Angelo Forgione – Meraviglia dell’Europa antica, Roma ha celebrato il 21 aprile il suo formale 2779 compleanno. Fondazione coeva a quella di Napoli, quantunque la città partenopea, nel 2025, abbia festeggiato “solo” i 2500 anni di Neapolis per sottrazione dei quasi tre secoli in più di Parthonope/Palepoli.
Roma faro della civiltà antica, ma non esattamente “culla della civiltà occidentale”, come ha scritto la premier Giorgia Meloni sui suoi profili social per celebrare la data. Quella è Atene, la Grecia, conquistata militarmente nel 146 a.C. dai Romani, che hanno modellato la loro cultura sulla civiltà greca; hanno assimilato la mitologia greca e dato un diverso nome alle divinità elleniche, integrandole sinteticamente con le proprie; hanno importato in massa statue greche e ricalcato le opere celebri; hanno adottato l’architettura greca e i suoi ordini (dorico, ionico e corinzio), integrandoli con le proprie tecniche ingegneristiche. Orazio riassunse questo rapporto così: “La Grecia conquistata conquistò il feroce vincitore”.
Roma ha riletto l’ellenismo e creato la sua cultura evoluta fondendo l’estetica greca alla sua organizzazione sociale, laddove alla polis, la città-stato greca, escludente ed elitistica, ha sovrapposto la sua civitas, un sistema giuridico e amministrativo assai più partecipativo.
I Romani, pur conservando una forte identità basata sul pragmatismo, l’ingegneria e il diritto, riconobbero la superiorità dei Greci nelle arti e nel pensiero. Mandarono i giovani ad acculturarsi ad Athenae, per studiarne la filosofia e la lingua, ma anche nella vicina Neapolis, definita “quasi graecam urbem” da Tacito negli Annales, alla quale, con il Foedus Neapolitanum, fu consentito di conservare la lingua greca e le grecità delle sue tradizioni e dei suoi costumi, utili alla classe dirigente romana nel processo di romanizzazione della Magna Grecia.
Ed è proprio grazie a Napoli che la Roma di oggi è “museo a cielo aperto, cultura e memoria” (Giorgia Meloni, cit.) e che si mostra in tutta la meraviglia delle sue antiche vestigia, riscoperte sull’esempio di Carlo di Borbone prima e del figlio Ferdinando poi.
Al principio dell’Ottocento, quando Napoli era affollata da 320mila abitanti e la più piccola e degradata Roma pontificia, ormai lontanissima da quella imperiale, ne contava 150mila, i papi non spendevano granché per dare lustro alla cupa capitale. Molte costruzioni antiche erano sotterrate dai sedimenti naturali e dalle costruzioni successive, e le rovine visibili, come il Colosseo, risultavano pure “mangiate” dallo sfruttamento rinascimentale per nuove edificazioni. Cave di marmo, insomma.
L’esempio e l’impulso vennero dai rinvenimenti romani attorno al Vesuvio, da quelli greci di Paestum, della Reale Accademia Ercolanese, dall’Herculanense Museum di Portici e del Real Museo di Napoli (oggi MANN), siti grazie ai quali da Napoli fiorì l’arte neoclassica in luogo di quella barocca.
Se Carlo aveva avviato gli scavi e conservato i reperti, attirando studiosi come Winckelmann, Ferdinando aveva fatto portare via dal Palazzo Farnese di Roma, di sua proprietà, le sculture greche rinvenute a metà del Cinquecento nelle Terme di Caracalla per darle in mostra pubblica ai napoletani, agli artisti e agli studiosi viaggiatori, con fortissima irritazione di papa Pio IV.
Negli appunti di viaggio di Goethe, alla data del 16 gennaio 1787, si legge: “Roma sta per perdere un grande capolavoro dell’arte antica. Il re di Napoli farà trasportare nella sua capitale l’Ercole Farnese. Gli artisti sono tutti in lutto, ma intanto avremo occasione di vedere quanto era nascosto fin qui”.
Napoli, città greca in cui trovarono casa delle sculture greche, era fiorita anche con l’incoraggiamento all’arte. Un incoraggiamento che fece esplodere pure il talento di Antonio Canova, che a Napoli trovò “situazioni di paradiso” e incontrò ricca committenza, pubblica e privata. Fu proprio lo scultore veneto a ritratte il re Ferdinando in veste di Atena-Minerva, protettrice delle arti con l’elmo della saggezza in capo, per accogliere i visitatori del Real Museo, allegoria in onore del sovrano che, raggruppando le collezioni di Antichità, aveva lanciato l’immagine neoclassica di Napoli, a rappresentarne il contributo decisivo per la formazione della cultura classica in Europa e oltre.
Ormai affermato come caposcuola del Neoclassicismo, lo scultore di Possagno fu chiamato da Napoleone a lavorare a Parigi, e lì, nel 1810, gli chiese di non portare via opere antiche “né da Roma, né da Napoli”. Rifiutò la proposta di restare definitivamente in Francia fatta dall’Imperatore, che provò a convincerlo proponendo quale risarcimento ciò che i papi non avevano fatto per Roma, diversamente da ciò che i Borbone aveva promosso nei dintorni del Vesuvio e non solo: “L’Italia potrà rindennizzarsi cogli scavi. Io voglio scavare a Roma: ditemi, ha egli il Papa speso assai negli scavi?”.
Napoleone stava impreziosendo Parigi desiderando dai suoi architetti un Neoclassicismo più pomposo, lo stile Impero. Aveva gradito le nuove costruzioni neoclassiche di Milano, firmate da un allievo di Luigi Vanvitelli, il marchigiano Giuseppe Piermarini, ingaggiato da Karl Joseph von Firmian, governatore austriaco di Milano, che aveva voluto portare in Lombardia le novità di Napoli. Vi aveva vissuto alcuni anni, in carica di ambasciatore di Vienna, e si era appassionato profondamente a quel che si andava creando nella capitale borbonica.
A Roma si iniziò in quel periodo a salvare il Colosseo. Abbandonato e spogliato di marmo per secoli, era stato consacrato nel 1749 da Papa Benedetto XIV per porre fine alle spoliazioni. Gli appunti di Goethe (2 febbraio 1787) ci dicono che nel 1787 vi ci viveva un eremita in una cappelletta, e sotto le volte in rovina si riparano i mendicanti. Tra il 1806 e il 1845, furono costruiti grandi speroni in laterizio per sostenere le arcate pericolanti, definendo l’aspetto attuale.
Napoli aveva riacceso l’interesse artistico e anche scientifico per l’antico, ma Roma restò frenata dai papi e dalla ristrettezza delle casse cittadine, finché non fu conquistata da Vittorio Emanuele II e resa capitale dell’Italia unita. Solo allora iniziarono campagne di scavo massicce, da cui la riscoperta sistematica del Foro Romano. Tra il 1930 e il 1932, in occasione dell’apertura di via dei Fori Imperiali, vennero portati alla luce importanti resti come il Foro di Cesare. Soprattutto durante il ventennio fascista, in nome del mito di Roma imperiale, la capitale crebbe a dismisura e toccò il milione e mezzo di abitanti (poi pure ampiamente superati).
Oggi, le testimonianze del passato romano, e non solo romano, continuano a emergere in tutta Italia, dai centri principali alle aree periferiche, ma non tutti sono consapevoli che il prezioso passatismo italico è stato in realtà stimolato dalla Napoli borbonica, la culla dell’Antico riscoperto, figlia della Grecia antica, la culla della civiltà occidentale.





















