L’Italia che va ai Mondiali

Angelo Forgione – Chi l’ha detto che l’Italia non ci sarà ai Mondiali? Come in Brasile, anche in Russia ci andranno i napoletani di Arzano, quelli che, alle spalle dell’aeroporto napoletano di Capodichino, la sanno lunga sullo sviluppo di sistemi anti-contraffazione, e da lì forniscono alla FIFA i microprocessori contactless, con antenna Rfid per identificazione a radiofrequenza e crittografia anticlonazione, inseriti prima della stampa nei biglietti elettronici per l’accesso agli stadi in cui si disputeranno i match per la manifestazione iridata, insieme a delle fibrille sensibili ai raggi ultravioletti prodotti da appositi lettori.
Una quarantina di elementi ad Arzano, tutti campani, a sviluppare l’unico centro in Italia simili competenze, guidati da Cesare Paciello, quarantacinquenne manager di quella che quattro anni fa si chiamava GEP e che oggi è il ramo italiano dell’americana Hid Global. Un’azienda d’eccellenza ma allo stesso tempo piccola, molto piccola, operante in un territorio difficile e depresso, ma capace di segnalarsi nel mondo.
Sarà proprio Paciello a controllare di persona, in Russia, il perfetto funzionamento del sistema. «Siamo un po’ troppo esterofili – dice il manager alla stampa – e abbiamo sempre più difficoltà ad esprimerci in Italia. Purtroppo il problema del nemo propheta in patria è reale, è più facile fare business all’estero». Già quattro anni fa, prima di volare in Brasile, lo stesso Paciello aveva detto ai microfoni del TG1: «Noi abbiamo la possibilità di farcela contro chiunque a livello mondiale se portiamo avanti sviluppi innovativi. È la nostra burocrazia a pregiudicare la nostra competitività, ma in quanto a risorse umane siamo quasi imbattibili».
Innovazione e eccellenza, tutto nel solco della competenza che non si piega al divario territoriale e ai classici stereotipi di sorta. Loro, ad Arzano, se la cavano, eccome, nonostante tutto. E mi ritornano in mente gli strali sociologici di Domenico De Masi contro la Napoli dei pizzaiuoli
 e la sua presunta incapacità di creare e innovare tecnologie.

biglietti_russia2018

Ciao, Maurizio.

Mai dimenticherò che hai alzato il dito medio al razzista di turno.
Mai dimenticherò che hai sollecitato un arbitro affinché sospendesse una partita per cori razzisti.
Mai dimenticherò che tu, toscano, hai sentito le tue radici napoletane e che hai sciolto il sangue nelle nostre vene.
Sei stato come Diego, e come Diego resterai eterno.
Sei entrato nella storia del Napoli. Sei entrato nei cuori dei napoletani.
Le strade si separano qui, ma noi continueremo a tifare per te. Tu continua a tifare per Napoli.
Grazie, Maurizio… per averci donato gioie, sogni, orgoglio e tutto te stesso.
Resta tantissimo di te. Resta il Napoli più bello di sempre.
Magari, chissà, è solo un arrivederci.

Un museo della pizza a Napoli?

Angelo Forgione – Annunciato un “museo della pizza” a New York che – si legge nel comunicato – “consentirà ai visitatori di conoscere la storia della pizza ricostruendone l’origine e la diffusione in tutto il mondo”.
Nulla contro, ma sono davvero curioso di sapere se i newyorchesi, che spesso si affannano a rivendicare la paternità della pizza, racconteranno che la pizza non è un simbolo del capitalismo americano ma prodotto del socialismo napoletano, e che diventa a Napoli, e nel Settecento, quel che è oggi. Lo diranno loro come si chiamava il primo pomodoro che finì sul disco di pasta, rendendolo rosso? E da dove nasceva, visto che quello che portarono i conquistadores spagnoli era ben diverso? E lo diranno loro quando nasce la pizza delle pizze, cioè la “margherita”, come non fanno neanche gli stessi napoletani? E ancora, racconteranno che la prima pizzeria al mondo è Port’Alba, nel 1738? Sicuramente divulgheranno che la loro prima pizzeria, Lombardi’s, del 1905, nella Little Italy di Manhattan, era dell’emigrante napoletano Gennaro Lombardi.
Confido nella conoscenza della storia della pizza da parte degli storici americani, e ritengo necessario un museo della pizza anche nella città della pizza, Napoli, soprattutto alla luce della crescita del turismo, sia straniero che italiano, nel capoluogo campano.
Qualcosa pare muoversi, ma c’è bisogno che gli artisti pizzaiuoli napoletani, insigniti del riconoscimento Unesco, facciano squadra. È arrivato il momento di raccontare davvero la pizza, perché fin qui non è stato fatto per bene e i napoletani stessi gustano la loro pietanza tipica senza sapere bene cosa si porta dietro.

La liberazione dalla dittatura bianconera?

Angelo Forgione – Liberazione! No, non è quella dal Nazifascismo ma quella dalla dittatura juventina. La rivolta popolare parte da Napoli, proprio come in quel lontano settembre del ’43, e furono quattro giornate, esattamente quante quelle che ci separano dalla fine della guerra sportiva d’Italia.
Chissà come finirà, ma intanto la dittatura in camicia bianconera vacilla, ed è già un miracolo, perché non è una truppa del Nord a contendere il potere ai tiranni, non un esercito di alleati di diversi territori, ma un manipolo di rivoltosi dell’identità, senza armi sofisticate ma dotati di napoletanità, guidati da un atipico capopopolo partenopeo di sangue toscano. E poi, questi impavidi rivoltosi non hanno neanche più il bombardiere più virtuoso, che è andato a rinforzare il nemico dall’altra parte della trincea, da mercenario. No, l’armata Juve non ha un piano di controffensiva, poiché un’eventualità del genere non era contemplata davvero nel piano di guerra. Sì, perché, nella storia dei conflitti pallonari d’Italia, dei 113 disputati, solo 8 sono finiti a Sud del potere, di cui 5 nella capitale “ministeriale” e solo 3 in due città senza contraerea come Napoli e Cagliari.
E quando tutti davano per repressa la rivolta napoletana, ecco che la rivolta napoletana si è fatta davvero minacciosa fino a sfondare il portone del Palazzo con l’ariete nera e a promettere di irrompere nella stanza del dittatore. Con la sfrontatezza e l’orgoglio di chi si sente napoletano dentro, anche se vissuto e cresciuto altrove, magari in Toscana. Anche a costo di mostrare il dito medio a chi sputa sulla napoletanità, e di prendersi le ramanzine dai falsi moralisti, troppi, gli stessi che tacciono al razzismo territoriale. Perché lui, il capopopolo per niente ortodosso, il vero condottiero di questa rivoluzione per la libertà, è così autentico da rendere possibile un sogno improbabile. Maurizio e i suoi hanno un esercito di popolo compatto a combattere al loro fianco, e sentono l’odore del sangue bianconero. Li vedrete cantare a perdifiato “sarò con te e tu non devi mollare…” fino al 20 maggio, e anche dopo, comunque vada. Perché hanno un sogno nel cuore, e chi vive di sogni molla tutto e li persegue, e talvolta li realizza. Come Maurizio Sarri, un passionario per il colpo di stato cui Napoli promette un monumento allo scugnizzo.

Rupert Everett: «Napoli è uno dei luoghi più interessanti al mondo»

L’attore britannico Rupert Everett si spende in elogi per Napoli e per i colleghi napoletani. A pochi giorni dall’uscita del film The Happy Prince su Oscar Wilde, girato anche nella città partenopea, dove lo scrittore visse un periodo nel 1897, l’attore inglese dichiara ancora una volta la sua passione, nata non appena messovi piede per il sopralluogo pre-riprese. «Mi sono avvicinato alla città per il legame con Oscar Wilde, poi me ne sono innamorato», disse ai giornalisti nel giugno del 2016 camminando per le strade del centro. E ora, ospitato da Massimo Gramellini a Le parole della settimana, esprime il suo apprezzamento per la bellezza della Napoli dell’Ottocento e di quella di oggi, che ancora conserva il suo fascino, la sua unicità e le sue capacità artistiche.

 

Ai David di Donatello 2018 vince Napoli

Angelo Forgione Incetta di premi per film, registi, attori e maestranze napoletane e, se non napoletane, declinate alla napoletana nel galà del cinema italiano, concluso da Carlo Conti e i Manetti bros con un meritato «viva Napoli» a proclamare la vincitrice morale dei David di Donatello 2018.
Nelle ultime pagine di Napoli Capitale Morale, al capitolo “Verso il futuro”, scritto un anno fa, scrissi:

Tra tutto ciò che manca per far deflagrare un pur interessante incremento turistico affiora però un risveglio culturale, in una Napoli che offre al Paese una nuova importante generazione di scrittori, musicisti, registi, attori e produttori di animazioni, mentre la produzione culturale milanese, in ogni suo ambito, risulta in stallo. Tutto combacia con una nuova rilettura della storia partenopea, una sentita riscoperta identitaria […].

Provate a cassarla questa città, se proprio non volete valorizzarla, e avrete meno cinema, meno animazione, meno musica, meno teatro, meno letteratura e meno sapori. Avrete meno cultura italiana.

Libero saluta Napoli con provocazione

L’eliminazione del Napoli dalla Champions League ha consentito lo “sfottò” al solito Libero. Senza soffermarmici troppo su, una risposta ironica non poteva mancarmi:

Tu che cogli l’occasione per mostrarmi l’avversione,
col sarcastico sorriso leggi bene questo avviso.
Dall’Europa me ne esco, ma festeggio con l’Unesco.
Della pizza sono ghiotto, della Champions me ne fotto.