La Musica tedesca e la critica italiana che cancellarono la Scuola napoletana

Angelo Forgione Riccardo Muti cerca oggi di riaffermare l’importanza di un fondamentale momento della Musica europea volutamente cancellato, quello della Scuola Musicale Napoletana del Settecento. Preziosa opera, poiché essa fu delittuosamente eclissata nell’Ottocento dalla Musica tedesca, poi tramandata come fenomeno del tutto casuale dalla nuova critica dell’Italia unita, che si oppose con forza al tentativo di affermarne il ruolo fondamentale nella trasformazione musicale illuministica, prodotto dai più onesti e liberi musicologi, ai quali venne imputato di sostenere un’astrazione storiografica. I grandi Maestri napoletani che avevano insegnato all’Europa intera nel Settecento, ma in generale tutti gli italiani (Beethoven fu allievo di Salieri e Luchesi, Haydn di Porpora), furono relegati all’oblio e cancellati dalla nuova Musica Classica germanofona. I Mozart, padre e figlio, con la loro invidia, ci aiutano a capire il perché.
Leopold Mozart, modesto musicista, accompagnò più volte il figlio Wolfgang Amadeus alla volta dell’Italia, tra il 1770 e il 1772. L’obiettivo era quello di far crescere il ragazzo artisticamente e di strappare per lui una scrittura per una corte importante, in un teatro importante. La tappa più importante fu Napoli, luogo di scuola musicale di rilevanza internazionale, ma molto tempo fu trascorso a Milano. E però, nonostante le ottime conoscenze e le relative raccomandazioni, i vari sovrani italiani snobbarono i due per un motivo ben preciso: Mozart padre si era legato alla Massoneria, assistito nella cerimonia proprio dal rampollo, e questo significò ostracismo da parte della cattolica Maria Teresa d’Asburgo, la quale raccomandò il figlio Ferdinando, arciduca di Milano, di non dar retta a quei due “mendicanti”, e mise anche in guardia la figlia Maria Carolina, regina di Napoli. I due fratelli asburgici furono molto disponibili verso i Mozart ma non gli concessero mai l’opportunità di esibirsi a corte.
Leopold Mozart si riempì di invidia per i musicisti italiani, soprattutto i napoletani, e nel 1778 dissuase Amadeus dal provare ancora la via dell’Italia, “dove solo a Napoli ci sono sicuramente 300 Maestri”. Il ragazzo si arrese e dovette ereditarne la rabbia, visto che nel 1782, ormai cresciuto, dopo un “duello” musicale finito in parità con il romano Muzio Clementi, voluto dall’imperatore Giuseppe II d’Asburgo, scrisse al genitore: “Clementi è un ciarlatano, come tutti gli italiani”. Eppure aveva imparato tantissimo da loro, in particolar modo da Jommelli, Paisiello, Traetta, “Ciccio” De Majo e Anfossi.

maggiori particolari sulle vicende in Napoli Capitale Morale (Magenes, 2017)

clip tratta da Mozart di Marcel Bluwal (1982)

Italia, ammore e malavita

 

Angelo Forgione Discutibili riflessioni su Napoli, Sicilia e Calabria di Daniele Piervincenzi dopo il pestaggio subito a Roma, anch’egli spiazzato dal fatto che la protervia mafiosa non appartenga solo al Mezzogiorno. La vicenda ha fatto emergere un problema di ignoranza e pregiudizio che ha profonde radici storiche. Il filtro distorto del Positivismo di fine Ottocento ha fatto supporre che solo al Sud sarebbero potute nascere e pascere le mafie, e dove se no? Se però riavvolgiamo il nastro del tempo scopriamo che il fare delinquenziale in Italia esplode enormemente nella stagione spagnola del Cinquecento, capace di lasciare evidenti segni nei territori italici conquistati, a Sud come a Nord, a Napoli come a Milano, accomunate da un vincolo di sottomissione alla corona di Spagna, tra controllo delle masse da parte dei governi ispanici, imposizione di pagamenti di gabelle inique e crescita di movimenti popolari protestanti. Basta leggere ‘I Promessi Sposi’ di Alessandro Manzoni per capire che quella Milano era violenta, molto violenta. Quella Milano sostituì il diritto con i Don Rodrigo e gli Azzecca-garbugli, e ai soprusi dei suoi nobili si trovava soluzione solo facendo ricorso alla protezione di altri nobili più potenti, che sguinzagliavano i Bravi, il loro braccio armato e prepotente. Contestualmente, a Napoli prese piede l’Organizzazione Segreta dell’Ordine per la tutela degli interessi della plebe, manovrata dai Compagnoni, arroganti malavitosi che replicavano i modi dei soldati e dei nobili spagnoli, secondo le regole della Garduña española, una confraternita criminale di cavalieri fondata a Siviglia e completamente votata al crimine. Insomma, niente Stato a Sud e niente Stato a Nord, e tutti iniziarono ad arrangiarsi come potevano. Non che nei territori pontifici andasse tanto meglio. A Roma, Caravaggio, già rissoso giovane a Milano, uccise il ternano Ranuccio Tommasoni, prepotente capo di una banda malavitosa di Campo Marzio.
Le cose, evidentemente, procedevano di pari passo, ma poi, nella prima metà dell’Ottocento, nacquero le mafie meridionali, in due città ricche come Napoli e Palermo, in piena degenerazione carbonara, come società segrete paramassoniche dedite al crimine e rispondenti alle logge inglesi, interessate a destabilizzare il Regno delle Due Sicilie. Queste, dopo aver contribuito a cancellare il pericoloso e nemico regno borbonico, si imposero nel sud del Regno dell’Italia unita, là dove lo Stato era meno presente, e dove la povertà iniziava ad essere maggiore che al Nord. Fu lasciata ad esse la gestione dell’economia di quei territori depressi, per i quali iniziarono a rappresentare veri e propri ammortizzatori sociali, ancor più nel dopoguerra, quando rialzarono la testa dopo la repressione fascista. Ma un cancro è un cancro, e non conosce confini. Un cancro si allarga, crea metastasi, e si estende oltre. Negli anni Sessanta le mafie sono approdate al Nord, nel territorio più ricco, alla ricerca di affari più remunerativi. Ora che la situazione è completamente sfuggita di mano, con chi ce la vogliamo prendere?

Il Saviano in salsa giacobina che nasconde i tradimenti

Angelo Forgione Roberto Saviano ci ha raccontato in Sanghenapule (con Mimmo Borrelli) di un San Gennaro laico e giacobino, quello della Repubblica partenopea, ripudiato da una Napoli che odia chi, a suo dire, professa la verità, una Napoli stracciona e feroce, quella dell’esercito sanfedista “che sembra l’Isis”. Quanti passaggi mancano in questo racconto teatrale del 1799 così tagliente? Direi pochi, ma davvero fondamentali.
Il massone Gaetano Filangieri fu davvero il giurista universale che tutto il mondo riformista occidentale lesse con ammirazione, quello che Napoleone definì “il maestro di tutti noi”, del cui pensiero fu forte l’influsso sui “fratelli” francesi e pure su quelli americani, che sul suo “diritto alla felicità” stesero la propria costituzione. Filangieri fu davvero il riformatore che nel dicembre del 1782 scrisse al “fratello” americano Benjamin Franklin di sognare di trasferirsi in America, ma è lo stesso uomo che nel febbraio del 1786 ospitò nella sua abitazione in largo Arianello ai Tribunali il “fratello” tedesco Goethe, il quale annotò nei suoi appunti di viaggio che “il cavalier Filangieri è profondamente rispettoso del suo re (Ferdinando) e del reame, benché non approvi tutto quel che vi accade”. E da quel re, di lì a poco, il noto giurista ottenne la nomina di membro del Supremo Consiglio delle Finanze… re al quale, insieme al “fratello” Antonio Planelli, stava offrendo la sua opera per la stesura dello Statuto di San Leucio, che avrebbe visto la promulgazione nel novembre del 1789 e avrebbe rappresentato il punto di origine della società industriale, ma basata su un corretto sviluppo sociale, e l’inizio di una decennale esperienza sociale di significato universale sulla collina casertana, dove Ferdinando e Carolina avrebbero di fatto convissuto coi coloni sperimentando l’uguaglianza sociale e di genere, nuovi diritti e nuovi doveri. Insomma, il massone Filangieri collaborava col Borbone, come aveva fatto anche il non massone Antonio Genovesi, e il governo borbonico pre-rivoluzioni non si stava sclerotizzando ma, al contrario, provava a reagire alla sclerosi dei latifondisti e della Chiesa, producendo importanti esempi progressisti ispirati proprio dai grandi riformatori.
“I riformisti napoletani creano nuove idee per governare”, dice Roberto Saviano, ed è vero. Ma lo fecero inizialmente in modo legittimista, a braccetto con la monarchia. Erano tutti a corte, e non erano tutti giuristi ma svolgono le professioni più disparate, come il medico personale della Regina, Domenico Cirillo, e la bibliotecaria della Regina, Eleonora de Fonseca Pimentel. E però la volontà della Massoneria napoletana del secondo Settecento di migliorare il governo borbonico divenne stranamente volontà di governare. Stranamente, sì, perché manca alla narrazione di Saviano il concretizzarsi di questa mutazione. Manca il motivo di quello che fu un tradimento esiziale.
La collaborazione e la modernizzazione si incrinarono per i favoritismi della regina Maria Carolina, inizialmente offerti a Francesco d’Aquino, gran calibro tra gli iniziati napoletani, ma poi indirizzati al britannico John Acton, chiamato a Napoli nell’estate del 1778 per riordinare la deficitaria Real Marina. La presenza a corte dello staniero, sempre più ingombrante, generò malumore, e ne approfittò con grande opportunismo un uomo deputato ad amplificare i dissidi. Si trattava del teologo luterano Friederich Münter, massone danese di origine tedesca, personaggio mai menzionato nei libri di storia e tantomeno da Saviano, nonostante la decisiva influenza che ebbe sugli intellettuali napoletani del tempo. Apparteneva all’Ordine degli Illuminati di Baviera, una società occulta, paramassonica e filo-rivoluzionaria, promotrice di un vasto piano eversivo internazionale finalizzato a rovesciare i governi monarchici e le religioni, con l’obiettivo di instaurare un nuovo ordine politico. Münter fu incaricato di viaggiare tra il Regno di Napoli e la Sicilia, in veste di vero e proprio agente segreto in missione per il reclutamento dei massoni del sud della Penisola da rivoltare contro i loro sovrani, e una volta giunto a Napoli, nel settembre del 1785, incontrò diverse personalità vicine alla corte, tra cui Gaetano Filangieri e Francesco Mario Pagano, ma anche Domenico Cirillo ed Eleonora de Fonseca Pimentel. Approfittando dei malumori sorti per il declassamento del d’Aquino, il teologo straniero esortò tutti a coinvolgere altri Fratelli partenopei nell’istituzione di un ramo locale degli Illuminati di Baviera, e riuscì a convincerli a fondare ‘La Philantropia’, il primo nucleo di illuminatismo napoletano, una loggia eversiva filo-bavarese che, dal giugno del 1786, iniziò a seminare le idee repubblicane a Napoli.
Gli Illuminati puntavano ai grandi calibri internazionali, e Münter, a Napoli, lavorò per sobillare soprattutto Gaetano Filangieri, il faro dell’Illuminismo napoletano apprezzato dall’intero mondo occidentale, senza però riuscire a rivoltarlo contro la monarchia borbonica. Il danese rientrò a Copenaghen nel luglio del 1787 e da lì continuò ad auspicare una nuova riforma massonica partenopea, proseguendo a scambiare lettere con Filangieri e i napolitani. Il gran giurista morì nel luglio del 1788, con funerali prima cristiani e poi massonici, ma “profondamente rispettoso del suo re e del reame”, come scrisse Goethe, anche lui vicino all’illuminatismo di Baviera. Ma l’azione di Münter al Sud diede comunque una più decisa impronta politico-eversiva alla Massoneria napoletana. Molti di coloro che aderirono alla loggia partenopea degli Illuminati erano stati a stretto contatto con Maria Carolina, compreso l’abate vibonese Antonio Jeròcades, massone e sostenitore della Regina prima di entrare in stretto contatto con Münter e di iniziare a diffondere gli ideali anti-borbonici.
Proprio nel momento in cui s’innescavano le prime avvisaglie della Rivoluzione Francese, l’ostilità dei massoni verso la monarchia borbonica crebbe in modo evidente, e poco bastò all’austriaca per accorgersi che i suoi collaboratori della prima ora costituivano ormai una seria minaccia. Una volta avvedutasi delle nuove tendenze politiche degli uomini a lei vicina, la viennese mutò il suo atteggiamento e spinse Ferdinando ad opporvisi con un editto anti-massonico con cui furono chiuse di fatto le porte ai traditori di corte. Le logge napoletane si trasformarono allora in centri clandestini di aggregazione segreta per uomini prontissimi ad abbracciare i principi politici del Giacobinismo rivoluzionario francese e a mettersi in corrispondenza con le società patriottiche di Francia. Antonio Jeròcades, insieme allo scienziato Carlo Lauberg, fondò nel 1793 la Società Patriottica Napoletana, il primo club giacobino della Penisola, di chiara ispirazione filo-francese e di netto orientamento repubblicano. Il movimento partenopeo aprì nel 1794 la fase italiana del giacobinismo insurrezionale, ma venne scoperto e represso duramente con tre condanne a morte. Crebbero in Maria Carolina timori e risentimenti, e la frattura tra monarchia ed élite intellettuale si indirizzò agli eventi del 1799, allorché l’arrivo delle terribili milizie parigine portò massacro per migliaia di uomini del popolo e costrinse Ferdinando e Maria Carolina a mettersi in salvo a Palermo. Circa cinque mesi di governo repubblicano slegato dal basso ceto e dall’identità locale, intento a far calare dall’alto un modello esterofilo, non produssero alcuna riforma, e furono interrotti dalla fine della protezione militare francese ai giacobini napoletani, garantita finché possibile dalle scorribande napoleoniche in Alta Italia. Con la riconquista della città da parte dei sanfedisti guidati dal cardinale Ruffo, la resa dei conti fu repentina e violenta: centodiciannove repubblicani giacobini furono giustiziati, mentre ai graziati furono inflitte detenzioni ed esili.
Indubbiamente, parte della rappresentanza della migliore classe intellettuale partenopea fu spazzata via, ma non si trattò di totale azzeramento. Tanti furono gli uomini graziati che si recarono in altre città settentrionali ed estere, alcuni dei quali tennero in vita un sostrato massonico che si rigenerò all’indomani della riconquista italiana di Napoleone, quando molti esuli napoletani rientrarono con il loro carico di odio più o meno latente verso i Borbone, pronti a far crollare il restaurato ma sempre pericolante Regno delle Due Sicilie.
Friederich Münter morì nel 1830, in pieno vento carbonaro. L’intera corrispondenza tra il teologo danese e i massoni del Sud Italia, sostenuta dal 1786 al 1820, è conservato negli archivi bibliotecari del Grande Oriente d’Italia, testimone di una mutazione genetica e ideologica della Massoneria napoletana, delle cui origini cristiane e legittimiste e dei cui scopi di miglioramento dell’uomo, e non del governo, resta solo quel fantastico testamento di pietra che è la Cappella di Sansevero nel cuore di Neapolis.
Certi particolari il Saviano in salsa giacobina non li ha narrati, ma sicuramente li conosce.
(per approfondimenti: Napoli Capitale Morale)

Un ribaltamento nazionale tra politica, Massoneria e Chiesa che ha per paradigma l’entrata di Garibaldi a Napoli

Angelo Forgione È il 7 Settembre 1860: la “Piedigrotta” è in pieno svolgimento. Da più di un secolo è la festa delle feste, famosissima in tutt’Europa. Lo è almeno dal 1744, cioè da quando Carlo di Borbone, per celebrare la vittoria di Velletri contro gli austriaci, l’ha resa festa nazionale delle Due Sicilie e ha introdotto una parata militare oltre alla sfilata dei carri allegorici. I viaggiatori del Grand Tour l’hanno vista e narrata, ma questa volta i napoletani sono distratti da altro, perché l’evento coincide col culmine della risalita della Penisola da parte dei Mille garibaldini e Re Francesco II di Borbone, che ha appena lasciato Napoli per evitarle la guerra, sta andando a difendersi a Gaeta. Mentre il Re è in navigazione, a Napoli entra Garibaldi e si proclama dittatore delle Due Sicilie. Ad accoglierlo ci sono i capintesta della camorra del tempo e il prefetto di polizia borbonica e ministro degli Interni delle Due Sicilie, il trasformista Liborio Romano, che ha convertito i criminali in gendarmi di pubblica sicurezza, affidandogli il comando di una nuova Guardia cittadina. Il diplomatico inglese Henry George Elliot, del resto, ha già informato per tempo l’ufficio Esteri di Londra del fatto che diverse bande camorristiche sono pronte a contrastare con le armi la reazione dei fedeli alla dinastia borbonica, presidiando il porto in modo da facilitare l’ingresso dei volontari di Garibaldi. Il corteo al seguito del capo delle camicie rosse percorre via Marina, il Maschio Angioino, il largo di Palazzo (Plebiscito), poi su per via Toledo fino a Palazzo Doria D’Angri, dal quale il Generale si affaccia prendendone possesso come dimora.
Ad accompagnare Garibaldi c’è fra Giovanni Pantaleo da Castelvetrano, cappellano siciliano unitosi alla spedizione dei Mille e utilissimo per legittimare, attraverso la predicazione, l’impresa garibaldina presso le classi popolari e per favorire la coscrizione di volontari. Eppure il nizzardo è un gran massone, un rigidissimo anticlericale, e odia preti e uomini di Chiesa di ogni ordine e grado. E però vuole persino che si compia immediatamente il prodigio di San Gennaro in sua presenza, perché sa benissimo che solo così può guadagnarsi i favori incondizionati del popolo napoletano. Col Santo scontento non non può vedere completamente legittimato il suo potere. Del resto, è già accaduto sessant’anni prima, nel 1799, con i militari francesi di Championnet, ben informati dai giacobini napoletani, a “vigilare” sul compimento dello scioglimento del sangue.
Il giorno seguente, racconta Giacinto De Sivo, Garibaldi e i suoi trovano la Cappella del Tesoro sbarrata. Niente da fare. E allora, in serata, accompagnato dai camorristi, incrocia la processione della Madonna di Piedigrotta. Il massone, suo malgrado, si scappella di fronte all’Immacolata per non inimicarsi i napoletani, e viene giù un acquazzone fortissimo. Tocca aspettare il 19 settembre, giorno del Santo patrono, per timbrare di rosso garibaldino il prodigio. “Il sangue deve liquefarsi e si liquefarà – così dicono i predicatori garibaldini in largo di Palazzo – altrimenti a farlo liquefare ci penserà Garibaldi”. E così sia! Ancora un prodigio su ordinazione.
Liborio Romano viene confermato nel ruolo di Ministro dell’Interno e poi entra a far parte del Consiglio di Luogotenenza, per poi essere eletto deputato al nuovo parlamento di Torino. Ai camorristi della sciolta “guardia cittadina” viene assicurato un lauto vitalizio mensile in quanto “esempi inimitabili di coraggio civile nel propugnare la libertà”.
Quella dell’anno seguente sarà l’ultima Piedigrotta, organizzata dal luogotenente Generale Enrico Cialdini, uomo impegnato nel frattempo a massacrare i meridionali ribelli. La festa sarà sospesa nel 1862 dopo aver decretato nel febbraio di quell’anno la soppressione di tutti i conventi e la confisca dei beni mobili e immobili della Chiesa, compreso il santuario di Piedigrotta. Così tramonta la vera Piedigrotta, insieme a Napoli Capitale. Quella che riprenderà anni più tardi non sarà la grande festa nazionale di un tempo, e finirà per spegnersi, forse definitivamente. Il prodigio, invece, resta tradizione inossidabile, forse perché la Deputazione del Santo, dal 1811, è laica per volere del massone Gioacchino Murat.

L’illuminato di Baviera che fece scoppiare il 1799 di Napoli

Angelo Forgione Nel mio recente libro Napoli Capitale Morale (Magenes, 2017) grande attenzione ho prestato all’incidenza della Massoneria nei destini di Napoli, di Milano e dell’Italia unita. A prescindere dalla lettura del libro, mi preme evidenziare ai lettori del mio blog la figura di un uomo decisivo nelle sorti evolutive della Libera Muratoria italiana e negli eventi della cosiddetta “rivoluzione napoletana” del 1799, un personaggio di cui nessuno storico ha mai parlato, e così si è incancrenito un aspro dibattito tra due ideologie, quella filo-legittimista e quella filo-repubblicana.

munter

Sono trascorsi 217 anni da quei fatti che chiusero il triennio giacobino, ovvero il periodo che rese il territorio italiano quello di maggior radicamento delle ideologie patriottiche di Francia, e aprirono una lacerazione storica ancora aperta a distanza di più di due secoli, dividendo ideologicamente filo-giacobini e filo-borbonici del ventunesimo secolo. È però inaccettabile che in questo aspro dibattito, non solo napoletano, manchino ancora gli strumenti di lettura dei fatti, che non possono essere ridotti a un conflitto tra repubblicani e monarchici. Fu prima di tutto un conflitto animato dallo scontro tra Massoneria e Chiesa, se è vero che l’élite repubblicana napoletana fu ispirata in larghissima parte da certi ideali massonici, mentre il popolo, per ripristinare lo status quo monarchico, costituì l’Esercito della Santa Fede guidato dall’impavido cardinale calabrese Fabrizio Ruffo.
L’attivissima Massoneria napoletana del secondo Settecento, la più folta e attiva d’Italia, recitò un ruolo principale nella vicenda del Regno sotto Ferdinando di Borbone, ereditato dal padre nel 1759. Il giovane sovrano sposò Maria Carolina d’Asburgo-Lorena nel 1768, proprio mentre i Fratelli napoletani iniziavano a tradire lo scopo della locale Massoneria cristiana e legittimista, quella di Raimondo de’ Sangro, e cioè il miglioramento dell’individuo, e deviavano verso il miglioramento del governo, impicciandosi di politica e dando vita a un laboratorio di idee per modernizzare l’apparato statale rifacendosi ai sistemi massonici stranieri di Francia, Gran Bretagna e Olanda. Alcuni di loro, tra cui Gaetano Filangieri, Francesco Mario Pagano e Francescantonio Grimaldi, si legarono alle diverse logge nascenti, come pure la giovane Regina, che si circondò di uomini di Massoneria per sganciarli dalle dipendenze di altri paesi e promuovere la formazione di un partito di corte filo-austriaco, in modo da sottrarre il controllo politico al primo ministro Bernardo Tanucci, in frequente contatto con Carlo di Borbone a Madrid. Maria Carolina concesse il suo favore a Francesco d’Aquino, gran calibro tra gli iniziati napoletani, il quale convinse gran parte dei Fratelli partenopei che un’attività latomistica dipendente dai centri stranieri fosse dannosa per la libera nazione napolitana e, godendo dell’appoggio della regnante, costituì nel 1773 la Gran Loggia Nazionale di Napoli, autonoma e cattolica, filoasburgica e antispagnola in fatto di politica estera e legittimista in quella interna. Si trattava chiaramente di una lotta ingaggiata tra logge nazionali di Francia, Inghilterra, Olanda e Austria per l’egemonia nel Mediterraneo, e Napoli era proprio lì, nel cuore dell’interesse geopolitico.
La situazione interna divenne esplosiva con la nascita dell’erede al trono Carlo Tito, nel gennaio 1775, evento con cui, secondo i trattati matrimoniali, si consentiva a Maria Carolina di partecipare al Consiglio di Stato con potere decisionale. Il Primo Ministro, a quel punto, s’impegnò in una feroce persecuzione della Massoneria per indebolire la viennese, che rispose fecendolo pensionare, così guadagnando di fatto la leadership politica.
L’alleanza fra Maria Carolina e i riformisti massoni non durò troppo e si incrinò per i favoritismi della Regina, sottratti a Francesco d’Aquino per offrirli al britannico John Acton, chiamato a Napoli nell’estate del 1778 per riordinare la deficitaria Real Marina. La presenza a corte dello straniero, sempre più ingombrante e potente, entrò in contrasto con quella del napoletano, aprendo una crepa in cui si infilò con grande opportunismo un uomo deputato ad amplificare i dissidi. Si trattava del teologo luterano Friederich Münter, massone danese di origine tedesca, appartenente all’Ordine degli Illuminati, una società occulta nata nel 1776 in Baviera. Si trattava di un’organizzazione paramassonica filo-rivoluzionaria, proibita per le sue idee politico-sociali estremiste e promotrice di un vasto piano eversivo internazionale finalizzato a rovesciare i governi monarchici e le religioni, con l’obiettivo di instaurare un nuovo ordine internazionale. Münter fu incaricato di viaggiare tra il Regno di Napoli e la Sicilia, strategici territori perché governati dalla monarchia borbonica e dalla Chiesa cattolica, con la missione di turbare la Fratellanza napoletana e reclutare i massoni del sud della Penisola. Giunto a Napoli nel settembre del 1785 in veste di vero e proprio agente segreto, Münter incontrò diverse personalità di spicco vicine alla corte, tra cui Gaetano Filangieri e Francesco Mario Pagano, ma anche Domenico Cirillo ed Eleonora de Fonseca Pimentel, rispettivamente medico personale e bibliotecaria della Regina. Approfittando dei malumori sorti, il danese esortò tutti a coinvolgere altri Fratelli partenopei nell’istituzione di un ramo locale degli Illuminati di Baviera, e dovette essere convincente, visto che nel 1786 fu fondata La Philantropia, il primo nucleo di illuminatismo napoletano, una loggia eversiva filo-bavarese che iniziò a seminare le idee repubblicane a Napoli. In una lettera datata 28 giugno 1786, riportata dallo storico massone tedesco Georg Kloss nello scritto Freimaurerey in Italien di metà ottocento, quattro Fratelli napoletani, tra cui proprio il Maestro Venerabile Francesco Mario Pagano, chiesero di essere inseriti nel sistema degli Illuminati perché, spiegavano, dopo aver conosciuto Münter, gli altri sistemi non potevano più soddisfare i loro ideali.
Percorreva l’Italia anche Wolfgang Goethe, anch’egli vicino all’Illuminatismo bavarese. Nei suoi appunti di viaggio, il 20 dicembre 1786, l’intellettuale tedesco scrisse: Trovasi qui il dottore Münter di ritorno dal suo viaggio di Sicilia, ma io ignoro quale sia il suo scopo”. In realtà, un legame profondo univa Goethe e Münter, che erano stati iniziati nello stesso luogo, a Weimar, e nello stesso anno, nel 1783. Si può quindi ragionevolmente pensare che Goethe, interessato allo studio più che alla politica, conoscesse bene gli scopi di Münter, ma che si sia guardato bene da farne accenno per non svelare gli obiettivi della segreta missione. Il teologo rientrò a Copenaghen nel luglio del 1787 e da lì continuò ad auspicare una nuova riforma massonica partenopea, continuando a scambiare lettere con i napolitani, in una delle quali Gaetano Filangieri gli esternò la propria avversione al favoritismo di Maria Carolina per l’influente inglese John Acton.
Partito il Münter, nel 1788 approdò a Napoli un altro illuminato, il triestino Domenico Piatti, banchiere e industriale serico. Si impegnò anch’egli a influenzare i Fratelli napoletani, aprendo un salotto di conversazione per intellettuali, un importante circolo rivoluzionario a via Nardones, nel centro della Capitale. I frutti della semina di Münter erano pronti al raccolto. La sua azione a Napoli diede una più decisa impronta politico-eversiva alla massoneria napoletana, rendendola razionalista e in crescente contrasto con l’orientamento legittimista dei Fratelli più fedeli ai loro sovrani e alla cristianità. Sotto la sua azione, le logge napoletane divennero sette cospirative, e presero a modello la struttura interna, le aspirazioni e le pratiche rituali degli Illuminati di Baviera. Molti di coloro che aderirono alla loggia napoletana filo-bavarese erano proprio coloro che erano stati accolti a corte, a stretto contatto con Maria Carolina, o che avevano sostenuto la politica di Bernardo Tanucci, prima di abbandonare, con il passare del tempo, le posizioni monarchiche e sposare le idee repubblicane. Tra questi anche l’abate vibonese Antonio Jeròcades, massone e agitatore delle logge calabresi, e sostenitore della Regina prima di entrare in stretto contatto con Münter e di iniziare a diffondere gli ideali anti-borbonici.
Proprio nel momento in cui si innescavano le prime avvisaglie della Rivoluzione Francese, l’ostilità dei vicini massoni verso la monarchia borbonica crebbe in modo evidente. Furono proprio le logge calabresi, ispirate da Jeròcades, a fornire il primo nucleo di rivoluzionari. Poco bastò a Maria Carolina per accorgersi che i suoi collaboratori della prima ora costituivano ormai una seria minaccia. Una volta avvedutasi delle nuove e avverse tendenze politiche degli uomini a lei vicina, la viennese mutò il suo atteggiamento verso i circoli liberali e spinse Ferdinando ad opporvisi con un nuovo restrittivo editto anti-massonico, con cui furono chiuse di fatto le porte ai traditori di corte.
Con l’assimilazione degli intenti repubblicani, fu automatica la trasformazione delle logge napoletane in centri di aggregazione di uomini prontissimi ad abbracciare i principi politici del Giacobinismo rivoluzionario francese e a mettersi in corrispondenza con le società patriottiche di Francia. Jeròcades, insieme allo scienziato Carlo Lauberg, fondò nel 1793 la Società Patriottica Napoletana, il primo club giacobino della Penisola, di chiara ispirazione filo-francese e di netto orientamento repubblicano. Il movimento partenopeo aprì nel 1794 la fase italiana del giacobinismo insurrezionale, ma venne scoperto e represso duramente con tre condanne a morte. Crebbero in Maria Carolina timori e risentimenti, e la frattura tra monarchia ed élite intellettuale si indirizzò agli eventi del 1799. L’arrivo delle terribili milizie parigine costrinse Ferdinando e Maria Carolina a mettersi in salvo a Palermo, mentre a Napoli il primo ad entrare in contatto coi vertici militari transalpini fu proprio Domenico Piatti, subito impiegato nella Tesoreria della costituita Repubblica Napoletana, deputato a ricevere soldi e oggetti preziosi da girare alle autorità francesi insieme alle opere d’arte e ai reperti archeologici di cui la città degli scavi era piena.
Quando cessò la protezione francese ai giacobini napoletani, garantita fino alla fine dalle scorribande napoleoniche in Alta Italia, l’esperienza della Repubblica terminò, senza aver prodotto alcuna riforma durante i cinque mesi di governo slegato dal basso ceto e dall’identità locale. Con la riconquista della città da parte dei sanfedisti del cardinale Fabrizio Ruffo, la resa dei conti fu repentina, e pure violenta, perché il salvacondotto inizialmente concesso fu cancellato dall’ammiraglio inglese Horatio Nelson, celebre vincitore delle battaglia navale di Abukir contro Napoleoneche agì in un’ottica molto precisa, ovvero quella di innescare una vantaggiosa reazione d’odio tra Napoli e la Francia attraverso la condanna a morte di centodiciannove repubblicani giacobini tra i più estremisti, compreso Domenico Piatti, Francesco Mario Pagano, Domenico Cirillo e Eleonora de Fonseca Pimentel. E così, la coppia reale borbonica, che fin lì avevano modernizzato il Regno e proseguito il lavoro di Carlo di Borbone, passarono alla storia per la crudeltà dimostrata. Indubbiamente, parte della rappresentanza di una classe intellettuale partenopea apprezzata in Europa e oltre fu spazzata via, ma non si trattò di totale azzeramento. Tanti, infatti, furono gli uomini graziati che si recarono in altre città settentrionali ed estere, alcuni dei quali tennero in vita un sostrato massonico da rigenerare in seguito. Molti esuli napoletani rientrarono all’indomani della riconquista italiana di Napoleone, con il loro carico di odio più o meno latente verso i Borbone pronto ad esplodere e a far crollare il restaurato ma sempre pericolante Regno delle Due Sicilie.
Friederich Münter morì nel 1830, in pieno periodo di Carboneria italiana, dopo aver assistito alle evoluzioni della Massoneria napoleonica e alla Restaurazione. Qualche anno fa, lo studioso napoletano Ruggiero Ferrara di Castiglione, docente universitario legato al Grande Oriente, ha donato al Servizio Biblioteca del GOI l’intera corrispondenza di Münter con i massoni del Sud Italia, sostenuta dal 1786 al 1820. Lì sono conservati tutti i particolari di una mutazione genetica e ideologica della Massoneria napoletana, delle cui origini cristiane e legittimiste e dei cui scopi di miglioramento individuale resta solo quel fantastico testamento di pietra che è la Cappella di Sansevero nel cuore di Neapolis.

Dettagli e approfondimenti su Napoli Capitale Morale.

Napoli Capitale Morale, intervista per ‘VesuvioLive’: “L’Unità d’Italia ha spezzato il dialogo tra Napoli e Milano”

Intervista di Federica Barbi per vesuviolive.it

Milano-Napoli. Non eterna rivalità (per quella c’è Torino…) ma eterno paragone. Il “civilissimo” Nord contro il sottosviluppato Sud. Il fascino europeo e la patina sporca meridionale. L’Italia è ancora economicamente, socialmente e politicamente spaccata in due, e i pregiudizi non aiutano a ricomporre i tasselli. E se i media nazionali fomentano più o meno consapevolmente l’acredine, c’è chi studia e lavora invece per restituire agli italiani la giusta versione della nostra storia, purtroppo spesso storpiata dai libri di scuola. Tra questi c’è Angelo Forgione, scrittore e giornalista partenopeo, da sempre attivo per cancellare i fastidiosi filtri attraverso cui Napoli viene vista dal 1861.

Il suo ultimo lavoro, “Napoli Capitale Morale”, si concentra proprio sulle due città che hanno fatto la storia dell’Opera, spiegando come l’attuale ruolo predominante di Milano abbia radici anche nella Napoli del passato. Due destini che si intrecciano a cavallo tra tante epoche diverse. Ne abbiamo parlato con lui nel giorno dell’uscita del suo libro.

–  Angelo, ci parli del suo nuovo libro, “Napoli Capitale Morale”. Cosa vuole che arrivi ai suoi lettori?

“Arriverà certamente, a chi leggerà questo libro, quello che è realmente accaduto dal Rinascimento ai giorni nostri nel territorio italiano. Napoli è la protagonista del libro, Milano la co-protagonista, ma compaiono anche Torino e Roma. Attraverso i due principali riferimenti parlo di Nord e Sud, ancora oggi due Italie mai unite. Pur vivendo sotto la stessa bandiera, nello stesso Stato, e appartenendo allo stesso sistema giurisdizionale, Napoli e Milano sono decisamente più lontane di quando erano effettivamente separate. Nell’Italia delle culture e delle arti dialogarono culturalmente, e spesso s’intrecciarono. Poi l’Italia, una volta unita, è andata man mano allontanandosi dalle sue nobili radici, e a noi non è stato raccontato che cosa si sono dette le due metropoli prima che le élite risorgimentali interrompessero le comunicazioni e spegnessero la profusione culturale italiana”.

– Milano, quindi, se oggi viene considerata la metropoli italiana per eccellenza (e quindi centro propulsore della finanza e dell’economia) è soprattutto perché è stata modellata ad immagine e somiglianza della Napoli pre-unitaria. E’ corretto? Può spiegare meglio questo concetto?

“Non è proprio così. Milano ha beneficiato del riformismo austriaco di Maria Teresa d’Asburgo, che era la madre di Maria Carolina, regina di Napoli. La corte di Vienna, nel secondo Settecento, cioè nel periodo dei Lumi, dialogava con quella di Napoli, la città da cui si diffondevano importanti istanze illuministiche e molte novità che sconvolgevano l’Europa. Milano otteneva da Vienna e assorbiva di riflesso da Napoli. Per fare un esempio per tutti, il teatro alla Scala nacque quando gli Asburgo chiesero ai Borbone di poter avere Luigi Vanvitelli a Milano per lavori a corte, e l’architetto si portò dietro il figlio Carlo e l’allievo Giuseppe Piermarini, che avevano appreso al suo studio e nei cantieri della Reggia Caserta, e avevano studiato le antichità classiche che venivano fuori in quel periodo un po’ dappertutto attorno al Vesuvio. Ma la corte di Vienna spendeva più per Vienna che per Milano, e Vanvitelli, insoddisfatto, se ne tornò a Napoli col figlio, raccomandando agli austriaci l’ancora inespresso Piermarini, il quale divenne architetto regio e cambiò Milano applicando quanto aveva appreso a Napoli. Il Neoclassicismo nasce a Napoli, con gli scavi, e Milano è una città piena di neoclassico, non solo asburgico ma anche napoleonico. Ma anche gli economisti napoletani precedono quelli milanesi. L’economia e il sistema bancario moderno nascono a Napoli, con Antonio Genovesi e il Banco di Napoli, eppure finanza è sinonimo di Milano. Se la città lombarda è considerata la metropoli italiana per eccellenza non è perché lì c’è della Napoli sottotraccia ma perché con l’Unità è stato creato in modo scientifico il “triangolo industriale” Milano-Torino-Genova, strozzando il tessuto produttivo di Napoli e del Sud e trasferendo risorse e commesse in quel territorio in cui Milano ha poi vinto la sfida con la rivale Torino. È da quel dualismo, ingaggiato nel secondo Ottocento, che nacque la definizione “capitale morale”, che non è affatto riferita a Roma come pensiamo, ma alla città piemontese, prima capitale d’Italia e antagonista nella rincorsa al ruolo di città-guida del progresso italiano, o meglio, del Nord-Ovest. E quella definizione, pensate, la inventò un napoletano”.

– Nell’introduzione al libro lei parla di come non solo la politica ma anche la Chiesa e la Massoneria abbiano influenzato il percorso delle due città nella storia. Può spiegarci, in breve, in che modo?

“In realtà Chiesa e Massoneria sono due fattori essenziali della vita dell’intera Italia, e per secoli sono state in forte conflitto. È un tema troppo complesso per riassumerlo in poche parole ma è fondamentale evidenziare che l’Unità d’Italia fu un processo che mirò a depapalizzare Roma e a rendere l’Italia uno stato totalmente laico. Intento riuscito solo in parte, ma la Massoneria, non solo quella italiana, ebbe grande influenza nel processo risorgimentale. E allora basterà dire che Ferdinando II di Borbone strinse vincolo morale con papa Pio IX mentre la classe politica milanese preferì tollerare per convenienza l’alleanza con l’invisa Torino sabauda, quindi con la corte che assecondò le avversioni allo Stato Pontificio. Morale della favola, il legittimismo borbonico e quello del Papa, col potere temporale, crollarono uno dopo l’altro e da lì in poi la Massoneria fu decisiva per la crescita del “triangolo industriale” affermando, soprattutto a Milano, la supremazia della finanza sulla politica. Basterà leggere nel libro della fondazione della Banca Commerciale Italiana, che poi fece concorrenza al Banco di Napoli nel Meridione. I poteri forti si fecero largo nell’economia nazionale e guadagnarono la posizione di dominio nel settore del credito industriale. La Borsa di Milano fu designata per convogliare i capitali nelle imprese e le banche milanesi a fare da intermediarie di garanzia verso il pubblico. Così Milano, a fine Ottocento, divenne il centro della finanza italiana, mentre Napoli cresceva di abitanti ma si contraeva in quanto a occupazione e consumi, piombando in una crisi profonda”.

– Oggi si etichetta troppo facilmente Napoli come la città dell’inefficienza e dell’illegalità e, di contro, Milano gode della nomea di città “europea”. Al di là dei pregiudizi, in cosa e quanto Milano è davvero avanti rispetto alla città partenopea?

“Milano è l’unica città socialmente inclusiva d’Italia. È il punto di confluenza di forze, intelligenze e talenti. È luogo di opportunità per tutti. È l’unica grande città in cui la popolazione cresce; anche Torino ha smesso di farlo. Nel mondo moderno, in cui tutto va fatto subito e prima che lo facciano gli altri, Milano è l’unica città italiana che riesce a reggere il passo. Una città così ha la politica centrale a sospingerla. Pochi sanno che fu prima Torino a candidarsi per l’Expo 2015, sulla scia delle Olimpiadi invernali. Milano si accodò, e il Governo la preferì. E quindi altri soldi, altre infrastrutture, ma anche altri appalti e pure altre nefandezze a rinfrescare la memoria della Tangentopoli degli anni Novanta. Napoli non si è mai veramente rialzata dai grassi traumi della Seconda Guerra mondiale e incede affannosamente. Il tessuto produttivo è sostanzialmente impoverito e non c’è neanche più il Banco di Napoli ad ossigenare l’economia territoriale e a formare la classe dirigente. Napoli si svuota lentamente e trattiene i ceti più poveri, afflitti da problemi di disoccupazione e scarsa scolarizzazione. In queste condizioni, è facile cercare nell’illegalità e nella delinquenza una soluzione alle esigenze esistenziali. La colpa di tutto questo è della politica nazionale, che non fa nulla per risollevare davvero il Sud e arginare seriamente le mafie, il vero freno dell’economia territoriale, che invece rappresentano comodi e perversi ammortizzatori sociali”.

– Se Napoli era la Capitale morale pre-unitaria e Milano è quella post-unitaria: Roma, oggi, che tipo di Capitale è? Rappresenta davvero l’Italia?

“Roma è una capitale inerte, è uno scenario meraviglioso senza contenuti. È semplicemente la roccaforte della burocrazia di consumo e della Chiesa cattolica e non esercita alcuna spinta al superamento del dualismo Nord-Sud. Ma Roma non è neutra da oggi. Fu designata come capitale per i suoi antichissimi fasti imperiali, ma la città più importante, quando fu fatta l’Unità, era Napoli, che era anche la più popolata. Poi la città laziale è cresciuta a dismisura attorno al suo centro storico, ma non si è mai proposta come centro propulsivo e direttivo italiano, come Milano. E neanche come centro culturale, ruolo che svolge ancora, nonostante tutto, Napoli. La capitale d’Italia non può neanche rappresentare l’Italia, non come Parigi rappresenta la Francia e Londra l’Inghilterra, perché nella nazione dei dialetti e dei campanili non può risultare centrale nel policentrismo ed essere così invadente come le altre capitali da accentrare l’italianità, che è un concetto assai complesso”.

– Nonostante l’opinione pubblica non renda onore a Napoli, è innegabile che al Sud non ci sia lavoro: dall’inizio della crisi economica sono emigrati 161mila campani. Anche questo è il frutto di anni di politiche antimeridionali, è vero, ma purtroppo saperlo non consola né crea posti di lavoro. Cosa si sente di dire a chi va via costretto a cercare sogni lontano dalla propria terra?

“Di portare sempre con sé la propria identità, di essere napoletano in qualunque posto vada. E che non sia solo un atteggiamento spavaldo o simpatico ma una vera e propria consapevolezza. La napoletanità, cioè l’immensa cultura napoletana, va conosciuta a fondo. Io scrivo libri di cultura napoletana e di questione meridionale proprio perché la gente sappia quello che io non sapevo e che ho appreso spinto dalla mia indentità inespressa. La conoscenza genera indipendenza”.

Napoli Capitale Morale, intervista per ‘il Vaporetto’


di Antonio Corradini per ilvaporetto.com

Napoli e Milano, due città che sembrano correre su strade parallele, due realtà contrapposte, separate da sempre da uno spartiacque sociale intriso di contraddizioni e luoghi comuni. Entrambe, come ci spiega nel suo nuovo libro Angelo Forgione, capitali morali d’Italia, la prima per il suo ingombrante prestigio preunitario, la seconda per il ruolo di città-faro che ha saputo coltivare dall’Unificazione fino ad oggi, approfittando proprio del declino inesorabile della città partenopea. Ne abbiamo parlato proprio con l’autore dell’opera, con un’intervista esclusiva in cui abbiamo voluto chiarire quelle che erano le ragioni che hanno reso necessario la pubblicazione di un libro che promette di rispondere a molte domande su quella che è la storia ed il percorso passato e futuro di due città faro delle loro rispettive macro aree. Milano e Napoli, Nord e Sud.

Ci siamo Angelo, Napoli Capitale Morale è sugli scaffali delle librerie. Quanta fatica per un’opera che si propone di svelare gli intrecci, le analogie e i personaggi che hanno accompagnato le città di Napoli e Milano dal Rinascimento ad oggi?

Tantissima fatica. Ho messo insieme la storia di Napoli e quella di Milano, e le ho incollate con una mistura di Politica, Massoneria e Chiesa. Capirete che è stato un lavoro di ricerca profonda e faticoso, ma molto appagante. Vi si legge di storie e figure note, ma intrecciate, e anche di personaggi e fatti davvero poco conosciuti, che ho voluto tirare fuori dal dimenticatoio della storia per chiarire e raccontare il dialogo tra Napoli e Milano che l’Unità d’Italia ha spezzato e per fornire degli strumenti di comprensione della realtà attuale delle due città.

Napoli e Milano hanno più affinità di quello che si pensa?

Direi proprio di sì. Pur essendo città diverse e per certi versi opposte, vi sono dei punti di contatto anche evidenti. Questo perché i rapporti intercorsi sono stati importanti, inizialmente durante il secondo Quattrocento, tra il regno aragonese di Napoli e il ducato sforzesco di Milano, e in maniera più intensa nel secondo Settecento, tra i Borbone di Napoli e gli Asburgo di Vienna, che governavano il territorio lombardo, ma anche tra gli illuministi delle due città. Una relazione strettissima vi è stata anche nel primo Ottocento napoleonico. Poi le vicende risorgimentali hanno fatto divergere i percorsi e con l’Unità è andata a finire che le élite del Regno d’Italia hanno interrotto le comunicazioni tra Nord e Sud, spento la profusione culturale e omesso il racconto di ciò che si sono dette Napoli e Milano. Oggi, per esempio, ci riempiamo gli occhi con la Scala e il San Carlo ma non immaginiamo che c’è una strettissima parentela tra i due teatri. Io ho voluto raccontare tutto.

Possiamo considerare Milano come la continuazione storica e politica della Napoli preunitaria?

In un certo senso, sì. Milano è diventata sul finire dell’Ottocento quello che era Napoli un secolo prima, cioè la meta di professionisti e talenti. E ancora a metà del XIX secolo, al momento dell’Unità, Napoli era la città più grande e popolata d’Italia, ma anche la più importante e la più rispettata in Europa. Oltre quattrocentomila abitanti napoletani, il doppio dei milanesi, e meno ancora erano i romani e i torinesi. Oggi Milano è seconda a Roma per popolazione residente ma certamente è la più inclusiva d’Italia, l’unica città che cresce demograficamente, mentre tutte decrescono, e Napoli in modo preoccupante, risultando ormai popolata più o meno quanto Torino. Il capoluogo meneghino si è indubbiamente avvantaggiato delle condizioni create nel “triangolo industriale”, mentre la politica sabauda strozzava l’economia partenopea a beneficio di quella piemontese-lombarda-ligure, ed è stata scelta come luogo di affermazione della finanza sulla politica, vincendo così la concorrenza di Torino e facendosi per questo città-faro del nuovo slancio italiano. Perciò fu battezzata come “la capitale morale”, tra l’altro dal napoletano Ruggero Bonghi, e non per la mai esistita concorrenza industriale e finanziaria di Roma, cioè la città che tutti credono erroneamente il riferimento sottinteso dell’etichetta milanese.

Napoli e Milano sono due simboli agli antipodi, due città eternamente stereotipate, nel bene e nel male. Cosa è cambiato dal Risorgimento ad oggi?

È cambiato appunto che Napoli non è più la città più importante della Penisola, e lo è diventata Milano. È cambiato che fino allo scoppio della Prima guerra mondiale, quando l’Italia era ancora il primo paese nel mondo per richiamo turistico, Napoli era al vertice massimo del turismo nostrano e straniero, condiviso con Roma, Firenze e Venezia, e aveva ancora un tessuto produttivo di un certo interesse, mentre oggi, ignominiosamente, non è percepita come città d’arte, perché tutto il patrimonio che possiede è stato occultato dall’immagine imposta del Male, della criminalità e degli affanni sociali, ed è principalmente città di consumo. È cambiato che Milano è cresciuta con la sua immagine di città moderna impegnata nel profitto spietato e, da città della periferica contea asburgica, è diventata la metropoli più scintillante d’Italia. Il ribaltamento è tutto qui.

Che capitale sarebbe stata Napoli se il processo unitario l’avesse rispettata?

Difficile dirlo, perché Ferdinando II di Borbone, fino alla morte nel 1859, aveva condotto uno sviluppo svincolato dal liberismo nascente e dall’indebitamento bancario. La spesa pubblica era controllata, mentre altrove si chiedevano prestiti enormi per realizzare le infrastrutture. Questa virtuosa politica economica aveva consentito di tappare uno spaventoso disavanzo derivato dai prestiti che per circa un decennio i Rothschild avevano fatto alla Corona borbonica per pagare il mantenimento delle truppe austriache dopo la Restaurazione del Congresso di Vienna. Capirete che, mentre tutti facevano debiti, per la gioia dei banchieri tedeschi, la piattaforma economica napoletana rappresentava una mosca bianca, e pure fastidiosa. Ma se pure l’Italia unita non avesse privilegiato lo sviluppo del Nord-Ovest, Napoli avrebbe dovuto comunque adeguarsi alle aspirazioni del ceto medio e dare maggior impulso all’iniziativa privata nel processo di modernizzazione. In ogni caso, il definitivo crollo di Napoli è derivato dai bombardamenti e dagli eventi della Seconda Guerra mondiale. Napoli non si è ripresa da quelle ferite, anzi, è decisamente collassata sotto il profilo sociale. Gli americani sul territorio hanno consentito l’allacciamento di rapporti tra le organizzazioni malavitose e la mafia d’America, ampliando gli affari col traffico internazionale della droga. Così la camorra è cresciuta enormemente, come è cresciuta la povertà e la necessità di rimediare. La città si è espansa demograficamente ma senza sviluppo, e alle problematiche esistenziali si è iniziato a dar risposta ricorrendo all’illegalità e alla delinquenza.

Napoli e Milano, due destini diversi, due realtà inique e inversamente proporzionali, cosa ci aspetta per il futuro?”

Nulla di particolarmente buono per Napoli e qualcosa per Milano, nei limiti delle possibilità di un Paese come l’Italia in fortissima stagnazione, finché i governi continueranno a non spingere per la soluzione della Questione meridionale e a considerare il Sud solo come serbatoio di voti, tra l’altro gestito dalle mafie, che sono ammortizzatori sociali da non far mancare a un territorio senza sviluppo, quindi da non combattere seriamente. Continuando così proseguiremo ad assistere allo svuotamento intellettuale e umano di Napoli e al riempimento sistematico di Milano, che continuerà ad essere spinta anche da Roma, come è accaduto per l’Expo, per il quale si candidò prima Torino sulla scia delle riuscite Olimpiadi invernali, prima che il Governo cavalcasse la successiva candidatura di Milano, ritenuta più “importante”. L’antagonismo, come vedete, è tra Milano e Torino, non tra Milano e Roma. A Napoli non resta che ottimizzare l’offerta turistica per riguadagnare posizioni, e sperare che nasca una nuova generazione politica fiera e coinvolta negli interessi del territorio. Nel passaggio da Monarchia e Repubblica, per il Sud nulla è cambiato davvero. Ottantacinque anni la prima, una settantina la seconda, e Napoli non ha mai sorriso. Milano sì. Eppure fanno parte della stessa nazione, anche se non sembra.