Sarri bambino identitario, tifoso del Napoli e simpatizzante della Fiorentina

Angelo Forgione Maurizio Sarri: «Alla scuola elementare ero l’unico tifoso del Napoli nella periferia di Firenze. Io, da piccolo, avevo quest’idea che uno doveva essere tifoso assolutamente della squadra della città dov’era nato. Mi sembrava illogico avere un altro modo di tifare».
Paolo Condò: «La penso esattamente come te».
La lezione di un uomo di calcio, un fiorentino di sangue ma napoletano di nascita; tifoso del Napoli e simpatizzante della Fiorentina per quell’attaccamento alle radici territoriali e a quelle patriarcali, per quella fascinazione che frutta auto-riconoscimento nella squadra che porta il nome della propria città, del territorio di appartenenza, inteso come area dalla precisa identità culturale.
A Figline Valdarno, 25 km da Firenze, il piccolo Sarri ha resistito alla fiorentinità della famiglia, che pure non ha rifiutato, mentre ha totalmente respinto il richiamo delle “big” vincenti del Nord degli anni Sessanta. Perché si sentiva un toscano napoletano dentro. Che carattere!

Benevento puntella il Sud del calcio che resiste

Angelo Forgione Storico evento per il calcio italiano. La squadre del capoluogo sannita approda in Serie A. Benevento è la 4a provincia campana ad approdare in Massima Serie e la 17ma del calcio “meridionale” a fronte delle 43 “settentrionali”, unendosi a Napoli, Salerno, Avellino (Campania), Pescara (Abruzzo), Roma, Frosinone (Lazio), Bari, Lecce, Foggia (Puglia), Reggina, Catanzaro, Crotone (Calabria), Palermo, Catania, Messina (Sicilia) e Cagliari (Sardegna).
Con i sanniti, la Campania diventa la regione del Sud con più squadre ad essere riuscite ad arrivare in A (4), come la Liguria e dietro a Lombardia (11), Emilia Romagna (9), Toscana (7), Piemonte e Veneto (6).
Non una promozione piovuta dal cielo quella delle “streghe”. Il patron giallorosso Oreste Vigorito, avvocato napoletano di Ercolano, è infatti uno degli uomini più ricchi e potenti del Mezzogiorno. Re dell’eolico, sfruttando gli incentivi statali (i più alti d’Europa) e invadendo il paesaggio, il suo Gruppo IVPC, sponsor del club sannita, ha sviluppato fino ad oggi Parchi Eolici per un totale di 1035 MW costituiti da 1171 turbine distribuite su 7 regioni meridionali. Attualmente, in virtù di varie operazioni societarie susseguitesi negli anni, il Gruppo IVPC detiene la titolarità di 271.8 MW e gestisce l’esercizio e la manutenzione di Parchi Eolici di oltre 700 MW. Già finanziatore in passato dell’Udeur di Clemente Mastella, oggi sindaco di Benevento, Vigorito ha rilevato il club sannita nel 2006, in C2, portandolo fino in Serie A, dove mai era stato. In verità anche in B era esordiente. A gonfie vele!
Per la prima volta si disputerà il derby Napoli-Benevento in Serie A. Un derby campano sul palcoscenico nazionale più importante non si disputava dal lontano 1987-1988.

 

Tra speranza e dannazione, perché Roberto Saviano divide

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Angelo Forgione “La camorra e rinnegati non hanno nazionalità. Napoli ha bisogno d’amore, non di fango!!! Napoli nazione”. È il messaggio impresso su uno striscione dedicato a Roberto Saviano, a Napoli per presentare il suo La paranza dei bambini (Feltrinelli) tra centinaia di fan al rione Sanità. Messaggio chiaro. Lui, simbolo dei rinnegati, che nulla avrebbe di napoletano, come gli uomini del crimine. Dunque, lo scrittore di camorra come i camorristi, colpevoli di infangare Napoli e ammantarla d’odio. Forte affondo di stampo indipendentista, che Saviano ha commentato da facebook così:

Questo striscione campeggia a Napoli abbarbicato sul ponte della Sanità. Questo striscione lo ha messo lì chi odia Napoli. Perché fango non è raccontare, fango è uccidere, spaventare, terrorizzare, togliere speranza e azzerare ogni futuro possibile.

Accusa rispedita ai mittenti. Per Saviano sono i suoi contestatori a odiare Napoli.
L’autore del best-seller Gomorra gode di grandissimi apprezzamenti ma è anche vero che si sta allargando una schiera di chi, ad ogni sua uscita, soffre di fortissimi dolori di pancia. Il dibattito è delicato, delicatissimo, quantunque la semplificazione dello scenario riduca tutto alla disopprovazione dei sui libri e dei suoi temi, che raccontano al mondo del torbido sostrato della malavita campana. Non è questo il punto sul quale si è annodato lo scontro. La denuncia del Male è esercizio giusto, giustissimo, e il successo di Saviano, del resto, è nato proprio su questa. Gomorra ha il gran merito di aver reso letteratura fruibile ciò che i cronisti hanno precedentemente raccontato qua e là nel corso di tanti anni, di portare l’inchiesta in trincea sui comodini e di accendere i riflettori su un mondo conosciuto ma al tempo stesso indecifrabile. E ha acceso la speranza di poterlo combattere attraverso una più ampia condanna, una coscienza ben più diffusa. Era in realtà una falsa speranza, perché non sono i lettori sparsi nel mondo ad avere il potere di combattere la micro e macro criminalità italiana o a potervisi opporre, pur con tutto lo sdegno possibile. Dei mali bisogna parlare affinché si risolvano, e non era imputabile a Saviano – nessuno lo fece quando Gomorra sbancò in libreria – di gettare fango su Napoli, Caserta e la Campania tutta. Ma la lotta alla camorra non sembra aver fatto passi avanti dal 2006, anno di pubblicazione del romanzo, e sono anzi spuntati nuovi inquietanti fenomeni. Competeva e compete al cosiddetto Stato, ed è questo, solo questo, artefice di prospettive di soluzione, ammesso che vi sia la volontà di aprirle. È proprio così che Saviano, napoletano contro il Male di Napoli, con Gomorra sotto il braccio e sotto scorta, da solo a “lottare” contro il grande crimine, è diventato simbolo della lotta alla camorra, e la percezione del suo eroismo è cresciuta proporzionalmente all’incapacità dello Stato di estirpare un cancro nativo della Nazione, non di Napoli.
Dopo i libri e la speranza accesa, sono spuntati discutibilissimi film e ben confezionate serie-tivù. Alle varie stagioni televisive di Gomorra è in procinto di accodarsi anche la produzione di Zero Zero Zero, e non è difficile preconizzare un futuro in video per il fresco di stampa La paranza dei bambini. Tutto con incarichi di supervisione e diritti di autore. E nel frattempo hanno preso il sopravvento i consigli degli editori, che ormai sparano ben in vista il nome Saviano in copertina, a sovrastare i titoli dei suoi libri, ben consapevoli che di un autore-simbolo si venda il nome prima di ciò che scrive. È proprio con l’eccessiva spettacolarizzazione del Male che la denuncia di Saviano ha iniziato a perdere parte dei consensi. Non si tratta di idiosincrasia ai temi dei suoi libri ma di sdegno per il lucro su tutta l’industria che vi si è creata attorno, deteriorando oltremodo l’immagine di Napoli.
La reazione è umana. Traendo in diversi un grasso vantaggio dalla spettacolarizzazione del Male, la denuncia di Saviano sta perdendo forza persuasiva, e gli si imputa di non voler cambiare le cose, perché non converrebbe a molti. Lo scrittore, al contrario, continua a dare la rassicurante sensazione di voler accendere una luce, costi quel che costi, ma il suo nuovo libro è ancor più cupo, privo di speranza. Le baby-gang di cui narra le tristi gesta sono espressione di un fenomeno in forte ascesa negli ultimi anni, proprio quelli dei modelli imposti dalle serie-tivù a lui riconducibili. Ecco perché, per i suoi detrattori, Saviano non può più essere considerato un martire, non più emblema vivente di riscatto. A guardar bene le cose, non si può negare che il simbolo della lotta al malaffare sia diventato al tempo stesso icona della dannazione, in qualche modo emblema della marcescenza che denuncia, e abbia reso il luogo da cui estirpare il male esso stesso il Male inestirpabile. Questo è per molti Napoli oggi, non le sue eccellenze, che andrebbero esposte e non sottoposte alla dannazione imposta attraverso la spettacolarizzazione della camorra.
Ognuno può dare una personale risposta alla fatidica domanda: Saviano fa il bene o il male di Napoli? Certamente non rinfrancano alcune reazioni suscitate, per quanto stupide. Qualcuno, dopo una presentazione del nuovo libro a Milano, sulla fanpage facebook, ha scritto di Napoli come di “città priva di cultura” in cui non mettere mai piede da turista. Chiacchiere da social network ma anche spunto di riflessione.

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Simbolo della lotta alla camorra e icona di dannazione, è qui che ci si divide su Roberto Saviano, che ha compreso da tempo, attraverso i social network, di avere fedeli ammiratori e coriacei detrattori. Non si tratta di chi odia Napoli e neanche di camorristi, come qualcuno ha insinuato, ma – ne sono certo – di appassionati lettori della prima ora di Gomorra. In quel che ne è seguito si è lasciato il proscenio alla dannazione, che in realtà non regna. Questo è l’errore che paga lo Scrittore, il quale sta contribuendo a togliere la speranza da lui stesso accesa. Toccava davvero a uno scrittore farlo?

Beppe Fiorello: «Gomorra non mostra l’altra Napoli!»

Angelo Forgione Roberto Saviano contro Beppe Fiorello. Non è una faida, certo, ma un’interessante polemica. Innescata dallo scrittore napoletano un paio di anni fa, con un articolo su l’Espresso in cui attaccò il buonismo della produzione televisiva italiana, puntando indirettamente il dito verso i ruoli interpretati dall’attore siciliano, che rispose difendendo il suo mestiere dalle generalizzazioni. Saviano, sempre più infastidito da certe critiche alla fiction Gomorra, è tornato recentemente sull’argomento, e ha alzato il tiro in un’intervista al Corriere in cui ha difeso la sua serie: “Napoli è una città che ha molteplici racconti. C’è anche Un posto al sole, e molte storie edificanti di poliziotti e magistrati nobili. Tutto questo esiste. Gomorra racconta il male dal punto di vista del male. Il bene non c’è, perché così sei costretto a misurarti con il male. Una particolare prospettiva dove lo Stato è solo una interferenza. Non c’è mediazione. Noi mostriamo l’infamia del potere. Questo è il mondo che osservo, e nessuno mi costringerà a edulcorarlo”. Che equivale a dire: chi vuole limitarsi al bene di Napoli guardi Un posto al Sole; Gomorra racconta esclusivamente il male.
Beppe Fiorello, sollecitato sull’argomento da Massimo Giannini a Ballarò, ha detto la sua, mostrandosi ancora distante dall’ottica gomorrista: «È una questione di messa a fuoco. Al mondo ci sono il bene e il male, e coesistono. Bisogna raccontare tutto, e io ho raccontato anche una Scampia diversa. Esiste anche un’altra Napoli!». Ed è questo il nocciolo della questione, anche perché Un posto al Sole non è mica tutto rose e fiori. Racconta di storie d’amore, di intrighi familiari, mostra scorci magnifici di Napoli e bellezze monumentali da urlo, ma narra anche di camorra, violenza, estorsioni e ricatti, e lo fa da sempre, cioè dal 1996, quando Saviano andava al liceo, ma con maggior insistenza negli ultimi anni. Una specie di effetto Gomorra anche sulla soap Rai, che evidentemente è costretta ad accontentare le influenze sul pubblico, ma sempre mischiando bene e male, raccontando luci e ombre di Napoli, con un’abbondante spruzzata di tematiche sociali universali come omosessualità, violenza sulle donne, disoccupazione giovanile e molto altro, e mettendo pure insieme personaggi di Napoli con altri di Milano e Torino, cioè unendo l’Italia. È questo il suo successo, il motivo per cui, con oltre quattromilacinquecento puntate alle spalle, ha battuto i record di ascolti e di durata della televisione italiana, ed è visto da Bolzano a Pantelleria. E perciò riesce ad attrarre anche turisti a Napoli, nei luoghi dell’arte e dei panorami, e a Riva Fiorita, dov’è Villa Volpicelli (Palazzo Palladini), senza suggestionare e impaurire, e senza deformare l’immagine cittadina. Il riferimento di Saviano non è felice, perché se Un posto al sole è il bene e il male da un punto di vista neutrale, Gomorra è, per stessa definizione dello scrittore, il male dal punto di vista del male. Gomorra ghettizza Napoli, al contrario di UPAS. Cattura spettatori anch’essa, ma non sviluppa alcuna visione globale della complessità partenopea e, lasciando spazio esclusivamente a una Napoli da evitare, non la mette a fuoco.
Nell’intervista al Corriere, Saviano si difende pure dagli attacchi di chi solleva il rischio di emulazione che possono innescare i personaggi negativi della fiction Sky. Di esempi se ne potrebbero fare diversi, fino all’ultimo caso di un trans aggredito da un branco urlante frasi della Serie. Sta di fatto che fu proprio l’autore, nel suo best-seller, a scrivere il capitolo Hollywood, in cui analizzava il pernicioso fenomeno degli scimmiottamenti dei film americani a tematica criminale da parte dei boss della camorra, dimostrando di sapere già all’epoca quale fosse il potenziale effetto di simili finzioni sceniche su chi, vivendo nel male, ha viscerale bisogno di prevaricare e dominare. Andare oltre la scrittura e passare alla cinematografia avrebbe dovuto comportare un’assunzione di responsabilità.

Napoli in vetta, meritatamente!

Angelo Forgione Napoli in testa al campionato di Serie A dopo 25 anni e 7 mesi. Non è poco per chi quel 29 aprile 1990 non immaginava che dietro il sole del secondo scudetto si addensavano le nubi del dramma umano di Maradona, del conto da pagare per un lustro al vertice e del fallimento doloroso. Ed è tanta roba per i più giovani sostenitori partenopei, che dall’attico della Serie A non si sono mai affacciati. Gli azzurri, tornati solitari in cima ai danni dell’Inter, hanno ora l’obbligo di tornare subito in catena di montaggio delle vittorie e presentarsi all’esame Bologna scarichi dell’euforia di una piazza non avvezza alle vertigini. Non lo è neanche la squadra, e la partita contro i nerazzurri di Milano, dopo 70 minuti di dominio, l’ha evidenziato. Col doppio vantaggio e l’uomo in più è subentrata la certezza di aver domato gli avversari, e l’imperdonabile calo di concentrazione ha consentito a Ljajic di trovare il goal che ha disintegrato le convinzioni degli uomini di Sarri, piombati nella paura di perdere punti, vittoria e primato. Tutta l’inerzia dei 20 minuti finali ha preso la direzione della squadra di Mancini, in inferiorità numerica ma in superiorità psicologica e atletica. In quell’ultimo quarto di partita è affiorata tutta la storia di un club ben più avvezzo alla contesa di vertice, di una squadra quest’anno costruita per non fallire i primi due posti, di una compagine che non disputa le competizioni europee e che, perciò, ha potuto spendere qualcosa in più nel rettilineo finale. Ma di fronte ai gatti nerazzurri improvvisamente diventati leoni c’era la dea bendata, necessario rinforzo, e due uomini in maglia azzurra coi nervi più saldi di tutti: Higuain e Reina, di quelli che chiami fuoriclasse a ragion veduta perché capaci di indirizzare un risultato. E Il Napoli ha portato a casa l’intero bottino, afferrato sin dal primo minuto con una cannonata che ha abbattuto la porta avversaria e messo a rischio nell’ultimo. Il fischio finale ha detto che Napoli e Inter possono essere primedonne fino in fondo, che il Napoli è competitivo pure se mancano cambi come Mertens e Gabbiadini, perché ha uomini più decisivi e un impianto di gioco più convincente, e che l’Inter, obbligata a far sul serio, fa sul serio e, diversamente da Napoli, Roma, Juventus e Fiorentina, può beneficiare del prezioso riposo infrasettimanale.
Passata la paura è iniziata la festa liberatoria sugli spalti, purtroppo senza ‘o surdato nnammurato (sempre più dimenticato), e pure uno strano dibattito mediatico. Pare che sia stata l’Inter la vincitrice dello scontro al vertice, e che il Napoli ne sia uscito ridimensionato. Il dibattito lo ha indirizzato immediatamente Mancini, attaccando verbalmente gli opinionisti arbitrali, definiti bugiardi e inadeguati, e riversando sui microfoni tutta la bile per l’espulsione di Nagatomo, che però era stata decretata da due gialli ineccepibili. Un’irruenta ginocchiata alle terga di Callejon che aveva già lasciato il pallone, descritta dal Mancio come simulazione dell’azzurro, e una sconsiderata entrata su Allan valgono l’eslusione per doppia ammonizione, diretta conseguenza di un atteggiamento annunciato alla vigilia da Felipe Melo («bisogna menare Higuain») e confermato da Guarin al fischio d’inizio, colto dalle telecamere mentre chiedeva a Murillo, con eloquente gesto, di essere poco tenero con gli avversari. E l’allenatore interista, che aveva evidentemente caricato i suoi in tal senso per cercare di arginare il gioco partenopeo, e che a Napoli prese applausi da calciatore per un goal formidabile in maglia blucerchiata, ha alzato i toni, dimostrando di non meritare lo stipendio che percepisce, infinitamente superiore a quello del ben più umile e sereno Sarri. Il nervosismo del tecnico jesino dimostra che l’Inter deve arrivare in alto per missione aziendale.
Fino a notte fonda, i salotti televisivi hanno incentrato il chiacchiericcio sulla squadra sconfitta, dimenticando che la squadra in testa al campionato era il Napoli, che aveva vinto la squadra che aveva dominato la gara per tre quarti, chiudendo comunque con un 62% di possesso palla, pregiudicato da un finale pieno di errori di misura e imprecisione. A Tiki Taka (Mediaset), Raffaele Auriemma sbroccava per l’eccessivo panegirico sull’autostima nerazzura ed Enrico Mentana, che lo accusava di essere tifoso del Napoli, come se lui non fosse tifoso interista, lo invitava a stare buono dandogli del “Pulcinella” (minuto 0:14:10) e prendendosi, dopo un’ora di trasmissione, l’etichetta di “cafone” dal collega napoletano.
L’Inter, che non avrebbe scippato nulla se avesse pareggiato, è stata celebrata perchè nessuno si aspettava che fosse capace di esprimersi come mai aveva fatto in precedenza. Il Napoli è passato in secondo piano perché nessuno si aspettava che fosse messo in ambasce in casa, con due goal di vantaggio e un uomo in più. Il dato è che è il Napoli in testa alla classifica, dopo aver vinto in casa 3 scontri diretti su 3 (il quarto è all’orizzonte). Tutto frutto della miglior difesa e del terzo miglior attacco, del miglior marcatore, del record di inviolabilità della porta a livello europeo (533 minuti), del minor numero di sconfitte (1), cui va aggiunto il percorso netto in Europa League con analoghi record. Eppure sono bastati 20 minuti di forte difficoltà contro la (ex) capolista per adombrare quello che Sarri e i suoi hanno fatto fin qui. La realtà è che la vetta è stata scalata e raggiunta dalla squadra azzurra, che alla 5ª giornata pagava 9 punti di distacco dalla capolista Inter, e nelle successive nove giornate se l’è messa dietro, insieme ad altre dieci squadre. La realtà è che il Napoli aveva solo un punto di vantaggio sulla Juventus quando Sarri sembrava sull’orlo della defenestrazione, e ora ne ha 7 sui bianconeri in risalita. La realtà è che, in 19 partite stagionali, gli azzurri hanno collezionato 14 vittorie, 4 pareggi e una sola sconfitta allo start. La realtà è che con il Napoli, in testa alla classifica, ci va tutto un popolo, compreso chi a inizio stagione contestava e disertava. La strada è lunga e tortuosa, e un posto al sole alla 14ª giornata è tanto accattivante quanto effimero, ma dopo la rabbia di Mancini e la copertina dedicata alla sua squadra rimontata in nove giornate, una cosa è più certa che mai: quel nome lassù è minaccia di un colpo di Stato.

Reggia di Caserta, la meraviglia su Sky Arte

Accoglie ogni anno quasi migliaia di visitatori, attratti dal fascino del suo giardino all’italiana e di quello all’inglese, dai marmi e dagli stucchi, dalle linee di sublime eleganza di un luogo da sogno, “degno invero d’un re”, come disse con ammirazione Goethe, viaggiatore innamorato di un luogo unico nel suo genere. La Reggia di Caserta è la protagonista di un episodio della nuova stagione delle Sette Meraviglie, serie che vede Sky Arte HD svelare le ricchezze più affascinanti del Bel Paese. Un’impresa faraonica quella voluta da Carlo di Borbone e pensata da Luigi Vanvitelli, che segna il canto del cigno del barocco e da il là al Neoclassicismo.
Il calendario torna al 1750: nelle campagne nei pressi della città campana fervono i lavori per la costruzione di quella che diventerà, con i suoi due milioni di metri cubi e i quasi cinquantamila metri quadri di superficie, la reggia più grande al mondo. Più imponente dell’Escorial, divina dimora dei re di Spagna; persino più vasta di Versailles, casa di un sovrano sui cui possedimenti non tramontava mai il sole…
Le telecamere si attardano nelle milleduecento stanze di un sublime labirinto, occhieggiando dalle quasi duemila finestre aperte su un parco lussureggiante, semplicemente fiabesco. Svelano le incredibili soluzioni tecniche escogitate da Luigi Vanvitelli per permettere al suo avveniristico acquedotto di alimentare le spettacolari fontane e la maestosa Grande Cascata, frammento di arcadia in terra.
C’è spazio anche per il più curioso ambiente del palazzo, il bagno della regina Maria Carolina, luogo di privacy assoluta e sede dell’ormai famoso “oggetto per uso sconosciuto a forma di chitarra”, così come i solerti burocrati del neonato Regno d’Italia, prendendo possesso del Real Palazzo, censirono il bidet, il primo mai usato in Italia.

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Per scoprire tutti i segreti e i significati della Reggia vanvitelliana è consigliata la lettura di Made in Naples (Magenes, 2013)

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Tutta l’ignoranza d’Italia nella domenica del pallone

bandiera_francia_veronaAngelo Forgione Verona-Napoli la portano a casa gli azzurri. Una partita in cui si è specchiato un Paese che nel proprio campionato impone la bandiera francese in bella mostra e l’ascolto de “la Marsigliese”, in segno di solidarietà per le morti di Parigi. Giusto e sacrosanto commemorare delle vittime innocenti, ma quando ciò avviene solo in ricordo di un popolo e non di tutti quelli coinvolti in luttuosi eventi si finisce per esprimere un messaggio politico. Avremmo preferito la bandiera multicolore della pace e l’esecuzione di Imagine di John Lennon, ma evidentemente il cocchiere guida il carrozzone in una strada a senso unico. A Verona, poi, non per colpa degli innocenti ragazzini deputati a mostrarla, è venuto fuori persino un tricolore francese ribaltato (che nei paesi del Commonwealth significa arrendevolezza) e nessuno dei commissari di Lega ha pensato di far rettificare il senso. Sugli spalti, appena terminata l’ultima nota dell’inno di Francia sono ripresi i cori razzisti contro Napoli, e tutti a sdegnarsi, a partire da Paolo Condò su Sky, la cui denuncia veniva condivisa da Ilaria D’Amico. Ma ci vogliamo forse stupire per l’ipocrisia nazionale e per l’incoerenza dei tifosi del Verona, da sempre eccessivamente animosi nei confronti dei napoletani? Non un comportamento diverso dal solito, e certamente non peggiore di quello avuto dai bolognesi il 31 maggio 2013, durante Italia – San Marino, partita dedicata alla lotta al razzismo, quando intonarono a sproposito “stonati” cori contro il popolo partenopeo.
insigne_veronaSul campo del ‘Bentegodi’, il più bersagliato è stato, neanche a dirlo, il napoletanissimo Lorenzo Insigne. E proprio lui ha infilato il primo pertugio aperto nella difesa gialloblu, ha baciato più volte la maglia azzurra all’altezza dello stemma, è corso ad abbracciare il napoletano-toscano Sarri ed è stato travolto dai napoletani dello staff, a partire dal medico sociale De Nicola, passando per il massaggiatore Di Lullo, per finire con il magazziniere Tommaso Starace, lo stesso di trent’anni fa, quando fu Maradona a fargli giustizia sullo stesso campo. Lorenzo ha dedicato il goal alla sua città e la sua rivalsa da scudetto è finita in copertina, con più risalto di quanto non ne ebbe lui stesso due stagioni fa e, in Serie B, l’ex compagno di squadra a Pescara Ciro Immobile, che le offese dei veronesi se la legò al dito, così come l’altro conterraneo Aniello Cutolo, che restituì i ceffoni al ‘Bentegodi’ con tutto Mandorlini.
La domenica calcistica è finita come era iniziata. Nello stesso stadio in cui, nel 2007, fu sonoramente fischiato l’inno di Francia, a dieci minuti dal termine di Inter-Frosinone, con i padroni di casa in gloria, i tifosi nerazzurri si sono proiettati allo scontro al vertice di lunedì 30 al ‘San Paolo’ e hanno pensato bene di vomitare il loro repertorio razzista all’indirizzo dei napoletani. Tanto per non farsi mancare nulla.
Bandiere rovesciate, ipocrisie e scontri territoriali; questo è lo spettacolo che va in scena sui palcoscenici della Serie A. Non c’è affatto da meravigliarsi. Lo faccia chi non sa che l’Italia è un paese profondamente ignorante – tra i primi al mondo per odio razziale – che ignora la reale connotazione dei fenomeni immigratori e li rende negativi anche quando non lo sono. Insomma, Italia regno dei pregiudizi. C’è qualcuno – la Ipsos Mori in Gran Bretagna – che qualche tempo fa si è preoccupato di certificare il dato con una ricerca in 14 paesi del mondo con cui si evince che gli italiani hanno la più scarsa conoscenza di temi di pubblico interesse ed esprimono giudizi e sentimenti dalle deboli fondamenta. Insomma, italiani tutt’altro che brava gente. E allora non stupiamoci del razzismo negli stadi e nemmeno degli inciampi del presidente della FIGC Carlo Tavecchio. Ce lo meritiamo.