Via al Governo dell’europeo e dell’africano

Angelo Forgione – Nasce il Governo giallo-verde e chissà che ne sarà. E se l’ascesa del Movimento Cinque Stelle era ampiamente annunciata dai risultati delle urne dell’ultimo decennio, la Lega (Nord) ad amministrare il Paese è un brutto segnale, frutto dell’accelerazione di un declino profondo. Ma è volontà popolare, e a questa bisogna sempre piegarsi.
Il Governo parte, e parte col sorriso di Mario Draghi, che si toglie lo sfizio di “espellere” il nemico Paolo Savona dall’Economia per costringerlo agli innocui Affari europei, dove potrà vigilare sull’applicazione delle norme e non formularle, e di farlo sostituire da Giovanni Tria, che non si capisce cos’abbia più dell’altro, di cui condivide l’analisi economica.
In questo ginepraio ci tocca persino dar parzialmente ragione a Juncker, che in una sessione del parlamento europeo ha detto: «Gli italiani devono prendersi cura delle regioni povere del Mezzogiorno, creare più lavoro, essere seri e combattere la corruzione. Li aiuteremo come abbiamo sempre fatto. Ma non si deve giocare a caricare di responsabilità l’Unione Europea. Un paese è un paese, una nazione è una nazione. I paesi vengono prima, poi viene l’Europa».
Juncker pone l’accento sul divario Nord-Sud, di quell’unicum che ci contraddistingue dal 1900, e che non ha eguali in Europa e nelle zone economicamente avanzate per durata e dimensione del fenomeno, e i politici italiani hanno pure il coraggio di dichiararsi offesi, nonostante il divario del Pil pro capite vada ampliandosi nell’Europa a più velocità, approssimandosi alle dimensioni del periodo della Seconda guerra mondiale, cioè il momento di picco massimo, dopo il sensibile assottigliamento degli anni Sessanta del boom economico.
Dobbiamo appellarci a Juncker per mettere a fuoco il vero problema dell’Italia, lo squilibrio interno tra Settentrione e Meridione, che viene prima degli squilibri continentali tra Nord-Europa e Mediterraneo. “Li aiuteremo come abbiamo sempre fatto”, dice il presidente della Commissione Ue, ma neanche mi pare che l’Unione abbia mai stimolato un sistema di rilancio delle culle della cultura continentale, il Meridione d’Italia e la Grecia.
Non si è unita l’Italia e non si è unita l’Europa. E se l’Euro ha impoverito gli italiani, la Lira piemontese ha impoverito i meridionali.
Non può, oggi, il napoletano Di Maio sentirsi europeo quanto il milanese Salvini. Eppure, per paradosso, sono i timonieri di uno strano Governo-coacervo come mai lo avremmo immaginato.

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La vera storia della Pizza Margherita a ‘Domenica Luna Live’

La vera storia della pizza margherita, ma anche del pomodoro e delle mozzarella, alla trasmissione Domenica Luna Live (Tv Luna) condotta da Paola Mercurio.

contributo tratto da History Channel

La fortissima identità napoletana

Napoli che stipula con Roma il Foedus Neapolitanum e resta faro di cultura greca nel generale decadimento della Magna Grecia.
Napoli che resiste alle Invasioni barbariche e resta l’unica testimonianza esistente del mondo antico.
Napoli che tiene a bada i Saraceni.
Napoli che respinge la terribile Inquisizione spagnola.
Napoli che si fa culla dell’Anticurialismo europeo.
Napoli che detta il riscatto alle Americhe e alle Indie contro la spoliazione europea.
Napoli che scaccia i giacobini.
Napoli che si ribella ai nazisti.
Napoli che respinge la cultura risorgimentale piemontese di matrice massonica.

È difficile identificare una o più città con cui Napoli potrebbe essere confrontata. Le sue radici culturali sono così completamente diverse da quelle di qualsiasi altra città italiana che il confronto sarebbe inutile. È altrettanto difficile equiparare Napoli con altre grandi città mediterranee come Barcellona o Marsiglia. L’unicità è una qualità che è difficile da definire, ma Napoli sembra avvicinarsi tantissimo a rappresentarla.

Relazione ICOMOS per iscrizione di Napoli nella lista dei Patrimoni dell’Umanità UNESCO

Nel video, l’intervento sull’identità napoletana a margine della proiezione del docufilm Sulla via dei Mille con mio padre di Marco Rossano al cinema Modernissimo di Napoli.

 

Matteo Renzi e il disco rotto del piagnisteo. Vietato evidenziare il dramma Sud.

Angelo Forgione per napoli.comSia lodata la Svimez, ma ancor di più la Grecia in crisi. Che potesse divampare nuovamente la “Questione meridionale” sotto il solleone di Agosto, con la colonnina di mercurio sopra i 40 gradi, nessuno poteva prevederlo, perché da un buon decennio, freddo o caldo che facesse, tra l’abbondante demagogia leghista e la massiccia retorica delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, il problema Sud era di fatto scomparso dai temi del dibattito politico nazionale.
Sia chiaro che la Svimez non ha detto nulla di nuovo, perché sono anni che nei suoi periodici rapporti preconizza desertificazione industriale e umana al Sud, richiamando attenzione sulla povertà meridionale. Tutto ignorato e relegato a qualche articolo di giornale mai capace di “estorcere” un commento significativo da parte dei leaders dei Governi che si sono succeduti. C’è voluta la Grecia, c’è voluto il suo euro-referendum per fare lo sgambetto al presidente del Consiglio in carica; c’è voluto il dibattito sulla “Questione greca” che sta all’Europa come quella “meridionale” sta all’Italia. L’attenzione internazionale si è concentrata sul dramma economico ellenico e tutti hanno creduto che oltre quel fondo non si potesse scavare nell’Eurozona. E invece la Svimez, riesprimendo gli stessi dati degli anni scorsi, ha condito quanto già detto col riferimento greco, così riaprendo una ferita mai rimarginata. Tutti hanno finalmente e improvvisamente scoperto che esiste un peggio al peggio, che la Magna Grecia sta peggio della Grecia. Il meridionalismo intellettuale lo sapeva già, ma l’imbavagliamento di cui è oggetto non gli consente di diffondere ampiamente la propria voce. E, del resto, nulla hanno potuto neppure i Gramsci, i Salvemini, i Nitti, i Fortunato e tutti coloro che hanno denunciato a gran voce, anche in sede politica, le problematiche affiorate con la creazione del “triangolo industriale” negli anni seguenti l’unificazione nazionale.
Il Sud ha battuto un colpo, finalmente, e la “Questione meridionale” è tornata inaspettatamente sotto i riflettori. Ma al grido d’allarme della Svimez ha risposto la leggerezza interpretativa del premier Renzi, la stessa persona che lo scorso gennaio, con incredibile superficialità, disse al parlamento di Strasburgo che le famiglie italiane incalzate dalla povertà si stavano invece arricchendo. Ora, dal pulpito nipponico di Tokyo, il “rottamatore” della politica italiana ha tuonato: «Basta piagnistei sul Sud! Voler bene all’Italia è smettere di parlarne male. L’Italia, lo dicono i dati, è ripartita. È vero che il Sud cresce di meno e sicuramente il governo deve fare di più, ma basta piangersi addosso». Il Presidente del Consiglio ha chiesto dunque di nascondere sotto il tappeto la polvere, di celare il dramma meridionale, di non parlar male dell’Italia, come se questa fosse una. No, non lo è e non lo è mai stata. Esistono due diverse Italie: ce n’è una che rincorre la ripresa facendo leva su un’economia che si approssima all’Europa che conta e ce n’è un’altra che da un secolo e più è scivolata verso il baratro. C’è una parte del Paese con distretti che procedono come la Germania e un’altra che è in panne alla partenza.
“Piagnisteo”. È così che Renzi liquida la Questione. Se il Sud si fa ascoltare “chiagne”, e magari “fotte” pure. Per cui è meglio che la smetta e che non faccia fare brutta figura all’Italia sullo scenario internazionale, soprattutto a un premier che è in visita nel Paese della terza economia mondiale. Nel Calcio, tanto caro al Capo di Governo, qualcuno dice che l’attacco è la miglior difesa, e Renzi sembra proprio attuare tal teorema per respingere le accuse nei confronti di un Esecutivo, il suo (ma non solo il suo) che per il Mezzogiorno non ha fatto nulla se non arrecare ulteriori danni con continui tagli della spesa in conto capitale e degli investimenti statali. Proprio di tattica si tratta, perché il rifiuto del “piagnisteo”, cioè l’attacco a chi prova ad attaccare, è un classico della dialettica dell’ex sindaco di Firenze. Otto mesi fa, a novembre, era a Sidney, e dai microfoni australiani chiedeva all’Italia di smetterla di vivere nel piagnisteo. Un mese prima – era ottobre – diceva lo stesso nella sua città, durante le celebrazioni per i 150 anni delle Officine Galileo a Campi Bisenzio, ricordando che nel dopoguerra italiano nessuno si è abbandonato al piagnisteo e così l’Italia è ripartita. Inesatto, perché i “piagnistei” c’erano anche allora, ed erano meridionali, ma furono messi a tacere. Quell’Italia in ginocchio ripartì grazie agli aiuti stanziati dal Piano Marshall tra il 1948 e il 1951, con cui furono rimessi in piedi gli stabilimenti industriali del Nord-Italia. Stanziamenti predisposti dagli Stati Uniti con lo scopo recondito di demolire il comunismo italiano (sostenuto esternamente dal grande blocco sovietico), nell’ambito di un piano più ampio finalizzato ad ottenere liberalizzazioni commerciali in Europa per le multinazionali americane e acquisire forte influenza della politica statunitense su quella europea. Eppure il politico sindacalista pugliese Giuseppe Di Vittorio – e non solo lui – chiese di investire parte dei finanziamenti americani per un minimo sviluppo industriale nel Sud, colpito da distruzioni molto maggiori rispetto al Nord, ma trovò opposizione nell’imprenditoria settentrionale, guidata dal genovese Angelo Costa, presidente di Confindustria, che rifiutò con ormai cronico nordismo. Per l’imprenditore ligure era più conveniente trasferire manodopera al Settentrione che creare fabbriche nel Meridione. «E assurdo pensare che l’industria si localizzi nel Sud, è più conveniente trasferire la manodopera verso il Nord». Così disse Costa nel 1946, e non è un caso che l’attività di navigazione per passeggeri immediatamente dopo avviata abbia portato alla nascita del colosso italiano delle crociere, quelle dai fumaioli gialli e la C blu. I soldi del Piano Marshall furono profusi dal Governo italiano in grandissima parte nei territori d’Alta Italia, rivitalizzando il “triangolo industriale” e inaugurando la più massiccia emigrazione da Sud a Nord. È così che l’Italia spaccata è ripartita dopo la Guerra. Si trattò di ripartenza assistita grazie al gettito di capitali esterni, come l’Italia dovrebbe fare per il suo Sud. È se lo Stivale intero non riesce a volare in Europa è proprio perché quel gettito fu maldistribuito, ricreando un fallimentare modello di sviluppo e ricalcando il Paese proprio come la si era lasciato prima dei bombardamenti, con un Nord in progresso industriale e un Sud “destinato a funzionare da colonia d’America per le industrie del Nord”. Il virgolettato si riferisce alle parole pronunciate da Gaetano Salvemini nel 1911, in pieno cinquantenario dell’Unità. Era anche quello il “piagnisteo” di chi sapeva di cosa parlava.

Rapporto Svimez 2015: Sud-Italia peggio della Grecia

Angelo Forgione – Qualche settimana fa, in piena “Questione greca”, ebbi a scrivere che i meridionali d’Italia stavano anche peggio degli ellenici, e del resto bastava analizzare le annuali statistiche Eurostat circa il PIL pro-capite espresso in potere d’acquisto di più di 270 regioni degli stati membri dell’Unione Europea per capire che nel Sud-Italia vivono gli abitanti più poveri d’Europa. Ora arriva anche la Svimez ad allarmare sull’aggravarsi della “Questione meridionale” e a sottolineare che 1 cittadino meridionale su 3 è a rischio povertà (1 su 10 al Nord). “Dal 2000 al 2013 il Sud è cresciuto del 13%, la metà della Grecia che ha segnato +24%: oltre 40 punti percentuali in meno della media delle regioni Convergenza dell’Europa a 28 (+53,6%)”. Lo si legge nelle anticipazioni del Rapporto 2015 dell’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, che sottolinea anche come, nel periodo, l’Italia nel suo complesso sia stato il Paese con minore crescita dell’area euro con il +20,6% a fronte di una media del 37,3%.
Il rapporto, qualora ve ne fosse il bisogno, evidenzia anche che l’Italia è “un Paese diviso e diseguale, dove il Sud è la deriva e scivola sempre più nell’arretramento: nel 2014 per il settimo anno consecutivo il Pil del Mezzogiorno è ancora negativo (-1,3%) e il Pil pro capite tra Centro-Nord e Sud nel 2014 ha toccato il punto più basso degli ultimi 15 anni, con il 53,7%”. Nel rapporto si rileva il crollo dei consumi, la caduta degli investimenti e il taglio della spesa in conto capitale a danno del Sud. Allarmante il dato delle nascite in quello che una volta era il territorio serbatoio del ricambio generazionale.
Nel 2014 il numero dei nati nel Mezzogiorno, così come nell’Italia nel suo complesso, ha toccato il valore più basso dall’Unità d’Italia: 174 mila”.
Le catastrofiche previsioni avanzate, dalla desertificazione umana a quella industriale, sono semplicemente una reiterazione di quanto già prefigurato nelle precedenti edizioni del Rapporto. Il Sud continua a funzionare da colonia per le industrie del Nord. Lo disse già nel 1911 Gaetano Salvemini, interrogandosi sul senso dell’Unità. Un quesito che continua a non avere risposta.

La condanna della Magna Grecia

Angelo Forgione – Qualcuno si sta accorgendo che non esiste solo il problema della Grecia nell’eurozona e che Il Sud-Italia sta nelle stesse condizioni di povertà. Non è esattamente così. Il Sud-Italia sta peggio della Grecia. Sta peggio perché i suoi livelli di reddito sono anche più bassi, seppur di poco, di quelli ellenici… perché è territorio di mafie, vero sistema economico che condanna la speranza, che in Grecia non ci sono… e perché è un’area che da sempre funge da mercato di sbocco per le merci del Nord, mentre la Grecia non presenta un divario interno come quello italiano.
Insomma, il problema greco è al centro dell’attenzione internazionale e il governo locale stimola una politica responsabile contro le banche, ma in Europa c’è un problema altrettanto grande – se non di più – di cui nessuno parla e che i meridionali sono condannati a subire. Il fatto è che il Mezzogiorno non è uno stato sovrano e non può indire un referendum. La scomparsa dai temi del dibattito politico nazionale della ‘Questione meridionale’, sostituita dalla propaganda leghista e dalla ‘centralità padana’, testimonia un dilagare della demagogia pagato a caro prezzo dai cittadini della Magna Grecia.

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Il teatro di Eduardo De Filippo in Grecia raccontato da Georgios Katsantonis

katsantonis_2Angelo Forgione – A trent’anni dalla sua morte, Eduardo De Filippo continua ad essere tradotto e rappresentato all’estero. Anche in Grecia, dove le sue commedie hanno interessato i registi locali (Karolos Koun su tutti) che le hanno rese famose. Soprattutto Filumena Marturano, Questi Fantasmi, Napoli Milionaria, Le voci di dentro, Il sindaco del Rione Sanità, Sabato, Domenica e Lunedi e Gli esami non finiscono mai.
L’opera eduardiana è oggi raccontata in terra ellenica da Georgios Katsantonis, ventiseienne ricercatore laureato in Studi Teatrali presso l’Università degli Studi di Patrasso (Dipartimento degli Studi Umanistici e Sociali), in seguito ammesso al corso di Master di II livello in “Letteratura, scrittura e critica teatrale” afferente alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, dove ha conseguito il master e si è laureato con la votazione di 110 e lode. Già curatore dell’edizione critica del teatro eduardiano in Grecia, Georgios ha pubblicato di recente il saggio critico Le opere di Eduardo De Filippo sul palcoscenico greco, pubblicato su Ilmiolibro.it (Feltrinelli editore), tratto dalla sua tesi di laurea.
Katsantonis, che non era ancora nato quando De Filippo morì, ha investito sulla figura del drammaturgo napoletano per approfondire lo studio della letteratura teatrale italiana, senza fonti bibliografiche sull’argomento, e ha poi deciso di pubblicare i suoi studi in un libro, in modo da presentare per la prima volta uno scritto sulla fama di Eduardo De Filippo in Grecia.
Il percorso di ricerca si snoda su tre assi portanti: Teatro d’Arte di Karolos Koun, Teatro Nazionale Greco (Atene) e Teatro Nazionale della Grecia del Nord (Salonicco). Lo studio si conclude con la postfazione scritta dal traduttore di Filumena Marturano, Errikos Belies, il quale spiega la funzione linguistica rispetto alle peculiarità lessicali, le macchie caratteristiche napoletane e le battute parentetiche che acquistano un accento esclusivamente teatrale in napoletano ma non possono avere risonanza espressiva in greco.
katsantonisL’autore ritiene Napoli “un luogo molto privilegiato e significativo nell’ambito della letteratura teatrale”. «È una città – afferma il ricercatore – che riesce a mantenere viva una tradizione che supera i confini italiani. È inevitabile che chi studia teatro rimanga affascinato dallo splendore del teatro tradizionale napoletano. Ho fatto un viaggio in Italia nel 2010, mentre seguivo corsi di lingua e cultura italiana, e me ne sono innamorato. Mi ritengo privilegiato per poter respirare l’arte e la cultura Italiana. L’italia è la mia seconda patria, un paese bellissimo, in cui ogni pietra è carica di simboli e di storia. E Napoli mi ha affascinato moltissimo. Era una destinazione vista in fotografia, quasi proibita a causa dei pregiudizi che girano riguardo al Sud-Italia. Il Meridionale, invece, ha bellezze naturali e archittetoniche indescrivibili. Napoli è un palcoscenico vivo, dove si rappresentano scenari magici, esattamente come le opere di Eduardo De Filippo. Non è una città italiana né europea, ma ha una valenza universale. Riesce ad esorcizzare lo spettro della miseria sull’aroma del caffè, sul panorama del Vesuvio, e questa bellezza diventa una tavolozza di un pittore intento a ritrarre un paesaggio pittoresco. Napoli è un luogo sfaccettato dell’anima che tiene lontana la noia, e per questo la amo profondamente.»