Napoli, Campania, Sud: la culla del vino

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Angelo ForgioneI vini del Nord, nel secolo scorso, hanno beneficiato di un vantaggio enorme su quelli del Sud nelle preferenze degli appassionati. Eppure i vini italiani sono nati nel Meridione, in quella Magna Grecia dove, tra il VII-VI secolo a.C., furono introdotte la vitis vinifere madri di quelle che ancora oggi danno i vini che beviamo. L’Aglianico, per esempio, è greco già nel nome: “ellenikon”, latinizzato “ellenico” e poi divenuto “allianico” in epoca aragonese, da cui “aglianico” per effetto della pronuncia spagnola della doppia elle. La Falanghina è vite vinifera che sempre i Greci introdussero sulle colline degli oggi detti Campi Flegrei, legandole a dei pali piantati nel terreno su più file e schierati come fossero una falange d’assalto, la tipica “falangae” del mondo ellenistico, da cui il nome dell’uva bianca Falanghina.
Aglianico è anche il Taurasi, greco come il Greco di Tufo e il Fiano di Avellino, i DOCG irpini ai quali si affianca quello beneventano, l’Aglianico del Taburno, a fare della Campania una delle regioni del Vino d’eccellenza.

La prima zona di produzione del vino in Italia è con tutta probabilità proprio la Campania, dove i Greci si spinsero per trovare la fertilità vulcanica. Gli Etruschi, che pure coltivavano la vite di tipo selvatico nelle zone centrali d’Italia, a contatto con i Greci conobbero i nuovi vitigni di origine orientale e li incrociarono con le varietà locali.
Anfore e affreschi di Pompei ed Ercolano ci dicono che i Romani, facendo tesoro dei vini greci, svilupparono enormemente la vitivinicoltura in Campania Felix, producendo vini flegrei, vesuviani, sorrentini e più ampiamente campani, i più pregiati dell’Italia antica. Su tutti il Falernum (Falerno), “il vino degli imperatori”. Tra i tanti, bevevano anche il Trifolinum, un vino prodotto probabilmente sul colle che sovrastava Neapolis, ovvero l’attuale Vomero. Lo si evince leggendo la Descrittione del Regno di Napoli scritta nel 1586 dallo storico Scipione Mazzella, in cui si apprende che Trifolino (da trifoglio) era chiamato il monte dove nel Trecento fu costruita la Certosa di San Martino, volgarmente detto monte di Sant’Hermo (cioè di Sant’Erasmo), da cui San’Elmo.

Proprio osservando l’attuale Vomero, o monte Trifolino/Sant’Hermo, si può notare che una porzione di parete collinare è rimasta intatta. Si tratta dell’antica Vigna dei monaci di San Martino, immediatamente ai piedi della Certosa, nata insieme alla Certosa stessa nel Trecento, salvata dall’aggressione edilizia nei secoli a seguire e dichiarata Monumento nazionale italiano nel dicembre del 2010. Un vero e proprio territorio agricolo urbano coltivato a vite con una vista mozzafiato sul Golfo e sul Vesuvio. Da quel pezzo incontaminato di Napoli vengono fuori litri di vini autoctoni, tra cui la Falanghina, l’Aglianico, il Piedirosso e il Catalanesca, un bianco molto gradito nella Napoli aragonese, originariamente fatto con le uve catalane, portate dalla Catalogna a Napoli alla metà del Quattrocento e piantate sulle vulcaniche pendici vesuviane del Monte Somma per volontà di Alfonso V d’Aragona, il sovrano che nel 1442 trasferì la capitale mediterranea dell’impero catalano-aragonese da Barcellona a Napoli.

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Pezzi che parlano dell’antichissimo rapporto di Napoli con il vino a chi è più attento. Già, perché sono davvero in pochissimi, napoletani compresi, a sapere che la città di Napoli, dopo Vienna, è quella con più terreni coltivati a vite in Europa. Un primato a cui non ci si crederebbe, eppure la Napoli di oggi, un milione di persone accalcate, conserva ancora parte dei suoi antichi vigneti e li protegge nei suoi quartieri. La collina del Vomero e il declivio di Posillipo che degradano dolcemente verso il mare e sui Campi Flegrei, il cratere spento degli Astroni ad Agnano, il Maioriello di Capodimonte, i Camaldoli, Chiaiano e altri fazzoletti di città nascondono piccoli vigneti metropolitani, preziosi appezzamenti verdi, macchie più o meno grandi di eroici filari tra le costruzioni che colorano il paesaggio e ne diventano parte integrante. Un patrimonio salvato dall’estinzione di cui si parla poco e niente, ma che esiste in silenzio e resiste al trascorrere dei secoli. Una particolarità che conserva a sua volta un unicum napoletano molto apprezzato da enologi ed amanti del vino. Napoli, ma anche la sua provincia, presidiate dal Vesuvio e dai vulcani dei Campi Flegrei, costituiscono infatti uno dei pochi territori al mondo a preservare il tipo di coltivazione “a piede franco”, patrimonio genetico originario della vite europea, ossia la coltura senza l’impiego della vite americana come portainnesto. I filari napoletani di oggi sono davvero eredi diretti delle prime piante portate dai Greci in Campania, una rarità dovuta alla conformazione vulcanica del terreno sabbioso, caratteristica che da una parte rende il lavoro più difficile ma dall’altra ha consentito ai vigneti partenopei di tenere lontana l’aggressione parassitaria, quindi di preservare la biodiversità vegetale, la purezza dei vitigni e una maggiore concentrazione di profumi nelle uve, con sentori di mineralità e sapidità che rendono i vini di Napoli tipici e differenti, impossibili da produrre in altre zone del mondo.

Non solo a beneficio degli amanti del vino, è utile evidenziare che a Napoli, nella prima metà dell’Ottocento, fu istituita la Compagnia Enologica Industriale per il miglioramento della vinificazione del Regno delle Due Sicilie, il primo esempio di associazionismo applicato al perfezionamento dei vini attraverso l’approfondimento dell’enologia. I giornali italiani ne riportarono i successi ottenuti in pochi anni attraverso le sperimentazioni compiute nella fornitissima cantina nella zona di Piedigrotta, diffondendo in Toscana, in Lombardia, in Veneto e un po’ ovunque il desiderio di creare altre aggregazioni simili. La Società Enologica Lombardo-Veneta, costituita a Milano nel 1838, fu iniziativa di alcuni impresari locali decisi a fondare – si leggeva nell’atto costitutivo“una Ditta enologica sulle basi della Compagnia delle Due Sicilie creata in Napoli, ove l’industria vinaria ha fatto tali progressi, di aver potuto emancipare quel regno dalla passività estera, e metterlo in grado di far concorrenza colla Francia nella esportazione”.

Con la regressione postunitaria causata dalle politiche filosettentrionali del Regno d’Italia i vini del Sud persero appeal. La decadenza sociale e politica di fine Ottocento, l’abbandono delle campagne meridionali, il contemporaneo sviluppo industriale dell’enologia piemontese e toscana, nonché l’aggressione della fillossera, causarono enorme danno alla produzione enologica del Sud, destinata ad essere terra di vini sfusi da taglio per equilibrare e irrobustire i vini settentrionali ma anche francesi. Mentre il vino dei Borbone, il Piedimonte, spariva, il vino dei Savoia, il Barolo, diventava “il Re dei vini”.

Oggi il Piedimonte è tornato in auge, riscoperto da un ventennio e ben rilanciato fino a rendere la sua versione contemporanea, il Pallagrello, un vino di buona tendenza. È uno dei tanti segnali della riscossa dei vini meridionali, che guadagnano sempre più posizioni nel gradimento del pubblico e nell’esportazioni. La Campania contribuisce alla crescita con l’eccellenza DOCG dei grandi vini irpini e beneventani, ai quali si aggiungono i vini DOC della provincia di Napoli, dell’area vesuviana, di Capri e Ischia, del Litorale Domizio, dell’Alto Casertano, dell’Aversano, della Costiera Amalfitana e del Cilento. Una regione culla del vino che, insieme alla Sicilia, alla Puglia, alla Basilicata e alla Calabria, ha rialzato la testa e la qualità delle sue bottiglie, con tutti il carico di storia che si portano dentro.

Giovedì 20 appuntamento ad Amorosi (BN)

Aspetto tutti gli amici della Valle telesina e dei limitrofi Beneventano e Casertano giovedì sera, 20 dicembre, al Napoli Club Valle Telesina di Amorosi.
Sarà una serata prenatalizia all’insegna dell’identità e della verità, andando oltre il pallone che rotola per scoprire manovre ed interessi che muovono le sorti del Campionato italiano.
A condurre il dibattito saranno Marcello Framondi ed Emanuela Castelli, rispettivamente Direttore e Caporedattrice di Napoli.zon.
Per chi non potrà esserci, diretta facebook sulle pagine di napoli.zon e del Napoli Club Valle Telesina, con possibilità di interazione e domande.

Napoli Club Valle Telesina
via Telese 17, Amorosi (BN)
ore 20:30

diretta facebook:
www.facebook.com/NapoliClubValleTelesina
www.facebook.com/napoli.zon

Benevento e Napoli a braccetto nella storia

napoli_beneventoAngelo Forgione – Era un appuntamento con la storia, e lui, Brignoli, ci è arrivato puntuale. Perché un portiere che prova l’ultimo assalto, normalmente, va a piazzarsi al centro dell’area di rigore. Lui no, ne è rimasto ai margini, immaginando di irrompere a valanga per andare a intercettare la palla di slancio. Bravo lui, bravo il compagno Cataldi che gliel’ha messa lì, nel luogo dell’appuntamento. Perché sì, il Benevento retrocederà, ma un mondo per entrare nella storia, alla fine, l’ha pur trovato.
14 sconfitte di fila, interrotte alla 15ma giornata con il pareggio contro il Milan strappato all’ultimo respiro. Proprio come il Napoli 1926/27, buttato nella mischia con un gap tecnico enorme pur di assicurare la presenza nel campionato della città allora più popolosa d’Italia. La squadra di Ascarelli interruppe la sua striscia negativa pareggiando in casa contro il Brescia, conseguendo il primo punto, l’unico nelle 18 partite della traumatica stagione. Il club partenopeo, marchiato col cavallo sfrenato, simbolo di Napoli Capitale, fu declassato a ciuccio dalla stampa e dai tifosi, che soffrirono esattamente quello che stanno soffrendo i tifosi delle “streghe”.
Una campana e una lombarda, 90 anni fa come oggi. Dal Napoli al Benevento, lo scotto del calcio meridionale, quando riesce ad affacciarsi a quello nazionale, è condiviso.

 

Una dormosa con bidet-retrè dell’Ottocento nel Castello baronale di Puglianello

Angelo Forgione Nel castello baronale di Puglianello, in provincia di Benevento, è segretamente conservata un’eccezionale dormosa della prima metà dell’Ottocento con bidet (identico a quello del collezionista napoletano Gaetano Bonelli) e retrè di Harington (wc) incorporati. Pare che questo singolarissimo ed esclusivissimo divano-letto/toilette trasportabile provenga da un’abitazione di Napoli, acquistato insieme ad altra mobilia per ri-arredare il castello dopo i vari trafugamenti subiti nel tempo. In ogni caso si tratta di un altro interessante segno di civiltà d’epoca borbonica, certamente precedente alla scoperta sabauda dello “oggetto per uso sconosciuto a forma di chitarra”, ossia il bidet tardo-settecentesco nel primo bagno completo della storia, quello di Maria Carolina nella Reggia di Caserta.

Benevento puntella il Sud del calcio che resiste

Angelo Forgione Storico evento per il calcio italiano. La squadre del capoluogo sannita approda in Serie A. Benevento è la 4a provincia campana ad approdare in Massima Serie e la 17ma del calcio “meridionale” a fronte delle 43 “settentrionali”, unendosi a Napoli, Salerno, Avellino (Campania), Pescara (Abruzzo), Roma, Frosinone (Lazio), Bari, Lecce, Foggia (Puglia), Reggina, Catanzaro, Crotone (Calabria), Palermo, Catania, Messina (Sicilia) e Cagliari (Sardegna).
Con i sanniti, la Campania diventa la regione del Sud con più squadre ad essere riuscite ad arrivare in A (4), come la Liguria e dietro a Lombardia (11), Emilia Romagna (9), Toscana (7), Piemonte e Veneto (6).
Non una promozione piovuta dal cielo quella delle “streghe”. Il patron giallorosso Oreste Vigorito, avvocato napoletano di Ercolano, è infatti uno degli uomini più ricchi e potenti del Mezzogiorno. Re dell’eolico, sfruttando gli incentivi statali (i più alti d’Europa) e invadendo il paesaggio, il suo Gruppo IVPC, sponsor del club sannita, ha sviluppato fino ad oggi Parchi Eolici per un totale di 1035 MW costituiti da 1171 turbine distribuite su 7 regioni meridionali. Attualmente, in virtù di varie operazioni societarie susseguitesi negli anni, il Gruppo IVPC detiene la titolarità di 271.8 MW e gestisce l’esercizio e la manutenzione di Parchi Eolici di oltre 700 MW. Già finanziatore in passato dell’Udeur di Clemente Mastella, oggi sindaco di Benevento, Vigorito ha rilevato il club sannita nel 2006, in C2, portandolo fino in Serie A, dove mai era stato. In verità anche in B era esordiente. A gonfie vele!
Per la prima volta si disputerà il derby Napoli-Benevento in Serie A. Un derby campano sul palcoscenico nazionale più importante non si disputava dal lontano 1987-1988.

 

Save Rummo, eccellenza produttiva del Meridione che intercettò il Saragolla

Angelo Forgione Agrisemi Minicozzi, Metalplex e Rummo. Tre ta le aziende messe in ginocchio dal nubifragio che ha colpito Benevento nella notte fra mercoledì 14 e giovedì 15 ottobre. Subito partita la “campagna social” #saverummo per il più famoso tra i marchi, il pastificio Rummo, una delle più note realtà del beneventano, legata alla storia della pasta di grano duro e dell’industria meridionale. Non solo produttrice della prestigiosa linea propria ma anche fornitore di Coop Italia, Conad, Auchan SMA, Despar, Selex e altri gruppi internazionali della grande distribuzione.
Era il 1846 quando l’azienda familiare, con Antonio Rummo, iniziò a produrre la pasta, che si affermava come eccellenza industriale del Regno delle Due Sicilie. Il primo pastificio industriale era stato inaugurato da Ferdinando II di Borbone nel 1833, e la produzione della pasta si era ormai radicata a Portici, Torre del Greco, Torre Annunziata e Gragnano, zone dove il clima favoriva l’essiccazione naturale. L’impulso era dato dalle forniture di pregiato grano duro Taganrog che giungevano a Napoli dalle zone cerealicole del Mar Nero, nell’ambito degli scambi commerciali tra il Regno delle Due Sicilie e l’Impero Russo, sanciti proprio da Ferdinando II e dallo zar Nicola I. Il Taganrog veniva miscelato col grano Saragolla delle Puglie per ottenere durezza, sapore e colore. Le forniture pugliesi partivano dalla Capitanata, l’odierna provincia di Foggia, e transitavano per il Principato Ultra, ossia il Beneventano, zona strategica per i commercianti dell’epoca ma anche per i nuovi pastai locali, che ne approfittavano dell’abbondante presenza d’acqua per trasformarlo in semola di altissima qualità. Così iniziò la storia di Rummo, uno dei marchi che continuano a fare la storia dell’eccellenza produttiva del Meridione, il più famoso della valle del Sannio. Un marchio che ha ora bisogno di aiuto.

Nasce BirTa, la birra alla mela annurca campana

Sta arrivando BirTa, la birra del Taburno aromatizzata alla mela annurca, una nuova specialità del territorio campano. Mele annurche campane IGP stagionate in botti usate per affinare il vino aglianico; orzo e luppolo coltivati da sei imprese agricole del territori di Frasso Telesino, Dugenta e Sant’Agata dei Goti (Benevento); acqua delle sorgenti del Monte Taburno. Questi gli ingredienti della prima birra artigianale realizzata con la filiera corta. Quattro diverse tipologie, tutte che impiegano malto base Pilsner e mele annurche aggiunte in fase di fermentazione come purea.
BirTa, la birra che si fonde a “la regina delle mele”, sarà disponibile sul mercato a fine settembre 2014.