Sarri, l’antipatico d’oro

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Angelo Forgione – Ha portato il Napoli a quota 91 in campionato, battendo per due volte il record storico di punti del club azzurro, che poi apparteneva sempre a lui. Ma non si è solo superato. Ha tenuto in vita l’unico campionato tra quelli più importanti in Europa, contro lo strapotere tecnico e politico della Juventus, costringendo il club bianconero a spuntarla di forza, gettando scurissime e tetre ombre sullo scudetto. Ha fatto innamorare milioni di semplici appassionati per la grande bellezza del suo gioco. Ha ricevuto elogi e consensi da tutt’Europa. Ha ispirato un neologismo dedicato alla sua filosofia tattica. Si è guadagnato un ingaggio importante nella nobile Inghilterra, da dove prosegue a fare prodigi: col Chelsea è l’unico allenatore imbattuto tra i maggiori campionati continentali.
E però la Panchina d’Oro l’ha vinta per la seconda volta consecutiva Massimiliano Allegri, il collega che per tre anni gli è stato rivale e che per tre anni l’ha sofferto di brutto. E se il Napoli di Maurizio Sarri ha fatto miracoli, il distacco dell’ex napoletano dallo juventino è risultato ampio, troppo ampio: 17 voti a 8. Praticamente doppiato, e pure appaiato a Simone Inzaghi. Per il tenero laziale, evidentemente, è valso il gioco espresso. Per il rude Maurizio no, è valsa l’antipatia e non l’inconfutabilmente superiore sarrismo napoletano, certificato solo due anni or sono, quando il tosco-napoletano non era ancora invidiato come oggi e il premio glielo aggiudicarono per soli tre voti: 25 a 22.
Due anni dopo, l’avversione per il non più sorprendente e sconosciuto Sarri è cresciuta. Dai 25 voti del 2016 agli 8 di oggi. Troppo pochi, uno schiaffo dai suoi colleghi, che sono quelli che votano. Perché il tecnico di Figline Valdarno, nato e cresciuto nel quartiere napoletano di Bagnoli, è davvero l’allenatore meno amato e più invidiato dalla sua stessa categoria. Per chi poteva votare Roberto Mancini, quello che da allenatore dell’Inter lamentò davanti le telecamere della Rai che Sarri gli aveva dato del frocio? «A chi dovevo dare il mio voto se non ad Allegri?», ha detto il CT della Nazionale. Lo stesso Allegri, durante la scorsa stagione, era andato costantemente in ebollizione ogni qual volta giornalisti e opinionisti gli avevano rinfacciato che il Napoli di Sarri sciorinava una qualità di gioco neanche minimamente avvicinata dalla corazzata bianconera.

Quando il premio nacque, nel 1990, erano i giornalisti a votare. Dovevano proclamare il tecnico che in Europa mostrava il calcio più interessante. Poi è divenuta una bega tutta italiana e ora votano gli allenatori. Allenatori che giudicano gli allenatori, e capirai quante antipatie e invidie vi sono nella categoria! Un’altra Panchina d’Oro Allegri l’aveva vinta da allenatore del Cagliari, nel 2008-09, quando lo scudetto andò all’Inter dell’antipatico Mourinho. 84 punti per i nerazzurri e 53 per i sardi, giunti noni al traguardo. Distacco di 31 punti, non di 4 come nel recente esito tra Juve e Napoli. Eppure gli allenatori sono dentro al sistema e sanno bene che lo scudetto 2018 lo meritavano gli azzurri, e sanno benissimo come l’hanno spuntata i bianconeri.

L’ultimo scudetto della Juve – l’ho già scritto in passato – è come la vittoria della dimenticata Fiumi di parole dei Jalisse a Sanremo, quando il premio della critica andò all’indimenticabile E dimmi che non vuoi morire di Vasco Rossi e Gaetano Curreri, cantata da Patty Pravo. Ma loro, i colleghi di Sarri, hanno iscritto Sarri nel club degli antipatici, invidiando un collega che è venuto dal nulla e meritocraticamente si è andato a prendere da solo la ricca ribalta londinese.
Per Sarri ha votato Carlo Ancelotti, l’allenatore più vincente che anche dal pulpito di Coverciano ho posto l’accento sui cori offensivi e sulla brutta incultura sportiva d’Italia, che è anche vittoria a ogni costo, e chi se ne frega dello spettacolo. Quello, del resto, neanche riusciamo a venderlo all’estero. Se avesse potuto, avrebbe votato per Sarri anche Pep Guardiola, che di dolori di stomaco ne ha fatti venire ad Allegri lo scorso anno dispensando elogi all’allora allenatore del Napoli. Ancelotti e Guardiola, vincenti con qualità e per niente invidiosi di nessuno, gli stessi che erano lo scorso mese sul palco trentino del Festival dello Sport per un viaggio nella bellezza del calcio. Loro a testimoniarne con Sacchi, e il pluridecorato Allegri non invitato. E come avrebbe potuto esserlo un allenatore che non rapisce l’occhio con le sue squadre? Certo, Max usa modi e linguaggi meno ruvidi di Maurizio. Max non manda a quel paese per direttissima. Max non si lamenta delle partite all’ora di pranzo e degli anticipi. Max non chiede a un arbitro di sospendere una partita per cori razzisti. Max non alza il dito medio al razzista tifoso bianconero.

Max, semmai, fila via negli spogliatoi prima del fischio finale senza mai stringere la mano all’avversario. Max intima ai giornalisti che certe domande sui favori arbitrali di cui gode la sua Juve non dovrebbero farle. Max finge di non aver sentito i cori razzisti dei suoi maleducatissimi tifosi. Max vince con la Juventus, e poco importa che sia contestato dagli stessi tifosi bianconeri, perché i suoi colleghi gli tributano superiorità, che poi è la superiorità della Juve. Lui se la gode; in fondo ha capito che vincere non è importante ma l’unica cosa che conta.

Ciao, Maurizio.

Mai dimenticherò che hai alzato il dito medio al razzista di turno.
Mai dimenticherò che hai sollecitato un arbitro affinché sospendesse una partita per cori razzisti.
Mai dimenticherò che tu, toscano, hai sentito le tue radici napoletane e che hai sciolto il sangue nelle nostre vene.
Sei stato come Diego, e come Diego resterai eterno.
Sei entrato nella storia del Napoli. Sei entrato nei cuori dei napoletani.
Le strade si separano qui, ma noi continueremo a tifare per te. Tu continua a tifare per Napoli.
Grazie, Maurizio… per averci donato gioie, sogni, orgoglio e tutto te stesso.
Resta tantissimo di te. Resta il Napoli più bello di sempre.
Magari, chissà, è solo un arrivederci.

Juventus-Napoli, chi è obbligato a vincere?

Allegri e Sarri. Chi è davvero ossessionato dallo scudetto? Chi scarica le pressioni su chi? Ne ho parlato nel salotto della trasmissione sportiva In Casa #Napoli (Piuenne) per chiarire il perché, nel duello scudetto, la pressione è, in realtà, tutta sulle spalle della Juventus. Bianconeri per il dovere, azzurri per il colpo di stato. E l’allenatore del Napoli, con la sua risposta serena al suo collega, ha fatto intendere proprio che l’ossessione è di chi deve vincere per forza anche il settimo tricolore, non di chi sogna di strapparglielo.

Sarri bambino identitario, tifoso del Napoli e simpatizzante della Fiorentina

Angelo Forgione Maurizio Sarri: «Alla scuola elementare ero l’unico tifoso del Napoli nella periferia di Firenze. Io, da piccolo, avevo quest’idea che uno doveva essere tifoso assolutamente della squadra della città dov’era nato. Mi sembrava illogico avere un altro modo di tifare».
Paolo Condò: «La penso esattamente come te».
La lezione di un uomo di calcio, un fiorentino di sangue ma napoletano di nascita; tifoso del Napoli e simpatizzante della Fiorentina per quell’attaccamento alle radici territoriali e a quelle patriarcali, per quella fascinazione che frutta auto-riconoscimento nella squadra che porta il nome della propria città, del territorio di appartenenza, inteso come area dalla precisa identità culturale.
A Figline Valdarno, 25 km da Firenze, il piccolo Sarri ha resistito alla fiorentinità della famiglia, che pure non ha rifiutato, mentre ha totalmente respinto il richiamo delle “big” vincenti del Nord degli anni Sessanta. Perché si sentiva un toscano napoletano dentro. Che carattere!

Benitez: «napoletani e italiani devono valorizzare Napoli»

Rafa Benitez, nel corso di un incontro alla redazione del Corriere del Mezzogiorno, ha lanciato ancora un messaggio di ammirazione per la città. Lui, che è un giramondo, ha capito che le antichità della città non hanno rivali al mondo, e che c’è assoluto bisogno bisogno di valorizzarle.

«La grande bellezza è qua, è Napoli, e si deve sfruttare. Tutti devono capire che qui si deve venire. Una settimana non basta per vedere tutte le bellezze che ci sono in questa cittá, i napoletani e gli italiani devono capirlo e farla vedere a tutti. La città è bellissima! Gli americani fanno marketing e si esaltano per costruzioni di duecento anni. E qui, altro che duecento anni! Avete tutto, ma i napoletani devono essere orgogliosi e devono difendere questo patrimonio con correttezza, rispetto ed educazione. È una bellezza che può attrarre molta più gente di quanto già non faccia. Quando sono arrivato, ho chiesto a ogni giocatore cosa gli piacesse e cosa no della città. Nessuno mi parlasse male di Napoli, perché la città piace a tutti. Ieri, ad esempio, ci siamo allenati col sole, poi ho fatto una passeggiata e ho goduto tantissimo. Qui c’è il potenziale e adesso bisogna migliorare. Napoli può insegnare tanto. Devo dire che mia moglie è una guida fondamentale e mi indica tutto quello che hanno fatto i Borbone mentre io penso alla formazione da mandare in campo.»

Benitez: «Napoletani popolo di lavoratori»

Rafa Benitez è persona intelligente, intuitiva e non opportunista, ma non lo scopriamo solo oggi che è a Napoli. Lui ci ha messo poco a dimostrarlo ai suoi nuovi tifosi e già durante il ritiro di Dimaro evidenziò di aver assorbito gli umori della piazza, in ogni senso. «Conosco la storia della città – disse il mister ai giornalisti italiani – e che cosa succede in Italia, come si guarda la città e come si guarda la squadra. Per tutte queste cose, farà più piacere fare le cose per bene perché tutto assumerà un valore più importante». Ora si è concesso alle telecamere del quotidiano spagnolo “La Sexta” e, nel corso dell’intervista, ha sgretolato in colpo solo tutti gli stereotipi di cui probabilmente aveva sentito parlare in passato circa la gente di Napoli.
«I napoletani mi hanno accolto benissimo, sono gente fantastica. Un popolo di lavoratori instancabili che si sacrificano e lottano ogni giorno per arrivare a fine mese. Il Napoli per loro è una forma di riscatto sociale».

Benitez: «Conosco la storia di Napoli e come la città è vista in Italia»

Nell ritiro di Dimaro, incontro coi tifosi di Benitez (e Insigne) che, con grande intelligenza, dimostra di essersi immediatamente calato nella realtà sociale napoletana. Alla precisa domanda di una fan «cosa l’ha spinta a venire a Napoli», il tecnico iberico ha risposto così: «il motivo è speciale perché il Napoli mi ha dimostrato che vuole crescere. Conosco la storia della città e che cosa succede in Italia, come si guarda la città e come si guarda la squadra. Per tutte queste cose, farà più piacere fare le cose per bene perché tutto assumerà un valore più importante».
Benitez sulle orme di Maradona, nuovo condottiero della causa identitaria applicata al calcio. Napoli ha bisogno di personaggi così, nello sport come in tutti gli altri settori sociali.