Una settimana da D10S

Angelo Forgione Sette giorni senza Diego, e ancor non si placa l’onda emotiva che si è alzata dopo la sua scomparsa, capace di mettere in secondo piano addirittura la pandemia mondiale e ogni altra attività umana. Vi è, e non sappiamo per quanto tempo ancora vi sarà, una vera fenomenologia religiosa, altro che pagana, intorno al lutto. Lumini, altarini, fiori, immagini, oggetti vari si sono accumulati in un collettivo pellegrinaggio di dolore nelle due patrie del defunto Re, luoghi dei più alti onori uniti da un ponte pindarico carico di pathos. Camera ardente alla Casa Rosada di Buenos Aires ed effigie tra le statue dei Re sul portone del Palazzo Reale di Napoli.

Qualcuno, lontano dal ventre di questo vortice, ritiene tutto ciò un isterismo di massa, un fanatismo cieco e irrazionale, e non è che sbagli. Ma isterismo e fanatismo accompagnano sempre la fine dei grandissimi e imprimono la portata di una epocale scomparsa.

Il fatto essenziale è che ci siano scoperti piccoli di fronte alla grandezza di un personaggio omaggiato in tutto il globo, minuscoli di fronte al pallone, la vera religione del mondo moderno, che ha reso il suo pontefice più ecumenico di un papa, che planetario come Diego non è, dacché la cristianità non è di tutto il mondo.

È il momento di interrogarsi sull’impatto globale che ha avuto la notizia della morte di Dieguito. Milioni di cuori spezzati e commozione per un uomo che sembrava inadeguato, ormai non più all’altezza dell’immenso calciatore che era stato trent’anni prima, al tempo in cui aveva interpretato la figura del supereroe in carne ed ossa. Sì, proprio supereroe. Ogni bambino, indossando la 10 del Napoli, dell’Argentina o del Boca, si era sentito invincibile calciando su un campetto e per la strada, e quell’uomo tondo e sgraziato che Diego era diventato sembrava solo la caricatura di quel che era stato un tempo. Sembrava, perché la sua carcassa non era che mutata custodia di quell’eroe greco che attendeva l’appuntamento con la morte per trasformarsi in mito intramontabile. Un mito che, una volta scomparso l’involucro terreno in cui era stato incubato, abbiamo scoperto essere amato dappertutto, al di là della venerazione dei suoi tifosi di sempre. Pensavamo essere “solo” l’eroe dei due mondi, la luce del patriottismo argentino e napoletano, e invece abbiamo capito che era l’eroe del mondo, incarnazione della forza del Genio che convive con l’umana debolezza, amato perché autentico nelle contraddizioni che appartengono al genere umano.

Tra tutti quelli che l’hanno conosciuto non c’è nessuno che ne abbia parlato male, prima e dopo. Tra tutti quelli che l’hanno frequentato non c’è una sola persona che, oggi come ieri, non ne sottolinei l’umanità e l’altruismo.
Ma come è possibile? Un uomo perso nei vizi, distrutto dalla sua vita dissoluta, che riceve onori da gran capo di stato e suscita così tanta commozione in ogni angolo del pianeta? Ma vuoi vedere che questo regalagioie deviato e chiacchierato, alla fine, sapeva amare il prossimo suo e lo faceva in silenzio?

Chiedete chi era a chi l’ha frequentato, che sapeva quanto fosse solo e a disagio nella sua fama oppressiva, alla ricerca di amici veri che lo considerassero un uomo, non un dio. Non chiedetelo a chi non l’ha avuto vicino un solo minuto della sua vita e in questi sette giorni non si è tolto il cappello dal capo e la sciarpa bianconera dal collo, pontificando sull’uomo sfatto, mai sciogliendosi in un applauso e semmai, lui vero miserabile, definendo miserabili coloro che lo hanno definitivamente sdegnato per questo. No, non chiedetelo a certe anime nere che, senza l’umiltà di Maradona, credono di essere un Maradona, e vivono l’esistenza nelle loro vuote convinzioni e in attesa di passare sul cadavere dell’avversario. Hanno atteso quello di Diego, inconsapevoli che la sua grandezza li avrebbe resi nervosi, minuscoli, ridicoli.

Vedendo Diego invecchiare male non mi sono mai fatto ingannare da quella carcassa che si trascinava sulle gambe doloranti e si esprimeva con sempre meno lucidità. Sapevo che dentro quel corpo alla deriva c’era un mito pronto a travolgere il mondo dei vivi saltando gli avversari, proprio come con gran atletismo faceva da giovane, e ho immaginato così, esattamente così, il giorno in cui sarebbe morto.
Dovevamo immaginarcelo tutti il giorno in cui sarebbe finito, e dovevamo aspettarcelo che sarebbe stata la sua morte a dare il senso definitivo alla sua esistenza al tempo del football, la più grande religione del nostro tempo.

Gattuso scatena Libero

Gennaro Gattuso chiede ai napoletani di indossare le mascherine anche nel dolore per Maradona e il solito Libero ne fa notizia da prima pagina, mettendo Napoli nel mirino e accontentando il suo pubblico leghista.
Io e Pietro Senaldi, autore dell’articolo nonché direttore del quotidiano, in un acceso confronto a Punto Nuovo Sport Show di Umberto Chiariello e Marco Giordano.

Un “sudaca” a capo dei terroni

Tre minuti a La Radiazza (Radio Marte) per descrivere il Maradona napoletano, immediatamente divenuto tale, non appena sbarcato nel paese in cui aveva cercato riparo da una Spagna ostile verso i sudamericani. Lui, giovane argentino catapultato in Europa dalla sua classe, non immaginava che in Italia avrebbe dovuto fare i conti con le stesse pulsioni avvertite in Catalogna. Capì che i napoletani erano il popolo da proteggere. Capì che Napoli era Buenos Aires.

Tutto quello che abbiamo fatto a Napoli lo sappiamo voi ed io. Sappiamo che abbiamo fatto tutto contro tutti e questo non si può cancellare. Io sarò sempre, sempre, Diego il napoletano.

D. A. Maradona, giugno 2010

Diego non muore mai

Angelo Forgione Napoli, l’Argentina, il Calcio e chi l’ha vissuto e amato per quel che era passano con dolore immenso al tempo senza Diego.
Mi passano negli occhi e nelle orecchie tanti bei momenti degli anni ruggenti, ma ho sorriso al pensiero di quelli in cui lui faceva un semplice dribbling in mezzo al campo, a lasciare sul posto l’avversario attonito, e noi, sugli spalti, tutti uniti in quell’improvviso e collettivo sussulto di stupore. «ua’ e che ha cumbinato». Poi tutti sorridenti, a guardarci per condividere la gioia, invece di osservare l’esito dell’azione. Era un momento che si ripeteva spesso durante la tensione delle partite, che così si stemperava. E lo ricordo più del visibilio dopo i suoi incredibili goal, perché era l’emozione inaspettata, da teatro più che da stadio. Era la gioia pura del bambino in ognuno di noi, rapito dall’illusionismo senza trucco, diversa dall’estasi del tifo.
Quanta gioia e spensieratezza ci ha regalato negli anni della Napoli che soffriva per le ruberie del post-terremoto, del declino del Banco di Napoli e delle acciaierie di Bagnoli. Se era sbarcato da noi, nella periferia del grande calcio, era stato proprio per volontà scientifica della politica. Troppa tensione sociale, troppa disoccupazione, troppa camorra. Panem et circenses, e noi ce lo siamo goduto tutto quel fenomeno circense che ci ha deliziato con i suoi numeri e ci ha condotto ai trionfi come mai era accaduto.
Lui è calato a Napoli senza conoscerla e si è sentito napoletano dentro. Perché era esattamente come Napoli, discriminato e maltrattato, usato e tradito. Felice e spensierato alla domenica per una palla e poi sofferente tutti i giorni per i suoi problemi. Dentro quello stadio non entravano né i problemi e né i cattivi pensieri. Era il tempio della felicità e della spensieratezza attorno alla fedele amica palla, che assecondava sempre la sua volontà.
Da oggi quel tempio porterà giustamente il suo nome. Dovrà fargli posto un illustre apostolo che, navigando verso Roma, era sbarcato sulle coste flegree, ma sarà contento anche lui di lasciare al legittimo proprietario quell’arena. In fondo si passa a furor di popolo da un santo a D10S.
Ho visto Maradona. E che privilegio!
Ma Maradona non muore. Il suo mito sopravviverà per sempre. Sempre!
Grazie di tutto, campione mio. Viva il Re!

L’inutile fuga

Angelo Forgione Due uomini in fuga, senza scampo, in una lussuosa dimora con vista Golfo a qualche centinaia di metri da Pompei, rinascono dalle ceneri vesuviane grazie alla tecnica ottocentesca dei calchi in gesso di Giuseppe Fiorelli.
Ma davvero pensi che fossero questi signori così sprovveduti da decidere di vivere sotto un vulcano pronto ad esplodere? No, non sapevano, e alcun studioso li aveva avvertiti della minaccia. Per loro era un innocuo monte dalla vetta pianeggiante e dalle pendici fertilissime, ben diverso nell’aspetto da quel che conosciamo oggi. La quiete era durata circa otto secoli e Plinio il Vecchio, nel 77 dC, elencando i vulcani attivi di quel tempo in Naturalis Historia, non aveva incluso il Vesuvio. Si accorse dell’errore solo qualche mese dopo, vedendolo eruttare da Misenum, e da lì attraversò il Golfo verso la morte.

Tracce mirabili di una catastrofe non annunciata, e noi qui affascinati dalla storia di un’eruzione, la più famosa, che riemerge senza insegnarci la metafora di una Natura che è sovrana. Siamo noi i veri sprovveduti che la sfidano sapendo che ha già vinto, non i due fuggiaschi tra i tanti ignari vesuviani del tempo che fu.
No, non mi riferisco alla convivenza con il vulcano d’oggi, supermonitorato come nessuno al mondo. Parlo del riscaldamento globale e delle mutazioni climatiche. Parlo delle manipolazioni di ogni tipo e dei virus di cui siamo responsabili con le nostre attività. Parlo di tutto ciò che crediamo di poter controllare in nome del guadagno a breve termine e dell’eccessivo sfruttamento delle risorse comuni, sperando neanche tanto fortemente nella mano invisibile del fato, ignorando che quella conduce l’eroe delle tragedie greche verso l’inevitabile catastrofe. I fuggiaschi di Pompei siamo noi.

Milano-Cortina 2026, il bluff è servito

Angelo Forgione Oltre un miliardo dal Governo per il finanziamento delle infrastrutture utili per le Olimpiadi invernali del 2026 di Milano e Cortina. Eppure si era detto che dovevano essere “i Giochi dell’autonomia”, così come li avevano chiamati Sala, Fontana, Zaia, e che, secondo gli accordi presi al momento della candidatura, avrebbero pagato tutto Lombardia e Veneto.
Luigi Di Maio, da vicepremier, disse: “Lo Stato non deve metterci un euro”. Tutto un grande bluff.

Ora, senza voler fare populismo meridionalista spicciolo, in un momento di forte crisi economica che l’Italia e soprattutto il Mezzogiorno stanno vivendo, con la Sanità in disarmo soprattutto al Sud, vedere che il Governo sostiene le regioni impegnate nel progetto olimpico partorito in finta autonomia prima del Covid 19 è amareggiante. E disgustose sono le parole della ministra alle infrastrutture Paola De Micheli per annunciare lo stanziamento:

«Faremo compiere un salto di qualità infrastrutturale a una delle aree più sviluppate del Paese con una ricaduta importante per la qualità della vita delle persone e anche un miglioramento competitivo per le imprese».

Cioè, una ministra della Repubblica a due velocità che si vanta di aiutare chi sta meglio a farlo stare ancora meglio, in un Paese in cui il divario Nord-Sud è questione ultrasecolare e in barba all’articolo 3 della Costituzione che attribuisce alla stessa Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’eguaglianza dei cittadini e impediscono la partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione economica e sociale.Altro che cancellare le diseguaglianze! Qui si tratta di migliorare le strade e le ferrovie della Lombardia (473 milioni), del Veneto (325) e delle province autonome di Trento (120) e di Bolzano (82), cioè le due regioni e le due province più ricche d’Italia. Loro a sciare e a scialare con i soldi di tutti, e meno male che lo Stato non avrebbe dovuto metterci un euro.

De Luca non diverte più

Angelo Forgione La Napoli del commercio è in rivolta. Non c’è solo la violenza deprecabile in ciò che è scattato all’ora del primo “coprifuoco” del 23 ottobre. C’è anche e soprattutto la sacrosanta esasperazione della gente che lavora, cavalcata dai facinorosi, che in certe occasioni non mancano mai. La Napoli degli esercenti, quelli più in difficoltà, è in rivolta contro Vincenzo De Luca, ma non solo quella. Anche Salerno, Nocera e Cava, feudo storico del governatore appena rieletto a furor di popolo: circa il settanta percento dei voti in tutta la regione, il 66,58% dei voti a Napoli.
Gli avversari si sono arresi alle urne dichiarando la sconfitta annunciata e motivandola con il consenso raccolto dall’ex sindaco di Salerno per la gestione della fase primaverile dell’emergenza sanitaria, allorché, mentre tutti gli italiani erano costretti a identiche privazioni della libertà, i contagi in Campania non destavano preoccupazioni. E in effetti lui, facendo leva su un affabile linguaggio teatrale, tra un “cinghialone” e un “fratacchione”, aveva accresciuto consenso e notorietà, risultando nei sondaggi il governatore più apprezzato d’Italia, insieme al veneto Luca Zaia. Oggi è invece obiettivo della violenta rivolta, a un solo mese dalla rielezione indiscussa e schiacciante. La stessa politica che ha guadagnato voti oggi risulta insufficiente e inadeguata a contrastare il crescendo dei positivi e dell’emergenza ospedaliera, e la conseguente questione economica. Cosa è successo?

È successo che, a riconferma ottenuta, il linguaggio di De Luca è cambiato. Non più sorrisi e divertenti guasconerie ma sguardo torvo e tono autoritario senza concessioni alla teatralità, se si eccettua qualche incursione sulla diatriba per niente sportiva su Juve-Napoli boicottata dall’ASL partenopea. Sono piovuti strali su tutti e tutto. Alla vigilia della finale di Coppa Italia tra Napoli e Juventus, immediatamente dopo il lockdown, quando la situazione epidemiologica in Campania non terrorizzava il popolo, non minacciò proprio nessuno in vista dei possibili festeggiamenti in piazza. E non disse nulla quando i napoletani riempirono le strade del centro dopo l’ultimo rigore trasformato dai trionfanti Azzurri. Oggi piovono anatemi persino su Halloween, “monumento all’imbecillità”. Non si tratta più di capire se sia più utile l’americanata per il commercio in ginocchio o se sia giusto che l’americanata si metta da parte per garantire la salute. Non si tratta più di ridere dell’oltraggio al pudore di chi fa footing sul lungomare con una tuta alla zuava.
Ora la gente, già stressata da un tam tam meditatico insistente che indirizza l’opinione pubblica e snerva, è ormai alla fame, stufa, esasperata dalle promesse del Governo nazionale che aveva annunciato massimo sostegno e garanzie mai totalmente concretizzatesi. “Nessuno perderà il lavoro”, si disse. Certo, come no. E i lavoratori che resistono ad assicurare il servizio nei ristoranti aspettano ancora il pagamento della cassa integrazione del mese di maggio.
Ora che non sono neanche definiti i tragici effetti del lockdown passato il governatore della Campania chiude scuole e ristoranti, e chiede alla presidente del Consiglio di chiudere tutto, ché tanto lui lo farà nel suo territorio, seminando nuove angosce. Mostra la lastra dei polmoni di un trentasettenne ricoverato al Cotugno di Napoli con il Covid, usando la paura quale antidoto contro il diffondersi dei contagi, la stragrande maggioranza asintomatici, che stanno mettendo in difficoltà gli ospedali campani. Dopo aver speso 18 milioni per il Covid Hospital (funziona o no?), sapendo di non essere in grado di gestire le conseguenze prevedibili di una crisi sanitaria, dispensa agitazione. Non è così che si parla alla gente.

La prevenzione non può passare per l’indebolimento psico-fisico delle persone. Indebolire un’intera comunità significa condannarla, e i napoletani non ci stanno, così come i salernitani e tutti i campani. Andrebbero considerate ed effettuate scelte ponderate, evitando di incolpare oltre misura i cittadini, già vittime di politiche sociali assenti e di una scarsa assistenza sanitaria.
Da un mese a questa parte, a urne chiuse, è sparito lo spirito distensivo e a tratti umoristico del guascone De Luca ed è montata l’aggressività. E con questo fare sconsiderato, con questa dura dialettica del terrore, che una categoria provata da mesi di durissime restrizioni, bisognosa di azioni equilibrate e toni rassicuranti, è stata invece stressata sempre più e spinta a scendere in piazza. Poi, purtroppo, sono entrati in scena certi professionisti degli scontri con le forze dell’ordine, che con la vera protesta non avevano un vero legame, e ne hanno approfittato per guadagnare il proscenio. Condanna assoluta, ovviamente, ma tutto questo può succedere quando si aggiunge pressione in una pentola già in ebollizione quale è la complicata Napoli e si fa saltare il coperchio. E succede quando manca la mediazione politica tra Regione e Comune, perché quel che si è visto stanotte è anche figlio di un duro scontro dialettico tra De Luca e De Magistris, che viene da molto lontano e che ha intossicato la Città.

L’ultima genialata napoletana anticovid

Angelo Forgione Napoli, città della moda maschile e dell’alta sartoria, cosa ti inventa per l’autunno-inverno di pandemia? La cravatta con mascherina integrata!
Eccola l’ultima trovata made in Naples e l’ha tirata fuori dal cilindro la sartoria Ulturale. Una quattro pieghe d’alta gamma che porta nel codino gli elastici per le orecchie in modo da poterlo trasformare in mascherina… abbinata alla cravatta.
Si chiama Vattinn’ (a metà strada tra “cravattino” e “vatténne”?), in nome del necessario distanziamento sociale, ed esprime la volontà di “scacciar via” ogni possibile contagio con l’ironia tipica del capoluogo campano. Una genialata al prezzo di 170 euro.

Gli omicidi in numeri per regioni

Angelo Forgione Interessanti spunti offrono le ultimissime statistiche Eurostat dei tassi nazionali e regionali di mortalità per omicidio (immediato o per conseguenze di aggressioni non immediatamente letali) in relazione al numero di abitanti, con ultimi dati relativi al 2017, anno in cui nell’Unione europea (UE) sono decedute un totale di 3124 persone a seguito di un’aggressione, la maggior parte uomini (65%).

Il tasso di mortalità per aggressione più alto appartiene ai Paesi Baltici, più violenti, pare, per l’elevatissimo consumo di alcool. Lettonia in testa con 3,8 morti ogni 100mila abitanti. Seguono Lituania ed Estonia, rispettivamente con 2,8 e 2,3 morti ogni 100mila abitanti. Malta e Romania al quarto e quinto posto, rispettivamente con 1,6 e 1,5 morti ogni 100mila abitanti. Il tasso più basso è del Lussemburgo (0,2), seguito da Germania e Irlanda (entrambi 0,4) e poi da Italia, Slovacchia e Francia (ciascuno con un tasso di 0,5), sotto la media dei 27 Paesi dell’Unione, anche se alcune colonie francesi sono in testa per tassi regionali.

Per quanto concerne le regioni italiane, il valore più alto si registra in Puglia, con 1,24 decessi ogni 100mila abitanti. Segue la Sardegna con 0,9 e poi la Calabria con 0,78. Sopra la media anche Sicilia e Abruzzo, entrambe con 0,51.

Una componente non trascurabile degli omicidi in Italia è quella legata alle associazioni di tipo mafioso, che coinvolge malavitosi, appartenenti alle forze di polizia o alla magistratura e vittime di errori. Nel 2017, dalle organizzazioni mafiose dello Stivale sono stati commessi 45 dei 357 omicidi volontari, il 12,6% del totale.
Interessante a tal proposito il dato della Campania, che è sensibilmente sotto la media nazionale e dietro a Lombardia, Emilia Romagna e Friuli ma anche all’Abruzzo, nonostante nel quinquennio 2013-2017 le vittime ascrivibili alle cosche campane abbiano rappresentato il 45,4% del computo totale, ovvero quasi un omicidio su due. Facile dedurre che una Campania senza Camorra, l’organizzazione criminale che incide di più sui dati regionali, sarebbe persino in fondo alla classifica. Un po’ meglio si piazzerebbero Sicilia e Calabria senza Cosa Nostra e Ndrangheta, che sui dati regionali pesano rispettivamente per il 25,5% e il 19,8%. Discorso diverso per la Puglia, dove mafie foggiane e Sacra Corona Unita impattano solo per il 4,8% sul preoccupantissimo dato regionale.

fonti:

https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/-/DDN-20200902-1

https://www.istat.it/it/files/2018/11/Report_Vittime-omicidi.pdf

Franceschini tra il dire e il fare

Angelo Forgione Dario Franceschini, che va dicendo che «non c’è regione al mondo che abbia lo stesso potenziale culturale della Campania» e che «Napoli, se investe in cultura, è destinata a tornare una delle capitali mondiali del turismo, con tutto il patrimonio che ha», ci spiega che senso hanno gli interventi nazionali e comunitari di coesione (PON e FSC), utili a promuovere lo sviluppo e l’adeguamento strutturale delle regioni del Mezzogiorno in ritardo, se poi con il Piano Strategico “Grandi Progetti Beni Culturali del Ministero dei Beni Culturali si è creato un intervento di investimenti statali concentrati al Centro-Nord?
Da poco approvati 11 progetti per la nascita di nuove realtà culturali e al consolidamento di altre esistenti. Complessivi 103 milioni e rotti, di cui solo 3 al Sud (Parco e Museo Archeologico a Sibari), a fronte degli oltre 100 per il Centro/Nord. Per quanto riguarda il circuito della grandi città d’arte, 51 milioni a Roma, 20 a Venezia, 16.5 a Firenze e 0 spaccato a Napoli.
Ma quale gap vogliamo colmare se da un parte si mette e da un’altra si leva?

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