La qualità della vita, finché c’è vita

Angelo Forgione  –  Ogni anno sempre la stessa classifica sulla qualità della vita da parte de Il Sole 24 Ore, perché è sempre la stessa. Certo, questa provincia sale, quell’altra scende, ma si tratta di due mazzi di carte diversi che vengono mischiati separatamente. Il dato cronico è che nelle province del Nord la qualità dell’economia, più che della vita, è decisamente migliore che in quelle del Sud. E lo sappiamo. Un po’ è colpa dei meridionali, un bel po’ è colpa delle condizioni diverse che le due Italie vivono, e ormai ci siamo abituati.
Al Sud si vive peggio, senza dubbio, anzi, si sopravvive. Ma al Nord o si vive o si muore. Il Rapporto Osservasalute 2016, ad esempio, avverte: “la Provincia Autonoma di Bolzano, la Valle d’Aosta e la Sardegna presentano valori particolarmente elevati di suicidialità e di soggetti ricoverati per disturbi pscichici e per disturbi alcol-correlati; la PA di Bolzano presenta anche valori elevati di consumo di farmaci antidepressivi. All’estremo opposto la Campania e la Calabria presentano i valori più bassi per tutti gli indicatori considerati”.
Le regioni del Mezzogiorno, Sicilia compresa, vincono su quelle del Nord. È tipico delle società dove la competizione sociale è meno accentuata, di quelle tendenti all’epicureismo, e la conferma sta nei numeri dei vari rapporti sulla salute mentale, che in certe classifiche non sono considerati.
Vi è certamente una sensibile differenza tra Nord e Sud in termini di offerta occupazionale, diritti e servizi, ma certe graduatorie nascono da un’elaborazione di dati e indicatori metodici di carattere economico anche discutibili, e persuadono gli italiani che si viva bene al Settentrione e male al Meridione. Certe classifiche sono uno dei diversi modi per spingere i giovani del Sud a disprezzare le loro città, a non migliorarle (e così si alimentano le colpe dei meridionali; ndr) e ad abbandonarle, convincendoli che il distacco dalla loro terra, oltre che essere necessario, sia quanto mai giusto.
Al Sud si sopravvive. Poi si emigra al Nord, e finalmente si vive, finché si vive.

Se la classifica de Il Sole 24 Ore dice Belluno, Aosta, Bolzano, Trieste in testa, vediamo cosa si dice in queste città.

Franceschini: «Napoli può tornare capitale turistica mondiale»

Angelo Forgione Dopo aver ereditato l’ottimo lavoro di Massimo Bray, Dario Franceschini, nella sua esperienza da Ministro dei Beni Culturali, si è evidentemente reso conto che Napoli si trova al centro di una macrozona turistica senza troppi rivali al mondo per offerta culturale e bellezza paesaggistica, e che questo scrigno non riesce ad attrarre quanto potrebbe. Ora che i segnali sono positivi, col turismo in crescita nel capoluogo partenopeo, dagli Stati generali della Cultura a Roma, azzarda una previsione: «Se investe in cultura, Napoli destinata a tornare una delle capitali del turismo mondiale».


Il Ministro ha usato il verbo tonare, perché sa che Napoli, meta del Grand Tour di un tempo per i motivi ai quali lui stesso ha fatto allussione («per una serie di ragioni che non sto qui ad elencarvi e che sono abbastanza evidenti»), ha condiviso il primato del turismo nostrano e straniero con Roma, Firenze e Venezia fino al periodo delle guerre, quando l’Italia era il primo paese nel mondo per richiamo turistico. I bombardamenti l’hanno ferita molto più delle altre, e un altro gravissimo colpo gliel’ha dato la cattiva informazione sul colera del 1973, vera colpevole dell’allontanamento dei turisti dalla città. Proprio la tivù, insieme agli altri media, ha contribuito a far uscire Napoli dalla percezione collettiva delle città costituenti il polo culturale italiano. La marcia, lentissima e faticosissima, è ripresa solo nel 1994, col G7, e non a caso, un anno dopo, l’Unesco ha inserito il suo intero Centro Storico nella lista dei patrimoni dell’umanità. Poi ancora un brutto colpo intorno al 2010, con la crisi dei rifiuti. Ma Napoli l’indomita si è rialzata di nuovo, e Franceschini, che in questi anni ha toccato con mano i tesori e le bellezze partenopee, sa che può tornare ad essere meta assoluta del turismo internazionale.
Dunque, ne approfitto per ricalcare un passo del mio libro Made in Naples:

In Italia, in Europa, nel mondo, c’è uno scrigno abbandonato. Dentro vi è custodita una città romantica quanto Parigi, colorata quanto Barcellona, aristocratica quanto Londra, eterna quanto Roma, accogliente quanto Berlino, colta quanto Vienna, sorprendente quanto Istanbul. E, cosa non dappoco, più buongustaia di tutte. Se solo i napoletani scoprissero che quello scrigno è sotto i loro piedi e se ne riappropriassero, abbandonando l’oblio di sé stessi, diventerebbero, in men che non si dica, il popolo più beato al mondo!

Pizza fritta (di Sorbillo) lurido cibo di Napoli nella signorile Milano

Angelo Forgione Vittorio Blùm come Carlo Collodi. 24ILMagazine de IlSole24Ore si scaglia contro la pizza fritta napoletana di Gino Sorbillo, da poco approdata a Milano. “Sarà un flop”, scrive il fantomatico autore del pezzo che parla dell’avvio della “Antica Pizza Fritta da Zia Esterina” all’ombra del Duomo.

“A Milano non siamo abituati a circolare con un arnese in mano lungo una banana e mezza e largo come un vecchio vhs, una sorta di baionetta grondante olio, provolone e pomodoro incandescenti, che se lo addenti schizza molecolarmente a raggera rischiando di trascinare te e i posteri in sanguinose cause di risarcimento danni solidi e morali ai famigliari dell’avvocato d’affari appena sbucato da piazzetta Liberty che hai centrato perfettamente nell’occhio chiudendoglielo per sempre”.

Come a dire: questa lurido cibo napoletano è un’indecenza nella signorile Milano dei professionisti. Sembra proprio di rileggere i toni sprezzanti che usò nel 1886 Carlo Collodi, autore di Pinocchio, per presentare agli italiani la pizza napoletana. Era il secondo Ottocento unitario, e il cibo partenopeo tentava di conquistare l’Italia, mentre gli italiani del Nord la consideravano un alimento da straccioni e poveracci napoletani afflitti dal colera, un alimento che poteva provocare il contagio, un lurido pasticcio per maleducati che lo mangiavano con le mani:

“Vuoi sapere cos’è la pizza? E’ una stiacciata di pasta di pane lievitata, e abbrustolita in forno, con sopra una salsa di ogni cosa un po’. Quel nero del pane abbrustolito, quel bianchiccio dell’aglio e dell’alice, quel giallo-verdacchio dell’olio e dell’erbucce soffritte e quei pezzetti rossi qua e là di pomidoro danno alla pizza un’aria di sudiciume complicato che sta benissimo in armonia con quello del venditore.

Il nuovo acquedotto del Serino risolse i problemi idrici causati dagli antichi acquedotti tufacei di Napoli. Acqua pulita, incontaminata, buonissima… e pizza pronta a partire alla conquista della nazione. E così fu inventata la favoletta patriottica della “pizza Regina” del 1889. Inziò la scalata, lunga, perché ancora negli anni del Fascismo, a Milano si diceva «mi la pizza la mangi a Napoli» (io la pizza la mangio a Napoli). Dopo la guerra, la pizza, il “sudiciume complicato“, invase non solo Milano, non solo l’Italia ma tutto il mondo.
La storia si ripete. Non bastavano le parole di Domenico De Masi (
«La pizza napoletana è una boiata interclassita per avvinazzati»). Ora anche la descrizione della pizza fritta napoletana di Sorbillo a Milano. Il nuovo Collodi si chiama Vittorio Blùm. Se tanto mi dà tanto, la pizza fritta napoletana sta per invadere l’Italia.

Classifica qualità della vita scontata: Nord e Sud divisi economicamente

Angelo Forgione La classifica della qualità della vita de Il Sole 24 Ore, che ogni anno confronta in modo non empirico le performance delle province italiane tramite un’articolata serie di parametri, lascia il tempo che trova, ma bisogna darne conto ogni anno, perché ogni anno, a prescindere dalla graduatoria stessa, ci dice una sola verità: il Paese è caratterizzato da un divario costante sotto il profilo della ricchezza diffusa. Il resto, lo ripeto da anni, è dibattito inutile.
L’ultima classifica, appena pubblicata, attribuisce il podio a Ravenna, che scalza Trento, vincitrice dell’edizione 2013. Poi Modena. ll Mezzogiorno riesce a spingersi nella prima parte della classifica con le sole province sarde di Olbia-Tempio, Sassari e Nuoro. Malissimo le province siciliane, calabresi e pugliesi. Male quelle campane. Milano scala due posti e si piazza ottava. Roma risale otto gradini e occupa il 12° posto. Torino (54) perde qualcosa, mentre Napoli, ultima nella scorsa edizione, guadagna undici posizioni e chiude 96ma. Ultimissima, al posto 107, Agrigento, dietro a Reggio Calabria, Foggia e Caserta. Le ultima delle settentrionali sono Alessandria, Novara e Venezia, allineate al 65° posto.
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