Le quattro giornate del Napoli per il colpo di Stato

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Angelo Forgione – Se vuoi prenderti lo scudetto, spesso, devi battere il tuo avversario a casa sua. E il Napoli sapeva di doverlo fare, di dover fare l’impresa, di dover inchiodare la Juventus alla quinta sconfitta in 131 partite di campionato nel suo bunker, per dare una gioia ai tifosi azzurri, che avevano caricato a molla la squadra del loro cuore sin dalla partenza per Torino. Ci voleva convinzione e cattiveria, quella che il piccolo Insigne ha mostrato in volto a Khedira. Ci voleva l’arma di questa rimonta in classifica: il calcio d’angolo. È così, con 5 gol su palla inattiva degli ultimi 8 realizzati, che il Napoli sta sopperendo alla crisi di finalizzazione del suo tridente. Albiol al Genoa, Diawara al Chievo, ancora Albiol e poi Tonelli all’Udinese, e ora Koulibaly alla Juve. Uno con lo schema sul primo palo e ben quattro con la palla messa al centro dell’area di rigore. Callejon, come Mario Rui, allo Stadium, ha provato per tutta la partita il primo metodo, ma all’ultimo corner ha provvidenzialmente optato per il secondo, quello più efficace, e ha funzionato.
A Torino la grossa mole di gioco azzurro non ha prodotto grossi pericoli agli avversari, ma alla fine il risultato ha reso giustizia a chi ha giocato a pallone occhi negli occhi di chi, con sguardo timoroso, ha esclusivamente speculato sul vantaggioso 0-0. Gli agnelli non erano solo in tribuna. Pressing alto e possesso palla, Sarri ha dato una lezione ad Allegri, la più indigesta, che ne è uscito col morale visibilmente a pezzi. È su questo fattore che il Napoli, con l’inerzia a favore, dovrà costruire il sorpasso dopo la rimonta.
L’allenatore degli azzurri è a un passo dalla definitiva consacrazione. Sa di avere la possibilità di scrivere la storia, perché puoi pure vincere sei scudetti consecutivi come nessuno, ma vincerne uno a Napoli ne vale dieci. Sa di avere l’opportunità di dare un’immensa gioia alla sua gente e non permetterà a nessuno di distrarre la squadra dall’obiettivo. Il portone del Palazzo è stato sfondato e i rivoluzionari azzurri sono ormai dentro. Ma nulla è ancora compiuto. La Juve ha ancora il suo destino in mano. Ora tocca salire nella stanza dei bottoni per completare il colpo di stato e prendere il potere.
I napoletani, col sogno nel cuore, si compattino davvero. Basta fischi ai calciatori. Basta offese al presidente. Basta critiche al mister sulla gestione di una rosa che non è certamente ampia e che ha necessitato del sacrificio delle coppe per poter essere calibrata sull’obiettivo del patto, ma qualcuno non l’ha ancora capito. Ora è il momento di spingere il Sud al traguardo negato dalla storia e di lasciare ai cannibali le briciole e il traumatico fallimento. Ora è il momento di fare il prodigio tutti insieme, da popolo vero, per esserne fieri. Vincere con Maradona in campo ci sta. Vincere senza neanche il bomber che l’avversario ti ha strappato non è cosa da poco. Cominciano le quattro giornate del Napoli. La storia è a quattro passi, e sarebbe uno tricolore bello, bellissimo, come il primo.

 

Lo stile Juve, impunita in Italia e impotente fuori

benatiaAngelo Forgione – Dopo una lezione di calcio impartita al Real, perde la testa la Juventus, convinta di essere stata derubata perché, da squadra egemone e tiranna nel suo cortile, quello nazionale, ha la percezione di un’egemonia più grande fuori dal recinto. Un fondo di verità c’è, perché gli spagnoli godono spesso di aiutini arbitrali, ma il rigore fischiato all’ultimo respiro di Real-Juve è tutt’altro che scandaloso. Benatia, in ritardo di posizione, una carica su Vazquez la compie, colpendolo alle spalle in modo irruento prima di toccare il pallone. L’arbitro Oliver ha il coraggio di fischiare un rigore contro la Juve che in Italia, dopo una rimonta e all’ultimo secondo, nessun arbitro avrebbe il coraggio di sanzionare. E questo fa la differenza tra quanto spesso accade in quel cortile nazionale e fuori. L’intervento di Benatia su Vazquez non è tanto differente da quello commesso all’Olimpico su Leiva contro la Lazio, sul risultato di 0-0, match terminato con la vittoria della Juventus all’ultimo assalto e con la svolta nella lotta scudetto contro il Napoli, già condizionata da episodi come quelli di Cagliari, Verona (Chievo) e Firenze.
buffon pretende di non subire rigore perché, a prescindere dal fallo, è l’ultima azione del match; e pretende di non subire espulsione perché, a prescindere dalle offese rivolte all’arbitro, è la sua ultima partita in Champions League. Buffon pretende di non subire un rigore che in Italia, dopo una magistrale rimonta e allo scadere, nessuno gli fischierebbe contro, pena la fine della carriera in Serie A. E allora vomita offese in un surreale post-partita in tivù. E viene fuori l’indole di chi, nel suo territorio di conquista, per respingere le polemiche che gli piovono spesso addosso, accusa gli avversari di vittimismo e fa presuntuosamente sfoggio di uno stile che è solo mera poesia, pronta a dissolversi all’estero, dove non è abituato a gestire la frustrazione di non essere intoccabile.
Il calcio è un fenomeno economico e, in quanto tale, è semplicemente uno scontro di poteri che non ammette Sprite, patatine e fruttini.

 

I calciatori della Juve, non ripresi dalle telecamere, provano a sabotare il tiro di Ronaldo

Juventus-Napoli, chi è obbligato a vincere?

Allegri e Sarri. Chi è davvero ossessionato dallo scudetto? Chi scarica le pressioni su chi? Ne ho parlato nel salotto della trasmissione sportiva In Casa #Napoli (Piuenne) per chiarire il perché, nel duello scudetto, la pressione è, in realtà, tutta sulle spalle della Juventus. Bianconeri per il dovere, azzurri per il colpo di stato. E l’allenatore del Napoli, con la sua risposta serena al suo collega, ha fatto intendere proprio che l’ossessione è di chi deve vincere per forza anche il settimo tricolore, non di chi sogna di strapparglielo.

ESCLUSIVA Arenapoli.it – Forgione: “Juventinità al Sud, Napoli-Filmauro e un’idea per ADL.

intervista del 16 febbraio 2018 a cura di Luca Cirillo per Areanapoli.it

Per analizzare il momento della squadra di Sarri all’indomani della sconfitta degli azzurri in Europa League contro il Lipsia, abbiamo contattato il collega Angelo Forgione, giornalista e noto scrittore, autore del fortunato Napoli Capitale Morale, ultimo lavoro letterario dopo Made in Naples e Dov’è la Vittoria, in cui analizza la storia del calcio italiano attraverso analisi socio-economico-politiche.

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La tua segnalazione sul Carnevale di Putignano, il più antico d’Italia ed il più grande del Sud, con una forte connotazione juventina, ha fatto il giro dei media. Il maestro Lello Nardelli, autore del carro e tifoso del club torinese, ha definito i calciatori bianconeri “Eroi moderni”. La “colonizzazione” è anche questa…

Certamente. Si tratta di un’evidente manifestazione di un’affezione storica del territorio pugliese ai colori della Juventus, cosa che vale anche per quelli dell’Inter e del Milan. Del resto funziona così in tutto il Meridione e nel resto del Paese, ma il fatto è che quest’affezione è più forte nelle province del calcio, dove non ci sono squadre capaci di radicare un sentimento locale e di evocare una passione identitaria. Un carro allegorico dedicato all’esaltazione della Juventus è impossibile a Napoli, a Roma o a Firenze, grandi centri con importanti club, ma a Putignano, invece, è possibilissimo, perché nel Barese lo juventinismo è forte e affonda le sue radici nell’emigrazione del dopoguerra. Il carro allegorico juventino è lo specchio della disidentificazione del Sud, e racconta di un’evoluzione sociale dell’Italia e della Questione meridionale.


A chi dice che il calcio è solo passione avulsa da tutto il resto, dall’amore per il territorio, cosa rispondi? Esempio: “io sono di Putignano, perché devo tifare per forza per la Putignanese o per il Bari? E pur tifando per loro, posso tifare per chi mi pare nel campionato di Serie A?”. Tema complesso…

In realtà è un tema semplicissimo. I bambini di questi territori, fuori dal grande calcio e dalla possibilità di lottare per qualcosa di “nazionale”, devono necessariamente fare una scelta che gli consenta di partecipare, di non sentirsi esclusi nei discorsi con gli amici, e per convenienza inconscia si affezionano alle squadre più gloriose. La stessa cosa accade ad altre età, per contare nei discorsi da bar in pubblico. La verità è che esiste anche una componente identitaria che si nasconde dietro alla voglia di vincere, frutto dell’auto-riconoscimento di ciascun appassionato nella squadra che porta il nome della propria città, della propria provincia, del proprio territorio di appartenenza e, che è poi area di precisa identità culturale, ma spesso la si sopprime. A Napoli, Roma e Firenze è più facile far prevalere questo aspetto a prescindere, ma a Bari e dintorni diventa già più difficile. Qui il tifo aiuta a gestire e risolvere un contrasto interiore, e perciò alla fede locale, che diventa prioritaria solo se la squadra del territorio è in Serie A, è spesso accostata quella per una delle tre squadre più vincenti, che è un’assicurazione sulla partecipazione. Il barese tifa magari per il Bari e per la Juve, e così il palermitano e il reggino, cosa impossibile per il napoletano, il romano e il fiorentino, che hanno una sola fede, che sia per le squadre delle città o delle tre più blasonate.

Tali dibattiti sono tornati di attualità anche grazie alla cavalcata del Napoli che negli anni si è affermata come principale avversaria della Juve. Cavalcata che sta innervosendo non poco i sabaudi e i relativi feudi in tutta Italia.

Certo che sì. La Juventus, per i motivi chiariti, è la squadra più amata d’Italia e i suoi sostenitori abbondano in ogni provincia del Paese. La tifoseria del Napoli è agli antipodi di quella bianconera, perché se gli juventini sono ovunque e tifano per una squadra che non rappresenta Torino ma una sua espressione industriale, con tutto ciò che garantisce, i napoletani sono invece concentrati soprattutto in Campania e amano la napoletanità. Napoletano è il tifoso e napoletano è il cittadino, c’è sovrapposizione anche nella terminologia. Napoli e Juventus è un confronto tra fieri napoletani e generalmente italiani, tra una tifoseria che vuole essere e un’altra che vuole avere. Ma c’è dell’altro…

Cioè?

Bisogna tener conto di un fenomeno che sta montando in questo preciso momento storico. Con il Napoli a rappresentare la prima rivale della Juventus, cosa che dura ormai da un lustro e più, i più giovani juventini stanno crescendo con un’avversione al Napoli e ai suoi tifosi piuttosto che al mondo interista e milanista, ora ridimensionati. Ad esempio, ho visto una ragazzina di Messina registrare video su youtube per esternare e motivare tutto il suo odio per il mondo Napoli, nato in questi anni insieme al suo amore per la Juventus. È una dinamica che non dobbiamo sottovalutare.

Questione Younes: si “narra” che il calciatore sia letteralmente scappato dopo aver visto il San Paolo e Castel Volturno. “Taxi, mi porti alla stazione di Villa Literno”. Da lì la fuga. Il tedesco si è spaventato? Siamo così brutti?

Qualcuno prima o poi dovrà spiegarci cosa realmente è accaduto quel giorno, perché non è accettabile che un calciatore firmi, venga da Amsterdam a vedere una partita a Napoli e il giorno seguente se ne esca serenamente dal centro sportivo di allenamento, senza salutare e motivare, e se ne torni da dove è venuto. Possibile che nessun dirigente azzurro accompagnasse il ragazzo? In attesa di capire, l’unica certezza è che Milik ha fatto lo stesso percorso, ma di sola andata; è ancora a Napoli e non mi pare un calciatore spaventato o deluso.

L’Italia fa una fatica enorme a tenere il passo delle big d’Europa. Quanti anni ci vorranno per tornare grandi come negli anni ’80 o è una parentesi storica irripetibile?

Quello degli anni Ottanta fu un momento storico difficilmente ripetibile. L’Italia scialava sulla scia del boom economico dei decenni precedenti, e la crescita economica del Paese era ancora in atto. Nel 1981 fu decisa la liberalizzazione delle sponsorizzazioni, un provvedimento rivoluzionario che aprì le porte agli investimenti delle grandi industrie, che intuirono le potenzialità legate al calcio. Le società italiane, in quel calcio poggiante sulla bigliettazione allo stadio, aggiunsero alle strutture capienti i soldi degli sponsor e gli investimenti degli imprenditori. Con la vittoria dei Mondiali in Spagna, la febbre salì. Il tesseramento del secondo straniero, accordato dalla Federazione a partire dalla stagione ‘82/’83, fu l’ultimo grande cambiamento della Serie A. Ciò permise, nel bene e nel male, l’arrivo di un numero doppio di stranieri, e tutti quanti volevano l’Italia. Di questa sbornia, però, ne abbiamo approfittato senza porci il problema futuro, quello della trasformazione in fenomeno televisivo. Quando sono esplose le pay-tv la Serie A ha pensato solo a spremere il limone dei diritti televisivi, dimenticando che altrove si provvedeva ad approntare stadi moderni e capienti di proprietà, mentre noi restavamo ancorati alle proprietà comunali, e neanche ci siamo preoccupati di contrastare il fenomeno del marchandising falso con leggi e controlli severi. Altrove hanno iniziato a rendersi moderni e noi ci siamo ritrovati indietro, dipendenti esclusivamente dai diritti televisivi e dalle banche. La sentenza Bosman, poi, significò un vantaggio per chi cresceva e un danno per chi restava indietro, come noi. Abbiamo decenni di ritardi e non abbiamo neanche iniziato la risalita. Restiamo sufficientemente competitivi solo per la grande capacità tattica dei nostri allenatori, che non a caso vengono risucchiati dai campionati più ricchi.

Domanda apparentemente fuori contesto: che momento vive Napoli sul versante dell’arte, della comicità, della musica, del cinema ecc. ecc.?

Molto florido. Napoli è la città più dinamica d’Italia sotto questo aspetto. Il cinema napoletano, o a tema napoletano, vince premi su premi. La musica è sempre viva, così come la comicità, anche se di Troisi non se ne vedono in giro. In questo buon momento ci metterei certamente anche la scrittura. Ogni forma d’arte napoletana riesce a segnalarsi a livello internazionale, e questo è segno di un’identità tra le più espressive del mondo.

Continuando, “Napoli velata” di Ozpetek ti è piaciuto?

Nulla di trascendentale ma certamente un bel film, che ti tiene incollato alla sedia per capire e che racconta il femminino di Napoli, perché il regista ha compreso che Napoli è femmina, e necessita di essere capita, sentita, oltre che osservata.

De Laurentiis potrebbe dare una sterzata e stimoli nuovi alla città sul versante artistico o il “mercato” non lo permette? Purtroppo ADL si associa ai cinepanettoni, ma nel suo passato di produttore ci sono prestigiosi titoli di livello internazionale. Il mercato si asseconda o è possibile dettare regole e ritmo?

L’industria del cinema è in forte crisi e non si può fare a meno di cercare il risultato al botteghino. Non c’è più spazio per sperimentazioni e rivoluzioni. Il fatto è che è la SSC Napoli a trainare la Filmauro e non viceversa. Non credo di andare troppo lontano dalla realtà azzardando che se De Laurentiis non avesse acquistato il Napoli la Filmauro non esisterebbe più. Io però gli suggerirei di lavorare a un bel film sulla storia di Napoli, rompendo qualche schema. Non sarebbe un errore.

Tornando al calcio, questo epico duello Napoli-Juventus è arrivato dopo 9-10 anni al suo punto più alto. Davide contro Golia, le idee e la creatività contro lo strapotere economico. E’ l’inizio di tanti duelli per tanti anni ancora o Milan, Inter, Roma e Lazio torneranno a breve ad inserirsi in alta quota?

La Roma, in alta quota, c’è già, ma non riesce a starci con continuità. L’inter sta provando a rialzarsi, ma non la vedo così semplice come qualcuno ha preconizzato all’arrivo di Suning. Il governo cinese ha recentemente tarpato le ali agli investimenti all’estero e tutto comunque passa attraverso la presenza costante in Champions League, cosa non certa neanche per la prossima stagione. Il Milan è ancora lontanissimo da certi livelli, e non ci sono garanzie sul suo futuro societario, mentre la Lazio non può fare più di quello che sta facendo. Il duello Juventus-Napoli durerà ancora a lungo perché, tra i 5 top club d’Italia, sono gli unici due che programmano, sia pure in maniera diversa; due società che non hanno debiti esponenziali, che non sono in mano alle banche o a fondi stranieri e che sono guidate da due proprietà riconoscibili e vicine alla squadra. Per dirla tutta, io non sono tra quelli che sullo scudetto a Napoli dicono “ora o mai più”. È una mentalità perdente, e non è certamente quella che sta dando Sarri alla sua squadra.

Il conflitto interiore dello juventino del Sud che guarda le trasmissioni sul Napoli

A Linea Calcio (Canale Otto), due chiacchiere con Silver Mele  sul calcio italiano, sulle polemiche attorno al VAR, sull’egemonia della Juventus e possibilità scudetto del Napoli, sul discusso titolo del Roma (“È fuga con la Rubentus”) e relative minacce. Con una interessante telefonata di un tifoso juventino di Calabria che è interessante spunto di riflessione.

Napoli vs Juventus, c’è tutta la storia d’Italia dentro. Alle origini della rivalità.

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Angelo Forgione  per Napoli giornale gratuito  Sì, c’è una storia dentro Napoli-Juventus che trascende il perimetro del rettangolo di gioco e finisce per spiegare perché sotto il profilo sociale è la partita più significativa del calcio d’Italia, cioè della nazione spaccata economicamente in due. Al principio sta la storia stessa del calcio italiano, ingabbiato a fine Ottocento nel “triangolo industriale”, l’area di maggior concentrazione di sviluppo racchiusa tra Torino, Genova e Milano, sorto grazie alle politiche attuate dopo l’Unità d’Italia per stimolare la crescita del Nord-ovest a detrimento del Sud. Il football, la nuova moda inglese, calzava perfettamente alle nuove élite borghesi di quel territorio per ostentare modernizzazione e benessere. Torino, nel 1898, partorì la Federazione, l’attuale FIGC, quantunque il pallone si calciasse dappertutto, e lo fece per impossessarsi del gioco, organizzando campionati detti italiani, ma che in realtà erano piccole competizioni interregionali di Piemonte, Liguria e Lombardia. Tutto il resto del Paese non era invitato, anche se di squadre ce n’erano pure in Sicilia, ma al Nord nessuno aveva intenzione di prendere un treno per andare a giocare laggiù, figuriamoci una nave. Il calcio, insomma, rispecchiava la spaccatura sociale ed economica creata dopo l’Unità, e così fu creato anche nello sport un gap tecnico fortissimo, contro il quale il Sud protestò vivacemente, ottenendo una riforma pro-forma, la Vavassori-Faroppa del 1912, utile solo a calmare le forti rimostranze capeggiate dall’Unione Sportiva Napoli.
Solo nel 1926, per volontà del regime fascista, il Coni impose la vera nazionalizzazione del calcio attraverso la “Carta di Viareggio”, consentendo alle squadre di Roma e Napoli di competere direttamente con le squadre di Torino e Milano, piegate malvolentieri alle volontà politiche. Non gli bastava aver accumulato vantaggio tecnico e di impiantistica, e pure decine di scudetti. Il Genoa, ad esempio, aveva già vinto tutti i suoi 9 campionati, praticamente uno in più di quelli conseguiti fino ad oggi da Roma, Lazio, Napoli e Cagliari messe insieme. La provinciale Pro Vercelli, sempre del “triangolo”, ne contava 7, il Milan 3 e l’Inter 2, come la Juventus, che soli tre anni prima era stata acquistata dalla famiglia Agnelli, cioè dalla Fiat, la fabbrica più rilevante e privilegiata d’Italia. Prima aveva addirittura rischiato di sparire, esattamente nel 1913, quando la retrocessione nella seconda categoria aveva consigliato ai soci di sciogliere il club in difficoltà economiche, ed era stata salvata con un ripescaggio con l’artificio dell’iscrizione nel girone della Lombardia. A colpi di retrocessioni e ripescaggi delle squadre dell’altra Italia, nel 1929 fu decretata la nascita della Serie A a girone unico, ma la distanza tra il calcio del Nord e quello del Sud continuò inevitabilmente a rispecchiare la disunità italiana. La Juventus, sostenuta dai capitali Fiat, fu trasformata in vetrina dell’azienda. Doveva vincere per mostrare prestigio, e iniziò a farlo con frequenza, mettendo in fila cinque scudetti, che attrassero sostenitori tra la buona borghesia torinese. Ma il vero boom del suo seguito esplose negli anni del “miracolo economico” italiano, dopo che i finanziamenti americani del Piano Marshall ebbero ricostruito le fabbriche del Nord distrutte dalla guerra e trascurato la crescita industriale del Sud. La Fiat fece la parte del leone col 50% dei crediti nel settore meccanico, grazie al patto con Clare Boothe Luce, ambasciatrice americana in Italia, forte oppositrice del comunismo italiano, che ottenne garanzia del licenziamento degli operai comunisti. La casa torinese ripartì alla grande e ottenne anche commesse negli Stati Uniti. Si realizzò allora la più grande migrazione di massa mai verificatasi nella Penisola: milioni di persone si spostarono dal Mezzogiorno, abbandonando la povertà per andare a lavorare al Settentrione. Pugliesi, siciliani, calabresi, campani, lucani e sardi fecero di Torino una città meridionale di dimensioni paragonabili a Palermo, ma non furono ben accolti dalla gente del luogo. All’esterno dei palazzi trovarono cartelli su cui c’era scritto “non si fitta ai meridionali”. Oltre a un tetto difficile sotto il quale dormire, dovettero trovare anche un modo per combattere l’emarginazione e persino il razzismo, nonostante fossero pronti a contribuire massicciamente alla crescita economica del territorio. Il calcio divenne un pretesto per farsi accettare, il veicolo più immediato per sentirsi più integrati. Molti sposarono i colori della Juventus, mentre il Torino restò la squadra dei torinesi. La famiglia Agnelli intercettò il sentimento e ricambiò con furbizia, offrendo agli operai meridionali un’immagine familiare. E così, a suon di milioni, mise in squadra il catanese Anastasi, il sardo Antonello Cuccureddu, il siculo-campano Giuseppe Furino, il salentino Franco Causio e altri calciatori meridionali, i cosiddetti “sudisti del Nord” a contribuire ai cinque scudetti juventini degli anni Settanta che accrebbero il seguito bianconero. La juventinità fu trasferita agli appassionati rimasti al Sud, soprattutto ai parenti degli emigranti, sui quali fece facilmente presa tutto ciò che comunicava il miraggio della ricchezza e del successo settentrionale.

La Juve distanziò Inter e Milan per scudetti e proselitismo, e sul suo blocco fu costruita la Nazionale che vinse i Mondiali del 1982, quando fu completata la definitiva saldatura tra il calcio e gli italiani, ma anche tra gli italiani e la Juventus, il cui nome non era quello di una città e attenuava l’associazione tra la squadra e il suo territorio. Al Sud, dove non solo era difficile vincere ma persino partecipare, si riempì il carro dei vincitori, soprattutto lontano dai nuclei di Napoli e Roma, e lo juventinismo attecchì nei piccoli e medi centri impossibilitati ad emergere nel calcio. Oggi, in quei territori, è pieno di tifosi che hanno scelto e continuano a scegliere le squadre più blasonate, Juventus su tutte, rifiutando di legarsi in età infantile alle squadre delle proprie città per non condannarsi all’impossibilità di recitare una parte da protagonista in pubblico.
Ecco perché nessuna squadra è tanto amata e sostenuta quanto la Juventus. Circa il 35 per cento dei tifosi italiani sono bianconeri, cioè uno su tre, e sono distribuiti in tutta la Penisola. Ma si tratta anche della squadra più detestata, perché alcune sue vittorie sono state macchiate da macchinazioni accertate e anche annusate, da clemenza degli arbitri e pure da boriosità da parte dei suoi dirigenti, i quali hanno pensato bene di sdoganare il diseducativo motto “alla Juventus vincere non è importante, è la sola cosa che conta”, una filosofia che con lo sport e la cultura della sconfitta condivide poco, che fa della squadra un’azienda volta alla supremazia sulla concorrenza interna, proprio come la Fiat. E in effetti le vittorie della Juve non rappresentano un prestigio endogeno ma appartengono agli Agnelli/Elkann. Non c’è altro club di un certo prestigio che abbia un’identificazione così antica con la sua proprietà. Juventus e Fiat è il matrimonio tra calcio e industria più forte e duraturo del panorama sportivo internazionale. Un club così “nazionale” è detestato soprattutto nei centri di forte identità territoriale, dove è più importante il senso di appartenenza, come nella piccola Firenze, nella grande Roma e, soprattutto, nella monoteista Napoli, dove la squadra è culto unico. I tifosi azzurri rappresentano circa il 15 percento dell’intera passione nazionale, quasi quanto i milanisti e gli interisti, ma sono in gran parte concentrati nel territorio campano. Il Napoli è il riferimento sportivo di una vasta provincia che, con i suoi 3 milioni di abitanti circa, è la terza d’Italia per popolazione, e non condivide il territorio con nessuno, diversamente da quanto accade a Roma, Milano, Torino e in tutti i maggiori centri del Vecchio Continente. Se a Torino vi sono il torinista e lo juventino, a Milano il milanista e l’interista, a Roma il romanista e il laziale, a Napoli esiste solo il napoletano, e non c’è bisogno di un “napolista”. L’appartenza calcistica e la cittadinanza, a Napoli, combaciano per sovrapposizione e si unificano, schiacciando le pur esistenti minoranze, quella juventina compresa. Tutto ciò spiega antropologicamente perché Napoli e i napoletani nutrano forte avversione ai colori bianconeri. Napoli-Juventus è da sempre la sfida tra due mondi distanti, tra chi tifa per un club che appartiene soprattutto a una città e chi tifa per un club che appartiene a tutti, cioè a nessuno; è la sfida tra chi vuole essere e chi vuole avere. Il napoletano, spesso, prova amore per Napoli. Lo juventino non ha alcuna necessità di amare Torino. Il napoletano è integralista, e diventa pure fondamentalista quando conosce tutta questa storia, e sa anche che la sua città è quella che più di tutte ha pagato la squilibrata unità d’Italia, l’antica capitale dei primati sociali che, oltre ai ministeri, ha perso il suo iniziale sviluppo industriale a favore del “triangolo industriale”, ed è oggi afflitta da drammatici problemi sociali. Il fondamentalista napoletano sa che lavoro e scudetti sono più facili a Torino, e traduce la Juventus nel simbolo sportivo dello sfruttamento dei ricchi sul proletariato meridionale al Nord.
Ma mo’ pure ‘o scudetto s’è scocciato d’ ‘e mmuntagne; dice ca vulesse vedé nu poco ‘o mare.

Il sarrismo napoletano al top in Europa, secondo il sereno Guardiola e il nervoso Allegri

Angelo Forgione «Mi piacerebbe vedere 11 facce di ca**o che abbiano la presunzione di palleggiare in faccia al Manchester City». Una parola forte in un concetto fortissimo che spiega il sarrismo. La verità è che Maurizio Sarri è uomo di poche parole e qualche parolaccia, che gli torna utile per entrare nella testa dei suoi calciatori. Fa parte proprio del sarrismo, sgarbato con il lessico ma molto rispettoso del calcio e del pubblico che paga per lo spettacolo. Diseducativo per il linguaggio dei giovani, ma maledettamente ed efficacemente evolutivo per il football. Il fatto è che, nell’era del calcio televisivo, le conferenze stampa e le interviste in quantità industriale inchiodano le svirgolate. E allora qualcuno storce il naso, come quando Sarri diede del «frocio» in campo a Roberto Mancini. Allora, a caldo, si disse che l’allenatore del Napolisi era giocato la reputazione. E invece eccolo ancora qui, a prendere elogi da Guardiolae da mezzo mondo per il gioco che ha dato agli azzurri… ma non dal non meno irriverente Allegri, anch’egli toscanaccio, per il quale lo spettacolo si fa al circo. Il rivoluzionario Pep esclama «wow» quando vede il Napoli mentre Max è talmente calato nel mondo Juve da sposarne in pieno il proverbiale “vincere è l’unica cosa che conta”.
Il dibattito è aperto, e Guardiola sembra averne centrato il cuore. «Il nostro mestiere dipende da quanti titoli vinciamo, ma questa è un’ingiustizia, perché ci sono tanti allenatori che non hanno la possibilità di allenare grandissimi calciatori che ti rendono la vita più facile». Allegri ha vinto senza deliziare al Milan e alla Juventus. Sarri sta provando a vincere a Napoli, che non è esattamente la stessa cosa, perché la squadra fattura decisamente meno delle tre strisciate, può investire meno e ha un monte stipendi pari a un terzo di quello della Juve. Per annullare i valori tecnici bisogna necessariamente passare attraverso la ricerca della perfezione estetica, e il fatto che la cosa minacci di riuscire sta mettendo in forte crisi nervosa Allegri e l’intero ambiente juventino, per cui vincere non è importante ma fondamentale, e allora figuriamoci quanto possa essere rilevante giocare bene.
La storia insegna sempre. Alla Juve, provò a coniugare vittorie e bel gioco tal Montezemolo negli anni Novanta, chiamato da Gianni Agnelli ad assumere la carica di vicepresidente esecutivo, determinando le clamorose dimissioni di Giampiero Boniperti, l’introduttore dell’antisportivo motto bianconero che rese dogma assoluto la vittoria. Per invidia dei trionfi del Milan di Sacchi, Montezemolo allontanò la leggenda Dino Zoff, tecnico dei trionfi in Coppa UEFA e Coppa Italia col metodo di gioco all’italiana, considerato démodé e sostituito con Gigi Maifredi, alfiere del gioco a zona totale. La rivoluzione produsse un disastro, col manager che, dopo aver rovinato i Mondiali, prima scaricò il prescelto e poi abbandonò la nave, a conclusione di una stagione fallimentare: fuori dalle coppe europee per la prima volta dopo 28 anni. Nel 1994 prese le redini Umberto Agnelli, il quale, dopo otto anni di vacche magre, inaugurò l’era degli scandali pur di tornare a vincere, e lo fece non solo con gli investimenti ma anche col doping e con la “cupola” calcistica, e non certo con il bel gioco.
In fondo, se vincere è l’unica cosa che conta, perché mai bisognerebbe vedere una partita invece di apprendere semplicemente il risultato finale?