‘La Gioconda’ era la napoletana Isabella d’Aragona?

Angelo Forgione Un recente studio della storica tedesca tedesca Maike Vogt-Lüerssen, confermato da un altro del Centro Studi Glinni di Acerenza e da altri approfondimenti scientifici sulla grafia di Leonardo da Vinci, sostiene un legame sentimentale tra il genio toscano e la napoletana Isabella D’Aragona, figlia dell’erede al trono di Napoli Alfonso II e di Maria Ippolita Sforza. E sarebbe proprio lei la Gioconda, l’enigmatica donna ritratta nel celeberrimo quadro, e non Lisa Gherardini, sposa del mercante fiorentino Francesco del Giocondo.
Isabella d’Aragona, nata a Napoli nel 1470, fu data in sposa a Gian Galeazzo Sforza, e si trasferì a Milano nel 1488. Lì strinse un intenso legame affettivo con Leonardo, esponente di spicco delle élites toscane in Lombardia stimolate dal mecenate Ludovico Sforza, detto “il Moro”. Presto vedova, Isabella sarebbe stata addirittura sposa segreta di Leonardo, il che spiegherebbe perché l’artista abbia gelosamente tenuto con sé il dipinto per tutta la sua vita. Dall’unione sarebbero nati cinque figli, due dei quali riposerebbero accanto alle spoglie della madre nella sagrestia del Convento di San Domenico Maggiore a Napoli, dove, secondo le indagini di Maike Vogt-Lüerssen, si troverebbero anche alcuni resti dello stesso Leonardo, in realtà mai sepolto ad Amboise in quella tomba che venne successivamente profanata.
La soluzione del mistero starebbe nella riesumazione e negli esami del DNA, in modo da smentire o confermare quello che la studiosa ha ricostruito principalmente sulla base di fonti storiche dell’epoca. Attraverso le analisi ed il confronto con i figli di Isabella d’Aragona si potrebbe trovare la risposta all’interrogativo. Certamente eccezionale è la somiglianza tra la Gioconda e il ritratto di Isabella d’Aragona di Raffello, esposto presso il Palazzo Doria di Roma. Monna Lisa altro non sarebbe che L’Isa-bella D’Aragona? Suggestiva ipotesi.

gioconda

Capodanno in piazza, tradizione nata a Napoli, Roma e Bologna

Angelo Forgione  È ormai usanza tradizionale di tutte le principali città italiane quella di festeggiare l’arrivo del nuovo anno in piazza, al freddo della prima notte di Gennaio. Da più di un ventennio va avanti con musica, spumante e fuochi d’artificio sotto le stelle invece che nei più riparati e costosi ristoranti. Furono Napoli, Roma e Bologna a fare da apripista, il 31 dicembre del 1994, quando in Italia proprio non si usava. Lungo quest’asse esplose il veglione all’addiaccio nella notte di San Silvestro, già di moda all’estero. Tre feste pubbliche organizzate da quelle che all’epoca erano considerate amministrazioni progressiste: Antonio Bassolino a Napoli, Francesco Rutelli a Roma, Walter Vitali a Bologna.
Sotto il Vesuvio, da qualche mese era stato recuperato il “salotto buono” di piazza del Plebiscito, l’antico Largo di Palazzo, pedonalizzato e liberato dalle auto con i restauri del G7, che poi fu G8 con l’invito accettato dalla Russia. I napoletani scoprirono la regalità dello slargo neoclassico e se ne innamorarono. Ma la sera del 10 luglio, giorno di chiusura del summit, il sindaco Bassolino andò a rilassarsi al Gran Caffè Gambrinus e notò che erano già state spostate le transenne dai cittadini; le macchine già iniziavano a circolare in quello che fino a qualche settimana prima era stato un indecente maxi-parcheggio. Don Antonio scattò personalmente a rimettere a posto le transenne, chiamò i vigili, fece rispettare il divieto provvisorio e nella notte prese la decisione. All’indomani informò la Giunta: la piazza doveva essere chiusa al traffico permanentemente. A dicembre inaugurò i festeggiamenti di Capodanno, per Napoli ma anche per l’Italia. Un palco allestito dagli operai del Comune sul lato di palazzo Salerno e una telefonata a Marisa Laurito e Luciano De Crescenzo, che erano in città per le feste, per invitarli a scandire il countdown dopo la musica di Enzo Gragnaniello, Antonio Onorato, Tony Cercola e Nello Daniele. Innocui e legali fuochi d’artificio distribuiti gratuitamente durante la giornata in alcuni stand davanti Palazzo Reale. Fu una scommessa. Vinta. Arrivarono al Plebiscito in centomila, tra napoletani e turisti, e negli angoli più suggestivi della piazza trovarono artisti di strada, mimi, musici, attori, ballerini e clown ad esibirsi. Una “lenticchiata” per tutti e, dopo la mezzanotte, uno spettacolo pirotecnico sul mare, per decenni il piatto forte dell’ormai scomparsa festa di Piedigrotta. E per concludere, cornetti caldi a mille lire del vecchio conio nei chioschi allestiti dagli acquafrescai di Mergellina.
Contemporaneamente, in piazza del Popolo a Roma, cinquanta pianoforti con i migliori jazzisti italiani a trasformare in suoni dal vivo cento anni di cinema d’autore. Su un megaschermo le immagini delle pellicole che hanno fatto storia. Gran ballo in compagnia del sindaco Rutelli e fuochi d’artificio.
A Bologna, in  piazza Maggiore, la ‘Notte degli Angeli’ all’insegna dei lustrini e della solidarietà. Uno spettacolo condotto da Paolo Bonolis con i maggiori nomi dello spettacolo bolognese: Lucio Dalla, Gioele Dix, Red Ronnie, Gianni Morandi, Ron, Luca Carboni e altri.
Così nacque il Capodanno italiano in piazza. Lo partorirono Napoli, Roma e Bologna. Oggi è tradizione nazionale.

Al MAGNA educazione all’alimentazione napoletana, radice della dieta mediterranea. Domenica col caffè.

Angelo Forgione – Quando si parla di Dieta Mediterranea, la più salutare al mondo, l’associazione spontanea è con il Cilento. È infatti nella località di Pioppi che il fisiologo statunitense Ancel Keys acquistò una casa per indagare sulle diete di vari paesi con culture e stili di vita differenti, giungendo dopo circa un ventennio alla definizione della miglior dieta contro l’infarto, ispirata alle usanze di Italia, Grecia, Spagna e Marocco. In realtà la scintilla nacque a Napoli, dove lo statunitense si recò nel 1952 una volta appreso dal collega napoletano Gino Bergami della ridottissima incidenza delle patologie cardiovascolari in Campania. E iniziò a studiare l’alimentazione dei napoletani, conducendo le ricerche nei laboratori del Vecchio Policlinico, sulla scorta degli esperimenti condotti sui Vigili del Fuoco e sugli impiegati comunali. Il basso consumo di carne e le sane abitudini alla pasta ricca di carboidrati, alle verdure, all’olio d’oliva, al pane, ai legumi e al pesce, lo convinsero che la riduzione dei grassi animali era alla base della buona salute dei napoletani.
Bastarono pochi mesi per stabilire che il “il regime alimentare a Napoli era povero di grassi e che soltanto le persone ricche subivano attacchi cardiaci”. Nella città partenopea, Keys scoprì un tipo di alimentazione che non conosceva: “Pasta variamente condita, insalate con una spruzzata di olio d’oliva, tutti i tipi di verdura di stagione e spesso formaggio, il tutto completato da frutta e in molti casi accompagnato da un bicchiere di vino”. Lo studioso appurò che a Napoli gli infarti erano effettivamente rari, “fatta eccezione per la ristretta cerchia delle classi più ricche, la cui alimentazione era diversa rispetto a quella del resto della popolazione: mangiavano carne ogni giorno anziché ogni una o due settimane.
Oggi, il popolo che a metà del Novecento stupì Ancel Keys per la sua alimentazione è il più affetto da obesità d’Italia. Cosa è successo? È successo che i napoletani hanno spalmato lungo l’arco della settimana quello che un tempo era il pranzo festivo della domenica, e hanno consentito alle multinazionali dell’alimentazione di imporre alcune abitudini malsane.
Alla rassegna MAGNA – mostra agroalimentare napoletana, in corso nei week-end fino al 10 gennaio al Complesso Monumentale di San Domenico Maggiore in Napoli, si affronta il problema cercando di rieducare e sensibilizzare i napoletani alla tema dell’agricoltura e della gastronomia napoletana con discussioni e mostre a carattere storico, scientifico e sociale.
Nel calendario della rassegna, per Domenica 1 novembre è previsto un interessante incontro pubblico a tema su origini, storia e caratteristiche di preparazione del caffè di Napoli. Dove nasce il caffé? Come e quando arriva a Napoli? Perché diventa un’eccellenza della gastronomia partenopea? Qual è la storia dei caffè storici di Napoli? Quali sono le caratteristiche delle diverse miscele? E perché è particolare la torrefazione napoletana? Spiegherò tutto, in compagnia di Paola Campana della torrefazione Campana Caffè.
Appuntamento alle ore 11 nel Complesso Monumentale di San Domenico Maggiore, in vico San Domenico Maggiore 18, con accesso libero e degustazione di caffè nel corso dell’evento.

Il caffè protagonista alla rassegna MAGNA

Domenica 1 novembre, nell’ambito della rassegna MAGNA – mostra agroalimentare napoletana, che affronta il tema dell’agricoltura e della gastronomia napoletana dal punto di vista storico, scientifico e sociale, svelandone tutti i segreti dall’origine al piatto finito, si terrà un interessante incontro pubblico a tema su origini, storia e caratteristiche di preparazione del caffè di Napoli. Dove nasce il caffé? Come e quando arriva a Napoli? Perché diventa un’eccellenza della gastronomia partenopea? Quali sono le caratteristiche delle diverse miscele? E perché è particolare la torrefazione napoletana? Spiegheranno tutto Angelo Forgione, scrittore storico e giornalista, autore del libro Made in Naples ‐ come Napoli ha civilizzato l’Europa (e come continua a farlo) e Paola Campana della torrefazione Campana Caffè.
Appuntamento alle ore 11 nel Complesso Monumentale di San Domenico Maggiore, in vico San Domenico Maggiore 18, con accesso libero e degustazione di caffè nel corso dell’evento. Possibilità di visitare la speciale mostra interattiva (a pagamento) che si avvale della tecnologia per condurre il visitatore attraverso un percorso articolato in sala multimediali che ripercorre le tappe che il prodotto agricolo compie dall’orto alla pentola, dove poi prendono forma e sostanza gusto e sapori.

pagina facebook della rassegna