo duemila anni? Pensate alle corna, che i greci ci insegnarono essere simbolo di potenza, e chiedetevi perché per i napoletani una persona con una marcia in più tene ‘e ccorna!, mentre per gli italiani il cornuto è una persona senza dignità, ossia ‘o scurnacchiato napoletano. Ora capirete perché una grande vergogna, a Napoli, si definisce scuorno, l’atto di perdere le corna. Napoli si porta dietro i suoi millenni di storia stratificata, in moltissimi campi, stando a contatto con diversi popoli, ed è per questo che la canzone napoletana, la cucina napoletana, la sartoria napoletana, il teatro napoletano e altri sostantivi declinati alla napoletana sono vincenti nel mondo. Il problema è che la napoletanità è spesso confusa con la napoletaneria, che è l’esaltazione della sottocultura, della volgarità e della sciatteria di certi autocompiacenti napoletani ignoranti. È anche da questi che bisogna difendersi, perché certi napoletani, sia della città che della provincia, questa città la sporcano, la rendono plebea e randagia, a tratti invivibile.

L’orgoglio di essere Napoletano che vuol dire per te? Conoscere davvero quello che Napoli ha rappresentato e rappresenta per la Cultura occidentale, ovvero un faro, una volta abbagliante e oggi meno vistoso ma sempre acceso.

Come reagisci agli stereotipi su Napoli? Non mi scompongo. Ho gli strumenti e la conoscenza per azzittire gli ignoranti. Perché tali sono coloro che giudicano senza sapere.

Come dovrebbe reagire un Napoletano? Con la conoscenza, appunto, e quindi leggendo e approfondendo. Purtroppo non sono abbastanza quelli che lo fanno. I napoletani leggono poco, purtroppo, e c’è una grande ignoranza di fondo in giro. Non è certo per caso che i monumenti vengano imbrattati e le strade sporcate. 

Quali errori non deve commettere Napoli? Chiudersi e considerarsi portatrice di una cultura che non ha bisogno di confronto. Dico sempre a tutti che Napoli è stata faro abbagliante quando si è aperta al mondo e ha allacciato rapporti culturali e diplomatici con le maggiori città d’Europa e anche oltre. Una città chiusa in se stessa è una città che non cresce, e oggi Napoli non cresce. Quantomeno, se i napoletani riuscissero a capire le altre realtà, capirebbero anche in cosa sbagliano. Purtroppo siamo calati in un nuovo “rinascimento napoletano” che non tarderà a lasciare tutti nuovamente delusi.

Come si può esportare la “Napoli da Vivere” nel mondo? Bisogna raggiungere il mondo con informazioni della “Napoli da Vivere”. I social stanno dando una grande mano, ma bisogna attivare le strategie di marketing territoriale e andarsi a prendere la fiducia della gente. Vi faccio un esempio: a Napoli vediamo manifesti pubblicitari della Reggia di Venaria Reale con la campagna pubblicitaria “Fatevi la Corte”. Esiste una campagna pubblicitaria della Reggia di Caserta a Torino? Abbiamo sempre bisogno di dire al mondo quanto siamo belli.

Fatti una domanda e datti una risposta… Al netto delle difficoltà economiche e territoriali che vive, Napoli sta facendo quel che può per rilanciare l’immagine del suo centro storico? La risposta è no! 

Chi ci ha guadagnato dalla cessione di Higuain e perché? Certamente il Napoli, mettendo in cassa 90 milioni e trovando in casa un Mertens altrettanto efficace in area di rigore.

Ultima domanda, quale suggerimento daresti a De Laurentiis? Aurelio, datti da fare per uno stadio di proprietà. Senza quello, la crescita ha pochi e insufficienti margini.

Il Saviano in salsa giacobina che nasconde i tradimenti

Angelo Forgione Roberto Saviano ci ha raccontato in Sanghenapule (con Mimmo Borrelli) di un San Gennaro laico e giacobino, quello della Repubblica partenopea, ripudiato da una Napoli che odia chi, a suo dire, professa la verità, una Napoli stracciona e feroce, quella dell’esercito sanfedista “che sembra l’Isis”. Quanti passaggi mancano in questo racconto teatrale del 1799 così tagliente? Direi pochi, ma davvero fondamentali.
Il massone Gaetano Filangieri fu davvero il giurista universale che tutto il mondo riformista occidentale lesse con ammirazione, quello che Napoleone definì “il maestro di tutti noi”, del cui pensiero fu forte l’influsso sui “fratelli” francesi e pure su quelli americani, che sul suo “diritto alla felicità” stesero la propria costituzione. Filangieri fu davvero il riformatore che nel dicembre del 1782 scrisse al “fratello” americano Benjamin Franklin di sognare di trasferirsi in America, ma è lo stesso uomo che nel febbraio del 1786 ospitò nella sua abitazione in largo Arianello ai Tribunali il “fratello” tedesco Goethe, il quale annotò nei suoi appunti di viaggio che “il cavalier Filangieri è profondamente rispettoso del suo re (Ferdinando) e del reame, benché non approvi tutto quel che vi accade”. E da quel re, di lì a poco, il noto giurista ottenne la nomina di membro del Supremo Consiglio delle Finanze… re al quale, insieme al “fratello” Antonio Planelli, stava offrendo la sua opera per la stesura dello Statuto di San Leucio, che avrebbe visto la promulgazione nel novembre del 1789 e avrebbe rappresentato il punto di origine della società industriale, ma basata su un corretto sviluppo sociale, e l’inizio di una decennale esperienza sociale di significato universale sulla collina casertana, dove Ferdinando e Carolina avrebbero di fatto convissuto coi coloni sperimentando l’uguaglianza sociale e di genere, nuovi diritti e nuovi doveri. Insomma, il massone Filangieri collaborava col Borbone, come aveva fatto anche il non massone Antonio Genovesi, e il governo borbonico pre-rivoluzioni non si stava sclerotizzando ma, al contrario, provava a reagire alla sclerosi dei latifondisti e della Chiesa, producendo importanti esempi progressisti ispirati proprio dai grandi riformatori.
“I riformisti napoletani creano nuove idee per governare”, dice Roberto Saviano, ed è vero. Ma lo fecero inizialmente in modo legittimista, a braccetto con la monarchia. Erano tutti a corte, e non erano tutti giuristi ma svolgono le professioni più disparate, come il medico personale della Regina, Domenico Cirillo, e la bibliotecaria della Regina, Eleonora de Fonseca Pimentel. E però la volontà della Massoneria napoletana del secondo Settecento di migliorare il governo borbonico divenne stranamente volontà di governare. Stranamente, sì, perché manca alla narrazione di Saviano il concretizzarsi di questa mutazione. Manca il motivo di quello che fu un tradimento esiziale.
La collaborazione e la modernizzazione si incrinarono per i favoritismi della regina Maria Carolina, inizialmente offerti a Francesco d’Aquino, gran calibro tra gli iniziati napoletani, ma poi indirizzati al britannico John Acton, chiamato a Napoli nell’estate del 1778 per riordinare la deficitaria Real Marina. La presenza a corte dello staniero, sempre più ingombrante, generò malumore, e ne approfittò con grande opportunismo un uomo deputato ad amplificare i dissidi. Si trattava del teologo luterano Friederich Münter, massone danese di origine tedesca, personaggio mai menzionato nei libri di storia e tantomeno da Saviano, nonostante la decisiva influenza che ebbe sugli intellettuali napoletani del tempo. Apparteneva all’Ordine degli Illuminati di Baviera, una società occulta, paramassonica e filo-rivoluzionaria, promotrice di un vasto piano eversivo internazionale finalizzato a rovesciare i governi monarchici e le religioni, con l’obiettivo di instaurare un nuovo ordine politico. Münter fu incaricato di viaggiare tra il Regno di Napoli e la Sicilia, in veste di vero e proprio agente segreto in missione per il reclutamento dei massoni del sud della Penisola da rivoltare contro i loro sovrani, e una volta giunto a Napoli, nel settembre del 1785, incontrò diverse personalità vicine alla corte, tra cui Gaetano Filangieri e Francesco Mario Pagano, ma anche Domenico Cirillo ed Eleonora de Fonseca Pimentel. Approfittando dei malumori sorti per il declassamento del d’Aquino, il teologo straniero esortò tutti a coinvolgere altri Fratelli partenopei nell’istituzione di un ramo locale degli Illuminati di Baviera, e riuscì a convincerli a fondare ‘La Philantropia’, il primo nucleo di illuminatismo napoletano, una loggia eversiva filo-bavarese che, dal giugno del 1786, iniziò a seminare le idee repubblicane a Napoli.
Gli Illuminati puntavano ai grandi calibri internazionali, e Münter, a Napoli, lavorò per sobillare soprattutto Gaetano Filangieri, il faro dell’Illuminismo napoletano apprezzato dall’intero mondo occidentale, senza però riuscire a rivoltarlo contro la monarchia borbonica. Il danese rientrò a Copenaghen nel luglio del 1787 e da lì continuò ad auspicare una nuova riforma massonica partenopea, proseguendo a scambiare lettere con Filangieri e i napolitani. Il gran giurista morì nel luglio del 1788, con funerali prima cristiani e poi massonici, ma “profondamente rispettoso del suo re e del reame”, come scrisse Goethe, anche lui vicino all’illuminatismo di Baviera. Ma l’azione di Münter al Sud diede comunque una più decisa impronta politico-eversiva alla Massoneria napoletana. Molti di coloro che aderirono alla loggia partenopea degli Illuminati erano stati a stretto contatto con Maria Carolina, compreso l’abate vibonese Antonio Jeròcades, massone e sostenitore della Regina prima di entrare in stretto contatto con Münter e di iniziare a diffondere gli ideali anti-borbonici.
Proprio nel momento in cui s’innescavano le prime avvisaglie della Rivoluzione Francese, l’ostilità dei massoni verso la monarchia borbonica crebbe in modo evidente, e poco bastò all’austriaca per accorgersi che i suoi collaboratori della prima ora costituivano ormai una seria minaccia. Una volta avvedutasi delle nuove tendenze politiche degli uomini a lei vicina, la viennese mutò il suo atteggiamento e spinse Ferdinando ad opporvisi con un editto anti-massonico con cui furono chiuse di fatto le porte ai traditori di corte. Le logge napoletane si trasformarono allora in centri clandestini di aggregazione segreta per uomini prontissimi ad abbracciare i principi politici del Giacobinismo rivoluzionario francese e a mettersi in corrispondenza con le società patriottiche di Francia. Antonio Jeròcades, insieme allo scienziato Carlo Lauberg, fondò nel 1793 la Società Patriottica Napoletana, il primo club giacobino della Penisola, di chiara ispirazione filo-francese e di netto orientamento repubblicano. Il movimento partenopeo aprì nel 1794 la fase italiana del giacobinismo insurrezionale, ma venne scoperto e represso duramente con tre condanne a morte. Crebbero in Maria Carolina timori e risentimenti, e la frattura tra monarchia ed élite intellettuale si indirizzò agli eventi del 1799, allorché l’arrivo delle terribili milizie parigine portò massacro per migliaia di uomini del popolo e costrinse Ferdinando e Maria Carolina a mettersi in salvo a Palermo. Circa cinque mesi di governo repubblicano slegato dal basso ceto e dall’identità locale, intento a far calare dall’alto un modello esterofilo, non produssero alcuna riforma, e furono interrotti dalla fine della protezione militare francese ai giacobini napoletani, garantita finché possibile dalle scorribande napoleoniche in Alta Italia. Con la riconquista della città da parte dei sanfedisti guidati dal cardinale Ruffo, la resa dei conti fu repentina e violenta: centodiciannove repubblicani giacobini furono giustiziati, mentre ai graziati furono inflitte detenzioni ed esili.
Indubbiamente, parte della rappresentanza della migliore classe intellettuale partenopea fu spazzata via, ma non si trattò di totale azzeramento. Tanti furono gli uomini graziati che si recarono in altre città settentrionali ed estere, alcuni dei quali tennero in vita un sostrato massonico che si rigenerò all’indomani della riconquista italiana di Napoleone, quando molti esuli napoletani rientrarono con il loro carico di odio più o meno latente verso i Borbone, pronti a far crollare il restaurato ma sempre pericolante Regno delle Due Sicilie.
Friederich Münter morì nel 1830, in pieno vento carbonaro. L’intera corrispondenza tra il teologo danese e i massoni del Sud Italia, sostenuta dal 1786 al 1820, è conservato negli archivi bibliotecari del Grande Oriente d’Italia, testimone di una mutazione genetica e ideologica della Massoneria napoletana, delle cui origini cristiane e legittimiste e dei cui scopi di miglioramento dell’uomo, e non del governo, resta solo quel fantastico testamento di pietra che è la Cappella di Sansevero nel cuore di Neapolis.
Certi particolari il Saviano in salsa giacobina non li ha narrati, ma sicuramente li conosce.
(per approfondimenti: Napoli Capitale Morale)

Un congresso per la cultura di Napoli a Capodimonte

Sarà certamente un appuntamento interessante quello previsto per sabato 8 aprile alla Reggia di Capodimonte. Con ingresso libero, presso l’auditorium del Museo, dalle ore 10:00, si terrà un “Congresso culturale meridionalista” a più voci, per analizzare le prospettive della storia, della cultura e dell’identità napoletana. Il dibattito, promosso dall’Associazione Compagnia dell’Aquila Bianca, impegnata nell’organizzazione di rievocazioni storiche e di eventi di valorizzazione dei luoghi del nostro patrimonio culturale, in collaborazione coi due maggiori Musei statali di Napoli e con l’Assessorato alla Cultura e Turismo del Comune di Napoli, sarà finalizzato allo sviluppo turistico ed economico del territorio e all’ottimizzazione delle sue peculiarità.
Dopo il saluto del padrone di casa, il direttore del Museo di Capodimonte Sylvain Bellenger, la giornalista Simona Buonaura modererà il dibattito affidaro a: Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico Nazionale di Napoli; Gigi di Fiore, giornalista e scrittore; Roberto Cinquegrana, presidente della Real Cavallerizza di Napoli; Angelo Forgione, scrittore e giornalista pubblicista, e Vincenzo Laneri, responsabile rapporti istituzionali Aquila Bianca.
Sono attesi inoltre esponenti delle istituzioni e dell’informazione con i quali ci sarà un dialogo diretto affinché si possano indirizzare gli argomenti affrontati verso una concretizzazione. Sarà inoltre presentata ufficialmente la poesia “Io sono Napoletano” di Raffaele Moccia, letta dall’attore Patrizio Rispo.

Tra speranza e dannazione, perché Roberto Saviano divide

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Angelo Forgione “La camorra e rinnegati non hanno nazionalità. Napoli ha bisogno d’amore, non di fango!!! Napoli nazione”. È il messaggio impresso su uno striscione dedicato a Roberto Saviano, a Napoli per presentare il suo La paranza dei bambini (Feltrinelli) tra centinaia di fan al rione Sanità. Messaggio chiaro. Lui, simbolo dei rinnegati, che nulla avrebbe di napoletano, come gli uomini del crimine. Dunque, lo scrittore di camorra come i camorristi, colpevoli di infangare Napoli e ammantarla d’odio. Forte affondo di stampo indipendentista, che Saviano ha commentato da facebook così:

Questo striscione campeggia a Napoli abbarbicato sul ponte della Sanità. Questo striscione lo ha messo lì chi odia Napoli. Perché fango non è raccontare, fango è uccidere, spaventare, terrorizzare, togliere speranza e azzerare ogni futuro possibile.

Accusa rispedita ai mittenti. Per Saviano sono i suoi contestatori a odiare Napoli.
L’autore del best-seller Gomorra gode di grandissimi apprezzamenti ma è anche vero che si sta allargando una schiera di chi, ad ogni sua uscita, soffre di fortissimi dolori di pancia. Il dibattito è delicato, delicatissimo, quantunque la semplificazione dello scenario riduca tutto alla disopprovazione dei sui libri e dei suoi temi, che raccontano al mondo del torbido sostrato della malavita campana. Non è questo il punto sul quale si è annodato lo scontro. La denuncia del Male è esercizio giusto, giustissimo, e il successo di Saviano, del resto, è nato proprio su questa. Gomorra ha il gran merito di aver reso letteratura fruibile ciò che i cronisti hanno precedentemente raccontato qua e là nel corso di tanti anni, di portare l’inchiesta in trincea sui comodini e di accendere i riflettori su un mondo conosciuto ma al tempo stesso indecifrabile. E ha acceso la speranza di poterlo combattere attraverso una più ampia condanna, una coscienza ben più diffusa. Era in realtà una falsa speranza, perché non sono i lettori sparsi nel mondo ad avere il potere di combattere la micro e macro criminalità italiana o a potervisi opporre, pur con tutto lo sdegno possibile. Dei mali bisogna parlare affinché si risolvano, e non era imputabile a Saviano – nessuno lo fece quando Gomorra sbancò in libreria – di gettare fango su Napoli, Caserta e la Campania tutta. Ma la lotta alla camorra non sembra aver fatto passi avanti dal 2006, anno di pubblicazione del romanzo, e sono anzi spuntati nuovi inquietanti fenomeni. Competeva e compete al cosiddetto Stato, ed è questo, solo questo, artefice di prospettive di soluzione, ammesso che vi sia la volontà di aprirle. È proprio così che Saviano, napoletano contro il Male di Napoli, con Gomorra sotto il braccio e sotto scorta, da solo a “lottare” contro il grande crimine, è diventato simbolo della lotta alla camorra, e la percezione del suo eroismo è cresciuta proporzionalmente all’incapacità dello Stato di estirpare un cancro nativo della Nazione, non di Napoli.
Dopo i libri e la speranza accesa, sono spuntati discutibilissimi film e ben confezionate serie-tivù. Alle varie stagioni televisive di Gomorra è in procinto di accodarsi anche la produzione di Zero Zero Zero, e non è difficile preconizzare un futuro in video per il fresco di stampa La paranza dei bambini. Tutto con incarichi di supervisione e diritti di autore. E nel frattempo hanno preso il sopravvento i consigli degli editori, che ormai sparano ben in vista il nome Saviano in copertina, a sovrastare i titoli dei suoi libri, ben consapevoli che di un autore-simbolo si venda il nome prima di ciò che scrive. È proprio con l’eccessiva spettacolarizzazione del Male che la denuncia di Saviano ha iniziato a perdere parte dei consensi. Non si tratta di idiosincrasia ai temi dei suoi libri ma di sdegno per il lucro su tutta l’industria che vi si è creata attorno, deteriorando oltremodo l’immagine di Napoli.
La reazione è umana. Traendo in diversi un grasso vantaggio dalla spettacolarizzazione del Male, la denuncia di Saviano sta perdendo forza persuasiva, e gli si imputa di non voler cambiare le cose, perché non converrebbe a molti. Lo scrittore, al contrario, continua a dare la rassicurante sensazione di voler accendere una luce, costi quel che costi, ma il suo nuovo libro è ancor più cupo, privo di speranza. Le baby-gang di cui narra le tristi gesta sono espressione di un fenomeno in forte ascesa negli ultimi anni, proprio quelli dei modelli imposti dalle serie-tivù a lui riconducibili. Ecco perché, per i suoi detrattori, Saviano non può più essere considerato un martire, non più emblema vivente di riscatto. A guardar bene le cose, non si può negare che il simbolo della lotta al malaffare sia diventato al tempo stesso icona della dannazione, in qualche modo emblema della marcescenza che denuncia, e abbia reso il luogo da cui estirpare il male esso stesso il Male inestirpabile. Questo è per molti Napoli oggi, non le sue eccellenze, che andrebbero esposte e non sottoposte alla dannazione imposta attraverso la spettacolarizzazione della camorra.
Ognuno può dare una personale risposta alla fatidica domanda: Saviano fa il bene o il male di Napoli? Certamente non rinfrancano alcune reazioni suscitate, per quanto stupide. Qualcuno, dopo una presentazione del nuovo libro a Milano, sulla fanpage facebook, ha scritto di Napoli come di “città priva di cultura” in cui non mettere mai piede da turista. Chiacchiere da social network ma anche spunto di riflessione.

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Simbolo della lotta alla camorra e icona di dannazione, è qui che ci si divide su Roberto Saviano, che ha compreso da tempo, attraverso i social network, di avere fedeli ammiratori e coriacei detrattori. Non si tratta di chi odia Napoli e neanche di camorristi, come qualcuno ha insinuato, ma – ne sono certo – di appassionati lettori della prima ora di Gomorra. In quel che ne è seguito si è lasciato il proscenio alla dannazione, che in realtà non regna. Questo è l’errore che paga lo Scrittore, il quale sta contribuendo a togliere la speranza da lui stesso accesa. Toccava davvero a uno scrittore farlo?

50 anni dopo, la maglia sbarrata che inaugurò la nuova SSC Napoli

kappa_napoli_sbarrata.jpgAngelo Forgione La seconda maglia del Napoli 2016/17, inaugurata con la cinquina d’agosto al Monaco, ci riporta alla divisa della stagione 1964/65, la prima con la denominazione Società Sportiva Calcio Napoli S.p.A., seguita alla precedente Associazione Calcio Napoli, già trasformazione dell’Internaples Foot-Ball Club 1922. Il cambio avvenne il 25 giugno del 1964, per arginare i grandi problemi economici del club. Achille Lauro non versò una lira per il capitale sociale ma ottenne il quaranta per cento delle azioni per i crediti vantati. Fu eletto presidente Roberto Fiore, dopo una serie di scontri e tentativi di ricreare addirittura un “nuovo” Napoli, il Napoli Football Club, per iniziativa di Giovanni Proto, consigliere comunale monarchico, ma il compagno di partito Lauro non lo seguì. Il dissidente, talmente adirato da strappare la tessera dell’Unione Monarchica e da dichiararsi indipendente in consiglio comunale, si associò con Carlo Del Gaudio e spostò gli interessi sul CRAL Cirio in Serie D, cambiandogli il nome in Internapoli.
napoli_2016_17La nuova SSC Napoli di Fiore (e Lauro) disputò il campionato 1964/65 di Serie B. La tradizionale maglia azzurra dell’AC Napoli fu messa in naftalina per privilegiare una scaramantica maglia sbarrata, ricalcata da quella del Bologna, che l’anno prima si era laureato campione d’Italia con una sbarra rossoblù. La maglia accompagnò la squadra, allenata da Bruno Pesaola, al secondo posto in cadetteria a suon di vittorie e alla promozione in A. L’anno seguente, il presidente Fiore mantenne la scaramantica bianca sbarrata, indossata dai nuovi acquisti Altafini e Sivori. Il neopromosso Napoli (in foto) chiuse la stagione 1965/66 al terzo posto, alle spalle di Inter e Bologna, e vinse il suo primo trofeo internazionale, la Coppa delle Alpi.
napoli_1965_66La maglia sbarrata cedette il posto alla tradizionale azzurra nella stagione 1966/67, restando però seconda divisa. La scaramanzia si esaurì nella stagione 1967/68, quando venne introdotta una seconda maglia rossa, in ricordo di quella indossata nella finale di Coppa Italia del 1962 disputata e vinta contro la Spal. La squadra partenopea aveva approntato una inconsueta maglia di colore rosso per non confondersi con la casacca bianco-azzurra dei ferraresi.
Una sartoria milanese ha realizzato nell’agosto 2015 una splendida riedizione vintage della maglia sbarrata di cinquant’anni fa, con stemma cucito recante serigrafia dei tre gigli capetingi borbonici.