Vicenda napoletana di Canova, che ammirò i santi Sansevero più del Cristo velato

Angelo Forgione – Boom di visitatori per la mostra ‘Canova e l’Antico’ al Mann, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Cittadini e turisti non resistono al richiamo del gran maestro del Neoclassicismo, tornato nella città in cui maturò da giovane la sua tendenza verso l’arte classica, formalmente distante dai barocchismi descrittivi ormai al tramonto della stessa Napoli e di Roma.
La prima volta in cui vi mise piede era nel gennaio del 1780, e aveva 22 anni. Scese da Roma in viaggio d’istruzione, per visitare le ricchezze della nuova capitale delle antichità greco-romane, meta imprescindibile per qualsiasi artista di quel periodo anche per il richiamo degli scavi di Ercolano, Pompei e Paestum. Il suo secondo “Quaderno di viaggio” consente di percorrere l’itinerario della sua prima visita a Napoli.

Appena giunto, il trevigiano Canova passeggia per le vie della città, che gli appare “veramente situata in una delle più amene situazioni del mondo”. Passa solo un giorno e scrive: “[…] per tutto sono situazioni di Paradiso […]”.
Vede “il nuovo giardino pubblico, cosa veramente bellissima” (l’attuale Villa comunale), e resta incantato della “deliciosissima situazione di questo Paese”. Visita le chiese e i teatri, e sottolinea la straordinaria dimensione dell’Albergo dei Poveri di Ferdinando Fuga.

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Il 2 febbraio è in visita alla Cappella San Severo per ammirare le sculture volute da Raimondo de’ Sangro. È curioso di vedere la Pudicizia del connazionale veneto Antonio Corradini ma ne resta poco entusiasta, preferendole la velata del napoletano Giuseppe Sanmartino, il Cristo. Ma non è questa che apprezza di più, anche se si racconta che abbia provato ad acquistarla. Lo scrive, senza fonti, Gennaro Aspreno Galante nella sua ‘Guida sacra della città di Napoli’ del 1872, avvertendo che “pure i detrattori del Sammartino cercano invano difetti in quest’opera, ma il valente artista sarà sempre sicuro del fatto suo, da che il Canova esibì qualunque prezzo per acquistar questo Cristo”.

Con enfasi ancor più grande si tramanda che il Canova abbia anche dichiarato che avrebbe dato dieci anni di vita pur di essere lo scultore di questo marmo incomparabile. I suoi scritti ci fanno capire che si tratta di una delle tante suggestioni create attorno alla magnifica scultura cristica in cui carne e stoffa si fanno marmo, una delle più belle al mondo, sicuramente la più mistica e la più stupefacente agli occhi dell’osservatore, ma apprezzata non quanto altre due dal Canova:

“Questa matina si portassimo nella capella della casa di San Severino. Questa capella è ripiena di statue e depositi di marmo, vi è anco la statua velata fatta dal Coradini […].
Vi sono ancora un Cristo di figura al naturale, posto sopra un lenzuolo, e coperto da un vello, il qualle mi parve di più merito della statua del Coradini, questo Cristo è opera di Giuseppe Sanmartini ora vivente; ma le due statue che mi parve più meritevole furono, una Santa Rosa in gienochioni, e il Santo nella cappella di Facciata […].”

Dichiarato apprezzamento per il marmo di Sanmartino nel confronto delle velate, ma più attenzione per le rappresentazioni di Santa Rosalia e di Sant’Oderisio, entrambe del genovese Francesco Queirolo, pure autore del bellissimo Disinganno.
La prima, dedicata all’antenata di Raimondo di Sangro, morta alla metà del XII secolo e divenuta patrona di Palermo per aver salvato la città siciliana dalla peste del 1624. La seconda, dedicata all’altro antenato santo di famiglia.

Canova visita anche la pinacoteca di Capodimonte e il museo di Portici, dove sono riunite le antichità ritrovate negli scavi recenti.
Il 14 febbraio è a Pompei, “sito che si sta scavando presentemente”, e poi a Salerno e a Paestum. Non si fa mancare l’escursione sul Vesuvio e ai Campi Flegrei, presso l’antro della Sibilla, Baia e la Solfatara. Il 28 febbraio lascia Napoli per Caserta e per Capua, e da lì risale a Roma.

Ritorna altre volte a Napoli, da artista affermato, nella città con cui ha diverse relazioni professionali e che sa essere fondamentale per la sua maturazione. Qui trova in seguito le preziose sculture della Collezione Farnese trasferite da Roma, a rendere Napoli sempre più centro dell’arte classica in Europa. Ferdinando di Borbone ha lanciato l’immagine greco-romana della sua Capitale, nuova Atene e nuova Roma, in cui convivono i tesori antichi e le creazioni moderne. Ha rinunciato alla proprietà privata dell’eredità di famiglia e l’ha resa pubblica trasferendola nel nuovo Real Museo di Napoli (l’attuale Museo Archeologico Nazionale).

Canova è a Napoli nel 1787, per scolpire per il marchese Francesco Maria Berio il gruppo in marmo ‘Venere e Adone’ (oggi a Ginevra), destinato a un tempietto nel giardino del palazzo del marchese in via Toledo.

All’inizio dell’Ottocento, re Ferdinando vuole esser effigiato dall’ormai affermato artista veneto in vesti mitologiche. Il modello è pronto nel 1803. È un Ferdinando assai descrittivo in veste di Atena, protettrice delle arti. È stato infatti proprio il Sovrano a fondare il Museo, il primo dell’Europa continentale, e a volervi trasferire la collezione di antichità. Ma l’avvento sul trono napoletano di Giuseppe Bonaparte nel 1806 frena l’esecuzione. Piuttosto, il francese convoca immediatamente a Napoli Canova perché studi la collocazione in una piazza di un monumento equestre dedicato al fratello.

L’artista diventa un paladino della ricchezza partenopea quando, nell’ottobre del 1808, è chiamato a Parigi da Napoleone per realizzare il ritratto dell’Imperatrice Maria Luigia. Lì rifiuta di assumere incarichi fissi ed esprime all’Imperatore l’intenzione di tornare a Roma alla conclusione del lavoro. E si oppone al corso quando questi gli dice che nella capitale di Francia vi sono ormai tutti i capolavori antichi d’Europa, e che si è riservato per sé l’Ercole Farnese di Napoli, l’unico che manca. «Vostra Maestà, – gli risponde il trevigiano – lasci almeno qualche cosa all’Italia. I monumenti antichi formano collezioni a catena con una infinità d’altri che non si possono trasportare né da Roma né da Napoli». E Napoleone ribatte: «Ma noi faremo Roma capitale d’Italia, e vi aggiungeremo Napoli».

Il progetto del monumento equestre a Napoleone per Napoli lo eredita Gioacchino Murat nel 1809, che emette un bando per la realizzazione di una grande piazza classicheggiante per le assemblee pubbliche, un emiciclo porticato attraversabile davanti il Palazzo Reale, delimitato da due edifici gemelli. Al centro, la statua commissionata al Canova, che nel 1813 torna a Napoli per ritrarre Murat e la moglie Carolina.

Con la Restaurazione e il ritorno di Ferdinando di Borbone, la piazza viene realizzata ugualmente, con le necessarie modifiche al progetto, affidato a Pietro Bianchi, epigono luganese di Canova. Davanti alla basilica, sul cavallo già scolpito per la figura dell’Imperatore decaduto, il Canova suggerisce di porre l’immagine di Carlo di Borbone accoppiata a un monumento gemello dedicato all’erede Ferdinando. Entrambi i sovrani devono essere raffigurati con livree da imperatori dell’antica Roma, significando anche con l’anacronismo delle uniformi la rivendicazione napoletana del gusto neoclassico di impronta vesuviana, peraltro ben chiara nell’ispirazione al Pantheon romano della nuova basilica retrostante del Bianchi.

Al ritorno del legittimo sovrano sul trono napoletano, Canova riprende anche la scultura di Ferdinando rimasta in cantiere, e la spedisce via mare a Napoli alla fine del 1819. Nel 1821, finalmente, la gigantesca statua viene collocata nel Real Museo di Napoli, nel luogo indicato da Canova stesso: una nicchia al centro dello scalone monumentale.

Lo scultore veneto muore nell’ottobre 1822, prima di poter ultimare il monumento equestre a Ferdinando di Borbone per il Largo di Palazzo. Lo completa l’allievo designato per la finalizzazione delle opere incompiute, il catanese Antonio Calì. Giusto in tempo perché possa vederlo il Re, morto nel gennaio 1825.

La grande piazza reale di San Francesco di Paola, il Largo di Palazzo, viene solennemente inaugurata nel 1846, con netta impronta neoclassica, e diventa la piazza simbolo della Capitale. Lo resta anche ad Italia unita, quando i piemontesi rimuovono immediatamente la statua di Ferdinando dallo scalone del Museo. Vi torna solo nel secondo Novecento, a rendere giustizia all’artefice iniziale del più importante museo archeologico d’occidente e all’artista più celebrato tra fine Settecento e primo Ottocento, “l’ultimo degli antichi, il primo dei moderni”.

per approfondimenti: Napoli Capitale Morale (Magenes, 2017)

‘Napoli Capitale Morale’ a Casalnuovo tra scrittura e scultura

Venerdì 15 dicembre, ore 18, al Palazzo Lancellotti di Casalnuovo di Napoli, particolare presentazione di Napoli Capitale Morale, nella cornice della mostra Dal Principio al Principe 2.0 del maestro scultore Domenico Sepe. Modera Monica Balsamo. Ingresso gratuito.

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Muti: «Napoli cultura immensa e sconosciuta, se le mangia tutte!»

Angelo Forgione – «Sono stanco dell’immagine falsata di Napoli, si parla solo della delinquenza, anche se ci sono città dove la criminalità fa molte più vittime. Una immagine che oscura la sostanza vera della città. Della grandezza della Napoli della cultura il mondo non sa niente. Certo, sono contento del riconoscimento dell’arte dei pizzaiuoli napoletani, ma il mondo deve sapere che abbiamo un centro storico che non teme confronti, dove sono concentrati il Museo Archeologico, il Conservatorio di San Pietro a Majella, i Gerolamini, e tanto altro. Per non parlare della Scuola Musicale Napoletana del Settecento, e anche di questo nessuno sa nulla. Paisiello era il preferito da Napoleone, Cimarosa fu chiamato a San Pietroburgo, senza dimenticare Scarlatti. Prima dell’allestimento nel 2014 di un presepe napoletano presso l’Art Institute di Chicago, il presepe napoletano era sconosciuto agli americani».
Parole di Riccardo Muti, delle quali approfitto per sottolineare che è proprio per questo enorme e delittuoso vuoto di cultura che ho scritto, almeno per gli italiani, Made in Naples e Napoli Capitale Morale. Ma non sono certo i libri che mettono in chiaro la grande Cultura di Napoli a godere dei riflettori internazionali, e neanche nazionali, tutti puntati sulla narrazione del male. Magari un giorno, chissà, riuscirò a veder tradotti i miei, almeno per i turisti stranieri che giungono in città. Mi basterebbe. E intanto vado avanti.

Esposto a Parigi il presunto Caravaggio napoletano ritrovato

caravaggio_napoletanoAngelo Forgione Un’abitazione di contadini di Tolosa perde acqua e la riparazione porta alla luce un dipinto del Seicento perfettamente conservato, nascosto nell’intercapedine del sottotetto. È accaduto nel 2014 ma solo ora il quadro è stato mostrato alla stampa, per la prima volta, a Parigi. Potrebbe trattarsi dell’opera Giuditta che decapita Oloferne dipinta a Napoli dal Caravaggio nel 1604 e poi andata dispersa. In attesa delle perizie che potrebbero portare all’attribuzione, il Ministero della Cultura francese ha disposto che la tela non esca dal territorio nazionale. Se dovesse essere del Merisi, potrebbe avere un valore di 120 milioni di euro.
L’attribuzione sarebbe confermata da una copia dell’epoca realizzata da Louis Finson, appartenente alla collezione del Banco di Napoli ed esposta a Palazzo Zevallos di Stigliano a Napoli. L’esistenza dell’originale sarebbe nominata proprio nel testamento del pittore fiammingo, nato a Bruges e morto ad Amsterdam, che trascorse alcuni anni a Napoli e fu amico stretto del Caravaggio.
Ma come è andato disperso il quadro napoletano del grande artista lombardo? Il Merisi dipinse la prima Giuditta che decapita Oloferne a Roma nel 1602, oggi conservata a Palazzo Barberini. Nel 1606 scappò dai territori vaticani per un omicidio commesso e approdò a Napoli. Qui si perfezionò frequentando le accademie scientifiche napoletane, le uniche che approfondivano segretamente le conoscenze anatomiche proibite dalla Chiesa. Caravaggio produsse molte opere in città e fecondò la pittura barocca del Seicento. Nel 1607 dipinse nuovamente la Giuditta che decapita Oloferne, nella versione napoletana. Poco dopo partì per Malta e lasciò delle opere ai suoi amici nordici Louis Finson e Abraham Vinck, pittori, anche loro interessati alla pittura locale. Uno di quei dipinti era proprio la Giuditta che decapita Oloferne. Tornando da Malta, Caravaggio ripassò per Napoli, dove apprese di aver avuto la grazia dal Papa, cosa che gli consentiva di rientrare a Roma. Prese alcuni quadri da donare al Pontefice e affidò ai suoi amici pittori a Napoli alcune opere da conservare, tra cui Giuditta e Oloferne, che avrebbe ritirato tornando in seguito a Napoli. Ma a Napoli non sarebbe più tornato e quelle opere non le avrebbe mai riprese. Finson realizzò una copia del dipinto sicuramente non prima del 1607, a Napoli, e poi lasciò la città, portandosi via i quadri del Caravaggio. ormai morto. Da allora del Giuditta e Oloferne si persero le tracce.
Nel 1957, dalla collezione del Banco di napoli, spuntò la copia del dipinto di Finson, oggi in mostra a Palazzo Zevallos di Stigliano. E poi, nel 2014, il ritrovamento di Tolosa.
Per Nicola Spinosa, grande esperto d’arte, di pittura napoletana e di Caravaggio (ex soprintendente del Polo Museale di Napoli), nel quadro ritrovato a Tolosa è evidente la mano del Merisi. C’è invece chi ritiene che non si tratti affatto di Caravaggio, come Daniele Radini Tedeschi, altro specialista del Merisi, che la accosta più ai suoi discepoli napoletani per via di una marcata impronta satirica. In ogni caso, il dipinto potrebbe appartenere a Napoli, dove fu fecondata la pittura del Seicento e dove, a differenza di altre città, gli artisti avevano la possibilità di migliorare le conoscenze anatomiche. Se la provenienza partenopea fosse accertata, sarebbe auspicabile che il Governo italiano si attivi affinché l’opera sia restituita a Napoli (già spogliata di opere d’arte da giacobini e napoleonidi). Caravaggio o epigono che sia.

Un caffè con Aurelio De Laurentiis al MAGNA

Domenica mattina all’insegna della cultura gastronomica napoletana per il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis. Mentre la squadra di calcio si preparava per la sfida con il Genova, il patron azzurro e la moglie Jacqueline Baudit hanno visitato “Magna – Mostra Agroalimentare Napoletana”, ideata e curata da Marco Capasso ed organizzata dall’associazione “Guviden – i semi dell’amore” in collaborazione con il Comune di Napoli, che narra la storia e le caratteristiche scientifiche e sociali di una delle cucine più famose al mondo. A far gli onori di casa il presidente di Guviden Vincenzo de Notaris. Presente anche lo scultore Lello Esposito.
De Laurentiis è arrivato durante il focus sulla storia del caffè a Napoli con lo scrittore Angelo Forgione, che gli ha donato i suoi libri. Il presidente azzurro ha assaggiato e gradito il caffè preparato da Paola Campana della torrefazione Campana Caffè e ha poi visitato la mostra interattiva nelle sale del Complesso di San Domenico Maggiore.
«Quello della storia della cucina napoletana è un argomento che mi ha sempre affascinato. Ritornerò certamente per visitare Magna e passarci qualche ora in più», ha detto De Laurentiis mentre osservava divertito i led interattivi. «Siamo molto orgogliosi di questa visita – ha detto Vincenzo de Notaris – soprattutto perché il presidente è andato via molto incuriosito. Ed è proprio questo il nostro obiettivo. Riportare attenzione sulle tradizioni culturali, sociali e culinarie della storia della cucina napoletana. Magna è una mostra per tutti».

Il caffè protagonista alla rassegna MAGNA

Domenica 1 novembre, nell’ambito della rassegna MAGNA – mostra agroalimentare napoletana, che affronta il tema dell’agricoltura e della gastronomia napoletana dal punto di vista storico, scientifico e sociale, svelandone tutti i segreti dall’origine al piatto finito, si terrà un interessante incontro pubblico a tema su origini, storia e caratteristiche di preparazione del caffè di Napoli. Dove nasce il caffé? Come e quando arriva a Napoli? Perché diventa un’eccellenza della gastronomia partenopea? Quali sono le caratteristiche delle diverse miscele? E perché è particolare la torrefazione napoletana? Spiegheranno tutto Angelo Forgione, scrittore storico e giornalista, autore del libro Made in Naples ‐ come Napoli ha civilizzato l’Europa (e come continua a farlo) e Paola Campana della torrefazione Campana Caffè.
Appuntamento alle ore 11 nel Complesso Monumentale di San Domenico Maggiore, in vico San Domenico Maggiore 18, con accesso libero e degustazione di caffè nel corso dell’evento. Possibilità di visitare la speciale mostra interattiva (a pagamento) che si avvale della tecnologia per condurre il visitatore attraverso un percorso articolato in sala multimediali che ripercorre le tappe che il prodotto agricolo compie dall’orto alla pentola, dove poi prendono forma e sostanza gusto e sapori.

pagina facebook della rassegna

Presentata la Prima Mostra d’Arte Tridimensionale al mondo

Angelo Forgione – Si è svolta venerdì 23 maggio, al Maschio Angioino, la conferenza di presentazione della prima mostra d’arte tridimensionale al mondo, curata da Pietrangelo Gregorio. In futuro, l’esposizione girerà l’Italia e mostrerà lo stato dell’arte in tema di 3D e tecnologia anaglifica al servizio della valorizzazione dei beni culturali.
Intanto, dopo la sperimentazione delle trasmissioni su Telecapri, è stato sancito con l’emittente NapoliTivù l’accordo per l’avvio imminente della regolare programmazione tridimensionale per DGTV. Napoli è da oggi detentrice di un nuovo primato che, nonostante il poco clamore suscitato, sarà compreso in futuro.

da Pupia Campania