SOS molo borbonico di via Partenope

Angelo Forgione – L’antico molo borbonico sul lungomare di Napoli rischia di collassare. Una testimonianza del passato, sopravvissuta al nuovo lungomare tardo-ottocentesco, che per puro caso non è crollata con la violenta mareggiata dello scorso novembre. Da allora solo un lembo di pietra lo sostiene “in vita”, ma in quattro mesi non è scattato l’urgente intervento di ripristino.
Al di là del suo valore storico, è anche una questione di interesse turistico, trattandosi di uno scorcio molto suggestivo, scelto dai turisti per fotografare il Castel dell’Ovo sullo sfondo.
Pare che i fondi per intervenire siano disponibili. Eppure la sensazione è che un altro colpo di mare butterebbe giù tutto. Lo stiamo forse aspettando per poi piangere un altro scorcio di Napoli che fu?
Critiche e fatiscenti anche le condizioni in cui versa da tempo il vicino molo della “colonna spezzata”, pure bisognoso di intervento.

viapartenope

colonna_spezzata_degrado

Se ne va Valerio Maioli, l’uomo della luce

2014dec13vmAngelo Forgione Solo qualche settimana fa avevo pubblicato si social network una foto del 2009 con Valerio Maioli in piazza del Plebiscito, al microfono di Luca Abete. Dopo averlo rintracciato ed intervistato, capii cosa c’era dietro la sua storia, e chi era quella persona. Mi parlò della passione di Bassolino sindaco, da cui fu conquistato, dei loro incontri a notte fonda nello slargo per verificare lo stato del lavoro, dell’utopia dell’ex primo cittadino di illuminare dolcemente anche il Vesuvio, idea cui lui iniziò a dar corpo con un primo progetto rimasto nel cassetto. Mi parlò della sua delusione, e del suo amore intaccato per Napoli, nonostante tutto. E diventammo amici. Gli chiesi di fiondarsi a Napoli dalla sua Ravenna, perchè avevo allertato l’inviato di “Striscia”. Non ci pensò un secondo, perché insieme volevamo salvare il suo meraviglioso impianto di illuminazione artistica della piazza e di altri monumenti della città, che lui amava moltissimo. Quell’impianto – realizzato nel 2000 su commissione dell’allora sindaco Bassolino e dei suoi collaboratori, e inaugurato senza comunicare al mondo la sua unicità – non esiste più, boicottato, azzerato, eppure rendeva luminosi e colorati di notte il Plebiscito, il Castel dell’Ovo, San Martino, parco Virgiliano e altri siti. Valerio volle suggestioni per la piazza, volle musica, giochi di luce colorata e ombre, e per scandire il tempo fece passare una carrozza proiettata su Palazzo Reale, ogni ora, al suono delle campane.
Portò la luce vera ai quartieri spagnoli così come agli scavi di Pompei, e realizzò il maxischermo a scomparsa che è ancora lì, interrato tra i due monumenti equestri di Carlo e Ferdinando al Plebiscito, nato per proiettare in piazza gli spettacoli del San Carlo. Almeno quello riuscimmo a riesumarlo, ma erano scomparse le fibre ottiche, e la regia del teatro, sempre a firma sua, non era più connessa.
maioli_libroFacevo lunghe e piacevoli chiacchierate con Valerio, perché lui conosceva benissimo la storia di Napoli, e apprezzava tanto il periodo borbonico, tanto che la pubblicazione sul suo operato al Plebiscito la intitolò Largo di Palazzo. Me le donò tutte le edizioni sulla storia dei monumenti che illuminò, a Napoli e non solo, e lesse con gusto i miei libri. Era un grande professionista, capace di firmare la rivoluzione della Formula 1 con l’illuminazione del circuito di Singapore, il primo in notturna della storia. Ma era soprattutto una persona perbene, onesta, un vero galantuomo, un imprenditore che poneva i valori umani ed il rispetto dei propri collaboratori al centro dell’attività, promotore anche di iniziative benefiche.
A Napoli ha dato, rimettendoci pure qualcosa di tasca sua, perché l’amava quanto la sua Ravenna. “Solo la sensibilità di Angelo Forgione, un vero napoletano, può far tornare la luce l
uce su due dei luoghi più belli d’Italia: Piazza del Plebiscito e Castel dell’Ovo”, scrisse in italiano, inglese, arabo, cinese, francese, tedesco e spagnolo sul sito della sua azienda internazionale, e fissò quel grido di speranza per anni, perché nessuno, prima di me, si era interessato ai torti che subì. Non vi riuscimmo, perché quell’impianto era di prim’ordine, unico in Europa, e la manutenzione costava più di quel che si vuole e si può spendere per Napoli, città dei monumenti al buio che Valerio illuminò ed esaltò.
Valerio se ne è andato qualche ora fa, perdendo la lotta contro una grave malattia che combatteva da qualche anno. Il male l’ha sconfitto, spegnendo la sua luce ma non il bellissimo ricordo, luminoso, che conservo.
Ciao Valerio, amico mio, amico di Napoli.

maioli

Capodanno in piazza, tradizione nata a Napoli, Roma e Bologna

Angelo Forgione  È ormai usanza consolidata di tutte le principali città italiane quella di festeggiare l’arrivo del nuovo anno in piazza, al gran freddo della prima notte di Gennaio. Da ventitré anni va avanti così, ormai tradizionalmente, tra concerti, spumante e fuochi d’artificio sotto le stelle piuttosto che al tepore dei più riparati e costosi locali.
A fare da apripista alla rivoluzione di San Silvestro furono Napoli, Roma e Bologna, il 31 dicembre del 1994, quando in Italia era davvero impensabile catapultarsi in strada per salutare il nuovo tempo. Tre feste pubbliche sull’asse Sud-Centro-Nord, organizzate da tre sindaci che, in un epoca in cui Milano faceva da capitale della Tangentopoli nazionale, erano considerati a capo di amministrazioni progressiste: Antonio Bassolino a Napoli, Francesco Rutelli a Roma e Walter Vitali a Bologna.
All’ombra del Vesuvio, qualche mese prima, era stato rigenerato il “salotto reale” di piazza del Plebiscito, l’antico largo di Palazzo, pedonalizzato e liberato dalle auto con il maquillage del G7, che poi era stato G8 con l’invito accettato dalla Russia. Se ne erano innamorati tutti, non solo i capi di Stato presenti a quel summit ma soprattutto i cittadini, improvvisamente travolti dalla dimenticata regalità di quel fazzoletto di città e dalle speranze poi tradite del cosiddetto “rinascimento napoletano”. La sera del 10 luglio, giorno di chiusura del vertice mondiale, Bassolino aveva notato che gli automobilisti avevano già violato il divieto provvisorio di circolazione nello slargo neoclassico e, dopo aver riposizionato personalmente le transenne spostate, quella notte stessa aveva preso la decisione di pedonalizzarlo permanentemente. Cinque mesi dopo, a dicembre, avrebbe inaugurato i festeggiamenti del Capodanno musicale in piazza, una novità assoluta per Napoli, ma anche per l’intera Italia.
Sembrò una follia per una città abituata pure all’esplosività anche drammatica della mezzanotte, e in realtà fu una scommessa, vinta. La lira era crollata ma paradossalmente qualche milione di italiani se ne era andato all’estero a festeggiare. Non proprio pochissimi avevano invece preferito Napoli dopo aver visto in estate le immagini in mondovisione dei più influenti uomini del mondo con espressioni cariche di meraviglia per una dimenticata capitale che ritrovava gli antichi sfarzi. Bassolino fece un colpo di telefono a Luciano De Crescenzo e a Marisa Laurito, in città per le feste, invitandoli a scandire il countdown e a brindare tra la gente. Ebbe il sì, come pure quello di Enzo Gragnaniello, Antonio Onorato, Tony Cercola e Nello Daniele, designati a suonare incappottati. Don Antonio registrò un messaggio di fine anno davanti alle telecamere delle tivù locali, con cui invitò tutti in piazza, turisti e cittadini. Arrivarono in centomila al Plebiscito, e trovarono i musicisti sul palco, allestito in tutta fretta sul lato di palazzo Salerno, e poi artisti di strada, mimi, musici, attori, ballerini e clown qua e là. A mezzanotte il brindisi, e poi il promesso spettacolo pirotecnico sul mare, che non si vedeva dai tempi della già scomparsa festa di Piedigrotta. E per concludere la nottata, lasciata all’improvvisazione dei dj delle principali radio private, cornetti caldi a mille lire del vecchio conio nei chioschi allestiti dagli acquafrescai di Mergellina.
Contemporaneamente, in piazza del Popolo a Roma, i migliori jazzisti italiani suonarono le note di cento anni di cinema d’autore con cinquanta pianoforti, mentre le immagini delle più storiche pellicole furono proiettate su un megaschermo. Gran ballo in compagnia del sindaco Rutelli e fuochi d’artificio. Più su, a Bologna, in piazza Maggiore, fu messa in piedi la ‘Notte degli Angeli’ all’insegna della solidarietà. Uno spettacolo condotto da Paolo Bonolis con i maggiori nomi dello spettacolo bolognese: Lucio Dalla, Gioele Dix, Red Ronnie, Gianni Morandi, Ron, Luca Carboni e altri.
Così, in Italia, nacque il Capodanno in piazza. Fu un successo! Tutte le amministrazioni, negli anni successivi, si accodarono alla modernità lanciata da Napoli, Roma e Bologna, rendendo il brindisi sotto le stelle di San Silvestro un irrinunciabile appuntamento di tutte le città italiane. Oggi il cosiddetto “concertone di Capodanno” è tradizione nazionale.

Vedi Napoli e poi muori

Magnifica Italia è un programma televisivo in onda sulle reti Mediaset dal 2007. Si tratta di un ciclo di documentari tematici dedicati a regioni, province e principali città della Penisola viste dal cielo e non solo. Particolarmente interessante la produzione dedicata a Napoli e i suoi dintorni. La linea guida narrativa si dipana da alcune bellissime riprese effettuate dall’elicottero, staccando su tradizionali inquadrature da terra. La voce fuori campo di Mario Scarabelli racconta la storia e il costume locale, con l’ausilio delle testimonianze di alcuni protagonisti del luogo. Il racconto condensa in sintesi la grande tradizione culturale di Napoli, omettendo inevitabilmente molto ma descrivendo una Napoli più aderente alla sua vera identità. Unici veri nei, l’assenza del primario Museo Archeologico Nazionale e della Cappella Sansevero.

Monumenti al buio – Intervista esclusiva a Valerio Maioli

L’artista dell’illuminotecnica monumentale parla della sua “sfortunata” creatura

di Angelo Forgione

La triste vicenda dell’illuminazione dei monumenti di Napoli si arricchisce di una testimonianza, ed è la più importante: quella di Valerio Maioli in persona, colui che ha realizzato gli impianti integrati di Napoli in fibra ottica ora in avaria, nonchè l’illuminazione del recente GP di F1 a Singapore, l’unico in notturna di tutto il circus mondiale.

Maioli si è confessato a napoli.com. Ne è venuto fuori un atto di accusa molto deciso misto ad una grande amarezza per come è stato ridotto il suo impianto gioiello di Napoli, il primo in Europa, forse nel mondo, capace di gestire a distanza l’illuminazione, i suoni e le immagini tramite fibre ottiche; una vera e propria opera d’arte d’ingegneria passataci sotto al naso senza che ce ne accorgessimo.

Nell’intervista-confessione traspare tutto l’impegno che Maioli ha profuso pur di dare vita notturna ai nostri splendidi monumenti di cui si è innamorato nel 1997, e che ora sono più morti di prima.

E vedendo la sua creatura rovinata, nel buio del Plebiscito, una sera ha pianto.

A.F.: Signor Maioli, lei sapeva che il suo splendido impianto integrato di illuminazione dei monumenti di Napoli è completamente fuori uso? Sapeva che il Plebiscito è un “buco nero” e il Castel dell’Ovo è completamente al buio?
Valerio Maioli: Certo che lo sapevo. Qualche anno fa, arrivai una sera in Piazza del Plebiscito e vidi che era tutto diverso. Chiesi ad uno dei miei collaboratori che mi riferì che erano state cambiate tutte le lampade del colonnato di San Francesco di Paola con lampade da 63°, mentre ogni proiettore aveva tre lampade di cui una da 24° per fare la sommità, una da 48° per fare la parte intermedia, ed una da 63° per fare la base. “Avevamo solo quelle in magazzino”, fu la risposta che si sentì dare quando lo fece presente ai tecnici Enel.

A.F.: E come ci è rimasto?
Valerio Maioli: Malissimo. Ma questo episodio fu solo l’inizio. In seguito vennero cambiati da ACEA le lanterne e messe al loro posto delle armature stradali, tipo autostrada. Mi creda, quando ho visto come erano ridotti i miei impianti sono scoppiato in un pianto silenzioso.

A.F.: Perché è successo questo?
Valerio Maioli: Lo chieda ai gestori dell’illuminazione pubblica di Napoli di questi dieci anni.

A.F.: In cosa consisteva precisamente il suo impianto “con centrale” a Palazzo San Giacomo?
Valerio Maioli: Era un gioiello avanzatissimo, il primo in Europa e all’avanguardia nel mondo. Una centrale posta a Palazzo San Giacomo, tramite fibre ottiche, poteva controllare e regolare i consumi delle lampade, tutti gli effetti luminosi dei proiettori della Piazza, uno schermo gigante installato sotto piazza del Plebiscito tra i due cavalli del Canova ed era in collegamento con il Teatro di San Carlo dove, sotto il palcoscenico, avevamo realizzato una regia televisiva automatica in grado di far vedere gli spettacoli alle persone degli ospedali, agli anziani dei ricoveri ed ai carcerati. Questo in realtà era il pensiero e la volontà dell’allora sindaco Bassolino, purtroppo mai attuata non so per quale motivo.
Governava anche le telecamere per la sicurezza ambientale ed era talmente fatto bene che la Questura di Napoli mi chiese di contribuire a realizzare parte della loro centrale operativa in occasione di un vertice Nato che poi non si tenne per i fatti dell’11 Settembre a Manhattan.
La centrale poteva anche gestire i parcheggi pubblici, i semafori, le fontane e tutti quegli impianti che si potevano interfacciare alla rete in fibra ottica che avevo steso al centro della città. Mai sfruttato appieno. Quell’impianto è come un figlio bellissimo per me, ma purtroppo cresciuto in un posto sbagliato!

 A.F.:  In che condizioni sono ora gli impianti di Piazza del Plebiscito e Castel dell’Ovo, forse i più “turistici”?
Valerio Maioli: I miei tecnici di Napoli mi dicono che almeno dal 2003 non é stata effettuata alcuna manutenzione al Sistema Digilux VM3000 che governava dalla Sala Regia di Palazzo San Giacomo gli impianti ad effetto con “cambiacolori” e giochi di luce nella Piazza, su Castel dell’Ovo, Castel Sant’Elmo, Certosa di San Martino e Quartieri Spagnoli. Su Castel dell’Ovo attualmente manca circa il 50% dei proiettori, 6 sono stati distrutti dalle mareggiate eccezionali di qualche anno e mai più ripristinati, 7 sono stati smontati dal tetto di un fabbricato del “Borgo Marinari” in quanto furono installati dall’ENEL in attesa di autorizzazione che in seguito non è stata concessa. Il restante 50% di proiettori ad oggi sono disalimentati a causa di lavori di restauro e rifacimento della cabina elettrica di Castel dell’Ovo.

A.F.: Chi ha pagato l’impianto?
Valerio Maioli: L’impianto fu donato a suo tempo al Comune di Napoli dalla Società So.l.e,, cioè la società in cui Enel aveva posto tutti gli assetts relativi alla pubblica illuminazione in Italia.
Era compresa la cabina di regia e controllo che è stata da me realizzata in un vano del cortile di Palazzo San Giacomo, gli impianti di  Piazza del Plebiscito, Via Toledo e Piazza Trieste e Trento.  Gli altri, come ad esempio il Castel dell’Ovo che oggi è al buio, sono stati pagati dalla Comunità Europea. Alla Regione Campania ed al Comune di Napoli tutti i nostri impianti non sono costati nulla. Ma non per questo si potevano buttare via!

A.F.: Ricordo la delicatezza dei colori e della musica che la sua opera donava a Castel dell’Ovo e al Plebiscito. Visto che alla cittadinanza non fu correttamente illustrato, ci può dire come funzionava?
Valerio Maioli: La piazza del Plebiscito si accendeva tutte le sere con un leggero ritardo rispetto al resto degli impianti di pubblica di Napoli. Partiva un brano meraviglioso che avevo scelto dal repertorio di Antonin Dvorak, la Sinfonia n°9 “Dal Nuovo Mondo”.
Gradualmente e senza irruzione di luce, mentre il buio della sera scendeva sulla Piazza, si illuminavano i vari particolari partendo dalla croce alla sommità della cupola centrale di San Francesco, per arrivare per ultimo all’orologio della Piazza, passando per le facciate della Chiesa, poi delle statue dei Borbone, terminando su Palazzo Reale.
Tutto questo avveniva accompagnato dalla sinfonia di Dvorak e con una dolcezza infinita perchè illuminare non significa buttare quintali di lumen sulle pareti, ma accentuare con dolcezza gli oggetti che devono essere percepiti nelle loro dimensioni. Importante è non appiattirli con troppa luce, ma lasciare, grazie all’uso sapiente del buio, le ombre che permettono di capirne la profondità.
Ogni quarto d’ora, prima dello scoccare del quarto la piazza si faceva buia, al limite della sicurezza, e sincronizzati con i rintocchi dell’orologio di palazzo reale, si accendevano tanti proiettori quanti erano i rintocchi. Questi proiettori erano nascosti sul terrazzo del colonnato ed illuminavano con un fascio di luce di soli 2° di apertura l’orologio di palazzo reale che era dalla parte opposta della piazza. Questo effetto, a mezzanotte per esempio, era costituito da 12 fari che si andavano a concentrare sull’orologio di palazzo reale.
Terminato l’ultimo rintocco del quarto, i fari si spegnevano dolcemente ed all’improvviso la piazza si colorava tutta, e con essa Castel Sant’Elmo e la Certosa di San Martino, Castel dell’Ovo, persino le sculturine in rame in alcuni incroci dei Quartieri Spagnoli e Parco Virgiliano distante alcuni chilometri.
Tutto questo come in un gioco che durava dieci secondi, ad ogni quarto d’ora. E tutto grazie alla sincronizzazione perfetta dell’orologio di Piazza del Plebiscito e del nostro sistema di gestione a San Giacomo, tutti sincronizzati tramite GPS.
Ai 60 minuti, cambio dell’ora, per dieci secondi il colore dominante era il blu, ai 15 minuti il giallo, ai 30 il rosso ed ai 45 il verde, per rendere omaggio alla meravigliosa città di Napoli, ai suoi colori, al suo calore, alla sua intelligenza ed alla sua cultura.
I giochi di colore erano contemporanei anche a Castel dell’Ovo, a Santa Lucia, a San Martino, al Virgiliano, ai quartieri spagnoli, al Borgo Orefici, etc.
Purtroppo questi impianti sono stati gestiti senza amore e senza capacità tecnica da aziende il cui unico scopo era ben altro.

A.F. : Come si arrivò ad un esperto delle tecniche di illuminazione come lei per illuminare i siti napoletani?
Valerio Maioli: Alla fine del 1997, l’architetto Giuseppe Zampino, allora Soprintendente ai BB. AA. di Napoli, avendo visto alcuni miei lavori di illuminazione in giro per l’Italia, attraverso la Soprintendente di Ravenna, mi chiese di andarlo a trovare in ufficio a Napoli.
Ci affacciammo da Palazzo Reale e mi si presentò per la prima volta Piazza del Plebiscito in tutta la sua grandezza e maestosità. Immediatamente mi resi conto dello scempio che, in termini illuminotecnici, era stato fatto fino ad allora e della difficoltà del lavoro che mi attendeva se avessi accettato l’incarico. Presi tempo, dicendo che avrei cercato qualche soluzione. Mi congedai da lui un po’ frastornato ed intimorito, ma anche molto stimolato e mi recai immediatamente nella piazza per cominciare a viverla più da vicino.
Non so quante ore e quanti giorni ho trascorso nella piazza dopo quel giorno. Mesi interi. Di giorno e di notte per capire cosa vi succedeva veramente. Come la piazza viveva le misure del suo tempo e dei suoi spazi. D’estate e d’inverno. Con il sole e con il freddo e con il vento che spesso soffia impetuoso dal mare passando gelido tra gli alberi del meraviglioso scorcio sul golfo.
Ho passato ore a guardare le finestre dei palazzi dietro la chiesa. Mi divertivo ad osservare la successione dell’accensione delle finestre e cercavo di immaginarmi la vita che poteva viversi là dietro. Le gioie, i pianti, i drammi. Le partite di pallone, i matrimoni, i cortei e i sit-in di protesta sotto la Prefettura durante la settimana ed alla Domenica i variopinti venditori di palloncini, zucchero filato, trombette.
Ho imparato anche come la piazza assorbe i rumori. Mi ponevo al centro per percepirne l’eloquente silenzio. Non avrei potuto realizzare compiutamente il progetto senza vivere globalmente la Piazza in tutti i suoi aspetti.
Nel Maggio del 1998 ho conosciuto l’altro personaggio indimenticabile della mia esperienza napoletana: Antonio Bassolino, il primo Bassolino, che mi disse: “Vede come è bella questa Piazza?! Questo era tutto un parcheggio. Adesso, vorrei che tornasse completamente alla gente che diventasse come il loro salotto buono di casa. Lei me la deve illuminare ad arte; però, mi deve illuminare anche via Toledo”.
È stato, così, che mi è venuta l’idea di creare tutto un sistema integrato che, partendo da Palazzo San Giacomo, collegasse Via Toledo e, passando da Piazza Trieste e Trento, finisse a Piazza del Plebiscito. Tutto in fibra ottica. Integrando telecamere per il controllo ambientale, suono, effetti speciali, regolazione dell’illuminazione, invio di messaggi turistici, controllo dei semafori e delle fontane.

A.F.:  E quindi accettò la sfida.
Valerio Maioli: Non solo la accettai ma mi ci tuffai anima e corpo.

A.F.:  Quanto tempo impiegò per esaudire la richiesta di Bassolino e Zampino?
Valerio Maioli: Un tempo incredibilmente breve: meno di un mese per concludere i lavori più difficili, quelli al Plebiscito! E ciò è stato possibile grazie allo spirito di collaborazione nato tra oltre sessanta lavoratori napoletani ed una quindicina di romagnoli. È stato questo uno dei risultati più importanti della mia carriera: la massima integrazione tra modi e culture diverse, tra tecniche innovative e sistemi tradizionali, tra Sud e Nord.

A.F.: Era un impianto garbato, gentile, non invasivo insomma. Ricordo bene?
Valerio Maioli: Benissimo! È bene precisare che un eccesso di luce é peggiore dell’oscurità. È condannabile lo smodato esercizio di potenza tecnologica, fortemente invasiva e spettacolarizzante, che finisce per decontestualizzare gravemente il monumento che, appiattito e alterato, viene obbligatoriamente sbattuto in faccia a chiunque, provocando sazietà ed estenuazione. In questi casi la luce é imposta come bene assoluto e l’oscurità come quello contrapposto.
Nel nostro caso abbiamo cercato di rispettare le forme architettoniche esaltando la penombra e lasciando quindi le ombre per rendere plastiche le forme degli oggetti che abbiamo illuminato. Abbiamo ridato loro quel colore naturale fatto di tonalità diverse, a volte vive, a volte dolci, ma sempre diverse e non appiattite dal giallo delle lampade industriali a vapori di sodio adatte ad illuminare le tangenziali. Ed abbiamo voluto integrare tutto in unico sistema in grado di gestire automaticamente le diverse funzioni necessarie.
Volutamente abbiamo lasciato il centro della Piazza leggermente in ombra perché secondo noi doveva costituire il punto in cui viverla in tranquillità e meditazione.
Oltre ai giochi di luce già descritti, ai minuti 15 e 45 di ogni ora, la Piazza veniva attraversata da speciali effetti luminosi scelti a caso dal computer del sistema, in un archivio di oltre trecento situazioni.
Ai minuti 30 di ogni ora, invece, mentre l’orologio scoccava i suoi rintocchi, la Piazza dolcemente scendeva nel buio; poi, come per incanto, cambiava colore.
E tutto a basso consumo. La centrale, nelle giornate piovose e fredde, settava l’impianto alla minima capacità di consumo, senza inutili giochi di luci ma non per questo lasciando la città al buio.

A.F.:  Ma nessuno se ne è accorto, perché non è stato illustrato il tutto alla cittadinanza. Eppure era un impianto da mostrare al mondo che avrebbe dato lustro e ritorno di immagine alla città che ne ha tanto bisogno. Le sembrò corretto?
Valerio Maioli: No. Pensi che ai vigili del fuoco arrivavano delle telefonate in cui si allertavano incendi della Certosa di San Martino, ma era solo l’impianto gioiello che “dipingeva” di rosso il monumento. La gente non sapeva nulla, non capiva.

A.F.:  Quanto è durata la sua creatura?
Valerio Maioli: Pochissimo. Il trattamento che gli fu riservato praticamente da subito dai tecnici che gestivano l’illuminazione monumentale ha dell’incredibile. Come detto, le lampade bruciate venivano sostituite senza guardare nè il grado di apertura, nè la temperatura colore. Venivano usate le uniche che avevano in magazzino!  Un tanto al chilo, senza un minimo di cultura illuminotecnica.
Quella sera in cui ritornai nella “mia” piazza vidi che era tutto diverso da come io avevo pensato e realizzato. L’impianto ha funzionato solo per un periodo di circa tre anni durante il quale, a spese mie, ho provveduto alla manutenzione. E poi, sinceramente, mi sono stufato perchè mi sono sentito un “fesso”.

A.F.: È deluso da Napoli e dai napoletani?
Valerio Maioli: Devo dirle che, a parte qualche lamentela, i napoletani si sono dimenticati della loro bellissima piazza. E mi fa piacere che lei se ne occupi ora, è l’unico che l’ha fatto. Ma in tutti questi anni nessuno che ne ha parlato e si sia chiesto il perché di questa triste vicenda.
Purtroppo, per gelosie di qualche funzionario Enel, l’impianto non è stato ben pubblicizzato e credo che non funzioni più nulla ora. Ma la posso assicurare che da noi fu pensato e realizzato a fine 1998 ed a quei tempi, come detto, era il primo in Europa, se non nel mondo, per la gestione centralizzata degli impianti di illuminazione. Avrebbe meritato più rispetto e attenzione.

A.F.: Che sapore ha per lei questa vicenda?
Valerio Maioli: Io ho abitato a Napoli per circa 4 anni, in parte in albergo, in parte in un residence verso la fine del rettifilo. In quel periodo ho lavorato a progetti bellissimi di cui alcuni realizzati e molti saltati stupidamente.
Sto lasciando in questi giorni gli uffici di Piazza Matteotti per altri uffici a Pompei. A Napoli non faccio più niente da molti anni ormai. Avevo mantenuto l’ufficio ma ora è chiaro che non serve più.
Per la città ho fatto anche beneficenza: ho regalato 6 moto BMW per le ASL complete di defibrillatore, zaino di emergenza, radiotelefono e telefono cellulare, facendo un’asta di beneficenza con la F1 a Ravenna.
Ho organizzato collegamenti in diretta con il teatro di Ravenna per il maestro Riccardo Muti. Ho fatto tanto per Napoli, una città che però si è dimenticata del mio lavoro.
Io amo Napoli ma l’ho cancellata perchè non credo di essermi meritato il trattamento ricevuto sia da Bassolino, di cui mi ero “innamorato”, che dalla Iervolino. Se qualcuno ha distrutto il mio impianto è perché qualcun altro gliel’ha consentito. E questo è grave per chi governa una città così importante e bella.

A.F.: E se le chiedessero di rimettere a posto l’impianto, farlo rivivere?
Valerio Maioli: Se mi promettessero rispetto, lo farei volentieri. Lo ripeto, quell’impianto è un “figlio” per me e se mi chiedessero di salvarlo ci metterei di nuovo il cuore. Ma non lo faranno. Ora lavoreranno su altri progetti, distruggeranno quello che resta del mio impianto e gli sovrapporranno nuovi impianti più banali che bombarderanno luce di facile manutenzione, aggredendo i monumenti. Niente rispetto per il patrimonio, niente fibre ottiche, niente giochi di colore, niente musica, niente sincronie, niente risparmio energetico.

A.F.: Sta dicendo che era troppo per Napoli?
Valerio Maioli: Veda, io avevo fatto qualcosa di bello e importante, convinto di aver contribuito al rilancio e al “rinascimento” della città tanto decantato, ma evidentemente mi sbagliavo. Perchè, a cominciare dalle autorità per finire ai cittadini pare proprio che, a parte lei, non è importato nulla a nessuno. Comunque non era troppo per Napoli, perché Napoli merita addirittura molto di più in tutto; merita molto di più dei miei impianti, ma anche di molti suoi politici e di molti suoi abitanti. Nonostante tutto quello che, per interessi vari e menefreghismo, succede a Napoli, la città sopravvive pur se profondamente ferita. È questo che da fastidio a chi le vuole bene.