Napoli Capitale Morale, intervista per ‘VesuvioLive’: “L’Unità d’Italia ha spezzato il dialogo tra Napoli e Milano”

Intervista di Federica Barbi per vesuviolive.it

Milano-Napoli. Non eterna rivalità (per quella c’è Torino…) ma eterno paragone. Il “civilissimo” Nord contro il sottosviluppato Sud. Il fascino europeo e la patina sporca meridionale. L’Italia è ancora economicamente, socialmente e politicamente spaccata in due, e i pregiudizi non aiutano a ricomporre i tasselli. E se i media nazionali fomentano più o meno consapevolmente l’acredine, c’è chi studia e lavora invece per restituire agli italiani la giusta versione della nostra storia, purtroppo spesso storpiata dai libri di scuola. Tra questi c’è Angelo Forgione, scrittore e giornalista partenopeo, da sempre attivo per cancellare i fastidiosi filtri attraverso cui Napoli viene vista dal 1861.

Il suo ultimo lavoro, “Napoli Capitale Morale”, si concentra proprio sulle due città che hanno fatto la storia dell’Opera, spiegando come l’attuale ruolo predominante di Milano abbia radici anche nella Napoli del passato. Due destini che si intrecciano a cavallo tra tante epoche diverse. Ne abbiamo parlato con lui nel giorno dell’uscita del suo libro.

–  Angelo, ci parli del suo nuovo libro, “Napoli Capitale Morale”. Cosa vuole che arrivi ai suoi lettori?

“Arriverà certamente, a chi leggerà questo libro, quello che è realmente accaduto dal Rinascimento ai giorni nostri nel territorio italiano. Napoli è la protagonista del libro, Milano la co-protagonista, ma compaiono anche Torino e Roma. Attraverso i due principali riferimenti parlo di Nord e Sud, ancora oggi due Italie mai unite. Pur vivendo sotto la stessa bandiera, nello stesso Stato, e appartenendo allo stesso sistema giurisdizionale, Napoli e Milano sono decisamente più lontane di quando erano effettivamente separate. Nell’Italia delle culture e delle arti dialogarono culturalmente, e spesso s’intrecciarono. Poi l’Italia, una volta unita, è andata man mano allontanandosi dalle sue nobili radici, e a noi non è stato raccontato che cosa si sono dette le due metropoli prima che le élite risorgimentali interrompessero le comunicazioni e spegnessero la profusione culturale italiana”.

– Milano, quindi, se oggi viene considerata la metropoli italiana per eccellenza (e quindi centro propulsore della finanza e dell’economia) è soprattutto perché è stata modellata ad immagine e somiglianza della Napoli pre-unitaria. E’ corretto? Può spiegare meglio questo concetto?

“Non è proprio così. Milano ha beneficiato del riformismo austriaco di Maria Teresa d’Asburgo, che era la madre di Maria Carolina, regina di Napoli. La corte di Vienna, nel secondo Settecento, cioè nel periodo dei Lumi, dialogava con quella di Napoli, la città da cui si diffondevano importanti istanze illuministiche e molte novità che sconvolgevano l’Europa. Milano otteneva da Vienna e assorbiva di riflesso da Napoli. Per fare un esempio per tutti, il teatro alla Scala nacque quando gli Asburgo chiesero ai Borbone di poter avere Luigi Vanvitelli a Milano per lavori a corte, e l’architetto si portò dietro il figlio Carlo e l’allievo Giuseppe Piermarini, che avevano appreso al suo studio e nei cantieri della Reggia Caserta, e avevano studiato le antichità classiche che venivano fuori in quel periodo un po’ dappertutto attorno al Vesuvio. Ma la corte di Vienna spendeva più per Vienna che per Milano, e Vanvitelli, insoddisfatto, se ne tornò a Napoli col figlio, raccomandando agli austriaci l’ancora inespresso Piermarini, il quale divenne architetto regio e cambiò Milano applicando quanto aveva appreso a Napoli. Il Neoclassicismo nasce a Napoli, con gli scavi, e Milano è una città piena di neoclassico, non solo asburgico ma anche napoleonico. Ma anche gli economisti napoletani precedono quelli milanesi. L’economia e il sistema bancario moderno nascono a Napoli, con Antonio Genovesi e il Banco di Napoli, eppure finanza è sinonimo di Milano. Se la città lombarda è considerata la metropoli italiana per eccellenza non è perché lì c’è della Napoli sottotraccia ma perché con l’Unità è stato creato in modo scientifico il “triangolo industriale” Milano-Torino-Genova, strozzando il tessuto produttivo di Napoli e del Sud e trasferendo risorse e commesse in quel territorio in cui Milano ha poi vinto la sfida con la rivale Torino. È da quel dualismo, ingaggiato nel secondo Ottocento, che nacque la definizione “capitale morale”, che non è affatto riferita a Roma come pensiamo, ma alla città piemontese, prima capitale d’Italia e antagonista nella rincorsa al ruolo di città-guida del progresso italiano, o meglio, del Nord-Ovest. E quella definizione, pensate, la inventò un napoletano”.

– Nell’introduzione al libro lei parla di come non solo la politica ma anche la Chiesa e la Massoneria abbiano influenzato il percorso delle due città nella storia. Può spiegarci, in breve, in che modo?

“In realtà Chiesa e Massoneria sono due fattori essenziali della vita dell’intera Italia, e per secoli sono state in forte conflitto. È un tema troppo complesso per riassumerlo in poche parole ma è fondamentale evidenziare che l’Unità d’Italia fu un processo che mirò a depapalizzare Roma e a rendere l’Italia uno stato totalmente laico. Intento riuscito solo in parte, ma la Massoneria, non solo quella italiana, ebbe grande influenza nel processo risorgimentale. E allora basterà dire che Ferdinando II di Borbone strinse vincolo morale con papa Pio IX mentre la classe politica milanese preferì tollerare per convenienza l’alleanza con l’invisa Torino sabauda, quindi con la corte che assecondò le avversioni allo Stato Pontificio. Morale della favola, il legittimismo borbonico e quello del Papa, col potere temporale, crollarono uno dopo l’altro e da lì in poi la Massoneria fu decisiva per la crescita del “triangolo industriale” affermando, soprattutto a Milano, la supremazia della finanza sulla politica. Basterà leggere nel libro della fondazione della Banca Commerciale Italiana, che poi fece concorrenza al Banco di Napoli nel Meridione. I poteri forti si fecero largo nell’economia nazionale e guadagnarono la posizione di dominio nel settore del credito industriale. La Borsa di Milano fu designata per convogliare i capitali nelle imprese e le banche milanesi a fare da intermediarie di garanzia verso il pubblico. Così Milano, a fine Ottocento, divenne il centro della finanza italiana, mentre Napoli cresceva di abitanti ma si contraeva in quanto a occupazione e consumi, piombando in una crisi profonda”.

– Oggi si etichetta troppo facilmente Napoli come la città dell’inefficienza e dell’illegalità e, di contro, Milano gode della nomea di città “europea”. Al di là dei pregiudizi, in cosa e quanto Milano è davvero avanti rispetto alla città partenopea?

“Milano è l’unica città socialmente inclusiva d’Italia. È il punto di confluenza di forze, intelligenze e talenti. È luogo di opportunità per tutti. È l’unica grande città in cui la popolazione cresce; anche Torino ha smesso di farlo. Nel mondo moderno, in cui tutto va fatto subito e prima che lo facciano gli altri, Milano è l’unica città italiana che riesce a reggere il passo. Una città così ha la politica centrale a sospingerla. Pochi sanno che fu prima Torino a candidarsi per l’Expo 2015, sulla scia delle Olimpiadi invernali. Milano si accodò, e il Governo la preferì. E quindi altri soldi, altre infrastrutture, ma anche altri appalti e pure altre nefandezze a rinfrescare la memoria della Tangentopoli degli anni Novanta. Napoli non si è mai veramente rialzata dai grassi traumi della Seconda Guerra mondiale e incede affannosamente. Il tessuto produttivo è sostanzialmente impoverito e non c’è neanche più il Banco di Napoli ad ossigenare l’economia territoriale e a formare la classe dirigente. Napoli si svuota lentamente e trattiene i ceti più poveri, afflitti da problemi di disoccupazione e scarsa scolarizzazione. In queste condizioni, è facile cercare nell’illegalità e nella delinquenza una soluzione alle esigenze esistenziali. La colpa di tutto questo è della politica nazionale, che non fa nulla per risollevare davvero il Sud e arginare seriamente le mafie, il vero freno dell’economia territoriale, che invece rappresentano comodi e perversi ammortizzatori sociali”.

– Se Napoli era la Capitale morale pre-unitaria e Milano è quella post-unitaria: Roma, oggi, che tipo di Capitale è? Rappresenta davvero l’Italia?

“Roma è una capitale inerte, è uno scenario meraviglioso senza contenuti. È semplicemente la roccaforte della burocrazia di consumo e della Chiesa cattolica e non esercita alcuna spinta al superamento del dualismo Nord-Sud. Ma Roma non è neutra da oggi. Fu designata come capitale per i suoi antichissimi fasti imperiali, ma la città più importante, quando fu fatta l’Unità, era Napoli, che era anche la più popolata. Poi la città laziale è cresciuta a dismisura attorno al suo centro storico, ma non si è mai proposta come centro propulsivo e direttivo italiano, come Milano. E neanche come centro culturale, ruolo che svolge ancora, nonostante tutto, Napoli. La capitale d’Italia non può neanche rappresentare l’Italia, non come Parigi rappresenta la Francia e Londra l’Inghilterra, perché nella nazione dei dialetti e dei campanili non può risultare centrale nel policentrismo ed essere così invadente come le altre capitali da accentrare l’italianità, che è un concetto assai complesso”.

– Nonostante l’opinione pubblica non renda onore a Napoli, è innegabile che al Sud non ci sia lavoro: dall’inizio della crisi economica sono emigrati 161mila campani. Anche questo è il frutto di anni di politiche antimeridionali, è vero, ma purtroppo saperlo non consola né crea posti di lavoro. Cosa si sente di dire a chi va via costretto a cercare sogni lontano dalla propria terra?

“Di portare sempre con sé la propria identità, di essere napoletano in qualunque posto vada. E che non sia solo un atteggiamento spavaldo o simpatico ma una vera e propria consapevolezza. La napoletanità, cioè l’immensa cultura napoletana, va conosciuta a fondo. Io scrivo libri di cultura napoletana e di questione meridionale proprio perché la gente sappia quello che io non sapevo e che ho appreso spinto dalla mia indentità inespressa. La conoscenza genera indipendenza”.

(video) Pastore: «’Dov’è la Vittoria’ sarà materia di studio»

dlv_feltrinelliÈ stato presentato mercoledì 10 giugno a la Feltrinelli di Napoli Chiaia il saggio Dov’è la Vittoria di Angelo Forgione. Con l’autore sono intervenuti Rosario Pastore, storica firma della Gazzetta dello Sport, e Luigi Necco, altrettanto storico volto della Rai.
Proprio Rosario Pastore, concluso l’appuntamento ricco di belle parole, ha affidato alla sua pagina facebook un convinto invito alla lettura del libro (di seguito riportato).

Da un po’ di tempo, fra me e Angelo Forgione è in atto un simpatico duetto: io lo chiamo Maestro e lui, del tutto indebitamente, chiama maestro me. In realtà, da parte mia è un po’ più che un giochetto: perché quando chiamo maestro Angelo, lo faccio del tutto seriamente. Ho sempre seguito questa linea: chi merita di essere chiamato Maestro è uno che, almeno nel suo campo, ne sa molto più del suo prossimo. E Forgione ha ampiamente dimostrato che ben pochi, o forse nessuno, è in grado di competere con lui negli argomenti che lo appassionano. Un’altra cosa ho imparato nella mia, ahimè, lunga vita. Ed è che è abbastanza facile scrivere la prima opera, molto più difficile scrivere la seconda. Una legge che vale un po’ in tutti i campi. Si può dipingere un bel quadro, si può scattare una attraente fotografia, si può recitare con successo in una “piece” teatrale, si può scrivere un buon libro, alla prima botta. Perché quando ti accingi ad una cosa del tutto nuova, dai fondo a quanto sai, gratti il barile della tua esperienza, ti affidi alla tua incosciente faccia tosta e magari riesci ad avere successo. Quando devi fare il bis, però, cominciano le difficoltà. Perché non è più il tuo istinto ad aiutarti ma quello che hai veramente dentro, il tuo talento naturale. Ebbene, quando ho letto la prima opera di Forgione, Made in Naples, mi tuffai con molto godimento nelle pagine di uno che dimostrava di conoscere a fondo la materia che presentava. E infatti, ci troviamo di fronte non ad un improvvisatore ma ad un vero, approfondito studioso di uno Stato, di una città che purtroppo non esistono più e che sono state offese, calpestate, mortificate nelle loro stessa essenza. Chi vi parla non è un borbonico e quindi non accetta di prendere per oro colato tutto quello che gli viene propinato. E infatti Forgione col suo libro non voleva convincere ma raccontare, illustrare, dimostrare. Made in Naples ha avuto il successo che meritava e continuerà ad averlo. Ma ora eccoci davanti alla seconda opera, questo Dov’è la Vittoria. Non un trattato, non un raccontino, non un “excursus”, ma una vera e propria denuncia, proprio come una vera e propria denuncia era stato Made in Naples. Angelo Forgione, nell’accingersi a scrivere la sua seconda opera, quella della verità, non ha inanellato una serie di fattarielli, ha studiato la materia, si è tuffato in questo mondo prendendolo di petto, ne ha studiato gli aspetti più sconcertanti. Ne è venuto fuori un prodotto che sarà materia di studio e un libro praticamente obbligatorio sia per gli addetti ai lavori sia per quanti si pongono domande alla quali, fino ad oggi, non sono state date risposte esaurienti. Alcune di queste domande le troviamo nella controcopertina del libro. Ma sono solo alcune. A tante altre, a tutte, Forgione dà le sue risposte e lo fa in maniera del tutto esauriente. Non è un caso che quanto sta accadendo nel Napoli in questi giorni rispecchia quanto Angelo anticipa nella sua opera. Dopo anni di illusioni di grandezza, gli obiettivi della squadra sono ridimensionati. Non più sogni europeisti, con un allenatore con fama, a torto o a ragione, internazionale come Rafa Benitez ma un bravo tecnico, per di più napoletano, i cui meriti sono di aver dato un gioco decente ad un Empoli appena arrivato in serie A, guidandolo ad una tranquilla salvezza. E dando alla squadra un gioco piacevole ed a tratti spettacolare. In ogni caso, un allenatore i cui meriti sono da verificare in un ambiente difficile come il nostro. Perché questo ridimensionamento? E perché, mentre il Napoli, agli inizi del XXI secolo, veniva mandato in serie C senza pietà, altre squadre, come la Roma e specialmente la Lazio di un certo Lotito, venivano risparmiate ed i loro debiti venivano spalmati in comodi pagamenti, anche con scadenza venticinquennale e senza interessi? E come mai la Juve, coinvolta pesantemente in Calciopoli, veniva punita solo alla serie B e gli venivano tolti solo due scudetti mentre, stando alle indagini, sarebbero molti di più quelli conquistati più o meno legittimamente? Il calcio meridionale raccoglie solo le briciole di quanto gli lascia, con tanta magnanimità, il calcio del Nord. Squadre che rappresentano realtà importanti, come il Palermo, non hanno mai vinto uno scudetto. Il Napoli ne ha conquistati due, ma solo grazie al fatto di poter contare sul giocatore più forte del mondo, un lusso che, negli anni seguenti, fu pagato amaramente. Di tutto questo e di moltissimo altro parla e discute Forgione in Dov’è la Vittoria, una pubblicazione, che ripeto, deve trovare posto nelle vostre librerie. Dopo averla letta, naturalmente.
R. P.

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DOV’È LA VITTORIA – le due Italie nel pallone

Dov’è la Vittoria – Le due Italie nel pallone (Aspetti sportivi della malaunità politico-economica) è un saggio di indagine sulle cause delle differenti performance sportive dei movimenti calcistici del Nord e del Sud d’Italia, inquadrate nell’ottica del divario interno italiano su cui convergono da sempre la politica e la finanza nazionale, e approfondisce le dinamiche oscure che – da sempre – regolano il “dietro le quinte” del Calcio italiano.

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copertina Edizione 2015

Il Calcio italiano fa i conti con la sua credibilità. È influenzato, in modo fin troppo evidente, dalle pulsioni che attraversano la nostra società: le crisi economiche, i giochi della finanza, la corruzione politica, la sfiducia nelle istituzioni, le polemiche sui giudici (arbitri), le strutture inadeguate, l’insicurezza, i localismi, l’intolleranza. E poi, il divario Nord-Sud. L’Italia continua a non perseguire una vera unità e il suo divario interno, che è un unicum nel panorama dei paesi economicamente avanzati, continua a squilibrare anche il movimento calcistico nazionale. Insomma, il Calcio italiano, di fatto, riflette perfettamente la condizione del Paese, il suo regresso, che è anche, e soprattutto, causato dalla sua divisione interna che lo indebolisce.

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copertina Edizione 2017

La centocinquantennale “Questione meridionale” è un aspetto latente e mai analizzato a fondo – eppure assai decisivo – del Pallone italiano, dominato storicamente da tre squadre del Nord, espresse dal “triangolo industriale”, che sfruttano i vantaggi di localizzazione e attingono dal serbatoio di passione del Centro-Sud, un’altra forma di emigrazione meridionale, diversa da quella fisica di studenti e lavoratori. Sull’altro fronte, solo il Napoli e le squadre di Roma riescono a competere, a cicli alterni e diradati nel tempo.
Perché il Nord ha vinto più di 100 scudetti mentre il Sud non è arrivato neanche in doppia cifra? Perché le squadre del Sud faticano ad affacciarsi alla Serie A? Come hanno fatto le squadre settentrionali a prendere il pallino del gioco? E come l’hanno mantenuto? Cosa ha consentito a Cagliari, Napoli, Roma e Lazio di raccogliere le briciole lasciate dalle squadre del Nord? Perché Juventus, Milan e Inter sono squadre “nazionali”? E perché sono le più amate ma anche la più odiate? Perché il Napoli gode di una passione smisurata ed è considerata la vera nazionale dal suo popolo? Quando e come nasce la discriminazione territoriale? Chi ha manipolato la passione degli italiani? Tutti quesiti cui dare adeguate risposte, individuabili con una macrovisione dello show-business, fondamentale per comprendere il significato del fenomeno calcistico nella vita della Nazione unita e nel contesto storico, politico ed economico d’Italia.
La squadra più vincente d’Italia è legata a una famiglia piemontese che ha fatto la storia dell’industrializzazione italiana del Novecento. È una delle squadre di Torino, prima capitale del Regno e città dei Savoia, la dinastia che forzò un più corretto percorso di Unità nazionale e “piemontesizzò” la Penisola nel secondo Ottocento. Mentre si realizzava l’Unità geografica, in Inghilterra nasceva il Foot-ball, lo sport che, come tutti i costumi britannici, sarebbe divenuto uno strumento di affermazione egomonica della “Perfida Albione” nel mondo. Il Regno Unito, che esercitò la sua forte influenza nel piano sabaudo di unificazione monarchica della Penisola, avrebbe caricato i palloni da calcio a bordo delle proprie navi piene di merci e li avrebbe portati nei porti di mezzo mondo, compresi quelli italiani, importanti nella rotta verso il nuovo Canale di Suez, realizzato per accorciare le distanze con l’Oriente. Non a caso il Foot-ball di casa nostra vide la luce a Torino e in quella Genova che ne era il principale sbocco sul mare, per poi abbracciare Milano. Il “loro” campionato fu precluso alle squadre del Sud per circa trent’anni e l’Albo d’Oro contempla scudetti esclusivamente settentrionali, siglati prima che il Ventennio fascista aprisse la contesa anche al resto del Paese, procurando fastidio al movimento di quel Settentrione che nel frattempo riceveva massici favori nell’industrializzazione. Il dopoguerra consacrò il Calcio industriale. E oggi cosa accade?
Dov’è la Vittoria è un’indagine a carattere storico-sociologico-antropologico supportata da studi di economisti, docenti universitari e istituti di ricerca, per individuare le cause delle differenti performance sportive dei movimenti calcistici del Nord e del Sud d’Italia, inquadrate nello scenario del divario interno italiano. Anche attraverso la ricostruzione dei maneggi oscuri nel “dietro le quinte” della grande passione degli italiani – su cui convergono la politica e la finanza nazionale – ne viene fuori una fotografia del Calcio tricolore che illustra con completezza un aspetto poco dibattuto dell’annosa “Questione meridionale”. I veri protagonisti sono l’Italia e gli italiani, che in realtà non esistono, e trovano anche nel Football un linguaggio comune per dimostrarselo.

Capitoli

  1. Un affare da “screanzati” – prefazione di Oliviero Beha
  2. Divide et impera – introduzione dell’autore
  3. Una Questione nazionale – il divario Nord-Sud
  4. Prima il Nord – la Federazione con la palla al piede
  5. Fatta l’Italia, facciamo i tifosi – il tifo nel Paese dei campanile
  6. Sudditi di Sua Maestà – impronte anglosassoni sul pallone
  7. Stringiamci a Coorte – il triangolo Genova-Torino-Milano
  8. Il Regno d’Italia – il matrimonio Juventus-Fiat
  9. Fratelli d’Italia – la discriminazione territoriale
  10. Libera frode in libero Calcio – un secolo di scandali italiani del pallone
  11. L’Italia chiamò – il maxiflop nazionale dei Mondiali ‘90
  12. Siam pronti alla morte – conclusioni dell’autore

► pagina Facebook

► Intervista su iogiocopulito.it de Il Fatto Quotidiano

La tradizione del meridionalismo intellettuale a Matrix

Angelo Forgione – La puntata di Matrix di giovedì 18 settembre, costruita sul referendum indipendentista scozzese, non ha fatto altro che confermare la fragilità dell’unione italiana, tra veneti, lombardi e siciliani alla ricerca dell’autonomia. Spazio anche a Marco Esposito, giornalista serio (de Il Mattino di Napoli), l’unico ad esporre argomentazioni scientifiche e inoppugnabili sull’abbandono dell’intero Sud, non di questa o quella regione, che nessuno ha saputo e potuto respingere. Neanche Massimo Cacciari, trincerato dietro i soliti dati di Ricolfi e ai suoi più classici «ma va là», più o meno gli stessi che dedicò qualche tempo fa ai cittadini di Venezia dopo 15 anni sulla poltrona di sindaco per le “rotture di palle” ricevute (ascolta). Il filosofo non ha saputo dire di meglio del leghista Matteo Salvini, quest’ultimo controfigura di sé stesso perché in cerca di consensi in un Sud sempre offeso e additato a male dell’Italia.
Di Marco Esposito è da rimarcare soprattutto l’affermazione «di questo Stato non ci possiamo fidare» sbattuta in faccia al palermitano Davide Faraone, deputato PD della Commissione Lavoro, dopo che questi ha riconosciuto il clamoroso “errore” sulla distribuzione della spesa per gli asili nido.

«L’Italia riscopra Napoli. Le conviene!»

Intervista “a tutto campo” a cura di Mara Miceli per Radio Vaticana Italia

Gennaro De Crescenzo vs Alessandro Barbero e Renata De Lorenzo

“Borbonia felix”? Nessuno lo ha mai scritto o detto, ma non è un caso se tutti i primati positivi nel Regno delle Due Sicilie diventano negativi solo dal 1860 con una inversione di tendenza che resiste nel tempo e arriva fino a oggi. È un dato di fatto. Il monopolio della cultura ufficiale è finito e da qui parte quella nuova storiografia degli storici “senza patente” che costituiscono davvero un fenomeno nuovo e dilagante, che costringono gli storici “professionisti” a scrivere libri per rispondergli (anche se fingono di ignorarli), che costringono e costringeranno (e spesso hanno già costretto) gli stessi storici a cambiare i loro libri in attesa di testi che ricostruiscano, finalmente e veramente, tutta la nostra memoria storica: la base di classi dirigenti finalmente e veramente nuove e degne di rappresentare il Sud di domani.
Dalla prefazione di Lorenzo Del Boca: “Gennaro De Crescenzo li ha fatti ‘neri’. Nell’alto della loro cattedra universitaria, pur circondati da titoli accademici, utili per vantare meriti didattici, Alessandro Barbero e Renata De Lorenzo non possono scampare alle contraddizioni che le pagine di questi capitoli mettono a nudo. Le loro tesi sono state vivisezionate, analizzate, contestate e, qualche caso, persino messe alla berlina, con un rigore e una puntualità che – francamente – tolgono spazio e argomenti a repliche difensive”.

Autore: Gennaro De Crescenzo
Titolo: Il Sud – Dalla Borbonia felix al carcere di Fenestrelle
Descrizione: Volume in formato 8° (cm 21 x 15); 288 pagine;  illustrazioni a colori
Luogo, Editore, data: Milano, Magenes
Collana: Voci dal Sud
ISBN: 9788866490593
Prezzo: Euro 15,00

Lino Patruno: “Made in Naples, libro stupefacente!”

recensione di Made in Naples a cura di Lino Patruno per la Gazzetta del Mezzogiorno

Leggi Napoli e poi… impara perché ti piace
“Made in Naples”, una storia senza nostalgia

di Lino Patruno

C’è una città che unanimemente è considerata una meraviglia “unica e irripetibile” nel mondo. Una città italiana.
È fra le più antiche d’Europa e della Terra. Anzi per l’Unesco è la “culla della civiltà europea”. E il suo centro storico è il più vasto fra quelli inclusi nel patrimonio universale dell’umanità dallo stesso organismo dell’Onu. Dalle sue parti è nata l’Italia con lo sbarco di Enea col ramo d’oro e coi Romani che la elessero luogo “dove il dolore svanisce”.
È la città che, diversamente da capitali come Roma Parigi Londra, è fiorita su una straordinaria bellezza del luogo. Una cultura trimillenaria in un paradiso terrestre. Per questo c’è chi la considera “l’unica vera capitale che abbiamo”.
La sua lingua è la più parlata nel Paese dopo l’italiano. E fra le più parlate dell’emigrazione mondiale.
È l’unica città che non ha mai perso il suo carattere e la sua identità, più forte di ogni americanizzazione e ogni cinesizzazione. Oltre che la lingua, non hanno imitazioni la sua tradizione, la sua musica, il suo cinema, il suo teatro, la sua letteratura, il suo mito.
Vanta il più grande e antico teatro d’opera d’Europa. Sotto il suo cielo sono nati il Melodramma, l’Opera comica, l’Opera buffa, Qui venne ad abbeverarsi Mozart per poter diventare Mozart.
Qui sono nati (o sono diventati grandi) Paisiello, Cimarosa, Mercadante, Piccinni, Scarlatti, Pergolesi, Traetta, Jommelli, Porpora, Leo.
Qui è nata la Canzone melodica che ha traversato tutti i confini. Il suo Festival di Piedigrotta non era meno famoso del Carnevale di Rio e dell’Oktoberfest di Monaco di Baviera. Qui è nata “O’ sole mio” conosciuta quanto l’Inno di Mameli.
Qui sono nate la Sceneggiata, la Tarantella, l’Avanspettacolo, la Macchietta, il Varietà. Qui sono nate due maschere planetarie come Pulcinella  e Totò.
Frutto dell’inventiva di questa città e della sua anarchica energia vitale sono icone, bandiere universali come la Pizza, il Caffè, il Caffè e Cornetto, il Babà, la Pasta, i Macaroni, la Mozzarella, la Pastiera, la Zeppola, la Parmigiana, il Ragù, la Salsa di pomodoro, la Mpepata, il Tiramisu. E se non sono nati tutti qui, da qui sono arrivati ovunque non meno di una Cocacola.
Da qui si è diffuso il Presepe. E qui è nata anche la Musica sacra popolare: è il suo Alfonso Maria de’ Liguori ad aver composto “Tu scendi dalle stelle”.
Qui sono stati nati il Lotto e la Tombola. Qui hanno inventato la Smorfia.
Ospitale e tollerante, è la città che ha scacciato il nazismo e non ha mai costruito ghetti. Laicamente cattolica e sola nel rifiuto dell’Inquisizione, ora è impreziosita da un patrimonio inesauribile di un migliaio di chiese e conventi.
La sua sartoria di lusso da uomo ne ha fatto uno stile che dalla città prende il nome. E la cui perizia artigianale si traduce in un culto che va oltre i pur conosciutissimi marchi multinazionali.
I suoi tesori artistici, culturali, archeologici, monumentali, ambientali ne spiegano l’attrattiva turistica ancòra vivissima insieme all’area circostante dai nomi entrati nella leggenda.
Il biglietto da visita di questa città finora ripercorso è tutt’altro che enfasi per quanto troppo dimenticato. Tutto è così. E lo è anche se non si citano suoi primati del passato che fanno parte di una storia più controversa. Ma non è storia controversa che a cavallo fra ‘700 e ‘800 sia stata la culla della Filosofia, della Scienza economica e dell’Illuminismo italiano. E che il suo economista Gaetano Filangieri con la sua “Felicità delle nazioni” abbia ispirato la Costituzione degli Stati Uniti e preceduto il molto più celebrato scozzese Adam Smith e la “Ricchezza delle nazioni”. Questa è la città in cui sono nati (o sono diventati grandi) Tommaso Campanella, Giordano Bruno, Pietro Giannone, Giovanbattista Della Porta, Antonio Genovesi, Celestino Galiani, Francesco Maria Pagano, Giuseppe Maria Galanti, Giovanbattista Vico. Questa è la città in cui Giovanbattista Basile col suo “Lo cunto de li cunti” e Giovanbattista Marino sono stati i precursori della letteratura fiabesca che poi ha avuto, da Perrault in poi, successori foresti puntualmente più celebrati. Questa è la città cui nel 1224 Federico di Svevia donò la prima università pubblica del mondo.
PS. La città di cui finora si è parlato è Napoli. E tutto ciò che finora ne è stato detto è raccontato da Angelo Forgione (giovane scrittore, giornalista, grafico) nel libro “Made in Naples” (prefazione di Jean Noel Schifano, Magenes ed., pag. 315, 15 euro). Sottotitolo: “Come Napoli ha civilizzato l’Europa (e come continua a farlo)”. Libro stupefacente! Forgione rifugge dalle nostalgie e non nasconde drammi, raccontando anche perché la sua sia una città “baciata da Dio e stuprata dagli uomini”. Spiega perché in fondo Napoli rappresenti tutto il Sud. Ma aggiunge che un Paese più amante di se stesso dovrebbe avere più Napoli, non meno Napoli nell’anima. Perché Napoli è qualcosa di grandioso che non dovrebbe sfuggire. A cominciare dalla capacità di resistenza che la fa sopravvivere e vivere, nonostante tutto, così “giovane e irriducibile” da 29 secoli.

patruno