Il caciocavallo secondo Conad

Angelo Forgione Lo dico immediatamente: lo spot di Conad lanciato a Natale è un disgustoso encomio alla settentrional colonizzazione del Meridione.
Uno spot che fa leva sullo sradicamento di sistema, quello per cui un meridionale deve andare a dare le sue braccia e il suo cervello al profitto del Nord, che invia prodotti al Sud acquirente che le mamme mettono nelle valigie dei figli che partono per il Nord. Una spirale perversa.
E il meridionale è pure contento di farlo a Natale, quella che ho definito “la festa del ritorno”, quella in cui tutti gli emigrati meridionali al Nord ripopolano i loro luoghi di origine e si ricongiungono con le radici spezzate.
«Ah… e certo che sono contento», dice il disoccupato non più tale. Dall’altra parte del telefono qualcuno deve avergli detto qualcosa del tipo: “ma come, ti facciamo questa grazia e tu non fai salti di gioia”?
Questo spot del Consorzio Nazionale Dettaglianti di Bologna mi fa male, ma un male lancinante. Tutto in nome delle politiche neoliberiste del lavoro imperniate sugli impieghi precari che sradicano le persone dai loro territori, soprattutto meridionali, da oltre un secolo schiavi.
Era più schietto dire “a tutti i nostri meridionali che vanno lontano”. Volevano toccare il cuore e hanno toccato un nervo scoperto.

Natale al Sud, festa del ritorno

Angelo Forgione Penso a tutte le mamme del mio Sud, ora che è di nuovo Natale. Non festeggiano nessuna ricorrenza come quella in cui fanno ritorno a casa i loro figli emigrati altrove. Non c’è famiglia meridionale che non abbia qualcuno lontano da casa e dagli affetti. Ed eccole, le mamme dei “ragazzi” di ritorno, in questi giorni, riempire il frigorifero di tutti i loro cibi preferiti, dare aria alle camerette, tirare fuori lenzuola fresche di bucato, prepararsi a godersi l’abbraccio.
La mamma meridionale è una dea Cerere, è terra madre, pronta a ri-accogliere, a saldare radici spezzate.
Sarebbe il caso, almeno al Sud, di sostituire il Natale del consumismo, svuotato del suo mistico significato, con la festa del vero valore delle famiglie meridionali: il ritorno. Il 25 dicembre, al Sud più che altrove, dovrebbe essere la “festa del ritorno”.
Chi ritorna non vuole aprire regali. Chi ritorna vuole aprire la scatola dei ricordi per gustare i sapori locali, per rivedere paesaggi e panorami persi, per riconciliarsi con le origini. È il ritorno alle radici a dare quel qualcosa in più al Natale dei meridionali, e l’euforia la si taglia a fette, per le strade, affollatissime, perché il ritorno significa ripopolamento temporaneo del dissanguato Sud.
Sono le mamme a celebralo questo sacro ritorno, ad officiarlo, a renderlo solenne. E beato chi ce l’ha una mamma.
Mi sfuggiva, negli anni della mia immaturità, cosa il Natale restituisse ai meridionali. Mi sfuggiva, in quelli della maturità, chi rendeva perfetto il ritorno.

benvenuto_napoletani

Complimenti a chi ha preparato questo striscione di benvenuto esposto alla Stazione Centrale di Napoli.

Un po’ di calcio a LineaCalcio (Canale 8)

A LineaCalcio (Canale 8) dell’8/11 per parlare di:
– Juventini meridionali che chiamano alle trasmissioni campane;
– giornalismo d’inchiesta per ripulire il calcio;
– l’inchiesta di Report e “gli anticorpi” della Juventus;
– giornalismo buono e meno buono nelle emittenti campane;
– i margini di crescita del Napoli di De Laurentiis;
– l’insofferenza dei giornalisti del Nord nei confronti del Napoli;
– il caso Mourinho;
– il rush finale nel girone C della Champions League.

Angelo Forgione si racconta a Napolipiu.com

Per la rubrica “Incontri d’autore”, la redazione di Napolipiu.com ha incontrato lo scrittore Angelo Forgione. La questione meridionale, il divario tra Nord e sud e la questione Juventus al centro della nostra intervista.

Napoletano doc, scrittore, giornalista e saggista, Angelo Forgione è anche storicista oltre ad essere grafico pubblicitario. È autore di noti libri di successo Made in Naples (2013), approfondita rappresentazione della cultura napoletana, Dov’è la Vittoria (2015), in cui offre una cruda ricostruzione relativa all’egemonia settentrionale nello sport nazionale in chiave politica, economica e sociale.

Da ultimo, Napoli Capitale Morale (2017), saggio storico in cui si narrano gli intrecci tra la vera capitale preunitaria, Napoli, e la vera capitale della nazione unita, Milano. Nel 2008 ha fondato V.A.N.T.O., un movimento di opinione, azione e sensibilizzazione culturale, con il fine di valorizzare Napoli e di promuovere la napoletanità. Il suo blog, che vanta moltissimi seguaci e ammiratori, attraverso articoli, interviste e videoclip è ormai punto di riferimento della cultura del meridione.

Da dove nasce l’amore per Napoli?

“Dalle mie radici e dalla mia indole. Sono napoletano, e sono curioso. Essere napoletani impone l’osservazione di mille contrasti tra bello e brutto, tra nobile e plebeo, tra sfarzoso e miserevole. Da piccolo notavo tutti questi contrasti e ne restavo spiazzato. Crescendo ho fatto leva sulla mia curiosità, il motore che ti conduce a non ignorarli, a non considerarli normali, a capire la realtà in cui vivi per come si è originata, non limitandoti a una semplice fotografia del presente. E ho compreso come molte cose sono state raccontate male o non raccontate per niente. Basta dire che la sirena Parthenope è in realtà è una donna-uccello, mentre tutti pensano che sia una donna-pesce. Una figura solare mistificata e trasformata in figura legata agli abissi. È il paradigma della narrazione di Napoli, luogo che è stimolo continuo, e io non le sono mai stato indifferente, neanche nell’età dell’incoscienza. La mia realtà e la mia indole mi hanno condotto ad amare la città più difficile da decifrare d’Occidente e a volerla capire”.

Come è nata l’idea del movimento V.A.N.T.O.?

Dieci anni fa, nel momento in cui sentii di aver trasportato il mio orgoglio dalla pancia alla testa, con lo scopo di evidenziare ciò che non funzionava a Napoli, e in Italia rispetto a Napoli. Tutto doveva passare attraverso il web: denunce, articoli, interviste televisive e radiofoniche, videoclip di mia creazione. Volevo darmi da fare per la sensibilizzazione al decoro e poi per la valorizzazione, cioè l’individuazione di valori di napoletanità autentica, che non andavano confusi con le imposture costruitevi attorno. Pensai al nome V.A.N.T.O., un acronimo che sta per Valorizzazione Autentica Napoletanità a Tutela dell’Orgoglio.

Quali sono le emozioni che prova a fronte di commenti positivi e/o incomprensioni suscitate dai suoi libri?

Non vorrei sembrare presuntuoso, ma i miei libri non lasciano indifferenti chi li legge, e gli apprezzamenti, fortunatamente, fioccano. Semmai c’è qualcuno che non li legge per qualche preconcetto, ma non importa, perché Io scrivo per esprimere me stesso e scrivo per chi vuole conoscere la storia di Napoli, del Sud e d’Italia, e la società in generale. C’è tanta gente, anche non meridionale, che ha voglia di vederla in modo alternativo, diverso da come è posto dal racconto convenzionale. Devo dire che diverse attestazioni di apprezzamento arrivano anche dagli stranieri, tanto per i due titoli dedicati a Napoli, Made in Naples eNapoli Capitale Morale, quanto per quello sulla storia del calcio italiano, Dov’è la Vittoria, che ha interessato la stampa spagnola e persino l’importante network americano ESPN.

La questione meridionale

In merito al suo ultimo libro Napoli Capitale Morale, ottimo strumento per individuare e capire le ragioni, oltre che le origini, delle questioni meridionali irrisolte, ma anche importante linea di condotta, volta al futuro, verso le necessarie soluzioni, come mai tiene molto a cuore la cosiddetta ”Questione meridionale”?

Perché è questione irrisolta, appunto, ed è un problema serio, anzi, il problema per Napoli e per l’intero Mezzogiorno. È un problema che, per dimensioni e durata di sedimentazione, non ha eguali nel panorama dei paesi economicamente avanzati. Non si comprende davvero cosa intenda fare l’Italia per recuperare terreno rispetto al Nord Europa. Per riuscirvi non può più prescindere dal mettere mano alla “Questione meridionale”, che è ormai questione nazionale. Ma intanto i vari governi nazionali continuano a sovrintendere due Paesi distinti senza perseguire coesione, senza fare quanto necessario per rimuovere tutti gli squilibri sociali creati con gli errori politici commessi dal 1861 a oggi. I governi europei, poi, dimostrano che non è neanche più solo un problema tra Settentrione e Meridione d’Italia ma anche tra Nord-Europa e Mediterraneo. Sud Italia e Grecia, le culle della cultura continentale, avrebbero bisogno di un piano di rilancio da parte dell’Unione Europea, che non è neanche nelle intenzioni.

Perché ha voluto esaltare la napoletanitá?

Perché è un aspetto vitale, ormai peculiare nel mondo globalizzato, ed è un valore da preservare. Là dove c’è identità esiste un popolo. L’identità napoletana si manifesta in molteplici forme, è la più espressiva e antica che ci sia in Italia, dai tempi della Neapolis greco-romana, che già allora, col Foedus Neapolitanum, impose le sue tradizioni ellenistiche e la sua lingua greca a Roma latina. È un’identità che sopravvive miracolosamente, rivitalizzandosi continuamente, nonostante tutto. Napoli si è fatta, più di ogni altro luogo occidentale, cuore di una riflessione che riguarda le metropoli più antiche d’Europa, che hanno smarrito il loro orientamento. Se n’è accorta l’UNESCO, che protegge il centro storico di Napoli, l’antica Neapolis, per i suoi valori universali senza uguali che hanno esercitato una profonda influenza su gran parte dell’Europa e oltre. E prima ancora se n’è accorto l’ICOMOS, un comitato di oltre settemila tra architetti, geografi, urbanisti e storici dell’arte che già nel 1995 ha certificato che Napoli ha radici culturali completamente diverse da qualsiasi altra città italiana e che il confronto sarebbe inutile anche con città vagamente somiglianti come Barcellona e Marsiglia, poiché Napoli rappresenta l’unicità. Il problema è che l’unicità identitaria napoletana è stata declinata in modo folcloristico nell’ultimo secolo, tant’è che i turisti si recano a Napoliprincipalmente per i suoi colori, per i suoi sapori, per i suoi suoni, spesso dimenticando la sua aristocratica cultura, e solo quando vi si immergono comprendono che è anche una città ricca d’arte. Se vogliamo che Napoli venga percepita per quella gran capitale di cultura qual è abbiamo l’obbligo di raccontarla per bene, anche ai napoletani, e ridefinire i tratti della napoletanità, spesso confusa con la napoletaneria, che è l’esaltazione della sottocultura, della volgarità e della sciatteria di certi autocompiacenti napoletani.

Le due facce di Napoli

Da un lato lei esalta la città del Vesuvio come luogo in cui sognare, da amare e sostenere; dall’altro c’è la Napoli che non funziona, quella dei compromessi. Mi domando, come concilia questi due volti della medesima medaglia?

“Le due cose vanno fissate bene, e nessuna delle due deve far perdere di vista la realtà di un luogo unico e complicato. Napoli è una città stupenda ma deturpata dall’immobilismo politico e dalla conseguente condotta di quelli della napoletaneria, approssimativi e corresponsabili della cronicità di problematiche serie, di una Napoli plebea e randagia, a tratti invivibile. Ci vuole cura e cultura, e manca ad ogni livello. Il discorso vale anche per chi questa città la osserva da fuori, magari senza neanche conoscerla, mostrandosi fortemente interessato alle sue ombre e assai meno alle sue luci. L’elemento principale della narrazione attuale è la criminalità, che occulta i valori positivi dietro l’immagine imposta del male degli insistenti filoni giornalistici, letterari e cinematografici che non propongono speranza ma sola dannazione. L’immensa cultura di Napoli è sconosciuta a molti napoletani e la città ne risente anche in cultura civica. E non è un dato diffuso altrove. Quando si parla di città d’arte, l’etichetta va sempre a Roma, Venezia e Firenze, e troppo spesso non a Napoli, che è uno scrigno pieno di un ricchissimo patrimonio ed è ancora oggi la città più viva sotto il profilo artistico dello Stivale, tra eccellenze in quanto a musica, cinema, teatro, letteratura, cucina, e potremmo continuare”.

I meridionali Juventini

Riguardo la diatriba tra tifosi, vorrei approfondire la questione dei meridionali juventini. Al sud c’è una certa percentuale di persone che tifano squadre del Nord. Secondo lei, la fede sportiva per squadre come il Milan, l’Inter e, soprattutto, la Juve può derivare dalla loro grande storia calcistica ricca di vissuti vincenti?

“Nel calcio, e nel tifo per le squadre di calcio, c’è tutta la storia d’Italia, la colonizzazione del Sud e la conseguente creazione del triangolo industriale Torino-Genova-Milano del secondo Ottocento. A Torino, nel 1898, nacque la FIGC come espressione dell’élite borghese di radice economico-finanziaria del “triangolo”, che si era impossessato del gioco del calcio. Per circa trent’anni il Sud, Centro compreso, fu emarginato anche sportivamente, mentre altrove mettevano scudetti in bacheca. Fino al 1926 non esisteva una divisione nazionale, solo allora voluta dal regime fascista per ricondurre il calcio al dogma del nazionalismo mussoliniano, e così finì la dittatura sportiva del Nord ma non il gap, che resta evidente ancora oggi. Le squadre di Torino e Milano continuarono a vincere anche nel dopoguerra, quando la ricostruzione industriale del Nord attirò la massiccia emigrazione dei meridionali, i quali, per farsi accettare da chi li discriminava socialmente, trovarono in quelle squadre il riparo e la parziale soluzione. La Juventus, più delle milanesi, intercettò quel sentimento e iniziò ad ingaggiare scientificamente tutta una serie di calciatori meridionali, che ingrossarono l’affezione ai colori bianconeri dei lavoratori venuti dal Sud, trasferita ai parenti nei luoghi di origine, dove ancora oggi si fa il tifo per le squadre settentrionali anche per tradizione patriarcale, anche quando quelle città riescono a raggiungere la Serie A. Allora si tifa per il Bari e per la Juventus, per il Palermo e per la Juventus, per la Reggina e per la Juventus. Figuriamoci quelli che neanche vedono la B. Purtroppo si tratta di una colonizzazione sportiva, figlia di una colonizzazione sociale. È tutto strettamente legato e in Dov’è la Vittoria lo spiego con chiarezza.

Tifo errante

Siamo ormai abituati anche ad un tifo juventino decentrato ed errante, tutto questo potrebbe essere alimentato dalla circostanza che vi siano grandi appassionati al calcio provenienti da zone della penisola senza una grande storia calcistica o che addirittura siano prive di una squadra in serie A?

I bambini di Bolzano, di Macerata, di Campobasso, di Matera, di Siracusa, di Olbia e di ogni cittadina senza storia calcistica, da Nord a Sud, è ovvio che si scelgano una squadra gloriosa e vincente. È una garanzia di partecipazione e soddisfazione, cose di cui sono privati alla nascita per questioni territoriali. Garanzie che, almeno in quanto a partecipazione, hanno solo nuclei cittadini identitari come Napoli, Roma e Firenze, e non è un caso che siano i centri dove il tifo per le squadre locali sia predominante e la rivalità con la Juventus fortissima.

Tutto il mondo è paese

Lei ha parlato di pistole puntate sui calciatori. È accaduto ultimamente a Milik ma in passato anche a Torino a Milano a Roma, come lei ha meglio precisato.
Dunque possiamo dire che ovunque si vada, buoni o cattivi che siano, i sentimenti umani non cambiano, sintetizzando che tutto il mondo è paese?

Certamente. Storie di rapine appartengono un po’ a tutto il mondo. È la grancassa mediatica che amplifica gli accadimenti negativi di Napoli, così come avvenne in occasione del colera del 1973, in cui Napoli fu piuttosto esempio di civiltà e di profilassi nella guarigione veloce da un vibrione diffuso dallo smercio di cozze provenienti dalla Tunisia e portatrici dell’epidemia anche a Bari, Cagliari, Barcellona e Valencia, dove ci furono meno morti e meno giornalisti ma dove l’emergenza durò molto di più.
Le rapine a mano armata? Bonucci ha avuto una pistola puntata addosso a Torino. Icardi a Milano. Panucci a Roma. Koke a Madrid. E nessuno che si chieda come mai i calciatori del Napoli, notoriamente idolatrati oltremisura, siano stati presi di mira dal 2008 in poi, anno del ritorno in Serie A degli azzurri di De Laurentiis, il presidente che aveva sciolto i lacci tra il club e certi soggetti delle curve.

Il Napoli dopo Juventus e Liverpool

La splendida vittoria del Napoli contro il Liverpool. La sconfitta contro la Juventus. I meridionali juventini. Le prospettive degli azzurri.
Questi i contenuti nella sintesi della puntata di Lineacalcio (Canale 8) del 4/10/18.

ESCLUSIVA Arenapoli.it – Forgione: “Juventinità al Sud, Napoli-Filmauro e un’idea per ADL.

intervista del 16 febbraio 2018 a cura di Luca Cirillo per Areanapoli.it

Per analizzare il momento della squadra di Sarri all’indomani della sconfitta degli azzurri in Europa League contro il Lipsia, abbiamo contattato il collega Angelo Forgione, giornalista e noto scrittore, autore del fortunato Napoli Capitale Morale, ultimo lavoro letterario dopo Made in Naples e Dov’è la Vittoria, in cui analizza la storia del calcio italiano attraverso analisi socio-economico-politiche.

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La tua segnalazione sul Carnevale di Putignano, il più antico d’Italia ed il più grande del Sud, con una forte connotazione juventina, ha fatto il giro dei media. Il maestro Lello Nardelli, autore del carro e tifoso del club torinese, ha definito i calciatori bianconeri “Eroi moderni”. La “colonizzazione” è anche questa…

Certamente. Si tratta di un’evidente manifestazione di un’affezione storica del territorio pugliese ai colori della Juventus, cosa che vale anche per quelli dell’Inter e del Milan. Del resto funziona così in tutto il Meridione e nel resto del Paese, ma il fatto è che quest’affezione è più forte nelle province del calcio, dove non ci sono squadre capaci di radicare un sentimento locale e di evocare una passione identitaria. Un carro allegorico dedicato all’esaltazione della Juventus è impossibile a Napoli, a Roma o a Firenze, grandi centri con importanti club, ma a Putignano, invece, è possibilissimo, perché nel Barese lo juventinismo è forte e affonda le sue radici nell’emigrazione del dopoguerra. Il carro allegorico juventino è lo specchio della disidentificazione del Sud, e racconta di un’evoluzione sociale dell’Italia e della Questione meridionale.


A chi dice che il calcio è solo passione avulsa da tutto il resto, dall’amore per il territorio, cosa rispondi? Esempio: “io sono di Putignano, perché devo tifare per forza per la Putignanese o per il Bari? E pur tifando per loro, posso tifare per chi mi pare nel campionato di Serie A?”. Tema complesso…

In realtà è un tema semplicissimo. I bambini di questi territori, fuori dal grande calcio e dalla possibilità di lottare per qualcosa di “nazionale”, devono necessariamente fare una scelta che gli consenta di partecipare, di non sentirsi esclusi nei discorsi con gli amici, e per convenienza inconscia si affezionano alle squadre più gloriose. La stessa cosa accade ad altre età, per contare nei discorsi da bar in pubblico. La verità è che esiste anche una componente identitaria che si nasconde dietro alla voglia di vincere, frutto dell’auto-riconoscimento di ciascun appassionato nella squadra che porta il nome della propria città, della propria provincia, del proprio territorio di appartenenza e, che è poi area di precisa identità culturale, ma spesso la si sopprime. A Napoli, Roma e Firenze è più facile far prevalere questo aspetto a prescindere, ma a Bari e dintorni diventa già più difficile. Qui il tifo aiuta a gestire e risolvere un contrasto interiore, e perciò alla fede locale, che diventa prioritaria solo se la squadra del territorio è in Serie A, è spesso accostata quella per una delle tre squadre più vincenti, che è un’assicurazione sulla partecipazione. Il barese tifa magari per il Bari e per la Juve, e così il palermitano e il reggino, cosa impossibile per il napoletano, il romano e il fiorentino, che hanno una sola fede, che sia per le squadre delle città o delle tre più blasonate.

Tali dibattiti sono tornati di attualità anche grazie alla cavalcata del Napoli che negli anni si è affermata come principale avversaria della Juve. Cavalcata che sta innervosendo non poco i sabaudi e i relativi feudi in tutta Italia.

Certo che sì. La Juventus, per i motivi chiariti, è la squadra più amata d’Italia e i suoi sostenitori abbondano in ogni provincia del Paese. La tifoseria del Napoli è agli antipodi di quella bianconera, perché se gli juventini sono ovunque e tifano per una squadra che non rappresenta Torino ma una sua espressione industriale, con tutto ciò che garantisce, i napoletani sono invece concentrati soprattutto in Campania e amano la napoletanità. Napoletano è il tifoso e napoletano è il cittadino, c’è sovrapposizione anche nella terminologia. Napoli e Juventus è un confronto tra fieri napoletani e generalmente italiani, tra una tifoseria che vuole essere e un’altra che vuole avere. Ma c’è dell’altro…

Cioè?

Bisogna tener conto di un fenomeno che sta montando in questo preciso momento storico. Con il Napoli a rappresentare la prima rivale della Juventus, cosa che dura ormai da un lustro e più, i più giovani juventini stanno crescendo con un’avversione al Napoli e ai suoi tifosi piuttosto che al mondo interista e milanista, ora ridimensionati. Ad esempio, ho visto una ragazzina di Messina registrare video su youtube per esternare e motivare tutto il suo odio per il mondo Napoli, nato in questi anni insieme al suo amore per la Juventus. È una dinamica che non dobbiamo sottovalutare.

Questione Younes: si “narra” che il calciatore sia letteralmente scappato dopo aver visto il San Paolo e Castel Volturno. “Taxi, mi porti alla stazione di Villa Literno”. Da lì la fuga. Il tedesco si è spaventato? Siamo così brutti?

Qualcuno prima o poi dovrà spiegarci cosa realmente è accaduto quel giorno, perché non è accettabile che un calciatore firmi, venga da Amsterdam a vedere una partita a Napoli e il giorno seguente se ne esca serenamente dal centro sportivo di allenamento, senza salutare e motivare, e se ne torni da dove è venuto. Possibile che nessun dirigente azzurro accompagnasse il ragazzo? In attesa di capire, l’unica certezza è che Milik ha fatto lo stesso percorso, ma di sola andata; è ancora a Napoli e non mi pare un calciatore spaventato o deluso.

L’Italia fa una fatica enorme a tenere il passo delle big d’Europa. Quanti anni ci vorranno per tornare grandi come negli anni ’80 o è una parentesi storica irripetibile?

Quello degli anni Ottanta fu un momento storico difficilmente ripetibile. L’Italia scialava sulla scia del boom economico dei decenni precedenti, e la crescita economica del Paese era ancora in atto. Nel 1981 fu decisa la liberalizzazione delle sponsorizzazioni, un provvedimento rivoluzionario che aprì le porte agli investimenti delle grandi industrie, che intuirono le potenzialità legate al calcio. Le società italiane, in quel calcio poggiante sulla bigliettazione allo stadio, aggiunsero alle strutture capienti i soldi degli sponsor e gli investimenti degli imprenditori. Con la vittoria dei Mondiali in Spagna, la febbre salì. Il tesseramento del secondo straniero, accordato dalla Federazione a partire dalla stagione ‘82/’83, fu l’ultimo grande cambiamento della Serie A. Ciò permise, nel bene e nel male, l’arrivo di un numero doppio di stranieri, e tutti quanti volevano l’Italia. Di questa sbornia, però, ne abbiamo approfittato senza porci il problema futuro, quello della trasformazione in fenomeno televisivo. Quando sono esplose le pay-tv la Serie A ha pensato solo a spremere il limone dei diritti televisivi, dimenticando che altrove si provvedeva ad approntare stadi moderni e capienti di proprietà, mentre noi restavamo ancorati alle proprietà comunali, e neanche ci siamo preoccupati di contrastare il fenomeno del marchandising falso con leggi e controlli severi. Altrove hanno iniziato a rendersi moderni e noi ci siamo ritrovati indietro, dipendenti esclusivamente dai diritti televisivi e dalle banche. La sentenza Bosman, poi, significò un vantaggio per chi cresceva e un danno per chi restava indietro, come noi. Abbiamo decenni di ritardi e non abbiamo neanche iniziato la risalita. Restiamo sufficientemente competitivi solo per la grande capacità tattica dei nostri allenatori, che non a caso vengono risucchiati dai campionati più ricchi.

Domanda apparentemente fuori contesto: che momento vive Napoli sul versante dell’arte, della comicità, della musica, del cinema ecc. ecc.?

Molto florido. Napoli è la città più dinamica d’Italia sotto questo aspetto. Il cinema napoletano, o a tema napoletano, vince premi su premi. La musica è sempre viva, così come la comicità, anche se di Troisi non se ne vedono in giro. In questo buon momento ci metterei certamente anche la scrittura. Ogni forma d’arte napoletana riesce a segnalarsi a livello internazionale, e questo è segno di un’identità tra le più espressive del mondo.

Continuando, “Napoli velata” di Ozpetek ti è piaciuto?

Nulla di trascendentale ma certamente un bel film, che ti tiene incollato alla sedia per capire e che racconta il femminino di Napoli, perché il regista ha compreso che Napoli è femmina, e necessita di essere capita, sentita, oltre che osservata.

De Laurentiis potrebbe dare una sterzata e stimoli nuovi alla città sul versante artistico o il “mercato” non lo permette? Purtroppo ADL si associa ai cinepanettoni, ma nel suo passato di produttore ci sono prestigiosi titoli di livello internazionale. Il mercato si asseconda o è possibile dettare regole e ritmo?

L’industria del cinema è in forte crisi e non si può fare a meno di cercare il risultato al botteghino. Non c’è più spazio per sperimentazioni e rivoluzioni. Il fatto è che è la SSC Napoli a trainare la Filmauro e non viceversa. Non credo di andare troppo lontano dalla realtà azzardando che se De Laurentiis non avesse acquistato il Napoli la Filmauro non esisterebbe più. Io però gli suggerirei di lavorare a un bel film sulla storia di Napoli, rompendo qualche schema. Non sarebbe un errore.

Tornando al calcio, questo epico duello Napoli-Juventus è arrivato dopo 9-10 anni al suo punto più alto. Davide contro Golia, le idee e la creatività contro lo strapotere economico. E’ l’inizio di tanti duelli per tanti anni ancora o Milan, Inter, Roma e Lazio torneranno a breve ad inserirsi in alta quota?

La Roma, in alta quota, c’è già, ma non riesce a starci con continuità. L’inter sta provando a rialzarsi, ma non la vedo così semplice come qualcuno ha preconizzato all’arrivo di Suning. Il governo cinese ha recentemente tarpato le ali agli investimenti all’estero e tutto comunque passa attraverso la presenza costante in Champions League, cosa non certa neanche per la prossima stagione. Il Milan è ancora lontanissimo da certi livelli, e non ci sono garanzie sul suo futuro societario, mentre la Lazio non può fare più di quello che sta facendo. Il duello Juventus-Napoli durerà ancora a lungo perché, tra i 5 top club d’Italia, sono gli unici due che programmano, sia pure in maniera diversa; due società che non hanno debiti esponenziali, che non sono in mano alle banche o a fondi stranieri e che sono guidate da due proprietà riconoscibili e vicine alla squadra. Per dirla tutta, io non sono tra quelli che sullo scudetto a Napoli dicono “ora o mai più”. È una mentalità perdente, e non è certamente quella che sta dando Sarri alla sua squadra.

Italia, ammore e malavita

 

Angelo Forgione Discutibili riflessioni su Napoli, Sicilia e Calabria di Daniele Piervincenzi dopo il pestaggio subito a Roma, anch’egli spiazzato dal fatto che la protervia mafiosa non appartenga solo al Mezzogiorno. La vicenda ha fatto emergere un problema di ignoranza e pregiudizio che ha profonde radici storiche. Il filtro distorto del Positivismo di fine Ottocento ha fatto supporre che solo al Sud sarebbero potute nascere e pascere le mafie, e dove se no? Se però riavvolgiamo il nastro del tempo scopriamo che il fare delinquenziale in Italia esplode enormemente nella stagione spagnola del Cinquecento, capace di lasciare evidenti segni nei territori italici conquistati, a Sud come a Nord, a Napoli come a Milano, accomunate da un vincolo di sottomissione alla corona di Spagna, tra controllo delle masse da parte dei governi ispanici, imposizione di pagamenti di gabelle inique e crescita di movimenti popolari protestanti. Basta leggere ‘I Promessi Sposi’ di Alessandro Manzoni per capire che quella Milano era violenta, molto violenta. Quella Milano sostituì il diritto con i Don Rodrigo e gli Azzecca-garbugli, e ai soprusi dei suoi nobili si trovava soluzione solo facendo ricorso alla protezione di altri nobili più potenti, che sguinzagliavano i Bravi, il loro braccio armato e prepotente. Contestualmente, a Napoli prese piede l’Organizzazione Segreta dell’Ordine per la tutela degli interessi della plebe, manovrata dai Compagnoni, arroganti malavitosi che replicavano i modi dei soldati e dei nobili spagnoli, secondo le regole della Garduña española, una confraternita criminale di cavalieri fondata a Siviglia e completamente votata al crimine. Insomma, niente Stato a Sud e niente Stato a Nord, e tutti iniziarono ad arrangiarsi come potevano. Non che nei territori pontifici andasse tanto meglio. A Roma, Caravaggio, già rissoso giovane a Milano, uccise il ternano Ranuccio Tommasoni, prepotente capo di una banda malavitosa di Campo Marzio.
Le cose, evidentemente, procedevano di pari passo, ma poi, nella prima metà dell’Ottocento, nacquero le mafie meridionali, in due città ricche come Napoli e Palermo, in piena degenerazione carbonara, come società segrete paramassoniche dedite al crimine e rispondenti alle logge inglesi, interessate a destabilizzare il Regno delle Due Sicilie. Queste, dopo aver contribuito a cancellare il pericoloso e nemico regno borbonico, si imposero nel sud del Regno dell’Italia unita, là dove lo Stato era meno presente, e dove la povertà iniziava ad essere maggiore che al Nord. Fu lasciata ad esse la gestione dell’economia di quei territori depressi, per i quali iniziarono a rappresentare veri e propri ammortizzatori sociali, ancor più nel dopoguerra, quando rialzarono la testa dopo la repressione fascista. Ma un cancro è un cancro, e non conosce confini. Un cancro si allarga, crea metastasi, e si estende oltre. Negli anni Sessanta le mafie sono approdate al Nord, nel territorio più ricco, alla ricerca di affari più remunerativi. Ora che la situazione è completamente sfuggita di mano, con chi ce la vogliamo prendere?