La dissanguata città dei sangui

Angelo Forgione – E prodigio fu compiuto! Penso che la ricorrenza di san Gennaro trascenda la religione e si insinui nell’identità del popolo napoletano perché da sempre questo popolo avverte lo scollamento da chi governa, e urla a “Faccia gialla” la propria speranza di soluzioni.
L’omelia del Cardinale di turno (Sepe da 12 anni) è inevitabilmente stuccevole, più o meno sempre la stessa, ricalcabile anno su anno. Un duplice appello, sangue sciolto alla mano, ad arrestare il sangue che scorre nelle strade e a creare lavoro per fermare l’emorragia di giovani. E questo rende di Napoli città di un’eterna attesa, sospesa tra speranza e fatalismo, ingredienti che spengono la progettualità e sui quali la politica nazionale impernia il mantenimento dello status quo. Non sono serviti ben sei ministri dell’Interno di origini napoletane e campane, tra il 1988 e il 1999, a ridurre il fenomeno criminale.
La grande metastasi, la camorra, non regredisce, e non regredisce perché è ammortizzatore sociale senza il quale una provincia così popolosa, alla quale non è dato sviluppo, diverrebbe una pericolosa polveriera sociale. E poi l’illegalità diffusa e il fievole senso civico, altri tumori che non possono essere attribuiti solo a chi muove i fili del palazzo. Il riscatto incarnato da san Gennaro dipende anche da una mentalità collettiva di popolo che non c’è, da un’idea di città che non esiste e dall’amore per un magnifico luogo troppo spesso maltrattato anche da chi si appella al Santo.
Mentre il sangue di Gennaro si scioglie, e non solo il suo, la città resta sempre raggrumata, ferma nel suo percorso verso la modernità, unicamente a specchiarsi nella sua bellezza sfregiata. Napoli, solida e immobile, ha bisogno di iniziare a sciogliersi! È ormai necessario.

Napoli per me

Angelo Forgione – Parlo di me, stavolta. Lo faccio perché in giro c’è sempre qualcuno che mi scruta e poi mi ferma, mi stringe la mano con energia, e mi dice con gli occhi prima ancora che con voce quanto mi apprezzi. È accaduto in questi giorni di fine estate a Posillipo, nel mio buen retiro di Riva Fiorita, come nei giorni d’agosto in una frazione sperduta di Massa Lubrense, sul cratere del Vesuvio e al Granatello di Portici prima, a Gaeta a luglio, persino a Letino, abitanti settecento, e in tutti i dintorni della Storia.
È contatto che mi spiazza sempre. È stima preziosa, che compensa certe invidie e incomprensioni. È affetto che non credo di meritare, ma che ricambio sempre con gioia, perché so che le persone disinteressate e lontane sono pure come non lo è certa Napoli accattona, pronta a distribuire medaglie e onori al primo forestiero disposto a spendere buone parole per lei.
Tutti mi chiedono di continuare a distribuire orgoglio e conoscenza, e mi ringraziano per averne beneficiato. Qualcuno, come a Riva Fiorita, mi chiede da dove nasca il mio amore per Napoli, e chi me lo fa fare. E questa domanda mi spiazza ancor più delle dimostrazioni di stima. Perché Napoli mi ha tolto tanto, tantissimo. Non solo a me, sia chiaro. Napoli toglie a tutti, come una matrigna severa. Ritrae le sue braccia e ti costringe a faticare quattro volte tanto per avere quello che altrove è dato, sempre che te lo dia. Napoli ti costringe ai compromessi. Napoli, dico, ma per intendere i napoletani, che tanto offrono al forestiero e assai diffidenti sgomitano col conterraneo, spesso pronti a calpestarlo. Per alcuni aspetti, io il popolo napoletano lo detesto, detesto me stesso, quindi, ma non me ne faccio una malattia. È un popolo strano il mio.
Invece Napoli, il luogo, lo amo profondamente, e so bene il perché. Mi offre tutta la bellezza dei suoi squarci, la luce tutta sua, l’abbraccio del Golfo che mi fa sentire a casa, protetto, al sicuro. Napoli, da sempre, la vivo da solo, intimamente, e mai nessuno è venuto davvero in questo mio infinito mondo di emozioni che esalta le mie gioie e lenisce i miei affanni, le mie ferite. Qualcuno, ogni tanto, si è affacciato, fingendo condivisione, ma solo per vampirizzare, rubare. Giusto il tempo di mettere a soqquadro, e infame come è venuto così se ne è andato.
Forse non sono bravo a capire ciò che mi accade. Mi capita di doverlo fare quando ormai è accaduto, e allora non sono rarissimi i momenti in cui provo a riparare altrove, ad allontanarmi dai napoletani, e finisco per sentirmi in esilio, per desiderare lei, Napoli, la mia unica fuga felice. Posillipo è il mio ansiolitico naturale; senza i suoi luoghi (dell’anima) sai quante volte sarei crollato? L’avevano capito gli antichi Romani che quel posto avrebbero dovuto chiamarlo “riposo dagli affanni”.
Napoli mi calma, e ciò che ti calma ti capisce. E che io studi e capisca lei, persino difendendola e divulgandola, è impresa che apporta stima ma conta relativamente; sono pur sempre uno che si impegna a capire ma non sa farsi ben capire. Ecco, credo proprio che Napoli sia unica perché è l’unica che mi capisce e mi protegge. Mi da senza rubare. Perciò la amo profondamente.

Napoletani broccoli e mandolino

Angelo Forgione I napoletani di quattro secoli fa? Famosi per i loro broccoli prima che rivoluzionassero le loro abitudini e quelle altrui col pomodoro e lo diventassero per la loro pizza e per gli spaghetti.
Basta andare nel Seicento e osservare il Gioco di Cuccagna illustrato dall’incisore bolognese Giuseppe Maria Mitelli, in cui si mostravano “le principali prerogative di molte città d’Italia circa le robbe mangiative”, per vedere i miti alimentari del tempo barocco, diversi da quelli di oggi. Non tutti, perché le mortadelle di Bologna, i torroni di Cremona e i cantucci di Pisa, ad esempio, hanno resistito ai secoli. Ma i broccoli (friarielli?) dei napoletani, non a caso detti “mangiafoglia” a quel tempo in cui attorno la città insistevano ricchissimi orti, sono curiosi assai, come pure le provole di Roma o, in qualche misura, il formaggio di Piacenza, allora più famoso del pure antico Parmigiano Reggiano delle vicine Parma (culatello) e Reggio. Insomma, qualcosa è cambiato.

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L’Italia che va ai Mondiali

Angelo Forgione – Chi l’ha detto che l’Italia non ci sarà ai Mondiali? Come in Brasile, anche in Russia ci andranno i napoletani di Arzano, quelli che, alle spalle dell’aeroporto napoletano di Capodichino, la sanno lunga sullo sviluppo di sistemi anti-contraffazione, e da lì forniscono alla FIFA i microprocessori contactless, con antenna Rfid per identificazione a radiofrequenza e crittografia anticlonazione, inseriti prima della stampa nei biglietti elettronici per l’accesso agli stadi in cui si disputeranno i match per la manifestazione iridata, insieme a delle fibrille sensibili ai raggi ultravioletti prodotti da appositi lettori.
Una quarantina di elementi ad Arzano, tutti campani, a sviluppare l’unico centro in Italia simili competenze, guidati da Cesare Paciello, quarantacinquenne manager di quella che quattro anni fa si chiamava GEP e che oggi è il ramo italiano dell’americana Hid Global. Un’azienda d’eccellenza ma allo stesso tempo piccola, molto piccola, operante in un territorio difficile e depresso, ma capace di segnalarsi nel mondo.
Sarà proprio Paciello a controllare di persona, in Russia, il perfetto funzionamento del sistema. «Siamo un po’ troppo esterofili – dice il manager alla stampa – e abbiamo sempre più difficoltà ad esprimerci in Italia. Purtroppo il problema del nemo propheta in patria è reale, è più facile fare business all’estero». Già quattro anni fa, prima di volare in Brasile, lo stesso Paciello aveva detto ai microfoni del TG1: «Noi abbiamo la possibilità di farcela contro chiunque a livello mondiale se portiamo avanti sviluppi innovativi. È la nostra burocrazia a pregiudicare la nostra competitività, ma in quanto a risorse umane siamo quasi imbattibili».
Innovazione e eccellenza, tutto nel solco della competenza che non si piega al divario territoriale e ai classici stereotipi di sorta. Loro, ad Arzano, se la cavano, eccome, nonostante tutto. E mi ritornano in mente gli strali sociologici di Domenico De Masi contro la Napoli dei pizzaiuoli
 e la sua presunta incapacità di creare e innovare tecnologie.

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Ciao, Maurizio.

Mai dimenticherò che hai alzato il dito medio al razzista di turno.
Mai dimenticherò che hai sollecitato un arbitro affinché sospendesse una partita per cori razzisti.
Mai dimenticherò che tu, toscano, hai sentito le tue radici napoletane e che hai sciolto il sangue nelle nostre vene.
Sei stato come Diego, e come Diego resterai eterno.
Sei entrato nella storia del Napoli. Sei entrato nei cuori dei napoletani.
Le strade si separano qui, ma noi continueremo a tifare per te. Tu continua a tifare per Napoli.
Grazie, Maurizio… per averci donato gioie, sogni, orgoglio e tutto te stesso.
Resta tantissimo di te. Resta il Napoli più bello di sempre.
Magari, chissà, è solo un arrivederci.

Un museo della pizza a Napoli?

Angelo Forgione – Annunciato un “museo della pizza” a New York che – si legge nel comunicato – “consentirà ai visitatori di conoscere la storia della pizza ricostruendone l’origine e la diffusione in tutto il mondo”.
Nulla contro, ma sono davvero curioso di sapere se i newyorchesi, che spesso si affannano a rivendicare la paternità della pizza, racconteranno che la pizza non è un simbolo del capitalismo americano ma prodotto del socialismo napoletano, e che diventa a Napoli, e nel Settecento, quel che è oggi. Lo diranno loro come si chiamava il primo pomodoro che finì sul disco di pasta, rendendolo rosso? E da dove nasceva, visto che quello che portarono i conquistadores spagnoli era ben diverso? E lo diranno loro quando nasce la pizza delle pizze, cioè la “margherita”, come non fanno neanche gli stessi napoletani? E ancora, racconteranno che la prima pizzeria al mondo è Port’Alba, nel 1738? Sicuramente divulgheranno che la loro prima pizzeria, Lombardi’s, del 1905, nella Little Italy di Manhattan, era dell’emigrante napoletano Gennaro Lombardi.
Confido nella conoscenza della storia della pizza da parte degli storici americani, e ritengo necessario un museo della pizza anche nella città della pizza, Napoli, soprattutto alla luce della crescita del turismo, sia straniero che italiano, nel capoluogo campano.
Qualcosa pare muoversi, ma c’è bisogno che gli artisti pizzaiuoli napoletani, insigniti del riconoscimento Unesco, facciano squadra. È arrivato il momento di raccontare davvero la pizza, perché fin qui non è stato fatto per bene e i napoletani stessi gustano la loro pietanza tipica senza sapere bene cosa si porta dietro.

La liberazione dalla dittatura bianconera?

Angelo Forgione – Liberazione! No, non è quella dal Nazifascismo ma quella dalla dittatura juventina. La rivolta popolare parte da Napoli, proprio come in quel lontano settembre del ’43, e furono quattro giornate, esattamente quante quelle che ci separano dalla fine della guerra sportiva d’Italia.
Chissà come finirà, ma intanto la dittatura in camicia bianconera vacilla, ed è già un miracolo, perché non è una truppa del Nord a contendere il potere ai tiranni, non un esercito di alleati di diversi territori, ma un manipolo di rivoltosi dell’identità, senza armi sofisticate ma dotati di napoletanità, guidati da un atipico capopopolo partenopeo di sangue toscano. E poi, questi impavidi rivoltosi non hanno neanche più il bombardiere più virtuoso, che è andato a rinforzare il nemico dall’altra parte della trincea, da mercenario. No, l’armata Juve non ha un piano di controffensiva, poiché un’eventualità del genere non era contemplata davvero nel piano di guerra. Sì, perché, nella storia dei conflitti pallonari d’Italia, dei 113 disputati, solo 8 sono finiti a Sud del potere, di cui 5 nella capitale “ministeriale” e solo 3 in due città senza contraerea come Napoli e Cagliari.
E quando tutti davano per repressa la rivolta napoletana, ecco che la rivolta napoletana si è fatta davvero minacciosa fino a sfondare il portone del Palazzo con l’ariete nera e a promettere di irrompere nella stanza del dittatore. Con la sfrontatezza e l’orgoglio di chi si sente napoletano dentro, anche se vissuto e cresciuto altrove, magari in Toscana. Anche a costo di mostrare il dito medio a chi sputa sulla napoletanità, e di prendersi le ramanzine dai falsi moralisti, troppi, gli stessi che tacciono al razzismo territoriale. Perché lui, il capopopolo per niente ortodosso, il vero condottiero di questa rivoluzione per la libertà, è così autentico da rendere possibile un sogno improbabile. Maurizio e i suoi hanno un esercito di popolo compatto a combattere al loro fianco, e sentono l’odore del sangue bianconero. Li vedrete cantare a perdifiato “sarò con te e tu non devi mollare…” fino al 20 maggio, e anche dopo, comunque vada. Perché hanno un sogno nel cuore, e chi vive di sogni molla tutto e li persegue, e talvolta li realizza. Come Maurizio Sarri, un passionario per il colpo di stato cui Napoli promette un monumento allo scugnizzo.