L’aspetto del Vesuvio dalla preistoria a oggi

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Angelo Forgione Napoli è città indissolubilmente legata alla fama del Vesuvio, il vulcano più conosciuto e monitorato al mondo, l’incombente e minaccioso monte descritto da Greci e Latini. Livio, Virgilio, Vitruvio, Strabone ed altri, scrissero di Vesbius, Vesvius, Vesuvius, nomi con la radice pre-indoeuropea ves, cioè montagna, e come tale lo definivano. Per loro, infatti, non era un vulcano, e non era quindi un pericolo, considerazione che spiega perché le popolazioni delle antiche città romane furono sorprese inaspettatamente dalla terribile eruzione del 79 dopo Cristo.
In tutti i film e documentari che raccontano quel giorno infernale il Vesuvio viene erroneamente presentato come un gigantesco vulcano che sovrasta Pompei e la Piana campana. Si tratta di un errore, di un falso storico da smentire, poiché a quell’epoca il vulcano era addirittura più basso rispetto a oggi, e non mostrava alcun cono o cratere ma aveva una vetta pressoché piatta. Tanto i Greci quanto i Romani costruirono nuove città non lontano da quello che a loro sembrava un’innocua e fertilissima montagna.

Il Vesuvio così come lo conosciamo noi, sinuoso e peculiare nel suo aspetto, ha iniziato a conformarsi proprio con la famossisima eruzione che seppellì Pompei, Ercolano, Oplonti e Stabia, quando il vulcano era quiescente da secoli e in una fase di depressione. Da lì iniziò a crescere, per poi tornare quiescente alla fine del tredicesimo secolo e a decrescere nuovamente, e ancora a riprendere attività vulcanica e quota dal Seicento fino ad arrivare al Vesuvio che vediamo oggi.

In epoca preistorica, il vulcano era ben più alto degli attuali 1.281 metri di altezza (1.335 prima dell’eruzione del 1906). Si formò con un’attività vulcanica iniziata 37.000 anni fa e durata fino a 19.000 anni or sono. Con un’eruzione avvenuta 18.300 anni fa cominciò il collasso dell’apparato vulcanico e la formazione della caldera, ovvero la parte bassa del vulcano preistorico, una sorta di recinto all’interno del quale, a partire dall’eruzione del 79 d.C., è fuoriuscita dalle viscere una nuova bocca. Quello che conosciamo come monte Somma, di fianco alla bocca vulcanica, è in realtà ciò che rimane del fianco settentrionale del recinto, ovvero l’unica parte ancora visibile dell’antichissimo Vesuvio preistorico.
L’eruzione del 1944 è stata l’ultima in ordine di tempo e ha segnato il passaggio del vulcano ad uno stato di attività quiescente a condotto ostruito.

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Che il vulcano fosse più basso e non temuto dalle antiche popolazioni vesuviane lo testimoniano le tante scritture di epoca classica. Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, elenca i vulcani di quel tempo e non cita il Vesuvio. Nessuna traccia di attività si riscontra negli scritti degli autori del I secolo a.C., a parte Lucrezio Caro, che fa riferimento a un’attività idrotermale “dove fumano sorgenti di acque calde”. Diodoro Siculo sapeva della natura vulcanica del monte: “Si racconta che questa pianura si chiamasse Flegrea per un un monte che in passato eruttava un terribile fuoco come l’Etna in Sicilia. Quel monte ora si chiama Vesuvio e conserva molte tracce del fatto che nell’antichità era infiammato”. Anche Marco Vitruvio Pollione intuì la natura vulcanica del Vesuvio e pure dei Campi Flegrei in base alle proprietà termali: “Vi è del fuoco sotterraneo in queste località e questo può essere indicato dal fatto che nei monti di Cuma e di Baia sono state scavate caverne per sudare nelle quali i vapori caldi che nascono dal fuoco profondo perforano con veemenza la terra. Non di meno si pensa che nei tempi antichi fuochi ardessero e abbondassero sotto il monte Vesuvio, e che questi vomitasse fiamme sui campi circostanti”.
‪Strabone, nel 18 d.C., ‬ossia 61 anni prima dell’eruzione che cancellò le città romane all’ombra del vulcano, descrisse il “mons Vesuvius” nel suo Rerum Geographicarum. Non aveva mai sentito narrare di eruzioni avvenute nel corso della storia precedente, ma notò l’aspetto delle rocce, che sembravano bruciate dal fuoco, e intuì che fossero di origine vulcanica, attribuendo ad essa il motivo della mirabile fertilità delle pendici ma ritenendo il monte un ex vulcano ormai spento. È proprio il suo scritto a dirci che il Vesuvio era piatto in cima:

“Sovrasta a questi luoghi il monte Vesuvio, cinto tutto intorno da campi magnificamente coltivati ad eccezione della vetta, in gran parte piana, del tutto sterile e dall’aspetto cinereo, e presenta cavità cavernose di pietre fuligginose nel colore come se divorate dal fuoco, cosa che attesta che il monte in un primo tempo ardeva e aveva un cratere infuocato che poi si è spento quando il materiale igneo si è esaurito. Forse è proprio questa la causa della fertilità dei terreni circostanti, come a Catania la cenere decomposta dell’Etna”.

Poi l’eruzione improvvisa del 79 che segnò il risveglio del vulcano e un epigramma di Marco Valerio Marziale di qualche anno dopo in cui si legge che Bacco, più dei nativi colli di Nisa, aveva amato il Vesuvio, verdeggiante di vigneti ombrosi prima che tutto giacesse sommerso da fiamme e lapilli.

Trivellazioni ai Campi Flegrei, riaperto il confronto

Torna d’attualità un delicatissimo argomento di cui il Movimento V.A.N.T.O. si è occupato tre anni fa, ovvero le trivellazioni nei Campi Flegrei, finalizzate alla realizzazione di un impianto pilota di sfruttamento di energia geotermica nella zona di via Pisciarelli ad Agnano. Si tratta del cuore della caldera flegrea, un supervulcano quiescente ma attivo, tra quelli a più alto rischio al mondo, anche più pericoloso e distruttivo del Vesuvio (con cui condivide la stessa camera magmatica), a causa del suo stile eruttivo che comporterebbe una imponente portata di magma, materiale vulcanico e gas. Un’eruzione dei Campi Flegrei basterebbe a distruggere il territorio tra Pozzuoli e Napoli e provocherebbe un danno ambientale in tutt’Europa (clicca qui per vedere una simulazione).
Intanto, il 23 dicembre 2014, una delibera del Dipartimento di Protezione Civile ha approvato la proposta della nuova “Zona Rossa”, cioè l’area ad elevata probabilità di invasione di flussi piroclastici da sottoporre ad immediata evacuazione in caso di una ripresa dell’attiviità eruttiva, estesa a Bacoli, Giugliano, Monte di Procida, Pozzuoli, Quarto, Marano e le municipalità di Soccavo-Pianura, Bagnoli-Fuorigrotta, Vomero-Arenella e Chiaia-Posillipo. Per questi comuni, Napoli compreso quindi, è necessario elaborare i necessari piani emergenza, che il professor Giuseppe Mastolorenzo dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia sollecita da diversi anni (in basso l’intervista di Angelo Forgione del luglio 2012), trattandosi di una zona ad altissima densità popolativa.
Ciò che è mancata sin qui è stata l’informazione al cittadino, sostanzialmente ignaro non solo delle problematiche di un’eventuale azione umana nel sottosuolo vulcanico dei Campi Flegrei ma addirittura dell’esistenza del progetto in cantiere. Il geologo Franco Ortolani ha chiesto garanzie di sicurezza e ha denuncia un conflitto di interesse tra controllori e controllati intorno ai progetti commerciali, negato però dal direttore dell’Osservatorio Vesuviano Giuseppe De Natale, che ha precisato che non tocca all’Istituto informare la collettività. Gli interessi sono però stati denunciati da Pino Mosca, attivista del Movimento V.A.N.T.O. e residente nella zona designata per le trivellazioni, impegnato in prima linea nella battaglia per scongiurare l’intervento nell’area vulcanica flegrea, che, nel corso di un convegno al Maschio Angioino (guarda l’intero evento) organizzato dal periodico Il Fiore Uomosolidale e da Radio Radicale, ha denunciato l’omissione di informazione e gli appetiti di soggetti opachi su simili operazioni di sfruttamento del territorio.

Vedi Napoli e poi muori

Magnifica Italia è un programma televisivo in onda sulle reti Mediaset dal 2007. Si tratta di un ciclo di documentari tematici dedicati a regioni, province e principali città della Penisola viste dal cielo e non solo. Particolarmente interessante la produzione dedicata a Napoli e i suoi dintorni. La linea guida narrativa si dipana da alcune bellissime riprese effettuate dall’elicottero, staccando su tradizionali inquadrature da terra. La voce fuori campo di Mario Scarabelli racconta la storia e il costume locale, con l’ausilio delle testimonianze di alcuni protagonisti del luogo. Il racconto condensa in sintesi la grande tradizione culturale di Napoli, omettendo inevitabilmente molto ma descrivendo una Napoli più aderente alla sua vera identità. Unici veri nei, l’assenza del primario Museo Archeologico Nazionale e della Cappella Sansevero.

Scompare il custode dei vini campani

salvò i vitigni d’origine greco-romana del Vesuvio dalla scomparsa

Angelo Forgione – Se ne va Antonio Mastroberardino, Cavaliere del Lavoro, l’uomo dell’eccellenza vinicola campana, colui che nella sua azienda di Atripalda ha puntato sui vitigni autoctoni e ha contribuito a portare i vini della Campania nel gotha mondiale, primi fra tutti, ma non unici, il Greco di Tufo, il Fiano di Avellino, il Taurasi e il Lacryma Christi, di cui ha curato i relativi disciplinari di produzione. Nato ad Avellino nel 1928 e laureatosi in chimica a Napoli nel 1954, ha dedicato la sua vita al recupero e alla rivalutazione dei vitigni autoctoni d’origine greco-romana. A lui si deve la riscoperta e la sopravvivenza degli antichissimi vitigni del Vesuvio, salvati dall’assalto del cemento e della perdita di ricchezza storico-agraria del vulcano, per fortuna oggi recuperata. Quando negli anni Sessanta gli ispettorati agrari iniziarono a sponsorizzare vitigni più redditizi come il Trebbiano, il Montepulciano, il Sangiovese e il Barbera, Antonio continuò a restare fedeli alle uve locali, senza tentennamenti. Oggi, soprattutto per merito suo, i vini campani sono di tendenza nel mondo, e la Campania ha ancora la sua identità enologica. La sua antichissima azienda irpina, la più antica della Campania, che è Storia della viticoltura regionale, è ora nelle buonissime mani dei figli Piero (che ho avuto il piacere di conoscere in un evento comune) e Carlo, cui vanno le mie più sentite condoglianze.

Made in Naples al “Vulcano Buono” con Nadia Verdile

A tu per tu con lo scrittore Angelo Forgione
di Dafne Rapuano per cinquew.it

CASERTA – Si chiama “Made in Naples” ed è pubblicato a Milano. Il paradosso dell’ultimo libro di Angelo Forgione, giovane scrittore partenopeo, che dell’amore per la sua città ha fatto una ragione di vita. Mentre era in giro a presentare il suo lavoro, gli ho sottratto alcuni minuti preziosi.

Scrive di Napoli e pubblica a Milano, come mai?
Scrivo di Napoli perché è la mia città, perché ha bisogno di essere conosciuta per quello che è stata veramente. Ho raccontato la vicenda di Partenope, non ho preteso di scrivere un libro si storia. Amo la mia città, vorrei che la conoscessero in tanti. Per avere una distribuzione nazionale che non sia con una casa editrice a pagamento, mi sono dovuto rivolgere al Nord. Ebbene sì, a Milano. A Napoli l’editoria è al collasso. Mi interessava incontrare un editore che credesse nel progetto, nel libro e nella città. L’ho trovato a Milano e va bene così.

Cosa un lettore trova nel suo libro?
Ho raccontato di Napoli senza esagerare. Non era mio interesse né esaltare oltre ogni ragionevole verità né denigrare. Ho studiato e ho riportato solo le cose che ho trovato documentate.

Spesso chi parla bene di Napoli viene etichettato come neoborbonico. Lei lo è?
Non è necessario essere neoborbonici per parlare bene di Napoli, neanche filosabaudi per parlarne male. I Borbone non sono stati perfetti ma non hanno fatto male come una certa storiografia ha raccontato. Solo in Italia “borbonico” equivale a un’offesa. In Francia, in Spagna questo non accade. Non è un caso che le migliori letture della nostra storia le abbiano fatte studiosi stranieri.

Il suo libro gode della prefazione di una prestigiosa firma: Jean Noel Schifano. Perché lo ha scelto?
Schifano è un importante intellettuale francese che ha eletto Napoli come sua seconda patria. Sua teoria è che con l’unificazione i Savoia vollero trasformare Napoli in una città provinciale, senza successo, saccheggiandone gli immensi tesori. È sua convinzione che tutti i mali di Napoli siano nati a Roma facendo di tutto per trasformare la grande capitale che nei secoli è stata Napoli in una “città-bonsai”, privandola di banche, ferrovie, cantieri navali e opere d’arte. L’hanno trasformata in una città assistita da tenere al guinzaglio. Per questo mi è sembrato naturale chiedere a lui e gliene sono orgogliosamente grato.

Sulla sua copertina campeggia una mela sul fronte e un cavallo rampante sul retro. Lei che è pure un grafico pubblicitario, qual è il messaggio che ha voluto dare?
Non è una mela qualsiasi. Si tratta di una melannurca, simbolo di una terra “felix” ormai devastata. Per questo è nera. Frutto di uomini laboriosi, la più saporita tra tutte perché anche la più lavorata tra tutte. Tonda, perfetta, dal sapore inconfondibile. Il cavallo, invece, è simbolo storico di una Napoli indomita. Quando Corrado IV riuscì, dopo mille traversie, a conquistare Napoli, volle, per dare un segnale inequivocabile, imbrigliare la statua equestre che campeggiava nei pressi del Duomo di oggi. Oggi lo ripresento libero, senza briglie, come vorrei che fosse. Libero come vorrei vedere liberata e orgogliosa l’immagine di Napoli, un paradiso violato da troppi.

Made in Naples al “Vulcano Buono”

Venerdì 15 novembre, alle ore 19, appuntamento alla libreria Mondadori del c.c. “Vulcano Buono” di Nola con Made in Naples. Colloquia con l’autore del libro la corrispondente de Il Mattino (redazione Caserta) Nadia Verdile.

Balduzzi mistifica sui rifiuti tossici. Eppure sotto il “Vulcano Buono”…

Angelo Forgione – Sono passati solo due giorni dalla turbolenta incursione del ministro della salute Renato Balduzzi ad Aversa per presentare un nuovo studio sulla mortalità per tumore in Campania. In realtà, per negare una connessione tra l’alta percentuale di neoplasie e i rifiuti tossici interrati in Campania, indicando l’origine del problema nei cattivi stili di vita e nella cattiva alimentazione che causa obesità.
Presenti infuriati (clicca qui per guardare il video da Youmedia) e cittadini campani che devono accettare ancora l’indegna mistificazione, offensiva dell’intelligenza umana e della dignità dei meridionali, consequenziale all’ostruzione verso il registro dei tumori in Campania per esigenze di bilancio. Gli stessi Medici per l’Ambiente parlano di dati falsati e il Professor Marfella non le manda a dire al ministro. E intanto la gente continua ad ammalarsi nel triangolo della morte  Marigliano – Palma Campania – Brusciano, un territorio in cui, come ricorda un’inchiesta del Corriere.it, insiste il Centro Commerciale “Vulcano Buono” che, secondo un’inchiesta della magistratura, è stato costruito interamente sui rifiuti. «Il pentito Carmine Alfieri, durante gli interrogatori, ha spiegato con una certa minuziosità il tipo di sversamento che veniva tombato nelle campagne di quella che una volta era la Campania felix – dice l’avvocato Mariafranca Tripaldi . Eppure nello stesso posto abbiamo costruito un grande centro commerciale (griffato da Renzo Piano, ndr). A nessuno pare essere importato che durante gli scavi siano stati rinvenuti bidoni di liquami industriali provenienti dalla Germania, il business criminale del clan Alfieri. Ma ora tutto è stato coperto dal cemento mentre i tumori qui hanno falcidiato intere famiglie».

I Neanderthal abitavano la Campania

Tracce dei primi uomini nelle grotte di Mondragone. Estinti dai Campi Flegrei?

Angelo Forgione per napoli.com Un dente di latte di un bambino neandertaliano è stato ritrovato nella Grotta di Roccia San Sebastiano nei pressi di Mondragone. Secondo il paleoantropologo Giorgio Manzi della Sapienza di Roma «il dentino si caratterizza nella morfologia come secondo molare deciduo inferiore di sinistra ed è stato perduto quando l’individuo aveva in età paragonabile a quella dei nostri figli a 10 anni vissuto circa 39/40.000 anni fa». Esattamente il periodo della super-eruzione dell’Ignimbrite Campana nella caldera dei Campi Flegrei, così violenta da giocare, secondo una ricerca dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Napoli, un ruolo importante nei processi demografici delle popolazioni paleolitiche delle regioni centrali e orientali del Mediterraneo, che potevano proprio comprendere sia gli autoctoni Neanderthal che i primi sapiens moderni di provenienza africana.
Rinvenuti anche i resti di molti strumenti e punte d’armi di selce. «L’età del dente è particolarmente importante perché aiuta a segnare la fase finale della vita degli uomini di Neanderthal in Italia e l’origine dell’Homo sapiens», ha dichiarato l’archeologo Marcello Piperno, anch’egli della Sapienza. Secondo l’archeologo Carmine Collina, principale responsabile degli scavi e dello studio, la scoperta descrive «una storia dell’evoluzione che va da 40.000 a 20.000 anni fa, periodo in cui la grotta è stata abitata ininterrottamente da uomini di Neanderthal e Sapiens».
Alle pendici della rocca medievale di Montis Dragonis, da cui ha preso nome il paese di Mondragone, vi è dunque una delle ultime testimonianze in Italia della presenza dei primi uomini  che si aggiungono ai ritrovamenti nelle grotte del Monte Circeo datati tra 50.000 e circa 35.000 anni fa. Ulteriori scavi potrebbero far luce proprio sul ruolo dell’eruzione del supervulcano dei Campi Flegrei sul popolamento dell’area.

Sciame sismico ai Campi Flegrei. Subito il Piano di Emergenza!

Comitato Civico “Salviamo i Campi Flegrei – Terra Nostra”
Comunicato Stampa del 07/09/12
Lo sciame sismico di più di cento scosse registrate nella zona di Pozzuoli, il più grande degli ultimi anni, riaccende i riflettori sulla zona della complessa caldera vulcanica dei Campi Flegrei. L’evento rafforza ancora di più i presupposti che hanno portato alla costituzione del nostro comitato per il “no alle trivellazioni” e cioè la necessita di un “Piano di Emergenza Nazionale di Protezione Civile” per l’area. È giusto sottolineare che in questa occasione non è in discussione la relazione tra il fenomeno e le trivellazioni che non hanno ancora raggiunto profondità allarmanti ma il panico della popolazione dimostra che siamo di fronte ad una condizione di mancanza di sicurezza assoluta per un’area di densità popolativa altissima che comprende diversi comuni dell’area flegrea che in casi di terremoti importanti o addirittura eruzioni non saprebbero ovviamente come comportarsi. Pertanto ribadiamo con forza la nostra richiesta di un piano nazionale che coinvolga tutti i sindaci della zona e la protezione civile e senza del quale è da cancellare ogni proposito di future trivellazioni a profondità maggiori che si inserirebbero nello scenario di un rischio sottovalutato.
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Kagoshima, la “Napoli del Giappone”

Kagoshima, la “Napoli del Giappone”

la città giapponese gemellata con Partenope

 

Non tutti lo sanno ma dal 3 Maggio 1960 Napoli e Kagoshima sono città gemellate. E non è un gemellaggio pro forma ma una sorta di somiglianza vera e propria tra la città partenopea e quella nipponica situata nell’isola di Kyushu, anch’essa collinare e adagiata su un golfo dal clima mite che accoglie un vulcano, il Sakurajima, che è simbolo del luogo. Entrambe poi danneggiate fortemente dai bombardamenti della guerra.
Chiaramente è Napoli la città più bella ed originale tra le due, quella che gode di fama internazionale, ed è quindi Kagoshima ad essere soprannominata la “Napoli del Giappone”. Città che tiene molto a questa relazione, tanto che la sua amministrazione la rinverdisce donando ai propri cittadini dei viaggi a Napoli. A Kagoshima c’è un “tram Napoli” e una strada dedicata, la “Napori douri”, ricambiata all’ombra del Vesuvio con una ripida “via Kagoshima” sulla collina del Vomero, intitolata nel 1960, e il “largo Kagoshima” al Centro Direzionale, intitolato in occasione delle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario del Patto di Gemellaggio, il 9 Luglio del 2010. Chisto è ‘o paese d’ ‘o sole… levante.