Come Napoli divenne culla dell’archeologia moderna e del Neoclassicismo

Angelo Forgione Interessante puntata di Petrolio (Rai Uno) quella intitolata #petroliosulgolfo del 28/7/17. Tra bellezza portata alla luce e creata nel Settecento e brutture del Novecento (a buon intenditor poche parole; ndr), la trasmissione si è resa davvero istruttiva per chi non è conoscenza di un’incredibile ricchezza archeologica della terra napoletana, non a caso la culla dell’archeologia moderna, che ha davvero tutte le carte in regola per tornare ad essere capitale mondiale del turismo. Qualche precisazione però va fatta, a partire dalla distinzione proposta tra gli scavi borbonici in sotterranea e quelli moderni, con la voce fuori campo che ha così narrato: «più ci addentriamo nel tunnel, più si fa chiaro l’intento degli scavi borbonici, ben diversi dall’archeologia moderna». A seguire, la dichiarazione dello speleologo romano Marco Placidi: «questi andavano semplicemente alla ricerca di oggetti, di statue, che servivano semplicemente per essere o rivendute o regalate agli amici dei Borbone». Detta così, passa per qualcuno il messaggio di un’autorizzata attività esclusivamente predatoria, che non fu. Bisogna dunque chiarire il processo di nascita degli scavi per chiarire che i Borbone non persero nulla di veramente prezioso, e anzi arricchirono Napoli, ma furono semmai francesi e inglesi a derubare la città, saccheggiando in particolar modo le antiche statue greche e romane. William Hamilton, ambasciatore di Gran Bretagna presso i Borbone di Napoli dal 1764 al 1800, rifornì il British Museum di classicità pompeiane, e nei sotterranei della sua casa napoletana il Goethe, che gli fece visita nel 1787, scoprì una vasta e disordinata collezione di reperti archeologici, invitato a tacere e a non indagare oltre sulla loro provenienza dall’amico Jakob Philipp Hackert, pittore di corte. Nel 1799, il generale francese Championnet scrisse da Napoli al ministro dell’Interno del Direttorio di Parigi che alcune preziose statue in marmo e bronzo di Ercolano stavano per partire per Parigi. I francesi, prima di essere cacciati, non riuscirono a far partire in tempo il già imballato Ercole Farnese del Real Museo Borbonico, che restò anche il grande cruccio di Napoleone, il quale, nel 1810 ricevette Antonio Canova a Parigi e gli disse che gli mancava solo la statua napoletana e che stava per portarsela a Parigi. Anche lui non fece in tempo.

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Facciamo un po’ di chiarezza, riportando cronologicamente come la corte borbonica di Napoli cambiò il gusto del mondo.

  • 1738: l’ingegnere militare Rocque Joaquín de Alcubierre, archeologo del Genio Borbonico, sapendo di trovarsi in una plaga vulcanica colpita da violente eruzioni, chiede e ottiene dal re Carlo di Borbone l’autorizzazione per avviare degli scavi a Resina (l’attuale Ercolano). Partono i primi sondaggi, per i quali ci si affida agli artiglieri dell’esercito borbonico (tra cui Raimondo de’ Sangro, principe di San Severo), i quali sviluppano l’ingegneria mineraria, con cui si realizzano impressionanti sistemi di gallerie a grandissima profondità con impiego di esplosivi. Le cognizioni archeologiche non sono certamente adeguate al delicato compito, ci si trova di fronte a una scienza nuova tutta da indagare e codificare, e allora il difficile e approssimativo metodo di lavoro procede con sondaggi verticali fino al punto in cui si rinvengono tracce di edifici, avanzando poi in orizzontale con la realizzazione di stretti cunicoli durante la cui lavorazione è facile procurare danni spesso irreparabili ai preziosi reperti. Si cercano tesori sepolti, e non c’è ancora l’idea di riportare alla luce le antiche città distrutte dal Vesuvio. Comincia ad affiorare un inestimabile tesoro sotterrato da circa diciassette secoli, e ogni reperto viene trasferito alla Reggia di Portici, da poco edificata come residenza estiva della corte. Tutto deve essere consegnato a Carlo di Borbone (diversamente da quanto dice lo speleologo Placidi a Petrolio), il quale ha già trasferito da Parma e Piacenza la parte emiliana della preziosa Collezione Farnesiana, ereditata dalla madre Elisabetta Farnese.
  • 1745: due eruditi napoletani, l’abate Giacomo Martorelli e il canonico Alessio Mazzocchi, convincono Carlo di Borbone a dirottare gli artiglieri sulla collina di Civita, convinti che lì sotto ci sia l’antica città di Pompeii. Il primo scavo frutta, dopo cinque giorni, una parete affrescata e, dopo altri tredici, il primo scheletro.
  • 1748: riemerge Oplontis; un anno più tardi Stabiae; e poi Cuma, Puteoli e gli antichi resti di Capri.
  • 1750: Gli scavi cambiano scopo dopo che si comprende che a Resina si sta scavando nella Villa dei Papiri di Herculaneum. Il Re capisce che quelle antiche città, se esumate, possono diventare musei a cielo aperto capaci di attirare i viaggiatori del Grand Tour che difficilmente si spingono più a sud di Roma, una fonte di arricchimento non solo culturale per il Regno di Napoli. Cresce così l’impulso dato agli scavi e cospicui diventano i finanziamenti per ampliare le aree di lavoro. Vengono disegnate numerose piante di edifici e i reperti, inizialmente considerati di proprietà della famiglia reale, vengono dichiarati proprietà dello Stato.
  • 1752: Carlo di Borbone apre la strada per le Calabrie, che fornisce altri spunti col rinvenimento dei templi greci di Paestum. La riscoperta del classico fa così un ulteriore passo indietro nel tempo, dai Romani ai Greci. Altri finanziamenti vengono dirottati sul sito.
  • 1755: il Re istituisce la Reale Accademia Ercolanense, con la funzione di esaminare i reperti e fornire fondamenti scientifici all’archeologia, in modo da attrarre i maggiori studiosi del Vecchio Continente. Napoli diviene sempre più meta privilegiata di politica, cultura e scienza. L’Accademia produce volumi ricchi di informazioni e incisioni raffiguranti le preziosità portate alla luce, che fanno il giro delle corti, dei collezionisti e delle università dell’intera Europa. I modelli ercolanensi e pompeiani ispirano Luigi Vanvitelli e Ferdinando Fuga, che ne recuperano pian piano gli elementi architettonici, riformulandoli nell’architettura della Reggia di Caserta e nel Real Albergo dei Poveri di Napoli.
  • 1758: Carlo di Borbone istituisce il Real Museo Ercolanense, unico in tutta Europa non solo per la quantità e la qualità dei reperti riuniti, ma anche per i laboratori sperimentali e l’insieme delle attività di studio e di restauro che vi si svolgono, tra le quali spiccano gli ingegnosi metodi via via tentati per srotolare i papiri carbonizzati e recuperati a Ercolano. Il Museo diviene ben presto meta obbligata di studiosi, intellettuali e amanti dell’arte. Alla Reggia di Portici, in quell’anno, giunge in visita il maggiore studioso dell’epoca, il bibliotecario tedesco Johann Joachim Winckelmann, che sfrutta il suo soggiorno alle falde del Vesuvio per codificare le intere strutture e i tessuti urbani dissotterrati.
  • 1759: Carlo di Borbone è costretto a lasciare Napoli per trattato stupilato con Vienna. Tocca a lui ereditare il trono di Madrid. Al porto di Napoli, prima di imbarcarsi per Barcellona, si sfila dal dito un anello rinvenuto durante gli scavi e lo consegna ai funzionari del primo ministro Bernardo Tanucci, affermando «non è roba mia, appartiene allo Stato di Napoli». Ormai gli scavi procedono in superficie e i primi tunnel sotterranei vengono chiusi.
  • 1764: Sulla scorta di quanto visto a Napoli, Winckelmann pubblica la Storia delle arti del disegno presso gli antichi, in cui proclama l’arte classica come ideale di perfezione. L’opera diffonde in tutt’Europa le notizie di quei rinvenimenti e contribuisce in maniera fondamentale a rendere le città-ruderi del Vesuviano una vera e propria moda continentale. Winckelmann codifica così l’archeologia moderna, nuova scienza di cui Napoli diviene ufficialmente culla. Nasce ufficialmente il Neoclassicismo, nuovo stile e passione illuministica che si diffonde velocemente, travolgendo e spazzando via il Barocco e tutte le correnti precedenti. La capitale del Regno diviene l’epicentro di un nuova moda delle arti che si propaga in Europa e poi nel mondo.
  • 1777: Ferdinando di Borbone, erede al trono di Napoli, toglie la proprietà privata a tutte le collezioni di famiglia appartenenti al suo ramo borbonico per renderle pubbliche e donarle alla città. Affida quindi a Ferdinando Fuga il compito di sistemare un edificio integralmente destinato alla cultura e alle arti universali, il primissimo dell’Europa continentale e il primo al mondo del genere. Nasce il Museo Borbonico, l’attuale Museo Archeologico Nazionale di Napoli, la prima esposizione classica del pianeta, dove viene trasferita la parte archeologica romana della Collezione Farnesiana fin lì situata nelle terrene di Caracalla di Roma.
  • 1778: L’architetto e incisore Giovan Battista Piranesi diffonde in tutt’Europa l’immagine del Tempio di Era a Paestum, capace di condizionare tutti i teorici dell’architettura del continente, soprattutto quelli d’avanguardia. Milano, Parigi, San Pietroburgo e la stessa Napoli si fanno capitali della nuova edilizia neoclassica.
  • 1787: A Napoli arriva il tedesco Johann Wolfgang Goethe, e visita scavi e Museo Ercolanense, definendolo “l’alfa e l’omega di tutte le raccolte di antichità”. I suoi racconti contribuiranno a divulgare le bellezze di Napoli in tutto il Continente.
    Il processo è ormai compiuto. Napoli è la riconosciuta capitale della cultura classica, che impera in Europa. Da lì in poi inglesi e francesi si riversano sulle antichità vesuviane di Napoli per arricchire Londra e Parigi. In seguito alla confusione generata della rivoluzione del 1799 la maggior parte della raccolta del Museo Ercolanense viene trasferita nel Real Museo Borbonico di Napoli.

Esclusiva DailyNews24 – Angelo Forgione: «Sui roghi c’è una spirale criminale perversa, il Sun si è qualificato per il giornale che è»

intervista di Raffaele Zanfardino per DailyNers24.it

Abbiamo avuto il piacere di intervistare in esclusiva Angelo Forgione, scrittore e giornalista napoletano che è molto attento alle vicende partenopee. Autore di diversi libri, ha contributo a fornire un nuovo punto di vista sull’Unità d’Italia e sul ruolo che ha avuto Napoli nella storia.

Partiamo dal tema più strettamente d’attualità: ci dica il Suo punto di vista sui roghi che stanno devastando la Campania.
Credo che si sia trattato di una spirale perversa, ovviamente criminale, in cui sono confluite varie concause. Da chi ha interesse al rimboschimento a chi vuole bruciare rifiuti tossici. Da chi teme la valorizzazione di un modello di sviluppo virtuoso del Parco Nazionale del Vesuvio fino ai semplici piromani, che hanno approfittato del caos. Tutti ne hanno approfittato, se vogliamo. Specialmente sul Vesuvio, l’economia legata al turismo e all’agricoltura sta togliendo spazio all’illegalità, e perciò si è trattato di vero e proprio attentato criminale, un attacco che andava contrastato con forze maggiori. In Italia siamo vulnerabilissimi a questi fenomeni, e laddove si attiva la criminalità è facile che si verifichino certi disastri. Abbiamo perso migliaia di ettari di bosco ma anche coltivazioni autoctone. Il danno è davvero enorme.

Lei ha parlato anche di possibili frane in autunno: può spiegarsi meglio?
È naturale. Il disboscamento è una delle principali cause dell’amplificazione dei danni da alluvioni. Le radici compattano il terreno rendendolo più forte e, una volta recise, cedono alla violenza degli eventi atmosferici, provocando frane e allagamenti. In Campania abbiamo già il monito del 1988, quando il monte Pizzo d’Alvano, vittima di disboscamento contino negli anni, vomitò fango su Sarno, Episcopio, Quindici e Bracigliano, provocando 160 morti e migliaia di feriti. Tutto questo scempio è frutto dei tempi moderni. Mi preme ricordare che il governo del territorio, nel Sud Italia, era una priorità prima dell’Unità d’Italia, cioè prima dell’estensione a tutto il territorio della legislazione piemontese che non prevedeva adeguate misure di contrasto alle calamità naturali. Sul Vesuvio, per esempio, a inizio Ottocento, fu creato un ingegnoso sistema basato su alvei e vasche, ma anche di reticoli in pietra lavica per il contenimento delle acque piovane, le cosiddette “briglie borboniche”, che ancora oggi sono modello cui si ispirano le “grate vesuviane” in legno, disseminate sulle pareti montuose del Parco Nazionale. Magari sono andate in fiamme anche queste, chissà. Ora si dovrà stare attenti alle forti piogge autunnali che verranno, perché le conseguenze di questi incendi potrebbero essere di particolare gravità.

Cosa ne pensa, invece, della Terra dei Fuochi?
Ogni parola, ormai, è superflua. Tra spietati imprenditori di ogni zona d’Italia, criminalità organizzata e massoneria deviata, il cocktail esplosivo ha prodotto aria malsana nelle campagne tra Napoli e Caserta. Il paradosso è che si respiri aria meno pericolosa a Napoli, cioè in città, piuttosto che nei paesi dell’hinterland. Il problema è l’aria, certamente, e con questo vorrei paradossalmente invitare a moderare gli allarmismi sull’agricoltura locale. Non sono un agronomo, ma mi sono informato presso gli esperti. Il fatto è che una pianta non assorbe tutto quello che si trova nel terreno e possiede un’azione autodepurativa. Cioè, i frutti della terra assorbono in modo selettivo e tendono a rifiutare sostanze inquinanti. Una prodotto della terra, se è inquinato, non cresce e non matura, e quindi se vediamo un prodotto della terra finito vuol dire che quel prodotto è sano. Possiamo mangiare senza fobie. Il problema può semmai esserci nelle acque, o nella filiera del latte, ma i controlli nel settore sono tanti. Ad ogni modo, quello che si sta facendo a questa terra è un delitto, e la terra domina sull’uomo, non il contrario. Siamo e saremo noi a pagarne le conseguenze, e questo per l’arricchimento di “pochi” criminali spietati.

Cosa pensa del quotidiano The Sun che ha tolto Napoli tra le città più pericolose?
Si è qualificato per la reputazione di cui gode, cioè giornale per nulla autorevole. Quell’articolo è stato scritto per “sensazione”, sull’eco dei racconti delle più tetre fiction recenti. Bastava leggere il fantasioso detto “va fa Napoli” che si direbbe in Italia per dire “va all’inferno” per capire che Guy Birchall aveva lavorato di immaginazione. Napoli è una città problematica, molto problematica, forse la più problematica d’Europa, ma la problematicità non corrisponde necessariamente alla pericolosità. A Napoli c’è la camorra che spara nei quartieri popolari, e il numero di morti per omicidio è costantemente alto, più alto che altrove, e però si tratta di guerra tra clan che bersagli selezionati, anche se qualche volta capita che ci vadano di mezzo persone innocenti. Poi, se controllassimo anche le statistiche delle morti per incidenti stradali e quelle per suicidio ci accorgeremmo che Napoli è ben al di sotto delle medie in queste voci, che contribuiscono a dare un quadro esatto della pericolosità di un luogo. In definitiva, Napoli non può dirsi città sicura ma neanche tra le 11 più pericolose del mondo. Descriverla come un far-west è decisamente troppo. Napoli è piena di vita, di giorno e di notte, e questo significa che i napoletani non percepiscono alcun tipo di problema particolare.

Da qualche anno, la narrazione di Napoli (e dell’unità d’Italia) sembra cambiata: a cosa è dovuto?
Non credo che sia cambiata. Napoli continua ad essere considerata per ciò che è, una città bellissima e malata. È cambiata semmai in una parte di opinione pubblica una certa visione delle cause della sua malattia. C’è ancora chi continua a considerarla causa dei suoi mali, e c’è chi invece ha capito che la radice dei suoi problemi sta nella malfatta unità d’Italia, di cui Napoli fu protagonista con Torino e Milano. C’è chi ha capito che non era solo il Sud ad essere arretrato rispetto alle più importanti economie europee ma anche il Nord, che il Settentrione è poi cresciuto in rapporto diretto con l’impoverimento meridionale, e che l’Unità fu imposta per affermare l’egemonia colonialistica del Nord sul Sud. Così è nato il “triangolo industriale” e così è decaduta Napoli, con tutta la sua reputazione, demolita prima dai liberali e dagli stessi esuli napoletani durante il Risorgimento e poi dall’antropologia positivista, che sostenne una genetica inferiorità meridionale. Napoli è crollata definitivamente dopo la Guerra, uscendone distrutta nel tessuto urbano, industriale e nello spirito. Oggi tutto quest’ottica sta diventando più nitida, e sempre più persone si appassionano alla lettura di libri come quelli che scrivo io e altri appassionati indagatori della questione meridionale per restituire consapevolezza e per drenare gli annacquati racconti patriottici. Attenzione però ad addossare solo agli altri e al passato le responsabilità dei problemi che Napoli vive. C’è oggi una gran quantità di napoletani privi di senso civico e ai quali fa piacere sguazzare nelle permissive condizioni in cui vivono.

Lei ha appunto pubblicato recentemente il suo ultimo libro, dal titolo “Napoli capitale morale. Dal Vesuvio a Milano. Storia di un ribaltamento nazionale tra politica, massoneria e Chiesa”: ci può illustrare nel dettaglio di cosa parla?
Parla proprio del percorso parallelo delle due città-faro del Sud e del Nord, delle due capitali morali d’Italia, quella pre-unitaria e quella post-unitaria. Napoli era indubbiamente la città più importante d’Italia al 1860, la vera capitale dello Stivale frammentato, l’unica di rango davvero europeo della Penisola, cioè quello che è oggi Milano. Dialogava con Vienna e San Pietroburgo, e con Parigi e Londra almeno fino al 1856, quando si concluse la Guerra di Crimea. Il gran fulgore della capitale borbonica rendeva persino più ampia che altrove la differenza tra l’elevata qualità di vita urbana e il basso tenore nell’entroterra delle campagne, impoverite al Sud esattamente come i contadi settentrionali. Milano aveva la metà degli abitanti di Napoli, e il suo sviluppo era partito lentamente nel secondo Settecento con Maria Teresa d’Asburgo, che portò la cultura viennese e quella napoletana nella città lombarda. Nel mio libro si legge dei rapporti culturali tra Napoli e Vienna di cui beneficiò anche Milano, dei rapporti tra Luigi Vanvitelli e il suo allievo Giuseppe Piermarini, ovvero l’architetto che tirò su il Teatro alla Scala e un po’ tutta la Milano neoclassica che guardava a Napoli. Si legge di storia e di storie, dal Rinascimento a oggi. Si legge di come, dall’Unità in poi, siano stati interrotti i rapporti tra le due città, di come Napoli sia decaduta in rapporto diretto alla crescita di Milano, fino a collassare completamente con la Seconda guerra mondiale. Si legge si cosa è accaduto con la seconda Italia, quella repubblicana, praticamente fallace come la prima monarchica, fino ad arrivare ai giorni nostri, analizzando il momento e provando a proiettarsi nel futuro. Si legge di influenza della Massoneria in questo ribaltamento italiano, senza mai dimenticare che le forze che l’hanno realizzato sono anche napoletane.

Ultima domanda, passiamo al calcio: è l’anno buono per lo Scudetto del Napoli?
Non lo si può prevedere. Certamente la squadra è motivata e concentrata sul preliminare di Champions League, per il quale anche i nazionali hanno rinunciato alle ferie, recandosi subito all’appuntamento di Dimaro. La Champions è vitale per il bilancio societario. Poi, certo, la squadra, col suo allenatore, vuole provare a fare due gironi di fila in campionato come quello di ritorno dello scorso anno, per poi vedere cosa avrà raccolto. Certamente questo Napoli ha grandi potenzialità ma, come ha avvisato Sarri, pochi margini di miglioramento. Ritengo che la squadra possa e debba migliorare in tre fasi. Il vero problema sarà riuscire a trovare la maniera di vincere le partite contro le squadre arroccate in difesa, quelle che mandano in tilt il gioco in velocità negli spazi degli azzurri. Poi bisognerà chiudere la porta, perché i campionati si vincono con la difesa più che con l’attacco, e bisognerà ridurre al minimo i delittuosi errori difensivi che lo scorso anno sono stati pagati in termini di classifica. Infine, bisogna migliorare in fase di palla inattiva, tanto difensivamente che offensivamente. Troppi goal sono stati presi in questo modo e pochissimi se ne sono realizzati. Se il Napoli progredirà in questi tre ambiti allora sì che potrà davvero ritrovarsi molto alto in classifica.

Napoli Capitale Morale, intervista per ‘VesuvioLive’: “L’Unità d’Italia ha spezzato il dialogo tra Napoli e Milano”

Intervista di Federica Barbi per vesuviolive.it

Milano-Napoli. Non eterna rivalità (per quella c’è Torino…) ma eterno paragone. Il “civilissimo” Nord contro il sottosviluppato Sud. Il fascino europeo e la patina sporca meridionale. L’Italia è ancora economicamente, socialmente e politicamente spaccata in due, e i pregiudizi non aiutano a ricomporre i tasselli. E se i media nazionali fomentano più o meno consapevolmente l’acredine, c’è chi studia e lavora invece per restituire agli italiani la giusta versione della nostra storia, purtroppo spesso storpiata dai libri di scuola. Tra questi c’è Angelo Forgione, scrittore e giornalista partenopeo, da sempre attivo per cancellare i fastidiosi filtri attraverso cui Napoli viene vista dal 1861.

Il suo ultimo lavoro, “Napoli Capitale Morale”, si concentra proprio sulle due città che hanno fatto la storia dell’Opera, spiegando come l’attuale ruolo predominante di Milano abbia radici anche nella Napoli del passato. Due destini che si intrecciano a cavallo tra tante epoche diverse. Ne abbiamo parlato con lui nel giorno dell’uscita del suo libro.

–  Angelo, ci parli del suo nuovo libro, “Napoli Capitale Morale”. Cosa vuole che arrivi ai suoi lettori?

“Arriverà certamente, a chi leggerà questo libro, quello che è realmente accaduto dal Rinascimento ai giorni nostri nel territorio italiano. Napoli è la protagonista del libro, Milano la co-protagonista, ma compaiono anche Torino e Roma. Attraverso i due principali riferimenti parlo di Nord e Sud, ancora oggi due Italie mai unite. Pur vivendo sotto la stessa bandiera, nello stesso Stato, e appartenendo allo stesso sistema giurisdizionale, Napoli e Milano sono decisamente più lontane di quando erano effettivamente separate. Nell’Italia delle culture e delle arti dialogarono culturalmente, e spesso s’intrecciarono. Poi l’Italia, una volta unita, è andata man mano allontanandosi dalle sue nobili radici, e a noi non è stato raccontato che cosa si sono dette le due metropoli prima che le élite risorgimentali interrompessero le comunicazioni e spegnessero la profusione culturale italiana”.

– Milano, quindi, se oggi viene considerata la metropoli italiana per eccellenza (e quindi centro propulsore della finanza e dell’economia) è soprattutto perché è stata modellata ad immagine e somiglianza della Napoli pre-unitaria. E’ corretto? Può spiegare meglio questo concetto?

“Non è proprio così. Milano ha beneficiato del riformismo austriaco di Maria Teresa d’Asburgo, che era la madre di Maria Carolina, regina di Napoli. La corte di Vienna, nel secondo Settecento, cioè nel periodo dei Lumi, dialogava con quella di Napoli, la città da cui si diffondevano importanti istanze illuministiche e molte novità che sconvolgevano l’Europa. Milano otteneva da Vienna e assorbiva di riflesso da Napoli. Per fare un esempio per tutti, il teatro alla Scala nacque quando gli Asburgo chiesero ai Borbone di poter avere Luigi Vanvitelli a Milano per lavori a corte, e l’architetto si portò dietro il figlio Carlo e l’allievo Giuseppe Piermarini, che avevano appreso al suo studio e nei cantieri della Reggia Caserta, e avevano studiato le antichità classiche che venivano fuori in quel periodo un po’ dappertutto attorno al Vesuvio. Ma la corte di Vienna spendeva più per Vienna che per Milano, e Vanvitelli, insoddisfatto, se ne tornò a Napoli col figlio, raccomandando agli austriaci l’ancora inespresso Piermarini, il quale divenne architetto regio e cambiò Milano applicando quanto aveva appreso a Napoli. Il Neoclassicismo nasce a Napoli, con gli scavi, e Milano è una città piena di neoclassico, non solo asburgico ma anche napoleonico. Ma anche gli economisti napoletani precedono quelli milanesi. L’economia e il sistema bancario moderno nascono a Napoli, con Antonio Genovesi e il Banco di Napoli, eppure finanza è sinonimo di Milano. Se la città lombarda è considerata la metropoli italiana per eccellenza non è perché lì c’è della Napoli sottotraccia ma perché con l’Unità è stato creato in modo scientifico il “triangolo industriale” Milano-Torino-Genova, strozzando il tessuto produttivo di Napoli e del Sud e trasferendo risorse e commesse in quel territorio in cui Milano ha poi vinto la sfida con la rivale Torino. È da quel dualismo, ingaggiato nel secondo Ottocento, che nacque la definizione “capitale morale”, che non è affatto riferita a Roma come pensiamo, ma alla città piemontese, prima capitale d’Italia e antagonista nella rincorsa al ruolo di città-guida del progresso italiano, o meglio, del Nord-Ovest. E quella definizione, pensate, la inventò un napoletano”.

– Nell’introduzione al libro lei parla di come non solo la politica ma anche la Chiesa e la Massoneria abbiano influenzato il percorso delle due città nella storia. Può spiegarci, in breve, in che modo?

“In realtà Chiesa e Massoneria sono due fattori essenziali della vita dell’intera Italia, e per secoli sono state in forte conflitto. È un tema troppo complesso per riassumerlo in poche parole ma è fondamentale evidenziare che l’Unità d’Italia fu un processo che mirò a depapalizzare Roma e a rendere l’Italia uno stato totalmente laico. Intento riuscito solo in parte, ma la Massoneria, non solo quella italiana, ebbe grande influenza nel processo risorgimentale. E allora basterà dire che Ferdinando II di Borbone strinse vincolo morale con papa Pio IX mentre la classe politica milanese preferì tollerare per convenienza l’alleanza con l’invisa Torino sabauda, quindi con la corte che assecondò le avversioni allo Stato Pontificio. Morale della favola, il legittimismo borbonico e quello del Papa, col potere temporale, crollarono uno dopo l’altro e da lì in poi la Massoneria fu decisiva per la crescita del “triangolo industriale” affermando, soprattutto a Milano, la supremazia della finanza sulla politica. Basterà leggere nel libro della fondazione della Banca Commerciale Italiana, che poi fece concorrenza al Banco di Napoli nel Meridione. I poteri forti si fecero largo nell’economia nazionale e guadagnarono la posizione di dominio nel settore del credito industriale. La Borsa di Milano fu designata per convogliare i capitali nelle imprese e le banche milanesi a fare da intermediarie di garanzia verso il pubblico. Così Milano, a fine Ottocento, divenne il centro della finanza italiana, mentre Napoli cresceva di abitanti ma si contraeva in quanto a occupazione e consumi, piombando in una crisi profonda”.

– Oggi si etichetta troppo facilmente Napoli come la città dell’inefficienza e dell’illegalità e, di contro, Milano gode della nomea di città “europea”. Al di là dei pregiudizi, in cosa e quanto Milano è davvero avanti rispetto alla città partenopea?

“Milano è l’unica città socialmente inclusiva d’Italia. È il punto di confluenza di forze, intelligenze e talenti. È luogo di opportunità per tutti. È l’unica grande città in cui la popolazione cresce; anche Torino ha smesso di farlo. Nel mondo moderno, in cui tutto va fatto subito e prima che lo facciano gli altri, Milano è l’unica città italiana che riesce a reggere il passo. Una città così ha la politica centrale a sospingerla. Pochi sanno che fu prima Torino a candidarsi per l’Expo 2015, sulla scia delle Olimpiadi invernali. Milano si accodò, e il Governo la preferì. E quindi altri soldi, altre infrastrutture, ma anche altri appalti e pure altre nefandezze a rinfrescare la memoria della Tangentopoli degli anni Novanta. Napoli non si è mai veramente rialzata dai grassi traumi della Seconda Guerra mondiale e incede affannosamente. Il tessuto produttivo è sostanzialmente impoverito e non c’è neanche più il Banco di Napoli ad ossigenare l’economia territoriale e a formare la classe dirigente. Napoli si svuota lentamente e trattiene i ceti più poveri, afflitti da problemi di disoccupazione e scarsa scolarizzazione. In queste condizioni, è facile cercare nell’illegalità e nella delinquenza una soluzione alle esigenze esistenziali. La colpa di tutto questo è della politica nazionale, che non fa nulla per risollevare davvero il Sud e arginare seriamente le mafie, il vero freno dell’economia territoriale, che invece rappresentano comodi e perversi ammortizzatori sociali”.

– Se Napoli era la Capitale morale pre-unitaria e Milano è quella post-unitaria: Roma, oggi, che tipo di Capitale è? Rappresenta davvero l’Italia?

“Roma è una capitale inerte, è uno scenario meraviglioso senza contenuti. È semplicemente la roccaforte della burocrazia di consumo e della Chiesa cattolica e non esercita alcuna spinta al superamento del dualismo Nord-Sud. Ma Roma non è neutra da oggi. Fu designata come capitale per i suoi antichissimi fasti imperiali, ma la città più importante, quando fu fatta l’Unità, era Napoli, che era anche la più popolata. Poi la città laziale è cresciuta a dismisura attorno al suo centro storico, ma non si è mai proposta come centro propulsivo e direttivo italiano, come Milano. E neanche come centro culturale, ruolo che svolge ancora, nonostante tutto, Napoli. La capitale d’Italia non può neanche rappresentare l’Italia, non come Parigi rappresenta la Francia e Londra l’Inghilterra, perché nella nazione dei dialetti e dei campanili non può risultare centrale nel policentrismo ed essere così invadente come le altre capitali da accentrare l’italianità, che è un concetto assai complesso”.

– Nonostante l’opinione pubblica non renda onore a Napoli, è innegabile che al Sud non ci sia lavoro: dall’inizio della crisi economica sono emigrati 161mila campani. Anche questo è il frutto di anni di politiche antimeridionali, è vero, ma purtroppo saperlo non consola né crea posti di lavoro. Cosa si sente di dire a chi va via costretto a cercare sogni lontano dalla propria terra?

“Di portare sempre con sé la propria identità, di essere napoletano in qualunque posto vada. E che non sia solo un atteggiamento spavaldo o simpatico ma una vera e propria consapevolezza. La napoletanità, cioè l’immensa cultura napoletana, va conosciuta a fondo. Io scrivo libri di cultura napoletana e di questione meridionale proprio perché la gente sappia quello che io non sapevo e che ho appreso spinto dalla mia indentità inespressa. La conoscenza genera indipendenza”.

Napoli Capitale Morale, intervista per ‘il Vaporetto’


di Antonio Corradini per ilvaporetto.com

Napoli e Milano, due città che sembrano correre su strade parallele, due realtà contrapposte, separate da sempre da uno spartiacque sociale intriso di contraddizioni e luoghi comuni. Entrambe, come ci spiega nel suo nuovo libro Angelo Forgione, capitali morali d’Italia, la prima per il suo ingombrante prestigio preunitario, la seconda per il ruolo di città-faro che ha saputo coltivare dall’Unificazione fino ad oggi, approfittando proprio del declino inesorabile della città partenopea. Ne abbiamo parlato proprio con l’autore dell’opera, con un’intervista esclusiva in cui abbiamo voluto chiarire quelle che erano le ragioni che hanno reso necessario la pubblicazione di un libro che promette di rispondere a molte domande su quella che è la storia ed il percorso passato e futuro di due città faro delle loro rispettive macro aree. Milano e Napoli, Nord e Sud.

Ci siamo Angelo, Napoli Capitale Morale è sugli scaffali delle librerie. Quanta fatica per un’opera che si propone di svelare gli intrecci, le analogie e i personaggi che hanno accompagnato le città di Napoli e Milano dal Rinascimento ad oggi?

Tantissima fatica. Ho messo insieme la storia di Napoli e quella di Milano, e le ho incollate con una mistura di Politica, Massoneria e Chiesa. Capirete che è stato un lavoro di ricerca profonda e faticoso, ma molto appagante. Vi si legge di storie e figure note, ma intrecciate, e anche di personaggi e fatti davvero poco conosciuti, che ho voluto tirare fuori dal dimenticatoio della storia per chiarire e raccontare il dialogo tra Napoli e Milano che l’Unità d’Italia ha spezzato e per fornire degli strumenti di comprensione della realtà attuale delle due città.

Napoli e Milano hanno più affinità di quello che si pensa?

Direi proprio di sì. Pur essendo città diverse e per certi versi opposte, vi sono dei punti di contatto anche evidenti. Questo perché i rapporti intercorsi sono stati importanti, inizialmente durante il secondo Quattrocento, tra il regno aragonese di Napoli e il ducato sforzesco di Milano, e in maniera più intensa nel secondo Settecento, tra i Borbone di Napoli e gli Asburgo di Vienna, che governavano il territorio lombardo, ma anche tra gli illuministi delle due città. Una relazione strettissima vi è stata anche nel primo Ottocento napoleonico. Poi le vicende risorgimentali hanno fatto divergere i percorsi e con l’Unità è andata a finire che le élite del Regno d’Italia hanno interrotto le comunicazioni tra Nord e Sud, spento la profusione culturale e omesso il racconto di ciò che si sono dette Napoli e Milano. Oggi, per esempio, ci riempiamo gli occhi con la Scala e il San Carlo ma non immaginiamo che c’è una strettissima parentela tra i due teatri. Io ho voluto raccontare tutto.

Possiamo considerare Milano come la continuazione storica e politica della Napoli preunitaria?

In un certo senso, sì. Milano è diventata sul finire dell’Ottocento quello che era Napoli un secolo prima, cioè la meta di professionisti e talenti. E ancora a metà del XIX secolo, al momento dell’Unità, Napoli era la città più grande e popolata d’Italia, ma anche la più importante e la più rispettata in Europa. Oltre quattrocentomila abitanti napoletani, il doppio dei milanesi, e meno ancora erano i romani e i torinesi. Oggi Milano è seconda a Roma per popolazione residente ma certamente è la più inclusiva d’Italia, l’unica città che cresce demograficamente, mentre tutte decrescono, e Napoli in modo preoccupante, risultando ormai popolata più o meno quanto Torino. Il capoluogo meneghino si è indubbiamente avvantaggiato delle condizioni create nel “triangolo industriale”, mentre la politica sabauda strozzava l’economia partenopea a beneficio di quella piemontese-lombarda-ligure, ed è stata scelta come luogo di affermazione della finanza sulla politica, vincendo così la concorrenza di Torino e facendosi per questo città-faro del nuovo slancio italiano. Perciò fu battezzata come “la capitale morale”, tra l’altro dal napoletano Ruggero Bonghi, e non per la mai esistita concorrenza industriale e finanziaria di Roma, cioè la città che tutti credono erroneamente il riferimento sottinteso dell’etichetta milanese.

Napoli e Milano sono due simboli agli antipodi, due città eternamente stereotipate, nel bene e nel male. Cosa è cambiato dal Risorgimento ad oggi?

È cambiato appunto che Napoli non è più la città più importante della Penisola, e lo è diventata Milano. È cambiato che fino allo scoppio della Prima guerra mondiale, quando l’Italia era ancora il primo paese nel mondo per richiamo turistico, Napoli era al vertice massimo del turismo nostrano e straniero, condiviso con Roma, Firenze e Venezia, e aveva ancora un tessuto produttivo di un certo interesse, mentre oggi, ignominiosamente, non è percepita come città d’arte, perché tutto il patrimonio che possiede è stato occultato dall’immagine imposta del Male, della criminalità e degli affanni sociali, ed è principalmente città di consumo. È cambiato che Milano è cresciuta con la sua immagine di città moderna impegnata nel profitto spietato e, da città della periferica contea asburgica, è diventata la metropoli più scintillante d’Italia. Il ribaltamento è tutto qui.

Che capitale sarebbe stata Napoli se il processo unitario l’avesse rispettata?

Difficile dirlo, perché Ferdinando II di Borbone, fino alla morte nel 1859, aveva condotto uno sviluppo svincolato dal liberismo nascente e dall’indebitamento bancario. La spesa pubblica era controllata, mentre altrove si chiedevano prestiti enormi per realizzare le infrastrutture. Questa virtuosa politica economica aveva consentito di tappare uno spaventoso disavanzo derivato dai prestiti che per circa un decennio i Rothschild avevano fatto alla Corona borbonica per pagare il mantenimento delle truppe austriache dopo la Restaurazione del Congresso di Vienna. Capirete che, mentre tutti facevano debiti, per la gioia dei banchieri tedeschi, la piattaforma economica napoletana rappresentava una mosca bianca, e pure fastidiosa. Ma se pure l’Italia unita non avesse privilegiato lo sviluppo del Nord-Ovest, Napoli avrebbe dovuto comunque adeguarsi alle aspirazioni del ceto medio e dare maggior impulso all’iniziativa privata nel processo di modernizzazione. In ogni caso, il definitivo crollo di Napoli è derivato dai bombardamenti e dagli eventi della Seconda Guerra mondiale. Napoli non si è ripresa da quelle ferite, anzi, è decisamente collassata sotto il profilo sociale. Gli americani sul territorio hanno consentito l’allacciamento di rapporti tra le organizzazioni malavitose e la mafia d’America, ampliando gli affari col traffico internazionale della droga. Così la camorra è cresciuta enormemente, come è cresciuta la povertà e la necessità di rimediare. La città si è espansa demograficamente ma senza sviluppo, e alle problematiche esistenziali si è iniziato a dar risposta ricorrendo all’illegalità e alla delinquenza.

Napoli e Milano, due destini diversi, due realtà inique e inversamente proporzionali, cosa ci aspetta per il futuro?”

Nulla di particolarmente buono per Napoli e qualcosa per Milano, nei limiti delle possibilità di un Paese come l’Italia in fortissima stagnazione, finché i governi continueranno a non spingere per la soluzione della Questione meridionale e a considerare il Sud solo come serbatoio di voti, tra l’altro gestito dalle mafie, che sono ammortizzatori sociali da non far mancare a un territorio senza sviluppo, quindi da non combattere seriamente. Continuando così proseguiremo ad assistere allo svuotamento intellettuale e umano di Napoli e al riempimento sistematico di Milano, che continuerà ad essere spinta anche da Roma, come è accaduto per l’Expo, per il quale si candidò prima Torino sulla scia delle riuscite Olimpiadi invernali, prima che il Governo cavalcasse la successiva candidatura di Milano, ritenuta più “importante”. L’antagonismo, come vedete, è tra Milano e Torino, non tra Milano e Roma. A Napoli non resta che ottimizzare l’offerta turistica per riguadagnare posizioni, e sperare che nasca una nuova generazione politica fiera e coinvolta negli interessi del territorio. Nel passaggio da Monarchia e Repubblica, per il Sud nulla è cambiato davvero. Ottantacinque anni la prima, una settantina la seconda, e Napoli non ha mai sorriso. Milano sì. Eppure fanno parte della stessa nazione, anche se non sembra.

Il Vesuvio rugge, revocata la cittadinanza onoraria a Cialdini

Angelo Forgione È stata approvata in giunta, su proposta del sindaco de Magistris, la delibera con la quale viene revocata la cittadinanza onoraria di Napoli ad Enrico Cialdini, generale dell’esercito piemontese e, successivamente dal luglio 1861, Luogotenente Regio delle province meridionali, responsabile dei massacri di civili a Pontelandolfo e Casalduni, nel Beneventano, del bombardamento di Gaeta e di altri atti dispotici e sanguinosi nel periodo dell’invasione sabauda nel Mezzogiorno d’Italia.
La revoca è stata decisa “come atto di riconoscimento della memoria storica delle vittime delle stragi che il generale Cialdini ha perpetrato nel nostro territorio e nel Mezzogiorno d’Italia”.
La cittadinanza al Generale dell’esercito del Regno di Sardegna fu conferita il 21 Febbraio del 1861 dal Decurionato di Napoli, presieduto dall’allora sindaco Giuseppe Colonna, a conclusione dell’assedio di Gaeta che aveva decretato la scomparsa del Regno delle Due Sicilie. Giuseppe Colonna aveva “ereditato” la carica dal dimissionario Andrea Colonna, nominato Sindaco con decreto di Giuseppe Garibaldi del giorno 8 settembre 1860, al principio del periodo dittatoriale della Città.
Quando Cialdini si insediò in città, il 19 luglio 1861, proclamò minacciosamente: «quando rugge il Vesuvio, Portici trema», alludendo alla paura che egli incuteva nei confronti della nobiltà filoborbonica, ritiratasi nei paesi vesuviani per non vedere la cancellazione della patria napolitana. Quando il Generale lasciò, al termine della sua luogotenenza, disse: «Tolga il cielo che il mio soggiorno tra Voi sia stato di danno a queste belle Provincie». Sui muri della città i napoletani gli lasciarono un messaggio esplicito: «quando il Vesuvio rugge, Cialdini fugge». Il Vesuvio, evidentemente, dopo più di un secolo e mezzo, continua a ruggire.

Il Generale Cialdini è sgradito al Comune di Napoli

Angelo ForgioneA conclusione della seduta del consiglio comunale di Napoli del 23 dicembre 2016, si è svolta la discussione sull’ordine del giorno presentato dal consigliere Andrea Santoro (Fratelli d’Italia-An) con cui si intendeva proporre al sindaco Luigi de Magistris di esplicitare presso la Camera di Commercio la volontà di rimuovere i busti del generale Enrico Cialdini e del conte Camillo Benso di Cavour dalla sala delle contrattazioni del palazzo della Borsa.
Santoro ha preso la parola e spiegato le motivazioni della mozione tra la confusione dei colleghi, con numerosi consiglieri deputati al voto a confabulare come al bar. A ricondurre l’intero Consiglio all’attenzione, più che il presidente Alessandro Fucito, è stato il consigliere Salvatore Pace (Lista DEM), che si è appellato alla serietà dell’argomento e ha sollecitato un nuovo percorso di rivisitazione della toponomastica. Da questi è giunto favorevole sostegno alla mozione, come pure dalla collega di lista Eleonora Di Majo, proveniente da quel collettivo politico (Insurgencia) che già in passato ha manifestato per chiedere la rimozione dei busti. Francesca Menna (Movimento 5 Stelle) ha poi proposto una commissione per la rivisitazione della storia del Meridione e per la divulgazione nelle scuole cittadine. Ha chiuso la discussione Gaetano Simeone, che ha chiesto al collega di banco Santoro di limitare la proposta di rimozione al solo Cialdini, «dato per assodato che per tutti trattasi di cialtrone», e di rimandare Cavour a un maggior approfondimento storico sulla sua figura in un’opportuna commissione consiliare. Spazio anche a una battuta finale dello stesso Simeone: «a meno che Pace non ci dica che Cavour era uno juventino, perché in quel caso…». Dal banco della presidenza, Fucito ha chiarito che la Juventus, nel 1861, non era ancora nata.
Atto modificato ma approvato all’unanimità.
La parola passa ora alla Camera di Commercio di Napoli. Sarà l’ente di Piazza Bovio a decidere se il busto di Cialdini potrà essere rimosso o dovrà restare dove si trova. Intanto è già significativo che per l’attuale consigliatura comunale di Napoli sia ufficialmente considerata sgradita l’effigie del Generale e Luogotenente di Vittorio Emanuele II, massacratore di circa 9000 meridionali durante l’inavsione piemontese del Sud e responsabile dei violentissimi bombardamenti dell’assediata Gaeta, della distruzione di una decina di paesi interamente dati alle fiamme (Pontelandolfo e Casalduni i più noti), oltre che dei feriti, dei prigionieri, dei deportati, delle perquisizioni e dei saccheggi delle chiese.

Resta comunque impresa arda la sua sparizione, poiché il Sindaco non ha potere sulla Camera di Commercio, e certamente si attiveranno forti opposizioni. Facile prevedere che si dirà che il Palazzo della Camera di Commercio di Napoli è stato costruito a fine Ottocento anche grazie all’elargizione dello stesso Cialdini di una parte di quanto risparmiato dalle spese di rappresentanza per conto di Vittorio Emanuele II. Quell’edificio, infatti, è proprio un simbolo di colonizzazione co-finanziato da un criminale di guerra, che in tal modo intese cancellare lo splendore della precedente sede della Borsa Cambi e Merci di Napoli (nata nel 1778) nella Gran Sala del Real Edificio dei Ministeri di Stato, l’attuale Palazzo di San Giacomo, a metà dell’antico cammino coperto in ferro e vetro realizzato da Stefano Gasse che conduceva a via Toledo (ostruito nel Ventennio fascista dalla costruzione del palazzo del Banco di Napoli). Cialdini era convinto che, con quel gesto, il suo nome non sarebbe stato maledetto dai napoletani, che tanto lo detestarono. «Tolga il cielo che il mio soggiorno tra Voi sia stato di danno a queste belle Provincie», disse il Generale lasciando la città. Sui muri, i napoletani gli lasciarono un messaggio esplicito: “Quando il Vesuvio rugge, Cialdini fugge”. Era il verso alla frase «quando rugge il Vesuvio, Portici trema» con cui, il 19 luglio 1861, il generale concluse il minaccioso proclama di insediamento a Napoli. Nel Vesuvio c’era l’allusione a se stesso, e dietro al nome di Portici c’era la nobiltà filoborbonica ritiratasi nei paesi vesuviani per non dover assistere alla cancellazione della patria napolitana.

Ferrero nel quadrilatero dell’arte per il capolavoro Rocher

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Angelo Forgione Tra le tendenze pubblicitarie degli ultimi anni c’è sicuramente il tema dell’arte e della bellezza delle città italiane. Si è accodato anche il colosso dolciario d’origine piemontese Ferrero, che propone una nuova campagna pubblicitaria della sua perla di cioccolata Rocher incentrata sul concept del capolavoro. Il noto cioccolatino ispirato alle perfette rotondità italiche del Classicismo, del Romanico-bizantino, del Rinascimento e del Neoclassicismo, alla bellezza delle città-gioiello ricche di storia. Su questo ha puntato l’agenzia Publiregia, con la regia di Ago Panini, la fotografia di Alessandro Bolzoni e la musica di Enrico Sarena. Quattro godibilissimi corti, girati a Napoli, Roma, Firenze e Venezia, nel quadrilatero dell’arte d’Italia.
Protagonista un uomo dall’aspetto maturo, perduto tre le meraviglie della Penisola, nel suo abito sartoriale di lino e borsalino in mano a significare la raffinatezza del made in Italy anche in fatto di cultura e cibo. Lui, artista dei tempi moderni, si lascia sedurre dalle curve artificiali (a Napoli, anche dalle quelle naturali del Golfo; ndr) e prende a disegnare. Niente computer o moderni dispositivi digitali ma tradizionali foglio e stilo. A mano, come un tempo, dà sfogo al suo talento schizzando quel che le forme delle perle d’Italia gli comunicano. Poi, continuando davanti a un caffè, il fil rouge dei quattro spot, giunge l’intuizione. Su carta ci va la grande idea incorniciata nelle perfette curve italiane. L’artista va dritto in pasticceria, dove l’idea diventa materia. Così, con cascate cioccolatose su anime nocciolate, nasce il capolavoro di casa Ferrero. Tra suggestioni d’arte e di piacere, l’invito è ben chiaro nel payoff: “Assapora la Bellezza”.

Guarda anche gli spot a Roma, ► a Venezia e a Firenze.