Napoli senza voce, ma non tace

Angelo Forgione  «La Gazzetta dello Sport è sempre stata il giornale di Juve, Inter e Milan ed è sempre stata contro il Napoli… i giornalisti del Nord mi odiano, il Nord odia il Sud dai tempi del Conte di Cavour».
Così disse, senza peli sulla lingua, Aurelio De Laurentiis in diretta nazionale qualche tempo fa, scatenando un autentico putiferio.

Nei giorni scorsi, Stefano Barigelli, direttore della Gazzetta, ha onestamente ammesso che il principale quotidiano sportivo nazionale – ripeto, nazionale – risponde principalmente alle tifoserie di Milan, Inter e Juve, che rappresentano il core-business di riferimento, e l’informazione propone soprattutto ciò che è a loro gradito, come, ad esempio, un like dato da Zaniolo a un post di Vlahovic finito in prima pagina, o come il furto della Panda di Spalletti ma non altri reati predatori in altre città. Fino al caso-non-caso Osimhen alla vigilia di una trasferta delicata del Napoli a Bergamo.
Nessuna novità, non siamo nati ieri, e però è legittimo il sospetto che De Laurentiis avesse ragione a gridare il suo sfogo.

Eugenia Saporito ha perciò messo in piedi un animatissimo ma garbato dibattito in diretta sull’argomento, ospitando Paolo De Paola, napoletano di nascita, ex vicedirettore della Gazzetta e poi direttore di Tuttosport, anch’esso quotidiano nazionale anche più aderente alla specifica utenza di Juventus e Torino, per un confronto con Maurizio Zaccone e chi scrive, moderato assieme a Umberto Chiariello e sintetizzato nel video per racchiudere in pochi minuti le due ore di talk.

Con un’informazione condizionata non solo nello sport dalle esigenze dei lettori di riferimento e dalle pressioni degli editori, Napoli senza voce combatte una battaglia mediatica ad armi impari contro il Nord, ma, come si capirà ascoltando l’interessantissimo dibattito, senza tacere.

Il ruolo della Politica nel trasferimento di Maradona al Napoli

Angelo Forgione Estate 1984: Maradona dal Barcellona al Napoli. La trattativa del secolo, la più impensabile della storia del calcio. Il club azzurro, quantunque sodalizio storico del calcio italiano, non aveva vinto sostanzialmente nulla e aveva appena evitato la retrocessione in Serie B. In pochissimi credettero che il più cristallino dei talenti del calcio mondiale potesse lasciare il ricco Barcellona per calarsi nell’anonimo Napoli di Ferlaino, che fin lì aveva oculatamente badato a tenere in ordine il bilancio sociale.

Quasi tutti attribuiscono erroneamente il merito di quell’operazione impossibile proprio a Corrado Farlaino, che in realtà aveva già scartato Maradona nel 1978, quando Gianni Di Marzio glielo segnalò e gli consigliò di parcheggiarlo in Svizzera in attesa delle riapertura delle frontiere, prevista in Serie A per il 1980. Nell’estate del 1984, Pierpaolo Marino seppe della rottura tra Maradona e il Barcellona e informò Giampiero Boniperti, che, appagato dal rendimento in bianconero di Platini, rispose che Dieguito, con quel fisico, non sarebbe arrivato lontano, e rifiutò di trattare. E allora Marino avvisò i dirigenti partenopei Antonio Juliano e Dino Celentano. Furono loro a credere davvero di riuscire a portare Maradona a Napoli. Ferlaino, invece, non credeva in quel sogno e trattava con l’Atletico Madrid per prendere il messicano Hugo Sanchez, anche perché l’argentino era costosissimo e il Napoli non aveva di certo i soldi richiesti dal Barcellona. Ma i tifosi napoletani, saputo della trattativa, vollero solo Maradona, e lo volle soprattutto la politica nazionale, in un periodo in cui la Campania esprimeva Ciriaco De Mita, Antonio Gava, Paolo Cirino Pomicino, Carmelo Conte, Giulio Di Donato, Vincenzo Scotti e altri uomini nei palazzi romani. Nel Consiglio di Amministrazione del Napoli di Ferlaino figuravano i democristiani Clemente Mastella, Alfredo Vito e Guido D’Angelo, rispettivamente in quota De Mita, Gava e Cirino Pomicino; uno per ogni corrente della Democrazia Cristiana.

Juliano e Celentano si piazzarono a Barcellona per due settimane, convincendo Ferlaino a trovare il modo per far uscire in qualche maniera i soldi necessari a pagare Maradona al club catalano. Fu proprio Scotti, da sindaco, sollecitato da Pomicino e Gava, a fare il “miracolo”, ottenendo la copertura finanziaria dell’operazione dal Banco di Napoli, negli ultimi anni di autonomia dell’antichissimo istituto partenopeo, diretto a quel tempo dal potente banchiere di nomina democristiana Ferdinando Ventriglia. Qualcosa uscì anche dal Banco di Roma, del Banco di Santo Spirito e del Monte dei Paschi di Siena. Per la politica romana-napoletana, quel fuoriclasse rappresentava l’occasione di dare il necessario trastullo ai napoletani, piegati dal terremoto, dalla cassa integrazione nelle acciaierie di Bagnoli, dalla disoccupazione e dall’espansione camorristica. Le tensioni sociali erano preoccupanti, e Maradona contribuì enormemente a calmarle.Il Napoli vinse gli scudetti nel momento più critico del secondo Novecento per Napoli. Potere del calcio.

per approfondimenti: Dov’è la Vittoria (A. Forgione – Magenes)

La chiamarono Calciopoli

Angelo Forgione Significativa, quantunque silenziosa e silenziata, è giunta la sentenza della Cassazione sulla causa intentata anni fa alla RAI dal compianto Oliviero Beha. La tivù di Stato dovrà dovrà riconoscere alla famiglia del giornalista 180.000 euro per il demansionato nel suo ruolo di vicedirettore di RaiSport tra il 2008 e il 2010, anni di fuoco del processo a Calciopoli. Una sentenza che ha rinvigorito l’autodifesa di Luciano Moggi, uomo simbolo di quella squallida vicenda, che è tornato a dichiararsi innocente.
Ne abbiamo parlato con lui a Punto Nuovo Sport Show (Radio Punto Nuovo), condotto da Marco Giordano e Umberto Chiariello. L’ex DG bianconero non è stato tenero con l’attuale gestione della Juventus, e si è detto vittima di una cospirazione dell’intero mondo del calcio italiano. Forse fu più vittima delle vicende interne alle Juventus. A tal proposito, sul suo rapporto con John Elkann ha preferito glissare e non rispondere.
Un po’ di chiarezza su quello che fu il solito scontro di poteri tra le grandi del Nord, e pure tra gli eredi di Gianni e Umberto Agnelli. Un pentolone solo parzialmente scoperchiato.

Sceneggiata napoletana o juventina?

Angelo Forgione Che nazional questione il match fantasma Juventus-Napoli! Che festival della partigianeria! E che superficialità di analisi! Da saggista, da giornalista, studiando il calcio e scrivendone un libro, ho imparato a distaccarmene e ad analizzarlo senza metterci il cuore, perché il calcio-business di cuore non ne ha, e senza metterci l’ancor più dannosa pancia, perché quella è predominante nell’orbita esterna del calcio-business e conduce facilmente nel vortice perverso del giornalismo sportivo condizionato dal tifo, anche quello nazionale, che in questi giorni si è nuovamente smascherato nel tentativo di capire se il Napoli fosse stato davvero obbligato dall’ASL o se avesse recepito la decisione con piacere per sottrarsi al confronto con la Juventus sul campo. Complice al sorgere del dubbio, De Laurentiis è certamente colpevole di aver palesato le simpatie reciproche con il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, e a questo punto il dibattito investe gli evidenti e noti errori di comunicazione del patron azzurro.

Non arrivo in ritardo ad analizzare la vicenda, tra l’altro dopo essermi silenziato volontariamente durante lo tsunami mediatico sollevato dalla mancata partenza degli Azzurri alla volta dell’Allianz Stadium per evitare di esprimermi senza le necessarie conoscenze. In verità sono pure arrivato in anticipo, scrivendo proprio sabato mattina, ben prima del caos scatenato dall’intervento dell’ASL di Napoli, che la partita andava rinviata a prescindere per la complicata evoluzione dell’eventuale incubazione del Covid-19 in seno alla rosa degli Azzurri dopo il match contro il Genoa. Ne andava della sicurezza della Juventus.

Il caso Genoa era esattamente il monito che, dal punto di vista sanitario, metteva a rischio la Juventus e tutti gli individui che il Napoli avrebbe incontrato nella sua trasferta. Dunque, sulla scorta di quanto accaduto alla squadra ligure nei giorni precedenti, l’ASL di Napoli ha disposto l’annullamento della fallace quarantena “soft” per gli Azzurri in odor di allargamento del contagio. Il campanello d’allarme è stata la positività di Zielinski, seguita da quella di Elmas. E qui bisognerà appurare se il Napoli abbia osservato il Protocollo alla lettera, come ha insinuato Andrea Agnelli, o se lo abbia disatteso lasciandoli liberi di tornare ai loro domicili senza comunicarli all’ASL. È questa la vera partita che il Napoli giocherà in tribunale. La dottoressa Maria Rosaria Granata dell’Asl Napoli 2 Nord, intanto, all’emittente campana TeleclubItalia, ha detto che il Napoli non ha sbagliato nulla.
I tamponi effettuati venerdì e sabato, in ogni caso, fissavano la situazione del momento, non certo chiudendo la “finestra”. Così si chiama il periodo di incubazione di un virus, durante il quale si può risultare negativi oggi e positivi domani. È esattamente quello che era accaduto al Genoa, sceso a Napoli senza due positivi e poi risultato già dal giorno seguente il match in piena espansione di un “cluster”, cioè di un gruppo allargato di positivi. Ed è proprio questo il passaggio che non riescono ad afferrare coloro che chiedono perché il Napoli sia stato fermato e il Genoa non lo era stato, o, peggio ancora, perché il Napoli verso Torino sì e la Salernitana, per esempio, in direzione di Verona no pur con due positivi appiedati. L’ASL di Napoli ha valutato che nella rosa del Napoli, verosimilmente contagiata dal cluster genoano (non conclamato la domenica precedente ma nei giorni successivi), potesse essere in corso l’espansione dei contagi e il potenziale cluster partenopeo avrebbe potuto contagiare la rosa juventina. Chiamasi prevenzione, che è poi la parola d’ordine del mondo d’oggi, all’altare della quale si sacrificano intere economie.
Effetto domino scongiurato dall’ASL napoletana, e ogni persona di buonsenso penserebbe che la prudenza era più che giustificata. Non i dirigenti della Juventus, che si sono inopportunamente precipitati a informare che i loro calciatori avrebbero rispettato l’appuntamento di domenica sera, mostrando di fregarsene del pericolo che avrebbero incontrato quelli del Napoli, di fregarsene della pandemia che riprende quota. Se ne sarebbero fregati di certo dopo un possibile contagio, magari con un Ronaldo positivo, e allora ne avremmo viste delle belle. Ma l’ASL di Napoli ha evitato il problema, salvaguardando indirettamente anche il capitale juventino, e invece i vertici bianconeri hanno di fatto urlato al mondo che puntavano al 3-0 a tavolino, supportati dalla Lega con la conferma della data e dell’orario del match, così commettendo, secondo alcuni Giuristi, un illecito penale per il sollecito al Napoli di contravvenire alle disposizioni dell’ASL, che equivale all’istigazione a delinquere.

Manca al dibattito l’unica certezza essenziale: la Sanità, in Italia, è di competenza regionale e le ASL, come opportunamente rileva lo stesso Ministero della Salute, hanno tutte le competenze in materia di isolamento fiduciario e di gestione dei casi e dei focolai. Il Protocollo di cui tanto si discute, adottato dalla Serie A per continuare a giocare ad oltranza e non avere grane con i dirigenti delle pay-tv (si pensi al danno televisivo per la mancata disputa di un match di cartello come Juventus-Napoli), si rifà al placet del Ministero della Sanità, il quale si limita a legiferare ma non a gestire l’emergenza sanitaria, cosa che tocca proprio alle ASL su base territoriale. Qualcuno dice che l’ha firmato anche il Napoli quel Protocollo, e infatti ha firmato un Protocollo che, in tema di gestione di positività, contempla un’alzata di mani di fronte a “provvedimenti delle Autorità statali o locali”. C’è poco da fare: se le varie ASL intervengono, le partite non si disputano. Punto! L’ASL di Napoli è intervenuta, e bisognerà capire perché. Esclusivamente per evitare che il Napoli contagiasse altri individui o anche perché il Napoli aveva infranto il Protocollo dopo la rilevata positività dei suoi calciatori?

Nel gran caos delle mille voci, il festival del giornalismo tifoso non si arresta, e solo stamane il quotidiano sportivo nazionale di Torino titola in prima pagina “Tutti contro De Laurentiis”. Tutti chi? Qualche presidente di club della Serie A in difesa dei propri interessi e del proprio club che è alla canna del gas e ha bisogno dei diritti televisivi come l’ossigeno? Magari sì, ma di certo non sono contro l’ASL di Napoli gli scienziati che di Coronavirus e prevenzione si occupano dalla prima fila. L’onnipresente infettivologo Massimo Galli, dal suo privilegiato osservatorio di Milano, ha ammonito che non è responsabile non accettare le decisioni delle autorità sanitarie, e che il Napoli, partendo per Torino, avrebbe rischiato una denuncia penale. L’oncologo Paolo Ascierto, persino juventino di fede e sannita di stanza a Napoli, ha bacchettato la Lega per l’atteggiamento irresponsabile assunto rispetto alla partita, che a suo dire avrebbe messo a rischio i giocatori della Juventus e rischiato di attivare un altro focolaio. Morale della favola: l’ASL di Napoli blocca il Napoli, i luminari della medicina plaudono alla misura ma certa stampa sportiva di parte (torinese) mette il presidente del Napoli alla gogna.

Un gradino sotto c’è l’opinione dei tifosi schierati sui siti e nelle emittenti televisive locali, come tale Marcello Chirico, tifoso juventino nelle vesti di giornalista de ilbianconero.com, che parla di “sceneggiata degna di loro”, i napoletani. Sembra di stare al bar. La sceneggiata c’è stata, sì, e l’ha fatta la Juventus, ma le è riuscita malissimo, annunciando senza alcuna necessità di farlo che si sarebbe trovata il giorno dopo allo stadio, puntuale all’ora della partita, poi pubblicando la formazione scelta dall’allenatore quando anche gli australiani, dall’altra parte del globo, sapevano che il Napoli non era partito per Torino, e infine lasciando che alcuni tifosi invitati presenziassero sugli spalti (destando la mal celata ilarità degli stessi calciatori bianconeri affacciatisi sul campo) affinché le telecamere dimostrassero che il mondo juventino è responsabile, che la Juventus è una società seria “che rispetta i regolamenti”, come ha sostenuto il presidente Andrea Agnelli suscitando le grasse risate di tutti i non juventini d’Italia davanti alla tivù, memori del doping prescritto, delle sentenze di Calciopoli, dei due scudetti in più ostentati nel salotto di casa, dei rapporti con la tifoseria mafiosa, degli esami d’italiano taroccati a Perugia, etc.
Eppure la Juve avrebbe potuto zittire per una volta tutti i suoi tanti detrattori, dichiarando che non le sarebbe piaciuto vincere a tavolino e che il competitivo Napoli intendeva batterlo sul campo più prima che poi. Sarebbe stata una perfetta dimostrazione di vero stile, e invece ancora boriosa tracotanza.
Forse il Napoli, alla fine di tutta questa storia, subirà penalizzazione in classifica, o forse no, ma una cosa è certa: se De Laurentiis, con i suoi errori di comunicazione, ha insinuato il sospetto di aver sollecitato e accolto favorevolmente il provvedimento dell’ASL, Agnelli ha sicuramente voluto spazzare via ogni dubbio sulla Juventus, che è sempre la Juventus. Esemplare per lui e per tutti gli juventini. Antipatica, sgradevole e urticante per il resto del mondo.

Treccani: il “sarrismo” non è più napoletano

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Angelo Forgione Un po’ di correttezza linguistica: i neologismi “sarrismo” e “sarrista” di Treccani non hanno più attinenza con l’identità napoletana.
Ho suggerito all’Istituto enciclopedico di rivedere le due voci per opportunità ormai conclamata dopo l’ammissione di Maurizio Sarri di sentirsi ormai “Gobbo”, ovvero parte integrante dell’identità juventina perché i napoletani lo hanno fischiato e i fiorentini hanno insultato sua madre («e quando sei così odiato dall’esterno poi ti attacchi all’interno, e questo ti porta a innamorarti della tua realtà, a diventare Gobbo»).


Lo stesso Istituto, lo scorso giugno, ovvero al passaggio di Sarri dal Chelsea alla Juventus, mi aveva notificato che l’identità napoletana incarnata nell’allenatore era “un elemento tuttora ben presente nella memoria collettiva, perlomeno in quella degli appassionati di calcio” ma che “il giorno in cui i lessicografi percepiranno che in tale memoria si è allentato il legame tra il segno linguistico e la parte di significato pertinente alla realtà locale napoletana, allora – secondo noi – sarà lecito riflettere sull’opportunità di modificare la definizione”
Con un Sarri che si è detto legato alla juventinità di parte era ormai opportuno asciugarne il credo calcistico sradicandolo dall’identità di un popolo che è agli antipodi da chi si definisce “Gobbo”. La Sacra Rota ha definitivamente annullato il matrimonio. Amen!

Due squadre meridionali promesse ogni anno in Serie A?

Angelo Forgione Il Coronavirus ha fermato il calcio e gli ha dato la possibilità di riflettere sul futuro, che non si preannuncia roseo per i club professionistici e dilettantistici. In un calcio professionistico poco attraente in cui ci si indebita facilmente, con una Serie A senza pubblico e neanche più attesa in tempo di pandemia e lutti, i club del Sud rischiano di pagare anche più di quelli del Nord, perché la “questione meridionale” è anche questione calcistica. In questo panorama il #Napoli rappresenta un’eccezione e offre ormai solide garanzie per competenza manageriale e bilanci sani, pur con i due grandi limiti della disattenzione ai vivai e dell’assenza di impiantistica sportiva propria. Qualcuno spiffera, non senza smentite, che il Consiglio Federale del 20 maggio possa apparecchiare la riforma della Serie B (e di C e D), mettendo sul tavolo la proposta di una “cadetteria” composta da due gironi territoriali da 20 squadre ciascuno, uno del Centro-Nord e un altro del Centro-Sud, in modo da garantire sostenibilità all’intero movimento in affanno economico e anche un’equa distribuzione territoriale delle promozioni, due per ogni raggruppamento.
Ne ho parlato con Umberto Chiariello e Peppe Iannicelli a Campania Sport (Canale 21), in compagnia di Pino Aprile, con il quale si è ampliato il discorso al ribaltamento degli stereotipi generato dall’irruzione inaspettata (o quasi) del Covid-19.

Le inaccettabili illazioni di un giornalista juventino

Invito il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Nazionale (Carlo Verna), il presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Campania e della Lombardia (Ottavio Lucarelli e Alessandro Galimberti), nonché il presidente dell’Unione Stampa Sportiva Italiana (Luigi Ferrajolo) e i presidenti dei gruppi regionale di Campania e Lombardia della stessa USSI (Mario Zaccaria e Gabriele Tacchini) a prendere posizione rispetto alle inaccettabili illazioni di Claudio Zuliani (iscritto all’OdG della Lombardia) formulate nel corso della trasmissione Lunedì di rigore, dedicata a Milan, Inter e Juventus, e andata in onda il 27 gennaio scorso sull’emittente Top Calcio 24. Zuliani, nel tentativo di giustificare l’allenatore della Juventus Maurizio Sarri per le dichiarazioni sgradite agli ambienti juventini, definiva la sala stampa dello stadio San Paolo come un covo di provocatori e scalmanati che accolgono il pullman della Juventus con calci, petardi e insulti. Esternazioni prive di deontologia che ledono gravemente la professionalità e la serietà dei giornalisti napoletani e campani, ma anche l’immagine dell’intera categoria. Insinuazioni del genere, capaci di nutrire i più stantii e radicati luoghi comuni e fomentare sentimenti negativi, non possono essere pronunciate impunemente.


Il presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, Carlo Verna, dopo aver ricevuto la segnalazione, “condanna” giornalista e trasmissione intera (con incursione sulle recenti esternazioni di Giampiero Mughini) attraverso i microfoni dell’emittente regionale Televomero, passando la palla al Consiglio di Disciplina, che analizzerà e si esprimerà in merito.

90 anni fa nasceva la Serie A. A Napoli la prima “radiocronaca”

Angelo Forgione6 ottobre 1929, esattamente 90 anni fa. Era domenica, come oggi, e partiva il primo campionato italiano di calcio a girone unico, denominato Serie A, voluto dai gerarchi fascisti, che esercitavano il loro effetto anche sul Foot-ball, pardon, calcio. Già, perché a Mussolini i termini stranieri proprio non andavano giù e conveniva cancellarli, come tutto ciò che richiamava nel nome l’Internazionale comunista. L’Internazionale si era rinominata Ambrosiana, l’Internaples aveva optato per la più semplice denominazione Napoli, il Genoa in Genova, e via così. 18 squadre, quasi tutte del Nord, tranne il Napoli, la Roma e la Lazio, più o meno come oggi, per la gioia dei gerarchi a capo di CONI e FIGC, ai quali una parvenza di Italia unita almeno nel calcio, come non lo era mai stata, faceva gioco alla proiezione del nazionalismo imperante.
In realtà, il girone unico avrebbe dovuto partire già dal 1926, ma la volontà del regime di integrare il Sud nel campionato aveva fatto rinviare il progetto di altri tre anni. Il movimento meridionale, emarginato per 28 anni, non aveva potuto svilupparsi come quello settentrionale, monopolizzato dagli uomini del Nord a capo della Federazione, e allora le squadre di Roma e Napoli avrebbero dovuto avere il tempo di adattarsi, a suon di fusioni e ripescaggi.
Nell’estate 1928, Leandro Arpinati, fascista di spicco in quel di Bologna, una volta impossessatosi della Federazione, pensò al “girone unico” e stabilì che la stagione 1928/29 avrebbe qualificato 16 squadre per la successiva “Divisione Nazionale di Serie A”, ovvero le prime otto classificate di ognuno dei due gironi di Nord e Sud. Solo che a fine campionato le già ripescate Napoli e Lazio conclusero appaiate all’ultimo posto disponibile al Sud per la nuova Seria A. Gli azzurri, all’ultima giornata, uscirono indenni dalla trasferta sul campo dei biancocelesti e riuscirono a guadagnarsi lo spareggio in campo neutro, che si disputò a Milano una settimana dopo, il 23 giugno.
Quella domenica di primissima estate fu molto calda a Milano, per la presenza di cinquemila sostenitori laziali e, in maggioranza, napoletani. E fu caldissima nella Roma biancoceleste ma soprattutto a Napoli, non solo per la temperatura ma anche per la già smisurata passione dei tifosi azzurri, radunati in centro dal giornale locale Il Mezzogiorno Sportivo, che inviò un giornalista a San Siro per seguire la partita e poi trasmettere in diretta la narrazione della partita ai colleghi a Napoli, che avrebbero raccontato minuto per minuto le fasi salienti della partita ai tifosi. L’esperimento era stato già provato con successo sette giorni prima, e il giornalista Felice Scandone, fondatore della testata, ne aveva decretato il successo dalle pagine dello stesso giornale, raccontando che durante il match di Roma “la folla era diventata imponente, fino a interrompere il servizio pubblico a Piazza S. Ferdinando (oggi Trieste e Trento), ove aveva sede la redazione. I giornalisti napoletani si erano inventati il primo “live” per una squadra di club.
galleria_umberto_serieaA quel tempo non esisteva Tutto il calcio minuto per minuto e nemmeno la figura dell’inviato sportivo, e quella trovata fu talmente pionieristica e innovativa che i trepidanti tifosi napoletani si riunirono in massa sotto la sede del quotidiano, fino a riempire la vicina Galleria Umberto I, per avere notizie dell’importante spareggio in tempo reale.
Michele Buonanno, a Milano, comunicava i suoi resoconti a Felice Scandone, a Napoli, il quale avvisava dal balcone la folla sottostante. Apprensione al vantaggio della Lazio al 17′, tenuto fino all’intervallo, ma l’azzurra marea esplose di gioia due volte in un quarto d’ora del secondo tempo per il pareggio e il vantaggio del Napoli tra il 55′ e il 69′, prima del pari amaro degli aquilotti romani all’80’ che fissò il risultato sul 2-2, anche dopo i tempi supplementari. Partita da ripetere e verdetto rimandato di sette giorni.
Si verificò, tuttavia, una situazione molto italiana, tutta una serie di compromessi durante la settimana che portava al secondo spareggio. Una delegazione di dirigenti della Triestina, approfittando della situazione, si recò in Federcalcio, chiedendo di ammettere la squadra giuliana alla nascente Serie A come prima retrocessa del Nord nella stagione appena conclusa, adducendo la provenienza da una zona che da sempre aveva rappresentato un «focolaio di patriottismo», fin dai tempi della Prima Guerra Mondiale contro l’Austria. I dirigenti di Napoli e Lazio, appreso della richiesta triestina, pressarono per non tornare a spareggiare in campo, ben sapendo tutti quale valore avesse il patriottismo per Mussolini e per il fascismo. Triestina, Venezia e Fiumana, infatti, l’estate precedente, erano state ammesse d’ufficio al Girone Nord per portare nel calcio le rappresentanze dei territori della Venezia Giulia annessi all’Italia nel 1919 dopo la Grande Guerra e simboli dell’Unità completata.
A rallegrare tutti, napoletani, laziali e triestini, ci pensò Arpinati, che, con il benestare del Duce, decise di ammettere i tre club nel massimo campionato di Serie A, allargandolo a 18 squadre. Fece comodo che fosse proprio la Triestina la prima da ripescare del Nord, per evidenti questioni patriottiche. Così fu garantita una maggiore rappresentanza sia alle squadre meridionali che alla Venezia Giulia, da un decennio riscattata dal Regno d’Italia.
La prima stagione a girone unico, la Serie A, partì appunto il 6 ottobre 1929. Prima giornata e fu subito Juventus-Napoli, con vittoria di misura dei bianconeri (3-2). Dopo 34 giornate, a spuntarla per la terza volta fu l’Inter, pardon, Ambrosiana, negando al Genoa, pardon, Genova, lo scudetto della stella (del Nord) mai acciuffato. Il Calcio del Sud si fece finalmente onore, conquistando il quinto posto col Napoli e il sesto con la Roma. Lazio salva, come la Triestina. Accadeva 90 anni fa.
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per approfondimenti: Dov’è la Vittoria (Angelo Forgione)

Juventus-Napoli, il vero derby del Sud

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Angelo Forgione – Se pensate che Juventus-Napoli sia Nord contro Sud, Torino opposta a Napoli, vi sbagliate. Juve-Napoli è il vero derby del Sud!
Si tratta delle due squadre più tifate nel Mezzogiorno, una con seguito primeggiante in tutte le regioni meridionali, tranne la Campania, dove l’altra genera fortissima identificazione. La Juventus intercetta la passione di Sicilia e Calabria, dietro solo a Lombardia e Piemonte, e poi di Abruzzo, Puglia, Basilicata e la stessa Campania, dove però cede il primato al Napoli e non compie la cancellazione dell’identità territoriale, così come in Sardegna, là dove primeggia il Cagliari.

La geografia del tifo meridionale è figlia di una passione storica costruita a tavolino al culmine dell’ondata migratoria avutasi a Torino negli anni 70, quando il capoluogo piemontese divenne la terza più grande città “meridionale”
d’Italia dopo Napoli e Palermo e gli Agnelli fecero leva sull’attaccamento agli idoli meridionali in maglia bianconera per promuovere l’integrazione degli operai e contenere le rivendicazioni sindacali. E così i calciatori del Sud vennero scelti per incontrare il favore dei meridionali in fabbrica e dei loro parenti rimasti a casa.

Oggi la fidelizzazione bianconera segue dinamiche psicologiche. Lo juventinismo, anche più del milanismo e dell’interismo, cresce allontanandosi dai nuclei territoriali delle squadre con seguito identitario ampio e attecchisce nei piccoli e medi centri che non riescono a emergere nel calcio che conta. Un bambino di Messina, Catanzaro, Matera, Brindisi, Teramo e altre province fuori dai grandi giochi, senza una storia calcistica e lontane dai grandi capoluoghi, fa più facilmente una scelta che gli consenta di partecipare, di non sentirsi escluso, e per convenienza inconscia si affeziona alla squadra forte, quella che vince, meglio ancora se ha già vinto tanto in passato.

Nelle regione meridionali a prevalenza juventina è spesso adottata una fedeltà doppia: per la squadra locale, che non ha legami stretti con la vittoria, e per quella in grado di vincere, che non ha legami stretti col territorio. È un’assicurazione sulla partecipazione al divertimento.
In Campania, più che nelle altre regioni, e specialmente nella popolosissima provincia di Napoli, non esiste un problema di presenza, di competitività e di radicamento territoriale. Il napoletano, come il romano, il milanese, il torinese e il fiorentino, non sostiene la squadra della sua città e la Juventus allo stesso tempo. O l’una o l’altra! Ed è soprattutto il Napoli.
Ecco perché il tifo napoletano, il quarto per bacino in Italia, si concentra soprattutto all’ombra del Vesuvio, e inizia a disperdersi allontanandosi dal vulcano, unico baluardo identitario del tifo, molto più che il Colosseo, conteso da romanisti e laziali, che il Duomo, spaccato tra interisti e milanisti, che la Mole, divisa tra granata e bianconeri.
Tutto il resto non ha nulla a che vedere con l’identificazione territoriale ma è piuttosto il modo più facile per recitare, da meridionali, un ruolo da protagonista in pubblico. Perché Napoli c’è e il resto del Sud, purtroppo, non ce la fa ad esserci, a meno che non si aggrappi al Napoli o, come più spesso accade, alla Juventus o alle milanesi.

Mughini, si informi!


Angelo Forgione 
Ospite dello speciale “C’era una volta il Sarrismo” (Canale 21) dal lungomare di Napoli, sto commentando la presentazione di Sarri alla Juventus quando Giampiero Mughini, dallo studio di Agnano, decide di entrarmi a gamba tesa, visibilmente irritato dalla lettura del mio scritto di commento alle (ipocrite) parole del nuovo allenatore bianconero. Un passaggio lo ha sconquassato, ovvero quello in cui è scritto “nessuno però ha chiesto a Sarri come si sente ad essere l’allenatore di una squadra che impoverisce il sistema”.

Non sa, Mughini, che la paternità della definizione non è mia ma di Maurizio Sarri in persona, pronunciata in conferenza stampa nel post Fiorentina-Napoli, match dello “scudetto perso in albergo”, riferita all’ininterrotta sequela di tricolori bianconeri che fa male a tutto il calcio italiano.

La ritiene, il disinformato Mughini, una mia «pagliacciata», e allora non vede l’ora di cogliermi in castagna. ‪Netta la sensazione che in passato abbia già letto qualcosa su di lui scritto da me quando chiede a Titti Improta se io sia Angelo Forgione. Riceve conferma e crede di farsi giustizia. ‬Gli andrà molto male.

Il canuto juventino scatta con la solita arroganza a base di urla e sbraiti, tra cui faticosamente gli arriva alle orecchie la mia risposta: «L’ha detto Sarri, non l’ho detto io. Mughini, Lei è disinformato!». E allora il catanese rinnegato la gira sull’opportunità, cioè sulla necessità da parte di Sarri di non ripetere una simile affermazione in casa Juve, che poi è esattamente quello che ho evidenziato ironicamente nel mio post.

Sono tra gente che cena e si volta capendo che sta accadendo qualcosa. Mi preoccupo di non disturbare e cerco di tenere i toni bassi, per quanto possibile, mentre il mio interlocutore, che sento ma non vedo, la butta in caciara. Svantaggiato dalla mancata sincronizzazione audio rispetto a quanto arriva dallo studio, ammonisco Mughini della sua incoerenza, di cui è maestro, ricordandogli che lui è la stessa persona che da una parte ha rimproverato ai napoletani di non tifare per la Juventus in Europa perché non si sentono italiani e dall’altra si è dichiarato uno sfortunato catanese che purtroppo non è nato a Parigi.

Più irritato che mai, colpito al centro, il mancato francese, mi dà del “pagliaccio”, anzi, «pagliaccio che non sa niente», incrociando le braccia in atteggiamento di difesa. Ed è lì che prende il colpo in pieno volto, realizzando che la frase incriminata è di Sarri, non di Forgione.
Risposta: «Non sapevo che Sarri avesse detto una tale cretineria. Non immaginavo possibile che avesse detto una tale cretineria». E chissà se il gran tifoso juventino ha capito che fariseo è l’allenatore che si è messo in casa la sua Juve.
Braccia aperte e la resa: «Le chiedo scusa, Angelo». Mughini in silenzio.

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